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Spettacolarizzazione del dolore

 

Nella trasmissione televisiva diretta e gestita da Maurizio Costanzo, è stato trattato esclusivamente un argomento dai risvolti tanto profondi quanto drammatici: il confronto tra terapie oncologiche e, sostanzialmente, la libertà del “malato” di usarne una o altra tipologia. Una, o altra, perché la conflittualità – purtroppo aspramente differenziata, e prodromo di toni elevatissimi, di scontri personali, di affermazioni apodittiche e di espressioni ingiuriose, sempre inammissibili, ma assolutamente inadeguati nell’ambito di una disputa su una tematica che coinvolge picchi acutissimi di sofferenza – era circoscritta all’utilizzazione della terapia, diciamo, canonica, comunque genericamente diffusa, e di quella innovativa, di ispirazione orientale, che ha per substrato esclusivo, l’utilizzazione di aloe, o di altri prodotti officinali nella cura della patologia tumorale.

La problematica, a causa della drammatica diffusione di espressioni, di variegate manifestazioni, e delle finalità alle quali è diretta, ha suscitato, ovviamente, ampio interesse. Anche se devo premettere – è mia personalissima opinione – che, per sua stessa natura, non può trovare accesso, se non in termini assai generici, direi populistici, in sede similare, dai toni generalmente più di “intrattenimento serale” che di approfondimento tematico, avendo come presupposto inalienabile, il confronto tra tesi rigorosamente scientifiche.

Il confronto, come prevedibile, è stato dapprima circoscritto all’individuazione asettica dell’esistenza dei due metodi terapeutici, con assoluta esclusione delle loro caratteristiche e dei singoli sistemi attuativi, poi la distinzione, arida, tra i successi ed i risultati matematici delle loro applicazioni, degenerando infine in posizioni manichee affatto motivate, donde espressioni verbali, ingiurie, accuse…il tutto con il corollario di espressioni tipiche delle manifestazioni piazzaiole.

E…il malato? E chi ha già utilizzato, e tuttavia utilizza, la terapia clinica canonica, definita ex adverso “assassina”, alla quale ha affidato ed affida l’ultimo, forse, anelito di vita? E chi tende al “nuovo” con la sola finalità di lenire o addirittura eliminare la sofferenza? Lui, che pure avrebbe dovuto essere, ed era, il fulcro della diatriba, il perno della trattazione, ed il pensiero di lui, assente ed ignorato.

Immagino, ora, l’incertezza, lo sgomento che l’accurata (e quanto!) esposizione di dati statistici, a sostegno dell’una e dell’altra tesi, può aver provocato.

Immagino i dubbi di chi ha cercato panacea in questa o in quella e ora, semplicemente, non sa… La trasmissione, è stato detto, andrà ancora in onda. Mi auguro senza turpiloquio. Ma, al di là degli effetti di natura psicologica, dell’inopportunità della genericità e volgarità di trattazione della tematica, coinvolgente strutturalmente il dolore, degna quindi di serio dibattito scientifico e, pertanto, divulgativo, personalmente rilevo una macroscopica, inammissibile lesione del diritto alla salute costituzionalmente sancito (articoli 2 e 32 della Costituzione), e della libertà di scelta terapeutica (articolo 1 della legge 502 del 30/12/92).

Il dubbio, le antitesi proposte – in modo apodittico, poi – la contrapposizione, rigida, tra metodi, interferiscono inequivocabilmente con l’esistenza di quel diritto, attuale oggetto, peraltro, di particolare approfondimento ai fini dell’inserimento di una sua pretesa violazione e quindi di una sua risarcibilità in materia di responsabilità civile, poiché ne insidiano la certezza e ne limitano l’espressione.

La proposizione, con sistema impositivo, di uno o di altro metodo terapeutico, avente come postulato la validità di questo, l’inefficacia di quello – postulato, ribadisco, quindi presupposto di un teorema che dovrà trovare dimostrazione – non può non costituire antigiuridica violazione della manifestazione di volontà normativamente garantita.

E come tale deprecata.

 

Mario Barca* Avvocato del Foro di Roma, Giudice di Pace in Civitavecchia