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2003: bandiere di pace

Antonella Cesta Avere memoria critica sull’anno 2003 quando le conseguenze di ciò che accadde quell’anno sono pietanze ancora calde servite a bella posta sulla tavola dell’umanità a memoria di quanto bugiardo sia il nostro genere, non solo è molto difficile ma soprattutto doloroso.

Ancora fresche sono le immagini del 15 febbraio di una Roma invasa, in contemporanea con le città di tutto il mondo, da un esercito pacifista di 3 milioni di persone. Come fa un numero di persone pari all’intera popolazione di una città ad invaderla senza urtarsi o creare il più grande ingorgo stradale di tutti i tempi, è un fenomeno chiamato miracolo di (piazza) San Giovanni.

Il 2003 vede una Italia trasversalmente tappezzata di bandiere arcobaleno, segno tangibile di un mondo di gente per bene ma impotente,che prova ad opporsi alla grande bugia di una guerra contro il pericolo atomico iracheno.

Una guerra che ha invece il solo scopo di tenere viva la paura dell’occidente verso il nuovo nemico, il terrorismo, finalmente identificato dopo la caduta del comunismo, e distrarre così l’attenzione della gente comune ma anche di governi e media, da ciò che una classe di finanzieri spregiudicati sta architettando ai danni dell’economia mondiale.

Una cricca spalleggiata da petrolieri assetati di nuovi giacimenti di oro nero, indispensabili per dar energia al gigante cinese che risvegliatosi dopo un secolo di torpore, aggredisce l’economia mondiale immettendo sul mercato prodotti di bassa qualità, drammaticamente competitivi, fabbricati in assenza totale di rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori.

Lavoratori che in Italia piangono la scomparsa del padrone, simbolo di tutti i padroni: Gianni Agnelli. 100.000 persone in piazza a Torino per i funerali. Ma quanto era potente quest’uomo. Quante vite, quante famiglie dipendevano dalla sua azienda. Quanto questa aveva influenzato, accelerato o rallentato la crescita del nostro paese.

Oggi l’Avvocato non c’è più.

Ma quando guardiamo gli operai in corteo, fuori delle fabbriche, perché se li osservassimo al loro interno ce ne accorgeremmo prima, ci rendiamo conto che non esistono più neanche gli operai. Mimi metallurgico ferito nell’onore, contadino meridionale senza licenza elementare, senza una specializzazione, una qualifica, non esiste più.

Chi era Gianni Agnelli? Potrebbe esistere un altro Gianni Agnelli oggi? Un uomo al cui funerale partecipino 100.000 Mimi metallurgici quasi fosse un vero padre?

Chi sono i nuovi operai: ragazzi che hanno studiato, laureati, super specializzati; individui che facendoli studiare abbiamo illuso di poter diventare meglio dei loro genitori ed adesso sono lì incazzati a competere sul mercato del lavoro con gli immigrati, spesso più preparati tecnicamente e più disponibili a sacrifici di loro stessi.

Morto Gianni Agnelli l’immagine dell’Italia nel 2003 viene affidata: al processo Andreotti che viene assolto anche se riconosciuto di aver collaborato con la mafia fino al 1981, ma i reati commessi prima di quella data sono caduti in prescrizione; al nostro presidente del consiglio che dà del Kapò al tedesco Martin Schulz , presidente del gruppo socialista al parlamento di Strasburgo; e a Callisto Tanzi che trascina 100.000 piccoli risparmiatori in un crack di 14 miliardi di euro. E mentre i fatti di Nassiriya gridano, ricordandoci che siamo un popolo di eroi, arrivano le volgari esternazioni di Bossi contro Roma, e le indignazioni di tutti noi verso una politica sempre più basica e becera contro la quale purtroppo oggi sappiamo e ammettiamo amaramente che nulla si è potuto e

tutto si è avallato, trincerato dietro la squallida giustificazione dell’impunità dell’ignoranza che si permette qualsiasi lusso.

Ed è l’anno del “Crocifisso crocifisso”, cacciato senza alcun rispetto dalle scuole come un appestato, come un pericoloso simbolo di deviazioni della “libera formazione delle coscienze”, un’offesa alle altre culture e non il retaggio della storia di un Paese. Nessun rispetto per la tradizione. Nessun rispetto per le origini. Nessun rispetto e basta.

Ma è già Novembre. E in un anno che ci ha storditi per mille motivi, al Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, kippà sul capo, Gianfranco Fini parla di "infami leggi razziali volute dal fascismo" e compie lo strappo definitivo con il passato. Parla di un'epoca del male assoluto, di un'epoca in cui sei milioni di ebrei sono stati depredati dei beni, dei diritti civili, perseguitati, deportati e infine

mandati a morire nei lager.

E forse solo adesso capiamo la portata degli eventi di quell’anno. Un apripista di quel che ci sarebbe accaduto poi. Un sipario che iniziava ad aprirsi e che si sarebbero spalancato solo dopo.

Il 2003 è anche l’anno dell’estate più calda degli ultimi 40 anni. Qualcuno più illuminato e colto di me mi racconta che l’intelligentia italiana in vacanza a Capalbio trovava refrigerio notturno fino alle luci dell’alba tra i merli della torre borbonica che sopra Porto Ercole fa guardia al braccio di mare che volge verso sud.

Quella torre, dove non c’era elettricità, le bevande tenute in fresco in grandi contenitori termici carichi di ghiaccio come una volta, unica luce quella della luna e delle stelle, sembrava quasi la base di lancio di un razzo che poteva portare lontano da quello sconquasso.

Su quella torre oggi non si può più salire. Come a dire: avete avuto una chance per cambiare le cose; non avete voluto farlo? Avete perso l’ultimo razzo.

Ma questo non importava alle ragazze come me. Che si sposavano, felici di aver avuto la pazienza di aspettare i 30, perché arrivasse quello giusto.

 

Antonella Cesta