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Attualità

Una cartolina per..il mercato di Piazzale degli Eroi

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOAmbulanti in massa che occupano i marciapiedi vendendo roba trovata rovistando nei cassonetti. Un degrado assoluto e indegno della capitale di un paese del G8 e comunque capitale mondiale della cultura e della storia. Da tempo, ormai, decine di uomini e donne rom vendono la loro merce scelta accuratamente tra i cassonetti dei quartieri più vicini. Sui teli stesi per terra si trova di tutto: camicette, maglioni, pentole, vasi, tazze, scarpe ma anche farmaci, trucchi, spazzole, mollette. Alcuni si fermano, dubbiosi, altri incuriositi. Gli oggetti e i capi d'abbigliamento partono da cinquanta centesimi in su. Ma quello che fa più paura - è l'allarme igienico-sanitario, perché si tratta di merce presa tra i rifiuti. L'emergenza ambulanti fra Prati e il Vaticano non si arresta. Per non parlare poi dei furgoni o furgoncini - spesso con targa straniera - piazzati in doppia fila con tutta la mercanzia all'interno, che creano inevitabilmente un vero e proprio imbuto e levano parcheggi a chi deve invece recarsi all'ospedale per necessità. Tanto le multe notificate tramite consolato non vengono nemmeno pagate e così questi fanno come gli pare! Tante sono le denunce arrivate alla Commissione capitolina alla Sicurezza. Il problema nomadi è stato gestito con delle grosse carenze con costi stratosferici, addirittura raddoppiati rispetto alle passate amministrazioni. Non comprate quegli oggetti, solo così possiamo fare un primo passo per fermare questo fenomeno! Se ne parla dal 2012 ed é stato cavallo di battaglia bi-partisan dell'ultima campagna elettorale. Perché il caso torni sotto i riflettori dobbiamo aspettare le politiche del 2018?

Amedeo Leone


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Le medaglie agli avvocati

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOSabato 13 dicembre Aula avvocati del Palazzaccio: cerimonia del Consiglio dell'Ordine per il conferimento delle medaglie d'anzianità agli Avvocati titolari di cinquanta sessanta e perfino settanta anni di iscrizione. Ero seduto con molti altri Colleghi in platea: io la medaglia dei cinquant'anni l'ho presa tre anni fa e la esibisco in una vetrinetta dorata stile impero. L'aula, quella degli avvocati, era purtroppo insufficiente a contenere il folto pubblico forse 600/700 persone. Non era evidentemente disponibile l'Aula Magna della Suprema Corte dove in altri anni si è svolta la stessa cerimonia Ma non è su questo che voglio intrattenere i miei pochi lettori. L'aula era insufficiente ma non mi è apparsa sorda e grigia; anzi gli interventi di giovani e meno giovani Colleghi mi hanno suggerito qualche considerazione sulla condizione dell'avvocatura e sul suo ruolo civile. Un autorevole collega, chiamato al microfono, ha lamentato la sorte degli avvocati per il gran numero di iscritti e l'esiguità dei redditi professionali. Forse nella speranza di ottenere la solidarietà dell'uditorio nel quale figuravano autorevoli esponenti della società civile. Forse anche, chi sa, nella prospettiva delle prossime elezioni del Consiglio. Molti, è stato detto, si cancellano dagli Albi; molti, è stato detto, hanno un reddito che si aggira sui 10.000 euro l'anno. Sono informazioni ricorrenti. Proprio oggi 21 dicembre, mentre approfitto della domenica per buttare giù questo intervento, il Messaggero di Roma pubblica un articolo di Valeria Arnaldi sulla crisi dell'avvocatura. Questo il titolo: "Professionisti e crisi, tra i nuovi poveri avvocati e ingegneri Sono 20.000.000 gli avvocati che nel 2012 hanno fatturato zero e che quindi risultano del tutto improduttivi". Qualche migliaio di avvocati si sono cancellati dall'Albo; qualcuno per tirare avanti...canta ai matrimoni !!!; qualche altro, pare, si è improvvisato spogliarellista!!!. E' quanto si legge, accanto all'intervista della Arnaldi, sul quotidiano romano. L'argomento non è nuovo, a parte la assoluta inopportunità di farne oggetto di un intervento nella manifestazione del 13 dicembre alla presenza di autorevoli rappresentanti delle istituzioni e di un pubblico eterogeneo. In quella e in altre occasioni si trattava invece di celebrare i meriti dell'avvocatura e il suo immenso potere istituzionale che la Costituzione ci assegna e che nessuna altra professione possiede. La verità è un'altra: gli avvocati in Italia non sono troppi ma forse pochi per combattere le ingiustizie e gli abusi della corruzione e del potere violento dei partiti. Il problema è invece: per un verso la totale sfiducia dei cittadini nella giustizia in ragione dei tempi e dei costi del servizio giudiziario che aumentano quotidianamente col gioco del contributo unificato senza migliorare in nulla le strutture e il servizio, di qui la frattura insanabile tra il cittadino e la giustizia; per altro verso la assoluta incapacità degli organismi forensi, sia istituzionali che di rappresentanza sindacale, di far valere il diritto dei cittadini a una giustizia rapida, efficace e soprattutto.... giusta. Lo spettacolo di un servizio giudiziario che ha tempi biblici, che per di più è appesantito e oppresso da innumerevoli ostacoli normativi di eredità bizantina e lontanissimi dalle esigenze del mondo contemporaneo (prescrizioni, decadenze, inammissibilità, improcedibilità) non può che scoraggiare gli utenti compromettendo irreparabilmente la domanda di patrocinio. Ma alle scelte normative gli avvocati assistono inerti, basti ricordare, a mo' d'esempio, la riforma del diritto fallimentare che ha consentito a innumerevoli imprenditori disonesti di sottrarsi all'adempimento delle proprie obbligazioni facendosi beffa dei malcapitati creditori. Tutto in nome della economia dei consumi ma in realtà per favorire scelte non occasionali quali la impunità e l'illecito. Gli avvocati tacciono; non hanno dunque di che lamentarsi se il patrocinio non è più richiesto. Prendano piuttosto esempio dai magistrati che, con una pagina pubblicitaria dell'Ansa su diversi giornali, hanno invitato cittadini a "aprire gli occhi"Ha detto Sabelli dell'Anm: "120.000 processi vanno in fumo, 60 miliardi di euro è il costo della corruzione; 9.000 cancellieri mancano negli uffici giudiziari se si vogliono celebrare i processi occorre il personale". Questo vale per il penale ma anche per il civile segnatamente in materia commerciale e societaria come appare evidente dalla sommarietà dei procedimenti. E allora perché noi avvocati restiamo assenti da queste drammatiche e fondatissime analisi della realtà legislativa e giudiziaria del nostro Paese?

Giorgio della Valle

Avvocato del Foro di Roma


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Una cartolina per...la giustizia

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOSospensione dei Termini Feriali

"In un momento in cui si chiede a gran parte della pubblica amministrazione un salto, credo che la magistratura, che ha una sicura peculiarità rispetto al resto della PA, possa dare una disponibilità a questo tipo di ragionamento, magari anche correggendo il metodo seguito e ripristinando anche un confronto. Mi sembrerebbe sbagliato, tanto perché è stata fatta una proposta di riforma che è un po più ampia rispetto a questo semplice punto, quanto per la magistratura che ritengo non si muova solo per questo, concentrare la discussione solo su questo aspetto". Questa la chiosa finale al programma di Canale 5 La Telefonata del Ministro Orlando sul tema caldo della riforma della giustizia, che ha creato fibrillazione tra i magistrati soprattutto per la proposta di modificare la sospensione feriale da 45 a 30 giorni. Ora è vero che la pubblica amministrazione va riformata, che i tempi della giustizia italiana sono per così dire biblici (i.e di norma un processo civile nel nostro paese dura circa il 30% di tempo in più rispetto agli altri paesi europei) ma é anche vero che molti magistrati sono in vacanza per modo di dire; utilizzano infatti le ferie per scrivere le sentenze in arretrato. Forse il metodo va corretto, ma il sovraffollamento delle carceri così come le tempistiche processuali del nostro Bel Paese sono peculiarità che non possono essere cambiate con la politica delle slides. Prima si trovino strumenti per la riforma, per snellire le code in tribunale per far sì che il PCT (i.e. Processo Civile Telematico) sia il vero punto di partenza per la digitalizzazione ed informatizzazione della classe forense e della Magistrature e per ottimizzare le tempistiche processuali. Se le carceri sono sovraffollate lo stesso lo sono i Tribunali per mancanza di infrastrutture adeguate e di strumenti che permettano un decorso, per così dire, fluido delle pratiche civili e penali. Non gettiamo la croce sui Magistrati, che comunque sono solo l'ultimo prodotto di un sistema che, aihmé, non funziona e va oliato. Gettiamo la croce sull'immobilismo e sulla scarsa tempestività della classe politica italiana che vuole fare le riforme ma manca degli strumenti per farlo. Non guardiamo sempre al prodotto finale, ma analizziamo l'equazione che porta a questo risultato! I tagli e le modifiche servono, ma d'altro canto viviamo nel paradosso in un Paese in cui per avere un giusto processo ci vanno due legislature! Per mancanza di strumenti ed infrastrutture adeguate...

Amedeo Leone


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La fatturazione elettronica

altavv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOCon l'avvio del sistema della fatturazione elettronica, la nostra Pubblica Amministrazione compie un altro decisivo passo verso la modernizzazione e la digitalizzazione. Il sistema normativo che regola il funzionamento di questo complesso operativo radica in previsioni che videro la luce ben prima del 2007. Adesso, comunque, ci siamo: anche se solo parzialmente, il sistema della fatturazione elettronica è entrato finalmente in vigore dal 6 giugno 2014. Da tale data, il recapito alle Pubbliche Amministrazioni dei documenti di pagamento (cioè, le fatture ma anche note, conti, parcelle e simili) deve essere effettuata esclusivamente in forma elettronica, con l'osservanza delle prescrizioni contenute nel Codice dell'Amministrazione Digitale. In realtà, per la totale applicazione del nuovo sistema, è prevista una road map graduale, il cui iniziale itinerario è già stato percorso ma che necessita di un cammino assai lungo. Per adesso, dal 6 giugno 2014 è entrato in vigore l'obbligo di trasmettere telematicamente la fatturazione elettronica da parte dei fornitori dei soli ministeri, delle agenzie fiscali e degli enti nazionali di previdenza e assistenza sociale. Nei confronti di tutte le altre amministrazioni (regioni, provincie, comuni, enti, ecc.), è stata fissata una moratoria per ancora un anno: per quest'altri, l'obbligo scatterà dal 6 giugno 2015. Tuttavia, sono stati fissati i termini. Dalle due predette date, alle amministrazioni rispettivamente interessate non è più consentito accettare fatture che non siano in formato digitali e trasmesse in forma elettronica, per il tramite del complesso "sistema di interscambio", appositamente predisposto per veicolare i flussi documentari tanto alle gestioni destinatarie, quanto alla Ragioneria dello Stato. La normativa entrata in vigore ha, tuttavia, anche previsto un un ragionevole periodo transitorio, per consentire che venissero accettate le fatture cartacee emesse prima delle data di entrata in vigore della nuova disciplina ma ancora non ancora recapitate. La fatturazione elettronica è certamente - lo si è accennato - un momento di notevole progresso per la nostra Amministrazione nazionale ma non solo: essa costituisce anche un valido strumento di armonizzazione delle distinte modalità di fatturazione in vigore in Europa. Questo spiega perché le fondamenta della fatturazione elettronica furono diramate dal Consiglio d'Europa con la Direttiva 2001/115/CE, allo scopo di semplificare, modernizzare e armonizzare le diverse modalità di fatturazione previste nei singoli Stati membri, con l'ambizioso obiettivo di sostituire i circa quindici modelli di fattura circolanti all'interno della CEE con un moderno modello unificato del documento fiscale. A tale fine, l'Europa aveva disposto che gli Stati membri recepissero tale direttiva entro il gennaio 2004, conformandosi alle nuove regole di fatturazione, in modo da facilitare i riscontri contabili fra i soggetti passivi IVA nei diversi Paesi comunitari. Tale termine si è, tuttavia, manifestato del tutto inadeguato: la riprova di ciò è data dal fatto che il primo Paese europeo a conformarsi alla Direttiva - nel 2005 e, peraltro, con notevole "elasticità"- è stata la Danimarca, nazione che notoriamente non ha ancora adottato l'euro come valuta nazionale. Adesso, anche l'Italia è riuscita a mettersi al passo. Basterà tutto ciò per tenere sotto controllo i disastrati conti del nostro bel Paese ed a normalizzare i flussi dei pagamenti erariali, da sempre afflitti da endemici e riprovevoli ritardi? Non è detto ma speriamo di si. Comunque, perché il sistema esprima il meglio di sé, sarà necessario che firma digitale, conservazione sostitutiva, archiviazione digitale cessino di costituire miraggi attuativi ed inizino a diffondersi con estensione esponenziale, tra tutti gli operatori ma a cominciare dalle Pubbliche Amministrazioni.

Alessandro Graziani*

Avvocato del Foro di Roma


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Trust e tutela del patrimonio familiare

L'istituto del trust non è direttamente disciplinato dalla legge italiana ma può essere dalla stessa riconosciuto, in presenza di certe condizioni, avendo l'Italia sottoscritto la Convenzione de L'Aja, del 1° luglio 1985, ratificata con la legge 16 ottobre 1989, n. 364, entrata in vigore il 1° gennaio 1992. La legge Finanziaria per l'anno 2007, ha introdotto una specifica disciplina in materia di trattamento tributario del trust ai fini delle imposte dirette. Il trust viene spesso costituito come strumento di pianificazione patrimoniale per imprese e famiglie. Mediante il trust un soggetto (detto settlor o disponente) trasferisce ad un altro soggetto (detto trustee) beni o diritti con l'obbligo di amministrarli nell'interesse del disponente o di altro soggetto (beneficiario) oppure per il perseguimento di uno scopo specifico, sotto l'eventuale vigilanza di un terzo (protector o guardiano), secondo le regole stabilite dal disponente nell'atto istitutivo di trust e dalla legge regolatrice dello stesso (che deve essere necessariamente straniera). L'atto istitutivo di regola prevede che, alla scadenza del trust, i beni conferiti nel trust vengano trasferiti al beneficiario del trust (che può anche essere lo stesso disponente). E' ipotizzabile che il trust nasca anche mediante una dichiarazione unilaterale del disponente, che si dichiara anche trustee di beni o diritti nell'interesse del beneficiario o per il perseguimento di uno scopo (in questo caso il trust viene detto auto-dichiarato). I trust possono essere istituiti per diverse finalità: liberali - caritatevoli, commerciali, finanziarie, successorie. La giurisprudenza si è pronunziata più volte in materia di trust nel corso degli ultimi anni arrivando a sancire la non esclusiva tipicità degli atti trascrivibili e, quindi, la trascrivibilità del trust in forza della legge nazionale di ratifica e l'ampia possibilità per i privati di derogare l'art. 2740 c.c., con il conseguente effetto segregativo che viene a prodursi sui beni costituiti in trust. La trascrivibilità (senza riserve) di atti di trust recanti trasferimenti di beni immobili dal disponente al trustee è ormai pacificamente affermata dalla giurisprudenza di merito in quanto "proprietà qualificata" trascrivibile ai sensi della legge di ratifica della Convenzione, e in particolare dall'articolo 12. La trascrivibilità del trust rappresenta elemento essenziale ai fini della decisione del soggetto disponente di servirsi dello strumento. Infatti, l'utilità del trust, ove ne fosse preclusa la trascrivibilità, sarebbe nulla, poiché l'effetto segregativo, voluto dalla stessa Convenzione dell'Aja, risulterebbe inopponibile ai terzi. Ai sensi della Convenzione dell'Aja e della legge nazionale di ratifica, qualsiasi vicenda di tipo personale e patrimoniale del disponente non colpirà mai i beni, i quali risulteranno "assicurati" da un vincolo di segregazione. I beni conferiti in trust attraverso l'atto di dotazione entrano nel patrimonio del trustee, costituendo un patrimonio separato, distinto dai restanti beni personali di quest'ultimo ed insensibile alle vicende di questi. La segregazione patrimoniale è l'aspetto fondamentale che caratterizza il trust; essa comporta che i beni in trust rappresentino un patrimonio separato rispetto ai beni del disponente e del trustee e, pertanto, come prima accennato, qualunque vicenda personale e patrimoniale che riguardi tali soggetti non colpisce i beni in trust. I beni in trust, quindi, non possano essere aggrediti dai creditori personali del trustee, del disponente e dei beneficiari ed il loro eventuale fallimento non vedrà mai ricompresa nella massa attiva fallimentare i beni in trust (opera il cosiddetto vincolo di destinazione e di separazione). La Convenzione dell'Aja all'articolo 11 sancisce il riconoscimento del trust costituito in conformità ad una legge specifica. L'articolo 13 attribuisce il potere, allo Stato che dovrebbe provvedere al riconoscimento, di rifiutarlo se gli elementi costitutivi del trust, all'infuori della legge regolatrice richiamata, rimandano ad un diverso ordinamento che non conosca l'istituto. La legge regolatrice del trust deve essere necessariamente straniera, stante la mancanza nell'ordinamento italiano di norme specifiche in materia. Ove l'atto istitutivo del trust contenga disposizioni che siano in contrasto con norme inderogabili o con principi di ordine pubblico previsti dalla legge Italiana, sarà quest'ultima a dover essere applicata. In materia di inquadramento fiscale del trust esistono due orientamenti. Il primo ritiene che si applichi al momento dell'istituzione del trust, l'imposta sulle donazioni in quanto, il trasferimento della proprietà dei beni in trust dal disponente (settlor) al trustee, determinerebbe una diminuzione del patrimonio del primo a vantaggio del secondo, ravvisandosi, pertanto, l'animus donandi del settlor. Il secondo orientamento ritiene che non vi sia l'animus donandi del settlor e che l'imposta ritenuta applicabile sarà quella di registro, in misura fissa, prevista per gli atti a titolo gratuito. La tesi più accreditata, anche in Giurisprudenza, è quella che considera l'atto istitutivo del trust come atto non equiparabile ad un trasferimento a titolo oneroso, perché non vi è corrispettivo, né ad una donazione difettandone la causa, ma ad un atto a titolo gratuito, neutro dal punto di vista fiscale, soggetto ad imposizione indiretta (imposta di registro, ipotecaria e catastale) in misura fissa, attraverso il quale il disponente realizza il proprio intento di arricchire spontaneamente un terzo, facendo affidamento sul trustee e sull'obbligo da costui assunto di adempiere alla direttive impartite dal beneficiante medesimo. Il successivo atto di trasferimento ai beneficiari, atto che realizza il vero risultato economico perseguito dal settlor, sarà soggetto, invece, all'imposta prevista per la transazione propria del negozio a cui corrisponde, da individuarsi caso per caso, ma che normalmente sarà quella di donazione. Infine, per quanto riguarda le imposte ipotecarie e catastali, se dovute, si applicheranno sia in relazione agli atti di trasferimento dal disponente al trustee, in misura fissa, sia in relazione ai successivi atti traslativi effettuati dal trustee in favore dei beneficiari, in misura proporzionale. Ai fini fiscali il Trust si considera residente nel territorio dello Stato al verificarsi di almeno una delle condizioni indicate per la maggior parte del periodo di imposta:

• sede legale nel territorio dello Stato

• sede dell'amministrazione nel territorio dello Stato

• oggetto principale dell'attività svolta nel territorio dello Stato.

L'art. 73 del TUIR (comma 3), prevede due casi di attrazione della residenza del trust in Italia: a) Si considerano residenti nel territorio dello stato, salva prova contraria, i trust e gli istituti aventi analogo contenuto istituiti in Paesi che non consentono lo scambio di informazioni quando almeno uno dei disponenti ed almeno uno dei beneficiari siano fiscalmente residenti nel territorio dello Stato. b) Si considerano, inoltre, residenti nel territorio dello Stato i trust istituiti in uno Stato che non consente lo scambio di informazioni, quando, successivamente alla costituzione, un soggetto residente trasferisca a favore del trust la proprietà di un bene immobile o di diritti reali immobiliari ovvero costituisca a favore del trust dei vincoli di destinazione sugli stessi beni e diritti. In tal caso, è proprio l'ubicazione degli immobili che crea il collegamento territoriale e giustifica la residenza in Italia.

Matteo Santini

Avvocato del Foro di Roma


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