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Avvocatura

La fine dell'unità dell'avvocatura

Repubblica il 17 giugno scorso ha dedicato un paio di pagine alla ormai conclamata crisi del ceto professionale; crisi reddituale e generazionale; correttamente inquadrata nella liquefazione delle classi medie. I dati reddituali riportati, assunti a parametro prevalente riguardano però il periodo 2007/2015. Milano & Finanza del 19/06/15 rilancia la nota querelle tra l'antitrust ed il CNF risalente ai lontani anni della presidenza Amato (... da chi??). Al fondo c'è la rimeditazione sulla natura imprenditoriale o meno della professione di avvocato; apparentemente risolta dall'art. 5, 2° c., lett. e) della Lg 247/12, che resta però un'astratta dichiarazione di principio se non si declina in positivo; se cioè non si definisce nel concreto rapporto tra attività e normazione il "tertinum genus". Temi non nuovi. Ancora prima il Corrierone del 14/06/13 rilevava il rischio incombente di una crisi tra generazioni e sottolineava la gravità di un sistema di formazione inidoneo e l'assenza di qualunque sistema di Welfare. Su Economy del 12/10/11, presentando un libro sul sistema pensionistico, si sottolineava l'oggettiva contrazione dei redditi degli Avvocati per molti al limite della soglia di povertà e la mancanza di qualunque ammortizzatore sociale. Questo il titolo dell'articolo: "Il paradosso dell'Avvocato (proletario)". Le domande retoriche sono: ma questi non erano gli stessi che riempivano nel 2006 paginate di osanna alle lenzuolate di Bersani? Perché oggi questa riviviscenza di interesse? Sono veramente scomparse le presunzioni socio-ideologiche di allora; di fronte alla realtà c'è un leale ripensamento? Purtroppo è carità pelosa!! Non erano però mancate in anni antecedenti le riflessioni più articolate di De Vico (Piccoli... Marsilio 2010); o i ripensamenti di Galgano su Contratto e Impresa o i tentativi di Prandstraller (da ultimo "La Rinascita del Ceto Medio" Angeli 2011). Esiti pratici? Nulla! Splendide le pagine sulla libertà dell'avvocatura, di quel galantuomo e gran giurista di Giorgio Orsoni, ma chi le ha lette? E l'Avvocatura? Tanti i mugugni della base, verrebbe da dire la pletora; che frequenta quotidianamente le aule; velati per molto tempo da comprensibile pudore per il personale disagio economico; irritati (eufemismo) per le condizioni e gli strumenti di lavoro - compresi i Codici e le Novelle. L'associazionismo, che aveva vissuto momenti di gloria, si è spento negli anni chiuso in una improduttiva autoreferenza e peggio a volte aperto allo scodinzolio prono di fronte al Masaniello od al Ministro di turno. A riprova: la crisi di adesioni specie giovanili si è ormai estesa anche alle Camere Penali (cfr Avv. Comi in il Garantista 13/06/15): queste almeno salde nella difesa del ruolo dell'Avvocatura e dei diritti del cittadino nel processo. Il CNF arroccato a difesa della giurisdizione domestica e del concetto di "non impresa" ha comunque portato a casa una legge professionale che pur dal forte profumo d'antan, ha evitato la nefandezza del DL 183/12. Certo la sua composizione non lo ha favorito nel trovare la soluzione ai fenomeni emergenti; nessuno dei suoi membri infatti pare essere un "non formato" a basso reddito, ma con la nuova presidenza "eppur si muove". Dell'OUA desidero non parlare perché le questioni di famiglia si risolvano in casa. Mi limiterò ad indicare nel 2008 l'anno di cesura tra due modi di intenderla ed a richiamarne l'attenzione alla novelle vague del CNF. La Cassa infine sconta la sindrome Equitalia; è l'Ente esattore! Tuttavia è proprio alla Cassa che dobbiamo l'unico tempestivo studio scientifico sulle mutazioni dell'Avvocatura. Mi riferisco allo studio commissionato al Censis nel 1997, ispiratore di un metodo seguito subito in ambito OUA dall'Ufficio Studi e nei contro rapporti di Marco Ubertini. La scelta, carità pelosa dicevamo! La scelta di Repubblica di datare al 2007 il punto di crisi dell'Avvocatura non è condivisibile, perché lega l'origine un complesso fenomeno sociale, ed oggi antropologico; all'inizio dell'ultima grande crisi economica mondiale; mentre questa lo ha solo acclarato e ne ha rivelato in maniera ineludibile l'esistenza. Nel citato Corrierone poi il parametro di riferimento, indicato come un miraggio irraggiungibile resta la casta produttrice di "posizioni di rendita categorie privilegiate, casta di patenti e benestanti". È vero che c'è una questione generazionale, ma la casta di cui si parla, ammesso che sia sempre esistita nella sua versione agiografica, non esiste più almeno dagli anni 80'. E propalare queste baggianate è solo funzionale da un lato alla definitiva frantumazione del ceto e dall'altro a significare la loro incapacità di comprendere. Come scrive De Vico: "i professionisti non hanno mai goduto di buona stampa non sono mai stati troppo simpatici ed anzi a lungo sono stati percepiti, come portatori di una rendita di posizione" (op. cit. pag. 160). E Giuliano Amato: "certo è che il lavoro autonomo non è entrato né nell'anima né nella cultura di sinistra e dei progressisti in genere..." (in editoriale 3/2009 Il Lavoro 2009). La verità è che: "i professionisti... hanno pagato il sistema di relazioni imperniato sulla grande politica, la grande impresa ed il grande sindacato" (Di Vico op. cit. pag. 162). Eppure a ben leggere il citato rapporto Censis del 1997 le tendenze apparivano evidenti. Solo il 16,4% dei giovani iniziavano la professione nello studio legale di famiglia; mentre soltanto il 28,4% dichiarava che l'avvocatura consentiva di realizzare una vocazione; l'11% riteneva di concorrere al corretto funzionamento della giustizia; mentre il 48,9% privilegiava l'autonomia e l'indipendenza. Tra gli elementi negativi il 6,8% riteneva che non consentisse l'accumulo di risparmi personali; l'11,2% che fosse meno redditizia di altre occupazioni e l'8% che avesse perso la sua tradizionale rilevanza sociale. Quanto all'opinione che gli Avvocati avevano di se il 42,6% riteneva di essere un professionista come un altro e solo il 3,9% di essere membro di una comunità professionale selezionata. Alla domanda quale fosse il limite reddituale per abbandonare la professione il 59,4% professava amore eterno "a prescindere", ma un buon 14,1% poneva la propria soglia tra i 15.000 ed i 30.000 euro. Quanto alle cause del sovradimensionamento degli Avvocati solo il 5,5% riteneva che vi fosse un incremento delle aspettative di mercato; mentre il 47,9% riteneva la professione come una scelta residuale in mancanza di meglio. Si potrebbe proseguire, ma già così ce n'è abbastanza. Un rapido sguardo agli studi sulle classi sociali di Sylos e Labini, mostra come negli studi del 1960 non venisse dato alcun rilievo all'esistenza delle classi medie in conformità all'impostazione classista dell'autore; mentre nel testo degli anni 80' si dava atto di questa ormai ineludibile componente sociale. Sotto altro profilo gli studi di Sergio Cotta (La sfida tecnologica - Mulino 1968) indicava con chiarezza come il mercatismo moderno fondato sulla globalizzazione e gli standard portasse alla costruzione di una società bipolare. Già quindi ben prima del 2007 era ipotizzabile con sufficiente precisione la situazione attuale le cui cause non sono riconducibili ad una casta che ha resistito alla concorrenza, né a crisi economiche recenti, ma alle "correnti di quota" rappresentate, anche nel mondo post ideologico, dal permanere di analisi classiste o iperliberiste e da fenomeni socio economici certamente non condizionabili dal nostro modello di avvocatura. Non ultimo il processo di integrazione europea che assume il servizio giustizia in termini efficientistico-economici funzionali alle imprese e ridisegna l'avvocatura sui modelli anglosassoni accentuatamente privatistici, mentre il modello italiano ha in se l'irrisolto contrasto tra funzione pubblica e attività privata. State sereni! A chiudere il cerchio ed a predisporre la zattera di salvataggio (... è quella della Medusa però) ci pensa la Camusso (da il Garantista 14/04/15): "Quella di oggi è una giornata storica per la CGIL: quella dell'apertura della configurazione al mondo degli autonomi: partite iva, collaboratori e professionisti"; "Già da qualche anno la prima confederazione italiana ha cambiato approccio sul lavoro autonomo"; "Se un tempo era da abolire tutto quello che era fuori dal perimetro del contratto nazione di lavoro, adesso proprio le principali confederazioni inseriscono nelle intese di categoria enti bilaterali per gli autonomi". In quest'ottica sta nascendo lo Statuto dei lavoratori alternativo, al quale si sta lavorando... Ora è tutto chiaro! Grazie all'ospitalità del Direttore nel prossimo numero esporremo come tutto quanto accaduto fosse stato previsto; e come il cronicizzarsi della crisi abbia non solo spezzato l'unità dell'avvocatura sotto il profilo economico ma ne abbia anche modificato la coscienza di se ed addirittura modificato l'antropologia.

Avvocato del Foro di Roma

Roberto Zazza

Dirigente UIF


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Elezioni forensi: molto rumore per nulla


Il 2015 volge al termine ed il rompicapo delle elezioni per il rinnovo degli ordini non ha trovato ancora una soluzione. Come è noto, allo scadere del 2012 finalmente fu varata la tanto attesa legge di riforma dell'Ordinamento forense, dato che l'ultimo intervento in materia risaliva al lontano 1933. Frutto della collaborazione tra il CNF e l'OUA, la L. 247/12 ha introdotto, tra l'altro, le nuove norme per il rinnovo dei Consigli dell'Ordine, demandando poi ad apposito regolamento ministeriale la disciplina delle modalità. Si arriva così a novembre 2014, quando, con Decreto del Ministero della Giustizia n. 170/14, viene approvato il "Regolamento sulle modalità di elezione dei componenti dei consigli degli ordini circondariali forensi″, laddove all'art. 28, co. 3, viene previsto che <Ciascun elettore può esprimere un numero di voti non superiore ai due terzi dei consiglieri da eleggere, arrotondati per difetto. La strada per le nuove elezioni, quindi, sembrava tutta in discesa. Niente di più errato, perché da quel momento inizia il caos. Elezioni che si svolgono e vengono annullate; elezioni che vengono rimandate sine die; impugnazioni varie e pronunce giudiziarie che si susseguono>. Il tutto caratterizzato da un unico fil rouge: la contestazione di un Regolamento che permette il voto di una intera lista anche quando i relativi componenti siano di numero pari a tutti gli eleggibili. Da evidenziare, che già la Commissione di Giustizia del Senato aveva espresso delle riserve allorquando si trattò di dare un parere sull'emanando Regolamento, avendo segnalato l'opportunità di prevedere una modalità di votazione che garantisca non solo la tutela tendenzialmente paritaria dei generi, ma anche la garanzia delle minoranze, intese quali espressioni delle liste che non conseguono la vittoria elettorale. Principio non rispettato dalle nuove norme, così come sancito anche dalla Giustizia Amministrativa. Sono ben tre le pronunce del TAR del Lazio (n. 8332/2015, 8333/2015, 8334/2015) che accertano l'illegittimità degli artt. 7 e 9 del regolamento ministeriale de quo sotto tre profili. Le nuove regole, infatti, consentono all'elettore di esprimere un numero di preferenze pari al numero degli eligendi; consentono la presentazione di liste con un numero di candidati pari a quello dei consiglieri da eleggere; prevedono che le schede elettorali contengono un numero di righe pari al numero degli eligendi. A ciò si aggiunga che anche l'art. 14, co. 7, del Regolamento (Quando nell'ambito della graduatoria cosi' formatasi non risulta rispettata la quota di un terzo per il genere meno rappresentato, si forma una seconda graduatoria che, tenendo conto dei voti riportati da ciascun candidato consenta la composizione del consiglio nel rispetto della quota di un terzo di cui all'articolo 28 della legge. Tale seconda graduatoria viene formata sostituendo i candidati del genere piu' rappresentato eccedenti la quota dei due terzi e meno votati con i candidati del genere meno rappresentato che hanno conseguito il maggior numero di voti, sino al raggiungimento del terzo residuo. Non si fa luogo ad alcuna sostituzione nell'ipotesi in cui i candidati, risultanti ai primi posti utili per l'elezione, appartengono ad entrambi i generi nel rispetto della quota di almeno un terzo di quello meno rappresentato) sarebbe illegittimo perché, prevedendo un intervento correttivo a valle del procedimento elettorale, si pone in contrasto con i principi costituzionali in materia di tutela di genere. Ma a fronte delle pronunce del Tar del Lazio e delle numerose richieste di chiarimenti da parte degli operatori del diritto e delle numerose associazioni forensi, il Ministero della Giustizia ed il Consiglio Nazionale Forense si fanno notare per il loro silenzio. Allo stato, infatti, non si hanno notizie di provvedimenti che colmino il vuoto che si è venuto a creare e che aiutino a superare l'empasse, permettendo lo svolgimento di regolari elezioni per il rinnovo degli ordini, scevre da ogni polemica. Ci si augura che con l'approssimarsi della fine dell'anno qualcosa cambi e che l'anno nuovo porti la giusta serenità.

Valeria Noccioli

Avvocato del Foro di Roma


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L'illegalità diffusa

Vaprio D'Adda: un pensionato si sveglia, trova i ladri in casa, prende la pistola sul comodino e spara, uccidendo il malvivente. Indagato per omicidio volontario.

Catania: la Corte d'Assise condanna un pensionato di 71 anni a 17 anni di carcere ed al risarcimento del danno. Motivo: ha ucciso con quattro colpi di pistola un uomo che si era introdotto di notte nel podere della sua casa di campagna.

Milano: Tabaccaio uccide rapinatore: condannato a un anno e otto mesi per omicidio colposo.

Arzago d'Adda: imprenditore spara e uccide con un fucile da caccia regolarmente detenuto un albanese che con altri complici stava cercando di rubargli la Mercedes. La Corte di Cassazione conferma la sentenza della Corte di Appello di Brescia di condanna a due anni ed otto mesi per eccesso colposo di legittima difesa. Dovrà andare in carcere e risarcire la famiglia del ladro.

Ponte di Nano: benzinaio spara per salvare la commessa di una gioielleria che sta subendo una rapina. Indagato per eccesso colposo.

Basta scorrere le pagine dei giornali o internet per trovare centinaia di casi similari, che giudizialmente andranno valutati caso per caso e nei quali sicuramente vi saranno (o vi saranno state) condanne nei confronti di vittime di furti o rapine che sono persone violente, cui l'evento ha stimolato tale istinto.

Il problema non è giudiziario, in quanto i magistrati applicano la legge, anche se non può essere sottaciuto che, in simili vicende, è fondamentale l'interpretazione della legge e della ricostruzione del fatto che viene data dall'uomo / giudice, intellettualmente condizionata dalla sua opinione su come ci si debba comportare in situazioni analoghe.

L'esperienza giudiziaria insegna che il garantismo riferito ai diritti del bandito ucciso è molte volte superiore a quella che socialmente è la vera vittima della vicenda, chi si è trovato involontariamente di fronte ad un evento che lo ha indotto a sparare.

Allora parlare di politica giudiziaria da rivedere non significa voler far superare alla magistratura il muro divisorio della separazione dei poteri, ma chiederle di prendere atto che il suo ruolo di supplenza all'inefficienza del Parlamento non può essere limitato alle grandi inchieste quali Mafia Capitale, atteso che la vita delle persone per bene è condizionata irrimediabilmente da simili episodi.

La massa di coloro che sono chiamati a giudicare, nella camera di consiglio di un tribunale, quale dovrebbe essere il comportamento di un essere umano di fronte ad un tentativo di rapina, ha una fortuna personale: non essere stato vittima di eventi similari. La massa dei giudici, quindi, può solo teorizzare, sulla base della propria sensibilità umana e dei propri studi anche in materia psicologica, quello che dovrebbe essere il comportamento della vittima che reagisce. E lo fa non nell'immediatezza dell'evento, ma molto tempo dopo.

E' facile giudicare se un fallo è avvenuto fuori dell'area o sulla linea riguardando l'azione alla moviola che propone le immagini riprese da diverse angolazioni. Sfido chiunque a non sbagliare se si trovasse sul campo al posto dell'arbitro. Gli arbitri, anche di serie A, sbagliano, malgrado si allenino tutti i giorni, perché sono persone umane che devono assumere decisioni in velocità.

Orbene, se sbagliano dei professionisti in situazioni alle quali sono abituate, come deve essere valutato il comportamento di un essere umano il quale, improvvisamente, magari in piena notte mentre si trova a letto nella propria casa, si trova aggredito?

Lo Stato, attraverso la legge penale, esercita la propria pretesa punitiva con riferimento a comportamenti dei singoli ritenuti disdicevoli perché rendono difficile la convivenza tra i singoli cittadini e, quale corrispettivo di tale pretesa, ha l'onere di assicurare alcuni servizi essenziali, ivi inclusa la sicurezza ed il rispetto della legge.

Se si escludono pochi violenti, può dirsi che la maggioranza degli Italiani non ha alcuna voglia di sparare ai ladri in casa propria, o nel giardino del proprio villino, o di inseguire armato chi lo sta derubando.

Ove ciò avvenga è perché lo stato non è riuscito a garantirgli quel minimo di sicurezza che ogni soggetto ha la pretesa di attendersi da uno stato, democratico o dittatoriale, cioè la sicurezza della propria abitazione, del proprio negozio o ufficio e delle strade.

E' palese che il difendersi da chi entra abusivamente nella propria abitazione non è un comportamento percepito dalla massa dei cittadini come lesivo della convivenza civile e tale percezione che sia giusto reagire, anche con le armi, aumenta allorché lo stato si mostra, all'esterno, incapace di svolgere il suo ruolo.

Orbene, un uomo che si trova costretto a sparare o che, a causa di un'aggressione ingiusta, non ha la freddezza di fermare il dito sul grilletto allorché impugna un'arma che ha comprato solo per paura e che non in realtà ben usare, subirà dall'evento  una punizione solo per dover ricordare quel giorno e vivere nella paura che si ripeta. E' giusto costringerlo a pagare un avvocato perché lo difenda da quello stesso stato che, in luogo di difenderlo, lo mette sotto processo e, forse, lo condannerà?

Una cosa è certa, egli sommerà allo shock dell'aggressione domestica anche quello dello stato che lo processa.

Il tutto in un clima d'illegalità diffusa che induce il cittadino a pensare che l'unica scelta che ha per sopravvivere è l'autodifesa.

L'illegalità diffusa si respira non solo pensando alla sicurezza nelle abitazioni o nelle strade o a macro fenomeni, quali <Mafia capitale>, camminando per le strade comunali, specie da Roma in giù.

Automobili parcheggiate sistematicamente in divieto di parcheggio, su strisce pedonali o davanti ai cassonetti, con i VV.UU. che intervengono solo se specificamente chiamati, fanno comprendere al cittadino che in città la legge non c'è, tutto è possibile, è la prepotenza a governare.

Allora, la domanda politica è: può lo stato inerme essere duro solo con le persone oneste che, forse, sbagliano quando reagiscono ad un'aggressione criminale?

Romolo Reboa 

* Avvocato del Foro di Roma


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Circolare ministeriale per il C.U. nell'opposizione a decreto ingiuntivo

Il Dipartimento per gli Affari di Giustizia del Ministero della Giustizia ha pubblicato una nota "Giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo - Riscossione del contributo unificato in presenza di domanda riconvenzionale" al fine di dirimere dubbi interpretativi che erano stati segnalati. In particolare la Circolare ha il merito di fare chiarezza su un punto cruciale ossia il rimanente 50% del contributo unificato non pagato con il deposito del ricorso monitorio compete alla parte che per prima si costituisce in sede di opposizione a decreto ingiuntivo (ex art 14 comma 3 T.U. Spese Giustizia) e rimane sempre e comunque pari al 50%, mentre per la riconvenzionale si dovrà fare riferimento all'eventuale maggior valore di questa - non sommato al valore del decreto ingiuntivo.

Si legge nella Circolare che "la parte opponente sarà tenuta al versamento del contributo unificato di importo:

a) corrispondente a quello dovuto per la proposizione del giudizio di opposizione nella misura ridotta risultante dall'applicazione dell'art. 13 D.P.R. 115/2002 nel caso in cui la proposizione della domanda riconvenzionale non abbia comportato un aumento di valore della causa rilevante ai fini della determinazione del contributo unificato", vale a dire che pur in presenza di riconvenzionale nulla di più (rispetto al 50% mancante alla procedura monitoria) sarà dovuto se il valore della riconvenzionale rientri - ai fini del pagamento del contriburto unificato - nello scaglione del ricorso monitorio. " ... al fine di determinare il valore della causa rilevante per la quantificazione del contributo unificato", viene, infatti specificato nella Circolare non vi è "... alcuna possibilità di sommare tra di loro i due valori", vale a dire il valore del ricorso monitorio e quello della riconvenzionale.

La Circolare continua con il secondo caso, vale a dire il pagamento di un contributo unificato:

"b) corrispondente a quello dovuto per la proposizione della domanda riconvenzionale nel caso in cui la proposizione di questa abbia comportato tale aumento di valore. In questo caso il pagamento del contributo unificato è da imputarsi in parte alla proposizione dell'opposizione a decreto ingiuntivo fino a concorrenza dell'importo a tale titolo dovuto ex art. 13 comma 3 cit, in parte alla proposizione della domanda riconvenzionale (a titolo di pagamento integrativo art 14 comma 3 prima parte".

Al fine di determinare il valore della causa rilevante per la quantificazione del contributo unificato deve farsi riferimento a quella maggiore tra l'importo liquidato in sede monitoria e quello richiesto in via riconvenzionale nella opposizione a decreto ingiuntivo senza alcuna possibilità di sommare tra di loro i due valori.


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Giustizia: si del Consiglio dei Ministri a dlgs su depenalizzazioni e sanzioni pecuniarie per reati che non prevedono il carcere

Il Consiglio dei Ministri, il 13 novembre u.s., ha approvato due schemi di decreto legislativo che riguardano norme in materia di depenalizzazione e norme che abrogano reati e introducono illeciti con sanzioni pecuniarie civili. Si tratta di provvedimenti sostenuti a gran voce da magistratura e avvocatura e che rispondono agli obiettivi di:avere innanzitutto sanzioni più rapide, incisive ed efficaci, producendo quindi entrate che vengono effettivamente incassate dallo Stato e risparmi per i costi dei tanti procedimenti;decongestionare la giustizia penale da migliaia e migliaia di procedure lunghe, spesso inutili e costose;assicurare una più efficace repressione dei reati socialmente più gravi.

Disposizioni in materia di depenalizzazione (decreto legislativo – esame preliminare)

L'obiettivo della riforma – in attuazione della legge delega approvata dal Parlamento ad aprile 2014 - è quello di trasformare alcuni reati di assai lieve entità (nessuno dei quali prevedeva il carcere) in illeciti amministrativi sia per rendere più effettiva ed incisiva la sanzione, assicurando al contempo una più efficace repressione dei reati più gravi, sia anche per deflazionare il sistema processuale penale.

Si ritiene infatti che rispetto a tali illeciti abbia più forza di prevenzione una punizione certa in tempi rapidi che la minaccia di un processo penale lungo e costoso che per il particolare carattere dell'illecito e per i tempi stessi che scandiscono il procedimento penale rischia di causare una mancata sanzione.

Lo schema del decreto riprende le proposte della commissione ministeriale (costituita con D.M. 27 maggio 2014) presieduta dal professor Francesco Palazzo, ordinario di diritto penale a Firenze, e si articola in interventi sia sul codice penale che sulle leggi speciali.

Il criterio generale seguito è quello di depenalizzare i reati per i quali è prevista la sola pena della multa o dell'ammenda previsti al di fuori del codice penale e una serie di reati presenti invece nel codice penale.

Restano naturalmente dentro il sistema penale, e quindi esclusi dal provvedimento, un decalogo di reati che pur prevedendo la sola pena della multa o dell'ammenda tutelano interessi importanti. Sono i reati in materia di: 1) edilizia e urbanistica; 2) ambiente, territorio e paesaggio; 3) alimenti e bevande; 4) salute e sicurezza nei luoghi di lavoro; 5) sicurezza pubblica; 6) giochi d'azzardo e scommesse; 7) armi ed esplosivi; 8) elezioni; 9) finanziamento ai partiti; 10) proprietà intellettuale e industriale. 

Si segnala in particolare, per i suoi benefici effetti sui tempi della giustizia penale, la riforma del reato di omesso versamento delle somme trattenute dal datore di lavoro come contribuiti previdenziali e assistenziali e a titolo di sostituto di imposta, ove l'importo non superi euro 10 mila annui, ciò consentirà di deflazionare migliaia e migliaia di procedimenti penali che intasano le aule dei tribunali. Il datore di lavoro non sarà punito nemmeno sul piano amministrativo nel caso provveda al versamento delle ritenute entro tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell'avvenuto accertamento della violazione.

Le cornici edittali delle nuove sanzioni amministrative saranno cosi determinate: sanzione amministrativa da 5.000 a 15.000 euro per le contravvenzioni punite con l'arresto fino a sei mesi, da 5.000 a 30.000 euro per le contravvenzioni punite con l'arresto fino a un anno, da 10.000 a 50.000 per i delitti e le contravvenzioni puniti con un pena detentiva superiore ad un anno.

Disposizioni in materia di abrogazione di reati e introduzione di illeciti con sanzioni pecuniarie civili (decreto legislativo – esame preliminare)

L'obiettivo della riforma è quello di costruire una sanzione più efficace ed effettiva nei confronti di illeciti di più scarsa offensività, ma che comunque meritano una risposta adeguata da parte dello Stato.

Sostituire la sanzione penale con la sanzione pecuniaria civile, associata al risarcimento del danno alla parte offesa, non solo determinerà più certezza nel colpire il responsabile dell'illecito, ma libererà le procure da affari di scarsa rilevanza che troppo spesso non trovano sanzione a causa dell'ingolfamento degli affari in ambito penale.

Si ritiene che la certezza di una sanzione pecuniaria civile di carattere economico e del risarcimento del danno abbia più forza di prevenzione e di tutela della persona offesa riguardo a tali illeciti rispetto ad un eventuale, ma molto spesso non effettivo, processo penale.

La persona offesa potrà così ricorrere al giudice civile per il risanamento del danno. Il magistrato, accordato l'indennizzo, per alcuni illeciti stabilirà anche una sanzione pecuniaria che sarà incassata dall'erario dello Stato.

Il catalogo degli illeciti civili comprende l'ingiuria, il furto del bene da parte di chi ne è comproprietario e quindi in danno degli altri comproprietari, l'appropriazione di cose smarrite: per questo gruppo di illeciti la sanzione va da cento a ottomila euro. Raddoppia invece la sanzione civile per gli illeciti relativi all'uso di scritture private falsificate o la distruzione di scritture private.

Sono stati esclusi alcuni reati di occupazione di beni immobili privati, che presentano una offensività elevata, quali l'usurpazione di immobili, l'invasione di terreni o edifici, la deviazione di acque e modifica dello stato dei luoghi. Si tratta di fattispecie sanzionatorie del passato che tuttavia colpiscono condotte oggi in drammatica espansione, quale l'occupazione abusiva di alloggi o case di villeggiatura.

E' davvero innovativa la previsione di una sanzione pecuniaria civile, che ha natura pubblicistica ed è devoluta allo Stato, e che si aggiunge al risarcimento del danno nei confronti della persona offesa.


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