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Internazionale

Europa unita? Due pesi sue misure

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOCari amici e lettori, soffermo questa volta la mia attenzione su il grande Mostro (e visti gli effetti forse solo quello) che è l'Europa! Da quando ci siamo dentro esiste solo Lei....L'Unione Europea: al mercato, al bar, sui giornali, nel quotidiano ambiente di lavoro, nella pizzeria sotto casa, nelle alte istituzioni, anche nella toilettes di casa propria, e chi più ne ha più ne metta, non dobbiamo mai dimenticarci che siamo una Europa Unita in cui tutto si fa "insieme": Benissimo, se fosse cosi, perché c'è un però! Se Europa Unita vuol dire un solo blocco unito, perché questo si traduce solo nell'Unione di Banche e di interessi economici? Unico dovrebbe essere ad esempio il sistema sanitario, o il sistema d'istruzione, di funzionamento di scuole, Università e, guardando da vicino il mondo forense, anche l'esercizio della professione forense di avvocato. Entrare nel Palais de Justice di Parigi dalla "porta principale", esibendo il proprio tesserino da Avvocato del foro di Roma dovrebbe essere normale e scontato ma non lo è. Poi, passato il varco, ci si dice tra sé e è che bello essere in Europa, poi peccato che l'autocompiacimento si ferma al varco "protetto dai Galli": se si vuole discutere, scrivere atti da depositare e, insomma, esercitare con il titolo italiano in prima persona non si può, serve ben altro! A domanda si risponde che è molto semplice: o si sceglie di iscriversi nella lista degli avvocati stranieri oppure si fa la cd "equivalenza" del titolo secondo la normativa europea. Bene, direte voi, peccato che non è cosi semplice perché nel primo caso si deve avere un contratto di collaborazione "veritiero" di nome e di fatto con uno studio locale e, nel secondo caso, produrre una discreta mole di documenti, ovviamente tradotti da un perito giurato e, in base al proprio percorso, sostenere gli esami dettati dall'alto, in lingua ovvio. Il tutto con un dispendio di soldi non indifferente. Come direbbe qualcuno, la domanda sorge spontanea: non eravamo nella "Europa Unita"? Si, in teoria si, siamo nella Comunità Europea, in quella unione che, a mio avviso, più che una unione ha, piuttosto, le fattezze di una unica grande bilancia, con due pesi e due misure.

Paola Tullio

Avvocato de Foro di Roma

Addetto Stampa di A.T.R.


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Il cancelliere europeo

Si è svolto Friburgo dal 4 all'8 settembre u.s. il Congresso 2013 dell' E.U.R. (Unione europea dei Funzionari Giudiziari). Alla cerimonia inaugurale è seguito il Convegno sul tema: "Il cancelliere europeo, organo indipendente dell'amministrazione della giustizia in seno ad una giustizia efficace in Europa". Gli intervenuti: LAMMER (presidente dell'Associazione dei Rechtspfleger tedeschi); DESCH (rappresentante per il Ministro federale della Giustizia); SINGER (direttore generale del personale del Ministero della Giustizia del Baden-Wurttemberg); STACEY (presidente della CEPEJ, Commissione per l'Efficienza della Giustizia del Consiglio d'Europa); KAPPL (presidente EUR), hanno confermato l'importanza in genere della struttura amministrativa degli uffici giudiziari e in particolare del lavoro "giurisdizionale" svolto dai "rechtspfleger" sia in Germania che in Austria. Stacey ha, inoltre, sottolineato l'ottima collaborazione tra l'EUR e la CEPEJ, sia in occasione delle sessioni plenarie, sia nei gruppi di lavoro sui tempi della giustizia e sulla qualità della giustizia, nonché nell'elaborazione del Rapporto biennale sui sistemi giudiziari, nel quale un capitolo è dedicato espressamente al personale "non giudice" che opera negli uffici giudiziari. Ha poi comunicato che è in corso di elaborazione un nuovo sistema di valutazione dei sistemi giudiziari, i cui dati verranno trasmessi anche alla Commissione Europea. Al Congresso erano presenti 14 stati membri su 16: Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Francia, Italia, Germania, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia, e i membri associati Giappone e Sud Corea. Per l'Italia presente il Direttore Generale dei Sistemi Informativi Automatizzati Daniela Intravaia che, intervenuta con una relazione sull'e-justice, ha segnalato la difficoltà di trovare standard comuni in materia informatica a livello europeo e ha auspicato che l'E.U.R. possa favorire lo scambio di conoscenze in questa materia tra gli Stati. Ha suggerito, inoltre, l'opportunità di prevedere in ogni ufficio giudiziario un "cancelliere europeo" con una formazione specifica sulla normativa UE, per offrire un valido supporto ai cittadini in questo campo ancora poco conosciuto. Il programma di lavoro proposto dalla Francia per la presidenza dell'E.U.R. per il triennio 2013/2016 è: Proseguire nella promozione del "Libro Verde" per un cancelliere/Rechtspfleger europeo. Formazione dei cancellieri/Rechtspfleger. Formazione iniziale e formazione continua sono i preliminari insostituibili per svolgere le funzioni in modo efficace e riconosciuto. Approfondire i lavori della CEPEJ, sulla valutazione dei sistemi giudiziari, sulla qualità della giustizia e sui tempi della giustizia. Collaborazione con l'Unione europea. L'assemblea generale E.U.R. 2014 sarà organizzata dalla Danimarca e si svolgerà a Odense (città natale di Andersen) dal 10 al 14 settembre, mentre per la realizzazione dell'Assemblea generale 2015 si è già prenotata la Francia (probabilmente si svolgerà a Digione, presso la ENG - Scuola di formazione dei cancellieri).

ALFREDO ROVERE

DIRIGENTE ISPETTORE MINISTERO DELLA GIUSTIZIA


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UE: i diritti diventano difficoltà

Causa di preoccupazione o mera conferma di fondate preoccupazioni? Solo il buon senso fa credere a chi è sempre stato comprensibilmente contrario al mandato d'arresto europeo che la relazione dell'europarlamento sullo stesso mandato sia preoccupante, anzi totalmente allarmante.

Le considerazioni espresse nel testo A6-0049/2006 definiscono una così bassa considerazione per elementi quali la sicurezza nazionale o i diritti fondamentali che solo la bandiera blu stellata fa capire che si parla ancora di Europa, occidente.

Non c'è spazio per i giri di parole nella lunga lista di 'considerando' che precede le raccomandazioni dell'assemblea al Consiglio UE: «considerando la volontà manifesta di vari Stati membri di […] aggiungere motivi supplementari di rifiuto contrari alla decisione quadro 2002/584/GAI (istitutiva del mandato, ndr) quali motivi […] di sicurezza nazionale oppure rispetto dei diritti fondamentali… »; oppure: «considerando le difficoltà di trasposizione riscontrate recentemente da vari Stati membri (in particolare la Germania) e la necessità di rendere i testi costituzionali nazionali conformi alla decisione quadro 2002/584/GAI», per finire con un «considerando che la mancanza di fiducia reciproca tra giudici […] limita l'efficacia della cooperazione giudiziaria».

Ebbene sì, il Parlamento Europeo, secondo solo alla Commissione nella gara per simboleggiare una burocrazia continentaletanto costosa quanto inefficiente, ha deciso di dare lezioni proprio di efficienza ed efficacia agli Stati membri per far funzionare meglio il mandato, iniziando a sacrificare pilastri quali la sicurezza nazionale, le costituzioni ed i diritti fondamentali.

Si conferma così che il rifiuto della consegna di una persona per motivi di sicurezza nazionale non è legittimo, ammettendo implicitamente che il mandato d'arresto europeo potrebbe implicare una minaccia per la sicurezza nazionale e che nonostante ciò esso debba prevalere.

Si conferma che il rispetto dei diritti fondamentali è un motivo di rifiuto illegittimo, ammettendo implicitamente che il mandato d'arresto europeo potrebbe implicare una minaccia per i diritti fondamentali dell'interessato e che nonostante ciò esso debba prevalere.

Si conferma che, per il febbrile europeismo degli europarlamentari, la costruzione di un altro tassello del super Stato europeo ben giustifica l'adeguamento delle storiche e democratiche costituzioni dei Paesi europei alle procedure dell'UE, e non il contrario, come consiglierebbe il senso comune.

Si conferma che in questa Europa unita sulla carta, e soprattutto con la carta delle gazzette ufficiali, nemmeno i giudici si fidano gli uni degli altri.

La precedente relazione della Commissione COM(2005) 63 appare meno retorica, ma non meno biasimevole.

«La consegna di propri cittadini» da parte di uno Stato, un'operazione che implica un palese tradimento di quel dovere di protezione che ogni organizzazione statuale ha nei confronti dei propri cittadini, viene giudicata «una grande innovazione della decisione quadro» che «è ormai divenuta una realtà».

«Il controllo sistematico della doppia incriminazione» è diventato una mera «difficoltà».

Il motivo di rifiuto sulla base del principio «del ne bis in idem […] che permette a certi Stati membri di colmare una lacuna della decisione quadro», o il rifiuto per «violazione dei diritti fondamentali» o «per discriminazione», così come per motivi «di sicurezza nazionale o implicanti un controllo nel merito del caso», «devono essere invocati solo eccezionalmente in seno all'Unione».

Per finire ci si lamenta del fatto che «la decisione quadro non prevede di attribuire valore di domanda di arresto provvisorio a una segnalazione Interpol, contrariamente a quanto avviene per una segnalazione SIS». Dove andremo a finire di questo passo?.

 

Andrea Trunzo

 


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Tareq Aziz: battaglia contro una condanna annunciata

In Italia impegno bipartisan per un processo equo e trasparente. A Bagdad il vice di Saddam alla sbarra.

Il 29 aprile si è aperto a Baghdad il processo a Tareq Aziz, numero due del regime guidato per decenni da Saddam Hussein. Ai tempi della sua consegna alle autorità militari degli Usa, avvenuta il 24 aprile 2003, Tareq Aziz figurava al numero 43 nella lista dei 55 super-ricercati del Pentagono e nel "mazzo di carte" dei latitanti era stato classificato come l'8 di picche. L’ex Vice primo ministro, unico esponente cristiano nella nomenklatura del deposto regime, è accusato di aver fatto condannare a morte una trentina di commercianti incriminati per aver speculato sull'aumento dei prezzi di generi di prima necessità durante il periodo di embargo tra il 1991 ed il 2003.

Per Tareq Aziz la pena capitale è subito apparsa inevitabile, viste le molte analogie col processo a Saddam: ad esempio, presiede il processo il giudice curdo Rauf Rasheed Abdel, lo stesso che pronunciò la condanna per l’ex dittatore.

Ovviamente tutto questo ha provocato una mobilitazione internazionale da parte di politici, premi Nobel e personalità di tutto il mondo che, non solo si schierano contro la pena di morte in generale, ma difendono anche la figura di Aziz, distinguendola da quella di Saddam Hussein.

Rispetto al raìs, infatti, il giornalista iracheno diventato suo vice, s’è sempre distinto come il "volto presentabile" del regime, tanto che nel 1984 venne ricevuto alla Casa Bianca dall’allora presidente Ronald Reagan. Come unico cristiano, inoltre, Tareq Aziz risulta una importantissima figura di riconciliazione religiosa. In passato i suoi rapporti con il Vaticano sono stati buoni, al punto che, a poco più di un mese dall’inizio della guerra in Iraq, nel febbraio del 2003, venne accolto da Giovanni Paolo II, a cui assicurò “l’intenzione del governo iracheno di cooperare con la comunità internazionale, in particolare sul disarmo”.

In questa lotta per il rispetto della Giustizia internazionale e dei diritti umani, l’Italia, anche a seguito della sua straordinaria vittoria della Risoluzione sulla "Moratoria Universale della pena di morte", approvata dall'Assemblea Generale dell'ONU il 18 dicembre 2007, continua a dimostrarsi uno dei Paesi più attivi ed impegnati. Questo perché, di fronte a questi temi, vengono finalmente superate tutte le divisioni ideologiche ed abbandonati gli spiriti settari: centinaia di personalità e di Parlamentari di tutti gli schieramenti politici, hanno sostenuto l'Appello, lanciato dall’esponente radicale Marco Pannella, per la "Moratoria della pena di morte anche per Tareq Aziz".

Nel testo dell’appello si legge che questa iniziativa non è “un ‘mero’ atto umanitario», ma ha «un preciso, concreto e puntuale obiettivo politico: la difesa del diritto e della verità, della legalità e della giustizia in Iraq. Evitare la condanna a morte e l'esecuzione di Tareq Aziz, che rischiano di avvenire senza che vi sia stato un processo degno di questo nome, potrebbe segnare una evidente soluzione di continuità rispetto a metodi e pratiche in voga ai tempi di Saddam”.

Questo appello è stato inizialmente associato ad uno sciopero della fame, su iniziativa del partito Radicale e dell’Associazione “Nessuno tocchi Caino” iniziato il 6 luglio 2008 e terminato il 12 agosto quando, secondo l’ex onorevole Pannella, “gli obiettivi che avevano portato l'urgenza della lotta nonviolenta sono stati in realtà raggiunti. Quando abbiamo resuscitato - ha continuato Pannella - il nome di Tarek Aziz, si trattava di un nome e di una persona sepolta nell'inesistenza, dopo la serie di decenni nei quali come principale collaboratore del dittatore Saddam Hussein rappresentava l'abito perbene di quel regime. Oggi sappiamo innanzitutto che abbiamo esorcizzato la possibilità di una messa a morte rapidissima, via processo lampo con un tribunale speciale di nomina governativa”.

Tuttavia, nonostante gli effetti positivi della mobilitazione internazionale, rimangono ancora molti ostacoli da superare affinché si possa ritenere con sicurezza che Tareq Aziz abbia un giusto processo: finora gli è stata negata ogni garanzia processuale: il suo avvocato iracheno, Badie Arief Izzat, è stato espulso e gli è stato interdetto di soggiornare in Iraq. La sua colpa è quella d’aver denunciato alla stampa internazionale il mancato rispetto dei protocolli internazionali, la corruzione di alcuni funzionari e le menzogne del governo iracheno. Anche la famiglia del legale è stata ugualmente costretta a lasciare il paese per paura di ritorsioni.

Inoltre, nonostante più di 150 avvocati da tutto il mondo abbiano presentato dossiers al Ministero della giustizia iracheno a difesa dell’ex braccio destro di Saddam, è stato impedito a chiunque altro di entrare nel processo. Il portavoce del Tribunale ha giustificato questa situazione, annunciando la volontà di Aziz di difendersi da solo, ma sono in molti, tra cui gli stessi familiari dell’ex vice primo ministro, a dubitare della spontaneità di questa decisione.

Proprio per analizzare questo caso e presentarlo all’attenzione dell’opinione pubblica , si è tenuta il 30 luglio scorso una tavola rotonda dal titolo "Giustizia penale internazionale e caso Tareq Aziz". L’evento, promosso dall’organizzazione "Non c’è pace senza giustizia" e dal Partito radicale, ha visto come relatori studiosi, politici e attivisti di ogni schieramento: i radicali Marco Pannella ed Emma Bonino (in collegamento telefonico); il sindaco di Roma, Gianni Alemanno; l’ex ministro degli interni, Giuliano Amato; Antonio Cassese, già presidente del tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia; Giovanni Conso, presidente della conferenza diplomatica che ha istituito la Corte penale internazionale; i rappresentanti di "Non c’è pace senza giustizia" Gianfranco Dell’Alba e Sergio Stamani; e Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia.

Antonio Cassese nel suo intervento ha sottolineato che “in Iraq non solo la giustizia è quella di vincitori, perché si processano solo i vinti, ma non è nemmeno amministrata in modo equo. È amministrata - aggiunge il docente di diritto internazionale - in un modo infame, che calpesta i diritti della difesa e non dà pubblicità agli atti processuali”.

Tutto ciò risulta ancora più ingiusto se si pensa a casi analoghi come quello dell’ ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic, dell’ ex vicepresidente della Repubblica democratica del Congo, Jean Pierre Bemba, e al presidente in carica della Repubblica del Sudan, Omar Al-Bashir. Tutti e tre sono accusati di crimini di guerra e contro l’umanità (per Al-Bashir e Karadzic anche di genocidio), ma non rischiano la pena di morte perché a giudicarli saranno proprio tribunali internazionali. Secondo Giuliano Amato questa circostanza evidenzia la pressante necessità che “la Corte penale internazionale affermi una giurisdizione internazionale stabile, ordinaria, non speciale e "ad hoc", su particolari crimini”.

Inoltre a prescindere dalle ragioni di equità, ci sono anche ragioni politiche per cui è fondamentale che il processo segua tutte le norme internazionali: “avere una condanna trasparente per Tareq Aziz, preservandolo dalla pena di morte, può essere – ha detto Alemanno - un segnale potente per il Medio Oriente. In questo modo la comunità internazionale può far capire che c’è la volontà di portare l’area fuori da logiche di conflitto assoluto” .

Insomma, la vicenda è ancora aperta e dall’esito dubbio, ma una cosa è certa: riuscire ad evitare la condanna sommaria di Tareq Aziz sarebbe veramente una passo avanti dell’ intera comunità internazionale verso un sistema che garantisca “Giustizia, ma nel rispetto dei diritti umani e della dignità della persona”, come ha chiesto l’arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako, caldeo, come Tareq Aziz.

Sembra che il segreto per vincere questa battaglia sia semplicemente superare divisioni ed antiche contrapposizioni per raggiungere obiettivi comuni.

 

Libera Cavaliere

 

 

  

 


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Il diritto internazionale umanitario

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOL'evoluzione della dottrina

 

Il diritto internazionale umanitario (D.I.U.) dal punto di vista della dottrina si suddivide in “diritto dell’Aja” o “diritto della violenza” e “diritto di Ginevra” o “diritto dell’assistenza”.

Il primo regolamenta la condotta delle ostilità e limita i mezzi per nuocere al nemico, avendo come presupposto centrale la conservazione dello Stato e le sue esigenze di difesa e mediando tra necessità militare ed esigenze di umanità, il secondo ha lo scopo di proteggere e tutelare le vittime (feriti, malati, naufraghi, prigionieri di guerra e popolazione civile) dalla violenza e dalle conseguenze del conflitto armato.

La suddetta classificazione, però, ha perso di significato con i Protocolli aggiuntivi del 1977 che trattano contemporaneamente sia dei mezzi e metodi di combattimento che della tutela delle persone.

Per D.I.U., pertanto, si intende l’insieme delle norme internazionali volte a circoscrivere e a limitare la violenza bellica e a regolare la condotta delle ostilità, avendo come obiettivo la tutela della vita, della dignità e dei beni di individui e gruppi che versano in situazioni di necessità e pericolo. Da un punto di vista storico, il diritto internazionale umanitario, ispira i propri principi, umanità-proporzionalità-distinzione, a documenti che risalgono al XVIII e al XIX sec.

Il principio di umanità fu formulato, dapprima, da Jean-Jacques Rousseau, ne il Contratto sociale, 1792: “La guerra è una relazione […] tra Stato e Stato e gli uomini sono nemici solo accidentalmente […] come soldati […]Lo scopo della guerra essendo la distruzione dello Stato nemico, si ha il diritto di ucciderne i difensori finché sono armati, ma appena questi posano le armi e si arrendono, cessano di essere nemici o strumenti del nemico e ritornano ad essere semplicemente uomini, la cui vita nessuno ha il diritto di prendere”, per essere poi ripreso, nel 1899, da Fyodor Martens che elaborò la seguente regola destinata a valere nei casi non considerati dalle convenzioni di diritto umanitario: “(...) i civili e i combattenti rimangono sotto la protezione e l’imperio dei principi del diritto delle genti quali risultano dalle consuetudini stabilite, dai principi di umanità e dai precetti della pubblica coscienza”.

Il principio di proporzionalità viene sancito con la Dichiarazione di S. Pietroburgo del 1868: “il solo fine legittimo che gli Stati devono prefiggersi durante la guerra è l’indebolimento delle forze militari del nemico; a tal fine è sufficiente mettere fuori combattimento il maggior numero possibile di nemici; si va al di là dello scopo anzidetto se si impiegano armi che aggravano inutilmente le sofferenze degli uomini messi fuori combattimento o ne rendono la morte inevitabile”.

Il principio di distinzione, tra obiettivi militari, contro i quali è possibile concentrare la violenza bellica, e persone e beni civili, che debbono, invece, essere risparmiati dalla stessa (ad eccezione dei casi di necessità militare assoluta, imperiosa ed ineluttabile).

Nella seconda metà dell’800, a seguito della vasta eco suscitata dall’opera di denuncia e sensibilizzazione svolta da Dunant con “Un souvenir da Solferino”, inizia la codificazione, che permise di superare i limiti legati alle incertezze, alle ambiguità ed alle problematiche interpretative insite nelle norme consuetudinarie e che rispose alla esigenza di universalità che costituisce uno dei punti di forza del D.I.U.

Dunant, in particolare, suggerì, in primo luogo, di organizzare in tutta Europa società di soccorso con il compito di portare aiuto e assistenza ai feriti sui campi di battaglia senza distinzioni di nazionalità; mentre, in seconda battuta, di impegnare gli Stati all’elaborazione di una convenzione che, sancendo il principio dell’obbligo di protezione dei servizi sanitari e dei feriti ad essi affidati, servisse da fondamento per l’attività delle suddette organizzazioni.

Il 22 agosto 1864 la Conferenza dei Plenipotenziari, all’uopo convocata, adottò la Convenzione di Ginevra per il miglioramento delle condizioni dei feriti delle forze armate in campagna, con la quale si sancivano i principi fondamentali del diritto umanitario imponendo agli Stati, in occasione di un conflitto armato, l’assistenza imparziale dei feriti e dei malati (art. 6), il riconoscimento del simbolo della Croce Rossa (art. 7) e la neutralità del personale incaricato del soccorso sanitario oltreché del materiale, delle strutture e dei mezzi da questo impiegati (artt. 1 e 2).

Momenti di particolare importanza, nell’evoluzione del D.I.U., furono le Conferenze di pace dell’Aja del 1899 e del 1907 dove vennero elaborati una serie di strumenti internazionali volti a disciplinare la condotta delle ostilità disponendo limiti all’impiego di taluni mezzi e metodi di combattimento, il Protocollo concernente il divieto dell’impiego di gas asfissianti, tossici o simili, e di mezzi batteriologici, firmato a Ginevra nel 1925 (primo strumento, seppur imperfetto, volto a limitare l’impiego di armi bio-chimiche); la Convenzione per il miglioramento delle condizioni dei feriti e malati delle armate in campagna e la Convenzione relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, firmate entrambe e Ginevra nel luglio del 1929.

La II Guerra mondiale, però, rivelò tutti i limiti e le lacune della normativa adottata fin lì in materia. Si impose, quindi, all’indomani del conflitto, la necessità di aggiornare i contenuti degli strumenti a disposizione degli Stati, in un momento storico che vedeva nascere la codificazione dei Diritti Umani (1948) oltreché l’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, ispirata al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.

Il 12 agosto 1949 la Conferenza diplomatica convocata a Ginevra su iniziativa del Comitato internazionale della Croce Rossa, adottò quattro Convenzioni: la I per il miglioramento delle condizioni dei feriti e dei malati delle forze armate in campagna; la II per il miglioramento delle condizioni dei feriti, malati e naufraghi delle forze armate sul mare; la III relativa al trattamento dei prigionieri di guerra; la IV relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra.

La codificazione del 1949 introduce alcune importanti novità, quali: un principio di disciplina dei conflitti non internazionali, contenuta nell’art. 3 comune alle quattro Convenzioni, che detta il regime normativo minimo applicabile ai conflitti armati non internazionali: esso rappresenterà, fino ai Protocolli addizionali del 1977, l’unica fonte legislativa in materia; l’ampliamento della nozione di guerra, includendovi ogni caso di conflitto armato e anche l’occupazione; la IV Convenzione, strumento che, per la prima volta, interviene a dettare norme a tutela e protezione della popolazione civile in occasione di un conflitto armato. Le Convenzioni del 1949 vengono oggi considerate diritto consuetudinario.

L’estendersi, nel secondo dopoguerra, di conflitti armati di tipo non internazionale, spinse la comunità degli Stati a riflettere sull’esigenza di rendere più completa la disciplina dei conflitti interni e di assicurare una maggiore protezione del personale sanitario, della popolazione civile e dei beni coinvolti nelle ostilità belliche di qualunque natura.

L’8 giugno 1977 a Ginevra, vengono approvati due nuovi trattati: il I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1949 sulla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali; il II Protocollo aggiuntivo sulla protezione delle vittime dei conflitti armati non internazionali.

I due nuovi strumenti introducono importanti novità in merito all’estensione della normativa alle guerre di liberazione nazionale, che vengono equiparate ai conflitti internazionali; all’aggiornamento della nozione di combattente; alla disciplina dello status di mercenario e di spia; alla puntualizzazione delle norme sulla condotta materiale delle ostilità; alla disciplina più dettagliata per i conflitti armati non internazionali. Dal 1977 in poi, l’attività in tema di protezione delle vittime dei conflitti armati, ha avuto un rallentamento, lasciando invece spazio alla codificazione in materia di armamenti; in questo senso i profili di diritto internazionale umanitario hanno intersecato quelli di diritto del disarmo. Un momento particolarmente rilevante, dal punto di vista della repressione delle violazioni alle regole del D.I.U., si è avuto con l’adozione a Roma, nel 1998, dello Statuto della Corte Penale Internazionale Permanente, la quale ha competenza a giudicare i crimini di guerra, in particolare: “le infrazioni gravi alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 (art. 8, par. 2, lett. a); “altre gravi violazioni delle leggi e degli usi applicabili nei conflitti armati internazionali, nel quadro consolidato del diritto internazionale” (art. 8, par. 2, lett. b); “nel caso di un conflitto armato non avente carattere internazionale, le violazioni gravi dell’articolo 3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949” (art. 8, par. 2, lett. c); “le altre violazioni gravi delle leggi e degli usi applicabili ai conflitti armati non aventi carattere internazionale, nel quadro consolidato del diritto internazionale” (art. 8, par. 2, lett. e).

 

S.lla Anastasia SIENA* Delegata Nazionale D.I.U. del Corpo II.VV. C.R.I

 

 

 

  

 


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