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Giustizia

Avvocatura: una proposta per la rinascita

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOSe una legge non è oggetto di scienza è tuttavia un fatto nella storia e nei rapporti di forza all'interno della dialettica degli interessi. La domanda è, se non si vuole restare rinchiusi nella logica di Amleto; che fare?! Quali battaglie combattere e con quali alleati? Le analisi sulla dinamica socio-economica delle professioni, il sottoscritto le l'ha già fatta ed esposta: la società di massa, con l'espansione della domanda di tutela la delega di funzioni di uno Stato Nazionale, le nuove asimmetrie di conoscenza, la giustizia seriale, i bacini di domanda giudiziaria, la categoria delle tutele come sovra ordinante ogni forma di soluzione del conflitto: l'impoverimento economico e culturale, e fortunatamente, ampliate, migliorate ed approfondita da Colleghi sono entrate nel loro patrimonio cognitivo (anche se non è elegante mi cito: relazione al XXVI° Congresso Nazionale di Napoli "Avvocatura ed Enti locali"; XXVII° Congresso Nazionale di Firenze "L'Avvocatura nella società tecnologica"; 3° Conferenza Nazionale di Firenze "La Sfida dell'Avvocatura tra mercato e società civile"; 4° Conferenza Nazionale di Napoli "Modelli per un federalismo partecipato". Se non più reperibili presso l'OUA richiederli all'autore presso l'indirizzo mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ). Il punto nodale della crisi, e quindi il punto di partenza, deve essere individuato nella natura complessa dell'attività professionale così, come nel concreto - norme e prassi - realizzata nell'ordinamento e cioè nella commistione in un unico soggetto ed in unico ordinamento professionale di una funzione pubblica e di un'attività privata. L'esistenza di questa dicotomia percorre l'intera relazione che tende appunto a dimostrare come da un lato si sia accentuata la funzione pubblicistica nell'ambito della delega di funzioni pubbliche, che lo Stato via via non è più in grado di soddisfare; e dall'altro, sotto la spinta di poteri antagonisti e della crisi economia vi sia accentuata la componente privatistica dell'attività professionale sempre più assimilata, stante a mancanza di espresse riserve, attività reperibili su libero mercato. A riprova della fondatezza della tesi, e non volendo vestire penne di pavone, riporterò pedissequamente quanto scritto sul punto varrà la pena di citare V. Olgiati (in Tousuijn op. cit. pag. 97 s.s.: "La questione professionale"): "Il professionista legale - in quanto libero professionista - si trova pertanto nella ambigua posizione di chi, disponendo di talune guarentigie e di una sorta di privilegio, è pur soggetto ai limiti ed alle obbligazioni, sociali e giuridiche, che e derivano. D'altra parte in Italia il professionalismo legale presenta anche un'altra ambivalenza di fondo: la sovrapposizione di elementi pubblicistici e privatistici inerenti sia alla struttura, sia alla funzione dell'attività svolta". Sottolineo che il testo è del 1987; risale a 25 anni fa. L'ordinamento forense non appare quindi, e non è neppure suo compito, strutturato a risolvere questa lacerazione che è invece propria dell'attività professionale nella sua dinamica. Il sistema in generale va dunque riportato in equilibrio sia sul fronte dell'incremento della funzione pubblica delegata sia su quello dell'attività a vocazione privata. Sotto il profilo della funzione pubblica, il primo impegno deve essere quello di chiedere la riforma dei Consigli giudiziari su basi paritetiche quale punto di condivisione dell'organizzazione della giustizia come servizio; efficienza, razionalità, economicità e ritorno delle risorse sul distretto che le produce; eliminazione delle asimmetrie tra la giustizia civile e quelle di commercio. Questa la funzione sociale dell'Avvocatura nel processo altro che le funzioni ancillari sin ora delegate!. L'altro profilo necessita di un impegno più articolato e gravoso; quello di riequilibrare l'offerta con la domanda di giustizia; è da qui che nasce il recupero del consenso sociale e la possibilità di redditi adeguati "all'importanza dell'opera e al decorso della professione" (art. 2233, 2° c.c.). Dal lato dell'offerta questa è ormai sovra-dimensionata alla domanda e l'esplodere del numero ha vanificato anche quelle camere di compensazione che erano la difesa di ufficio ed il patrocinio dei non abbienti. Le modificazioni sociali con la ristrutturazione dello stato e delle imprese, avevano già ristretto il mercato del lavoro professionale, alluvionando le professioni di altrimenti potenziali, sia detto senza ironia o disprezzo, ottimi funzionari di banca o dello stato, giuristi d'impresa ecc....Peraltro via via dequalificati dalla insufficienza del cursus scolastico ed universitario. Dal punto di vista della domanda questa ha subito una evidente espansione, ma in quanto domanda di massa e seriale (i due termini esprimono però realtà diverse). Sono gli small claims che malgrado l'inesistente risposta dell'ordinamento - vedi il fallimento delle class actions all'italiana - hanno tuttavia garantito un minimo di attività; ma hanno anche "intasato" gli ordinari canali della giurisdizione pubblica. La crisi economica come già detto ha però ulteriormente ristretto l'area della domanda, specie nel settore per così dire "medio" con la crisi dell'artigianato, delle piccole e medie imprese, dell'attività edilizia e con gli assurdi gravami fiscali sulla proprietà e sui risparmi. Il vulnus non è soltanto valutabile in termini economici ma anche in termini sociali poiché inefficienza del sistema giustizia, a fronte della detta crisi induce i cittadini a relinquere la tutela dei propri diritti. Ma dal punto di vista professionale, che qui ci riguarda, appare evidente che l'attività dell'Avvocato sia nella funzione pubblica che nella parte privata non trova allo stato idonea ed armonica regolamentazione; questa sconta, come la dignità ed il rango dell'ufficio pubblico richiedono l'applicazione delle regole di questi munera proprie non solo nell'attività non riservata, ma addirittura nella qualità della vita privata (canone 56, I, 1), l'unicità di regole disegnate esclusivamente sulla funzione pubblica. L'ampliamento della domanda passa quindi dal recupero dei diritti e degli interessi relitti, dai cittadini ma impone una modificazione dell'agire professionale non più vocato prevalentemente alla giurisdizione pubblica, ma all'ampliamento delle tutele, intese come modalità di risoluzione dei conflitti, realizzate con procedure gestite da Avvocati liberi, autonomi e indipendenti, appositamente formati e deontologicamente garantiti; diffuse e in convenzione con corpi e territori. Per esemplificare garante del contribuente, difensore civico in funzione mediatrice, ampliamento della mediazione penale e familiare; poli-ambulatori del diritto, ampliamento del patrocinio dei soggetti in crisi economica; acquisizione di funzioni di garanzia o di supplenza per gli enti territoriali minori ecc... Basta non chiudersi in torri d'avorio o dire sempre no "a prescindere". Per esemplificare il problema riguarda i rapporti di lavoro subordinato e di collaborazione all'interno dello studio; il regime fiscale e finanziario, il delicatissimo problema della valutazione dello studio professionale come patrimonio il suo avviamento e la sua circolazione (tema che se non risolto sarà destinato a creare non poche turbative nelle attività associate). La stessa struttura della tariffa ormai non può prescindere dall'essere meglio strutturata in relazione alle due tipologie di attività. Anche le regole della concorrenza, peraltro già derogabili proprio in virtù della norma europea, hanno bisogno di essere diversamente articolate. In breve occorre riscrivere il capo II, del titolo III, del libro V del c.c., sostituendolo con un vero e proprio "Statuto dell'Avvocato" che appare l'unico strumento in grado di equilibrare le due tipologie di attività svolte dall'Avvocato senza dover pagare un prezzo troppo alto alla funzione pubblica. Lo Statuto dell'Avvocato è anche funzionale confermandone la funzione di avanguardia, allo "Statuto delle professioni", strumento per la ricostituzione del ceto medio. A cavallo fra le due istanze si pone la richiesta al Governo e, alle Regioni ed agli atri Enti pubblici, per quanto di loro competenza di garantire i fondi e le strutture per una selezione meritocratica; che privilegi la qualità e l'attitudine dei soggetti vocati alla professione in condizioni di parità reale, quel che ne sia la situazione di partenza in attuazione del precetto costituzionale. Per chiudere l'Avvocatura deve richiedere ai propri organi istituzionali una campagna di informazione in ogni modo e sede opportuna per chiarire ai cittadini come l'Avvocatura non meriti l'accusa di essere una corporazione chiusa ed insensibile e che chiarisca al volgo ed all'inclita come la sua funzione sociale meriti rispetto e non possa essere lasciata alla mercè di poteri antagonisti che scaricano in realtà le loro esigenze di ottimizzazione del profitto sulla cittadinanza con il mezzo e la scusa della inefficienza della giustizia. Per esemplificare e chiudere non posso non ricordare come proprio il nostro Pres. Alpa abbia redatto un dotto saggio dal titolo "Il costo dei servizi legali" (Contratto e Impresa, 2008, pag. 200 seguito da altro di egual tema di G. Carriero) che però è rimasto nel circuito dei pochi lettori così vanificando la puntuale dimostrazione che è falso l'assioma che servizi legali costituiscano un costo bruto per le imprese e non piuttosto un fattore positivo per la produzione. Ovviamente il costo dei servizi legali e cosa tutt'affatto diversa dalle disfunzioni della macchina amministrativa della giustizia. Con questa terza puntata si chiude la mia analisi della nuova legge professionale, con una proposta non futuribile ed astratta, ma concreta e realizzabile in tempi bevi sulla quale mi aspetto che i Colleghi aprano un fecondo dibattito. Viva l'Avvocatura.

Roberto Zazza*

Avvocato del Foro di Roma

Presidente Forum delle Professioni


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La Cassazione contro aprioristici pregiudizi

La Corte di Cassazione (Cass. civ. Sez. I, n. 601, dell'11.1.2013), rigettando il ricorso di un padre non affidatario motivato per la mancata verifica del Giudice di prime cure "se il nucleo familiare della madre, composto da due donne, tra di loro legate da una relazione omosessuale, fosse idoneo, sotto il profilo educativo, ad assicurare l'equilibrato sviluppo del minore", in relazione al suo diritto "ad essere educato nell'ambito di una famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio di cui all'art. 29 della Costituzione, all'equiparazione dei figli nati fuori dal matrimonio con i figli legittimi di cui all'art. 30 della Costituzione e al diritto fondamentale del minore di essere educato secondo i principi educativi e religiosi di entrambi i genitori. Fatto che non poteva prescindere dal contesto religioso e culturale del padre, di religione musulmana", ha statuito che "alla base della doglianza del ricorrente non sono poste certezze scientifiche o dati di esperienza", ma solo "il mero pregiudizio che sia dannoso per l'equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale". Per la Corte d'appello di Brescia, verso la cui sentenza il padre ricorreva, il rifiuto dell'affidamento condiviso e l'affidamento esclusivo del figlio alla madre erano giustificabili in considerazione dell'interesse del minore, che aveva assistito a un episodio di violenza agita dal padre ai danni della convivente della madre, ex tossicodipendente, la quale aveva una relazione sentimentale e conviveva con una ex educatrice della comunità di recupero in cui era stata ospitata; e per avere il padre disertato le visite al figlio. Indubbiamente la sentenza della Cassazione fa stato solo tra le parti in causa e va contestualizzata nell'ambito ben preciso e limitato del thema decidendum, dato non dalla questione se sia possibile l'affido esclusivo ad una madre omosessuale ma se è corretto negare l'affido condiviso ad un padre violento, tuttavia, ha, in buona sostanza, il merito dell'avere affermato che non basta un mero pregiudizio per non affidare un bambino a una coppia gay. E questo è tanto e non v'è chi non lo veda. Ma quale il giudizio degli scienziati? Non v'è ovviamente unanimità. Se, da un lato, secondo alcuni, tra cui Giuseppe Di Mauro, presidente della Società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps): "Studi scientifici importanti ci dicono che il bambino che cresce con una coppia omosessuale è ad alto rischio di problemi psicosomatici, neuropsichiatrici e di depressione, senza contare la confusione nell'orientamento sessuale". Secondo altri, tra cui lo psichiatra e psicoanalista prof. Vittorio Lingiardi, docente presso la Facoltà di Psicologia dell'Università La Sapienza di Roma, dove dirige la II Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica: "I figli di genitori omosessuali sono psicologicamente sani e adattati in percentuali sovrapponibili ai figli cresciuti in famiglie eterosessuali e, rispetto a questi, non mostrano un'incidenza maggiore di omosessualità o di problemi legati all'identità di genere". Lo sviluppo ottimale dei bambini sembra influenzato dalla qualità delle relazioni all'interno della famiglia più che dalle sue configurazioni di genere. Non sono il genere del genitore o il suo orientamento sessuale a condizionare in senso psicopatologico lo sviluppo del bambino, bensì la presenza di una relazione bambino-genitore con caratteristiche traumatiche, non solo nel caso estremo dell'abuso, ma anche in quelli tristemente più diffusi della trascuratezza emotiva e nelle cure materiali. Restando, quindi, aperta la questione sul se e come l'omosessualità di un genitore, o un nucleo familiare omosessuale, possa o no influire negativamente sulla serena crescita di un bambino, il Legislatore che risulterà dalle prossime elezioni politiche, non può non farsi carico di intervenire per disciplinare la materia del riconoscimento dei diritti per le coppie omosessuali, in tema di diritto di famiglia, per impedire e/o prevenire il contenzioso giudiziario.

Alfredo Rovere*

Dirigente Ispettore del Ministero della Giustizia


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Banca dati per i minori adottabili

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOLo scorso 15 febbraio è nata la banca dati per i minori adottabili. Il capo del dipartimento per la Giustizia minorile, Caterina Chinnici, e il direttore generale dei Sistemi informativi automatizzati, Daniela Intravaia, hanno infatti firmato il decreto dirigenziale che istituisce la banca dati relativa ai minori dichiarati adottabili, nonché ai coniugi che aspirano all'adozione nazionale e internazionale. La Bda sarà operativa nei prossimi giorni, con decorrenza dalla data di pubblicazione del provvedimento istitutivo. Lo riferisce un comunicato del ministero della Giustizia. La banca dati, costituita presso il dipartimento per la Giustizia minorile assicura l'integrità, la riservatezza e la disponibilità dei dati, nonché l'identificazione dei soggetti che accedono agli stessi dopo essersi registrati con annotazione dei dati identificativi dell'utente. Sarà aggiornata con cadenza trimestrale e conterrà i seguenti dati personali: per i minori dichiarati adottabili, dati anagrafici, condizioni di salute, famiglia di origine ed eventuale esistenza di fratelli, attuale sistemazione, precedenti collocamenti, provvedimenti dell'autorità giudiziaria minorile, dati contenuti nei certificati del casellario giudiziale per i minorenni e ogni altra informazione idonea al miglior esito del procedimento. Per quanto riguarda i coniugi aspiranti all'adozione nazionale e internazionale e persone singole disponibili all'adozione: dati anagrafici, residenza, domicilio, recapito telefonico, stato civile, stato di famiglia, dati anagrafici dei genitori della coppia o della persona singola aspirante all'adozione, condizioni di salute, condizioni economiche, caratteristiche socio demografiche della famiglia, motivazioni, altri procedimenti di affidamento o di adozione e il relativo esito, dati contenuti nei certificati del casellario giudiziale e ogni altra informazione idonea al miglior esito del procedimento. L'accesso a tutte queste informazioni e il rilascio di copie ed estratti verrà riservato ai magistrati dei tribunali per i minorenni e delle procure presso i tribunali per i minorenni cui sia attribuita la trattazione dello specifico procedimento di adozione nonché ai magistrati degli altri uffici della giurisdizione minorile autorizzati dal capo dell'ufficio. La consultazione è inoltre consentita al personale appartenente agli uffici della giurisdizione minorile, previa autorizzazione da parte del capo dell'ufficio, nonché agli interessati, con riferimento ai soli dati personali.


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CEDU: caso Italia

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOCi hanno sempre insegnato a guardare avanti, che il futuro ci avrebbe dato la speranza e che con l'impegno e un po' di fortuna avremmo potuto far valere le nostre ragioni. Ogni tanto ci accorgiamo che le cose non vanno necessariamente così e che alla visione lineare ed evolutiva del tempo se ne affianca una ciclica, dove immancabilmente si commettono sempre gli stessi errori ma dove il punto più basso è anche quello di maggior speranza perché segna l'inizio di un nuovo ciclo virtuoso. A leggere la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo dell'8 Gennaio 2013, caso Torreggiani, viene da pensare che quel punto più basso, il "fondo", l'abbiamo davvero raggiunto. Il sovraffollamento carcerario italiano infatti viene definito "strutturale", poiché nel 2010 vi erano 67.961 detenuti a fronte di una capienza massima di 45.000 persone con un tasso di sovraffollamento del 151%. La grandezza di tali numeri e la loro stabilità chiarisce che il sovraffollamento abbia ormai carattere non temporaneo e dunque si possa a ragione parlare di un "caso Italia", che ingloba tutti i misconosciuti casi dei carcerati italiani. Preso atto della permanente emergenza italiana, la Corte esamina se e quali misure l'Italia abbia adottato per farvi fronte. Il 13 Gennaio 2010 il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, il 19 Marzo 2010 ha nominato un commissario per elaborare il "Piano carceri", il 29 Giugno 2010 ha approvato tale piano per realizzare, entro il 31 Dicembre 2012, 11 nuove carceri e 20 nuovi padiglioni in strutture esistenti e il 26 Novembre 2010 la legge 199 ha previsto che fino al 2013 gli ultimi 12 mesi di detenzione avvengano presso l'abitazione del condannato, salvo casi particolarmente gravi. Tanto si è detto e dibattuto in Parlamento e sulla stampa di tali provvedimenti che poco si è fatto. Anche al netto del decreto "svuota carceri" del ministro Severino, la situazione al 2012 rimane sostanzialmente invariata, con una popolazione carceraria di 66.585 persone e un tasso di sovraffollamento del 148%. Nella sentenza Torreggiani allora la Corte è passata dalla mera condanna dell'Italia ad un'opera di consulenza tecnica non richiesta, per cui peraltro essa stessa si dichiara fuori ruolo. La Corte evidenzia come il problema non può essere risolto con la creazione di nuove strutture carcerarie né è legata alla contingenza del momento, ma riguarda piuttosto il corretto uso delle strutture esistenti. Le misure cautelari dovrebbero essere, secondo la CEDU, le minime compatibili con gli interessi della giustizia e invece il 42% dei detenuti è recluso in regime di custodia cautelare a cui nella metà dei casi non seguirà una condanna definitiva. La Corte ci ricorda anche come mai abbiamo considerato seriamente le misure alternative alla carcerazione, come il famoso "braccialetto elettronico", apparso solo nel bilancio dello stato e nelle serie televisive. La convivenza col "caso Italia" non fa neanche più notizia, assomiglia un po' ad un conoscente antipatico che ogni tanto incontriamo al bar sotto casa e salutiamo controvoglia. La stabilità del "caso Italia" è di quelle che lascia solo la speranza e niente più, speranza che affidiamo agli operatori del diritto, coscienza civile del paese, perché mutino lo stabile declino della situazione carceraria in un nuovo ciclo virtuoso.

Massimo Reboa


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Habemus legem

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOE' tempo di conclave. Dunque anche l'Avvocatura dall'alto del Palazzaccio o dall'ultimo piano di Via Arenula potrebbe proclamare: Nuntio vobis gaudium magnum, habemus legem advocatorum. Solo che, letta la legge, di gaudio ne resta poco. E' un fritto misto della vecchia Legge Professionale del 1933 e del Codice Deontologico. Contiene solenni proclamazioni ma nessuna disposizione che consenta all'Avvocatura Italiana di uscire dalla morta gora in cui è sprofondata. A giudicare dalla impazienza con la quale era stata sollecitata e attesa, a giudicare dalla precipitosa approvazione a fine legislatura, sembrava dover risolvere tutti i problemi - tanti - della Avvocatura e per riflesso molte insufficienze - tantissime - della giustizia. Invece ha completato e confermato il quadro del totale disinteresse della classe politica per il funzionamento della giustizia e, nello specifico, dell'avvocatura la cui capacità operativa è, nello stato di diritto, presupposto necessario e ineludibile del funzionamento del sistema. Niente di nuovo nel testo che, dopo ottanta anni dal lontano 1933, si presenta con pretese di innovazione; nulla per la valorizzazione della professione più importante in democrazia. Ecco il quadro. Riduzione del tirocinio così da aumentare l'affollamento degli Albi; apertura alla pubblicità forense così da aumentare la confusione a danno della utenza; riserva di assistenza legale stragiudiziale agli avvocati di dubbia efficacia che non sosterrà la prova dei fatti; largo alla specializzazione questa di fatto già istituita dalla prudenza degli utenti e dal senso di responsabilità degli avvocati, una normativa incomprensibile sul patto di quota lite. Insomma c'è poco da rallegrarsi. Chi si aspettava novità capaci di restituire dignità e prestigio alla avvocatura resterà deluso. Solo l'avvocatura operante potrà impossessarsi del proprio altissimo ruolo. Fatta la legge professionale, chi ci salva dai tempi della giustizia che screditano l'avvocatura, dalla insufficienza del personale giudiziario e amministrativo, dai continui attentati alla esigenza di una giustizia rapida efficiente e moderna ? Chi ci salva dagli attentati della giurisprudenza cosiddetta di legittimità alla ammissibilità dei ricorsi (autosufficienza, motivazione per relationam, motivazione semplificata, quesito di diritto - questo per fortuna passato a miglior vita) attentati che hanno reso le camere di consiglio più affollate delle udienze di merito così da consentire la condanna a morte di centinaia di ricorsi? Chi ci salva dalle novità legislative bizzarre e inconcludenti, finalizzate solo alla riduzione del contenzioso, che si susseguono con frequenza mensile talvolta travolte dai fatti a causa della loro evidente incompatibilità con i principi di uno Stato a democrazia costituzionale o in ragione della incompetenza con la quale vengono elaborate e messe alla prova: conferma dell'interesse all'appello, giudizio di ammissibilità dell'appello, ricorribilità per Cassazione della sentenza di primo grado. mediazione obbligatoria, soppressione di tribunali ecc. ecc.? Chi ci salva dal quotidiano aumento del contributo unificato al quale, in violazione di ogni principio, si pretende di assegnare una funzione addirittura punitiva, alla faccia del diritto di tutti i cittadini, ricchi e poveri, all'accesso al sistema giustizia? Ma quelli che partoriscono queste "novità" hanno mai frequentato i Tribunali? O si tratta di feroci economisti assegnati alla Giustizia che hanno l'unico obiettivo di ridurre il sevizio e aumentare i costi? I nostri organismi sindacali tacciono o si accontentano di solenni interventi congressuali del tutto inutili se non accompagnati da iniziative "politiche". Sarebbe, per esempio, opportuno, tra l'altro, raccomandare ai giudici di smetterla di affollare il Parlamento e la Pubblica Amministrazione. La nuova legge professionale ha però codificato all'art. 39 il Congresso Nazionale Forense. Esso è nientedimeno "la massima assise dell'avvocatura italiana" (!!!) Tratta e formula proposte sui temi della giustizia e della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini. Perbacco!! E quale credito e rilevanza avranno presso la classe politica e presso il legislatore le proposte dell'Avvocatura? Nell'art. 39 non è detto. Sicuramente nessuna. Si poteva forse fare uno sforzo in più attingendo al codice di deontologia degli Avvocati Europei che ha avuto il coraggio di affidare all'Avvocato la vigilanza "sul rispetto dello stato di diritto e gli interessi di coloro di cui difende i diritti e le libertà" (1. Preambolo – art. 1.1). Ma all'Avvocatura italiana sembra mancare ogni spinta ideale verso obiettivi così elevati che pure le sono intimamente connessi. Da ciò la conseguenza che il nostro dibattito è fioco, che i nostri interventi sono fugaci, che le nostre proteste sono fragili e non creano allarmi di sorta alla classe politica che continua a fare a meno del nostro contributo, quello che l'Avvocatura dovrebbe spendere operando in difesa dei più deboli e dei meno fortunati restando lontanissima dall'area del potere economico e politico. Ma ormai di fronte alla inerte inadeguatezza dei vostri rappresentanti non ci resta che invocare Sant'Ivo.

Giorgio della Valle*

Avvocato del Foro di Roma


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