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Giustizia

Diritti di copia: nuovi aumenti

lexavv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIn data 18 aprile è stato pubblicato in GU il decreto mi- nisteriale in materia di adeguamento/aggiornamento dei diritti di copia in materia di giustizia, emanato lo scorso 10 marzo u.s. dal Ministero della giustizia di concerto con il Ministero dell'Economia e delle Finanze. Come previsto dall'art. 274 del Dpr 115/02 (T.U. spese di giustizia), infatti, la misura degli importi dei diritti di copia e di certificato, ai sensi dagli artt. 267, 268, 269 e 273 del medesimo Dpr, è adeguata ogni tre anni in relazione alla variazione, accertata dall'ISTAT, dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati verificatasi nel triennio precedente, con decreto dirigenziale del Ministero della Giustizia, di concerto con il Ministero dell'Economia e delle Finanze. Le disposizioni contenute nel citato decreto e, dunque, i nuovi importi, sono entrati in vigore il 3 maggio u.s. Il diritto di certificato previsto dall'art. 273 del Dpr 115/02 è passato da € 3,54 ad € 3,68. Esso riguarda la richiesta del rilascio del timbro 'depositato' da parte della cancelleria. 


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Paga Porcellum paga

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOChi sbaglia paga; e se i cittadini hanno un "Porcellum" per legge elettorale, lo Stato li deve pagare. Insieme Consumatori ha promosso un'azione risarcitoria collettiva per il diritto di preferenza negato. "In claris non fitinterpretatio" è uno dei brocardi latini più conosciuti, anche tra i non giuristi. La sua forza va forse anche al di là del diritto e stabilisce una regola di vita, secondo la quale non dovremmo neanche discutere sulle questioni su cui siamo già tutti d'accordo, oppure sulle questioni all'evidenza pretestuose. Sarà stato allora difficile, per la Corte costituzionale, valutare la vecchia legge elettorale, il c.d. Porcellum, alla luce della Costituzione? Certamente no, se ricordiamo il testo della Carta fondamentale. Se ne potrebbe citare l'articolo 1, dove si parla di "repubblica democratica",o molti altri articoli dove il concetto di democrazia è previsto come diritto di "associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale",o il diritto di voto "personale ed eguale, libero e segreto", oltre che dovere civico, o il "suffragio universale e diretto" per l'elezione di Camera e Senato. La democrazia, intesa anche come diritto, era quindi un presupposto del lavoro dei nostri padri costituenti. Come si sia arrivati allora ad approvare una legge elettorale disprezzata perfino da chi l'ha redatta è un mistero, come è un mistero come questa non sia mai stata emendata nel corso degli anni: lasciamo tutte e due le questioni ben volentieri al giudizio degli storici. Quello che di sicuro è evidente oggi è che tale legge elettorale è stata dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale e che un diritto che era stato attribuito ai cittadini è stato violato per quasi dieci anni. Dunque, se volessimo dare concretezza alla Costituzione, potremmo cercare di far valere appieno il nostro diritto: l'art. 2043 c.c. prevede che "qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno."I cittadini italiani un danno, ancorché immateriale, l'hanno subito, ossia il diritto a vedere eletto un parlamento secondo regole democratiche. Ecco allora che questa testata, in tandem con l'associazione InSieme Consumatori, che ha anche creato per l'occasione il sito http://dovetepagare.blogspot.it, si sta facendo promotrice di un risarcimento danni dal colore quasi eroico, visti i valori in questione, ed ha raccolto già più di 300 firme per presentare un'azione giudiziaria nei fori di tutta Italia. L'avv. Romolo Reboa, partner dell'iniziativa, ha inoltre offerto una serata a base di porchetta per promuovere l'iniziativa, una sorta di contrappasso per la democrazia negata dal Porcellum. Infatti sempre la Costituzione, all'articolo 28, sancisce la responsabilità civile dello Stato per la violazione dei diritti. Già lo Stato prevede i danni conseguenti alla custodia cautelare illegittima, all'errore giudiziario, alla salute e all'ambiente: all'appello manca ancora il danno da violazione delle libertà democratiche, ma solo perché una legge elettorale come il Porcellum non ha precedenti nella storia repubblicana. Usando le norme per le tipologie di danno già risarcite come parametro, ne viene fuori che ogni cittadino avrebbe diritto anche a più di 10.000€ di risarcimento. L'obiettivo non è solo veder riconosciuto un danno che tutti noi cittadini italiani abbiamo subito, ma anche dare un chiaro monito per le prossime leggi elettorali, il monito che noi cittadini italiani non rimaniamo inerti e indifferenti quando vengono toccati i valori su cui è fondata la nostra nazione. La Costituzione italiana è la più bella del mondo, ed i cittadini italiani, con molta civiltà, potranno difenderla, a cominciare dalle aule giudiziarie. L'indirizzo per far valere questo nostro diritto è l'indirizzo di questo giornale!

Massimo Reboa


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La nuova prescrizione forense

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOL'art. 56 della Lg 247/12 (NLP) regola la prescrizione dell'azione disciplinare modificando l'art. 51 DPR 1578/33. Nella vigenza dell'art. 51 il termine di prescrizione è di 5 anni decorrenti dall'illecito o dalla cessazione della condotta (Cass. SSUU 14620/03). La pendenza di contemporaneo procedimento penale non incide sulla prescrizione dell'azione disciplinare stante l'autonomia delle due giurisdizioni (tutte conformi da CNF 09/01/97 n. 1). La giurisprudenza ha consolidato i seguenti principi. Nella fase territoriale avanti i COA, stante la natura amministrativa del procedimento, gli atti interruttivi, mutuati sul modello dell'art. 160 c.p.; hanno effetti istantanei, con decorso ex novo del termine; nella fase giurisdizionale avanti il CNF hanno invece effetti permanenti secondo il modello civilistico ex artt. 2945, 2° e 2943 (Cass. SSUU 26/03/97 n. 2661). Quanto all'identificazione dei singoli atti, si distingue tra quelli effettivamente espressione della volontà punitiva (SSUU 21591/13) e quelli di mera organizzazione o informazione; al fine di offrire una lettura costituzionalmente vocata che tenga conto non solo del "giusto procedimento" (CNF 26/05/06 n. 27), ma anche del dovere di definire il procedimento "dans un délai raisonnable" secondo l'art. 6 Cedu (Corte Cost. 11/03/91 n. 104, CNF 10/10/05 n. 127). La prescrizione stante la natura pubblicistica della materia (SSUU 25/07/07 n. 16402) è rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado (SSUU 9/10/13 n. 22956); si ritiene applicabile l'art. 129 cpp. Tali principi debbono ritenersi applicabili anche nella vigenza dell'art. 56 NLP, pur nel decorso del silenzio della norma. L'art. 56 Lg 247/12 eleva a 6 anni dal fatto il termine prescrizionale e tipizza gli atti interruttivi: nella comunicazione all'iscritto della notizia dell'illecito, nella notifica della decisione del Consiglio distrettuale di disciplina (ex art. 50 NLP) e della sentenza pronunciata dal CNF. Da tali atti pertanto inizia a decorrere un nuovo termine di prescrizione però di soli 5 anni; in presenza di più atti interruttivi il termine decorre dall'ultimo di essi, ma non può essere prolungato più di un quarto; in soldoni l'illecito si prescriverà in 7 anni e mezzo dal fatto. Ad avviso dello scrivente il termine è interrotto dalla effettiva conoscenza degli atti interruttivi e non dal loro compimento "secondo l'opinione del CNF" (sent. 15/12/11 n. 206; stante la loro natura ricettizia; infatti da essi decorrono i termini a difesa o di impugnazione; restando il compimento un mero atto interno. Il CNF (parere 227bis del 10/04/13) ha però espresso parere, che l'art. 56 de quo sarà vigente solo dopo l'entrata in vigore dei regolamenti attuativi della riforma emanati dal CNF (art. 50, 2° e 5° e 29, 1°, f) NLP) per l'elezione dei membri dei CDD e (reg. 1/14) e del procedimento disciplinare, e quindi dopo il 01/01/15 (reg. 2/14). L'argomento di fondo del parere sta nel ritenere che la nuova prescrizione non sarebbe immediatamente vigente "perché parte integrante del quadro del nuovo procedimento disciplinare rispetto al quale non vive di vita autonoma". Si evidenziano a sostegno: l'aumento del termine di prescrizione, il nuovo istituto ex art. 55, 2° NLP, la tipizzazione degli atti interruttivi e la fissazione del termine massimo in 7 anni e mezzo. Si sostiene poi che tali argomenti non sarebbero superati dal principio del favor rei, alla cui applicazione sarebbero d'ostacolo: l'aumento del termine, la natura amministrativa del procedimento territoriale e l'art. 65, 2° NLP. La conclusione ed il suo iter argomentativo non sono convincenti. L'intera questione va rivisitata alla luce di alcune generali acquisizioni di valenza costituzionale, e comunque di natura poziore, quali principi connaturati all'ordinamento. La prima considerazione sistematica da fare è che il procedimento disciplinare vigente ha preso quale parametro di riferimento il sistema penale e tale scelta è particolarmente evidente proprio nell'art. 56 e nel richiamo implicito all'art. 160 cp. Né vincente appare il richiamo alla natura amministrativa del procedimento territoriale sia perché ormai non è seriamente dubitabile che siano in gioco posizioni di diritto soggettivo degli incolpati; sia perché comunque a tale procedimento è immanente il principio del "giusto procedimento", sia perché viene attribuita al COA una potestà punitiva, che, come vedremo, è attratta in più ampio istituto di diritto amministrativo. La prescrizione infine è un istituto diffuso in tutto l'ordinamento nelle sue varie forme di prescrizione estintiva, acquisitiva o interdittiva. La prescrizione penale certifica in particolare da un lato la volontà dello stato di non più perseguire determinati fatti, causando l'estinzione del reato e dall'altro, in connessione con gli artt. 111 Cost. e 6 Cedu, di contenere in tempi ragionevole la durata del processo. È ormai giurisprudenza consolidata che le norme sulla prescrizione abbiano natura sostanziale e non processuale proprio perché incidono sulla esistenza del reato (Cass. pen., sez. 3, 14/06/00 n. 6983; per tutte conformi); allo ius superveniens quindi non è applicabile il principio tempus regit actum, ma devono invece applicarsi gli artt. 25 e 111 Cost., 2 cp e 6 Cedu. Le ulteriori argomentazioni di supporto esplicitate nel parere in esame non appaiono decisive. L'aumento del termine prescrizionale non appare decisivo perché è necessaria una valutazione "globale" dei vantaggi/svantaggi del jus superveniens (Cass. Pen., sez. V, 22/06/04 n. 28066 e Cass. Pen. III n. 22374 del 19/05/04) e quindi di fronte all'incertezza derivata dal proliferare di atti interruttivi, il sistema "penalistico" appare di vantaggio limitando ogni possibilità, non sempre disinteressata, di dilazione del processo. La tipizzazione poi degli atti interruttivi, anch'essa norma sostanziale e sottratta al principio del tempus regit actum, si lega armonicamente con il nuovo modello prescrizionale. Si evita così una surrettizia perpetuatio del processo con miglior tutela dello status libertatis in perfetta coerenza con i principi e gli scopi dell'istituto della prescrizione. Vale la pena di osservare come anche, in questo caso si sia fatta chiarezza capitalizzando peraltro gli approdi della miglior giurisprudenza disciplinare (CNF n. 206 del 15/12/11). Gli atti interruttivi pregressi sono fatti salvi avendo esaurito i loro effetti. Quanto alla inapplicabilità del favor rei vale reiterare che il modesto incremento iniziale del termine non appare decisivo, in relazione alla globale situazione di vantaggio derivante dalla certezza degli atti interruttivi e dell'apposizione di un termine finale che lo sottratto a varianti soggettive ed oggettive. La natura amministrativa poi del procedimento disciplinare e territoriale non appare ostativa in relazione ai più recenti, e consolidati approdi del diritto amministrativo. È ormai emerso, nell'ambito dell'elaborazione del giusto procedimento e sulla scorta dell'art. 1 L. 689/81 l'istituto del "Diritto punitivo amministrativo", che evidenzia la natura afflittiva delle sanzioni amministrative, come pure ex art. 3 del Dlgtv 472/97 (delle sanzioni tributarie) e quelle ex artt. 9 e 117 DPR 189/00 (CdS sez. IV 8/02/13 n. 28). Su tali basi, anche sulla scorta delle più recenti decisioni della Cedu è ormai acquisito che al sistema punitivo amministrativo si applicano le guarantige di cui agli artt. 25, 2 Cost. e 6 Cedu (cfr le sent. Cedu Varvara c/ Italia del 29/10/13 ed Fondi Sud c/ Italia del 20/01/09), anche sotto il profilo della lex mitior. Ora non può seriamente dubitarsi della natura punitiva delle sanzioni deontologiche che incidono in maniera addirittura ablativa su diritti soggettivi anche di rango costituzionale (cfr citate SSUU 4902/97). Non vi è quindi alcuna ragione logico giuridica per valorizzare la natura amministrativa del procedimento che, anzi milita in senso contrario. Ultima considerazione sul punto nasce dall'art. 56, c. 3 che assegna valore interruttivo proprio all'atto iniziale e finale della procedura amministrativa così ricompresa un continuum procedimentale, non frazionabile "a comodo". Il richiamo all'art. 65 NLP suona in realtà come una drastica smentita alle tesi espresse nel parere in esame. La proroga degli organi in scadenza (comma 2) infatti ha natura meramente funzionale e organizzativa sganciata da tutti gli altri termini relativi alle fasi regolamentari; mentre tra norme incriminatrici e prescrizione entrambe di merito non vi è nessun rapporto conflittuale. La modifica della sanzione edittale può infatti incidere sul termine di prescrizione, ma questo accade in via automatica. Nella giurisdizione domestica, inoltre e qual che sia la sanzione, l'effetto estintivo è uniforme, ed altrettanto automatico. Decisivo è invece il comma 1 che prevede in via transitoria che: "fino alla data di entrata in vigore dei regolamenti previsti della presente legge si applicano se necessario ed in quanto compatibili le disposizioni vigenti non abrogate, anche se non richiamate". Mentre la tesi sostenuta nel parere consegnerebbe l'Avvocatura ad una bolla di incertezza di lunga durata; la norma in esame, letta collegamento con i principi generali dell'ordinamento, consente di mantenere l'efficacia del sistema anche in fase transitoria (già da Cass. 21/04/86 - Giur. It. 87, I, 265 "ragionevole durata" e diritto perfetto). Se il fenomeno dell'abolizione parziale di norme non è ignoto all'ordinamento (Cass. SSUU 16/06/03 n. 25887); il vero punto sarà nell'analisi di ciò che è necessario e di ciò che è compatibile; ma compatibile non con gli istituti da regolamentare, ma con le disposizioni vigenti non abrogate. Se il potere disciplinare è assegnato ex art. 50 NLP al CDD, sarà questo ad essere condizionato dai regolamenti attuativi; permanendo quello dei COA ex Dlgs 1578/33. A convalidare la nostra tesi soccorre l'art. 15 del Reg. CNF 1/14, che dispone il trasferimento al CDD dei procedimenti ancora pendenti avanti i COA; dandone comunicazione all'incolpato e applicando lo stare decisis. È quindi con l'esercizio del potere "attuale" che l'art. 56 dovrà confrontarsi. La riapertura del procedimento ex art. 55 NLP non inficia il nostro argomentare perché quel che ivi si prescrive non è la violazione disciplinare, ma la facoltà, nella vigenza dell'art. 653 cpp, di eliminare un contrasto di giudicati. In buona sostanza e per concludere anche in questa fase transitoria abbiamo efficienti e legittimati Giudici disciplinari, norme di incolpazione con le relative sanzioni e norme procedurali vigenti. È sufficiente integrare tutto questo con quelle norme di natura sostanziale e di miglior favore previste dalla L. 247/12 tra le quali indubitabilmente l'istituto della prescrizione degli atti interruttivi. L'art. 56 NLP deve dunque ritenersi vigente, ed applicabile se più favorevole all'incolpato.

Roberto Zazza

Avvocato del Foro di Roma

Presidente del Forum delle Professioni


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Giustizia: firmato decreto su sicurezza e salute carceri

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl Ministro Andrea Orlando ha firmato il decreto ministeriale che regola le disposizioni in materia di sicurezza e salute dei luoghi di lavoro nell'ambito delle strutture di competenza amministrativa del ministero della Giustizia. L'intervento normativo a tutela dei lavoratori rientra nel quadro delle iniziative volte al miglioramento delle condizioni del sistema penitenziario e si inserisce nel quadro del sistema di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (Testo Unico 81/2008) e ne integra le disposizioni per adattarle alle peculiarità delle attività svolte nelle strutture giudiziarie e penitenziarie connotate da particolari esigenze di riservatezza e sicurezza. In particolare, sono individuate le misure strutturali e organizzative dirette a garantire la sicurezza nell'ambito dell'attività giudiziaria e penitenziaria con modalità compatibili con la normativa di sicurezza e salute applicabile agli altri luoghi di lavoro. Il regolamento prevede anche un servizio di vigilanza ispettiva sulla applicazione della normativa in materia di sicurezza e salute nei luoghi e nelle strutture di lavoro in cui hanno sede gli uffici del Ministero della Giustizia. Il Guardasigilli ha richiesto il concerto dei ministri del Lavoro, della Salute e della Pubblica Amministrazione.


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Cancellerie: apertura 5 ore al giorno

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOGli uffici giudiziari dovranno restare aperti al pubblico cinque ore al giorno. Così ha deciso il Consiglio di Stato, annullando l'ordinanza del Tribunale di Roma che il 20 settembre 2012 aveva disposto che le cancellerie civili degli uffici in viale Giulio Cesare e via Lepanto restassero aperte solo tre ore. A ricorrere al Consiglio di Stato, è stato l'Ordine degli avvocati di Roma, dopo che il TAR, con sentenza n. 10016/2012, aveva rigettato la loro istanza di annullamento dell' ordinanza del Tribunale, ritenendola infondata. Il COA ha impugnato il provvedimento del Tar, in virtù della legge 1196 del 1960, che ha stabilito per gli uffici delle segreterie e cancellerie giudiziarie l'orario inderogabile di apertura al pubblico di cinque ore nei giorni feriali, oltre a profili di eccesso di potere e la violazione delle regole sull'andamento della Giustizia. Come si legge nel comunicato del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma .


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