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Giustizia

La problematica delle notifiche telematiche alla Pubblica Amministrazione

Le Pubbliche Amministrazioni non rispettano la legge

L'avv. Romolo Reboa sollecita l'intervento

dell'Ordine degli Avvocati di Roma

L'incredibile vicenda del Registro IPA "degradato"

Il D.L. 179/2012 ha inserito nella L. 53/1994 (che regola le notifiche in via telematica), l’art. 3-bis al fine  di disciplina le notifiche con modalità telematiche.

La norma stabilisce che la notifica “si esegue a mezzo di posta elettronica certificata all’indirizzo risultante da pubblici elenchi”.

Sin qui tutto semplice, se non fosse che l’art. 16-ter del D.L. 179/2012 prevede che i pubblici elenchi validi ai fini della notifica sono quelli previsti dalle disposizioni di legge ivi elencate.

Tali elenchi, per quanto riguarda le P.A., erano costituiti, fino al 2014:

  • · dal registro IPA, previsto dall’art. 16, co. 8, D.L. 185/2008;
  • · dal registro generale degli indirizzi elettronici gestito dal Ministero della giustizia (c.d. Reginde), istituito dall’art. 7, D.M. n. 447/2011;
  • · dal registro INI-PEC introdotto dall'art. 5, co. 3 del D.L. 179/2012, che ha aggiunto al D. L.vo 82/2005 l'art. 6 bis;
  • · dal registro delle Pubbliche Amministrazioni tenuto dal Ministero della Giustizia, previsto dall’art. 16, co. 12, D.L. 179/2012.

Con riferimento a tale ultimo registro, il D.L. 179/2012 prevedeva l’obbligo per le P.A. di comunicare il proprio indirizzo PEC al Ministero entro il 30 novembre 2014, evento non rispettato dalla maggior parte delle Pubbliche Amministrazioni.

Sin qui nessun problema, la solita <> italiana, ove non fosse intervenuto l’art. 45-bis, co. 2, lettera a), numero 1), del D.L. 90/2014 che ha eliminato dall’art. 16-ter il riferimento all’art. 16, co. 8, D.L. 185/2008, mantenendo soltanto quello al Registro delle P.A. tenuto dal Ministero della Giustizia.

Il risultato è stato che il registro IPA, malgrado sia alimentato solo dalla Pubblica Amministrazione e sia liberamente consultabile online, non riveste quella qualifica di pubblico registro ai fini delle notifiche di atti giudiziali dal quale sia consentita l’estrazione dell’indirizzo PEC di una P.A., sicché, ogni notifica telematica è nulla e può solo essere sanata dalla costituzione in giudizio della P.A. convenuta, con tutti gli effetti processuali del caso.

In sintesi, nella maggior parte dei casi, per avere la certezza che una notifica alla P.A. sia valida, l’avvocato del cittadino deve tornare alle notiche cartacee tramite Ufficiale Giudiziario o postali, con tutte le perdite di tempo ed i maggiori costi del caso.

Per tentare di ovviare a tale problematica, l’avv. Romolo Reboa, nella sua qualità di direttore di InGiustizia la PAROLA al Popolo, ha deciso di inviare all'avv. Antonino Galletti, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma, la seguente lettera aperta: <<Caro Antonino,

quale avvocato amministrativista, oltre che Presidente del nostro Ordine Forense, ben conosci la problematica delle notifiche telematiche conseguente all'inerzia della P.A. nella trasmissione dei proprii indirizzi PEC al Registro delle PP.AA..

Tale inerzia non può certo dirsi mitigata dalla sentenza del Consiglio di Stato, sez. V,  n. 7026/2018, che ha ritenuto ancora valide le notifiche eseguite agli indirizzi pec presente nell’indice IPA (indicipa.gov.it), atteso che la tutela dei diritti richiede certezze e la posta in gioco per l’assistito dell’avvocato è troppo alta per confidare su un pur autorevole precedente giurisprudenziale.

Sono quindi a chiederTi, volendo di ciò informare i lettori della mia testata web, delle iniziative anche di stimolo legislativo che ha intrapreso (o intende intraprendere) l’Ordine degli Avvocati di Roma al fine di tutelare gli interessi dell’avvocatura e della giustizia globalmente intesi,

Certo di un Tuo pronto riscontro, cordialmente Ti saluto.>>

Non si dubita che l’Ordine degli Avvocati di Roma non tarderà ad attivarsi per tentare di risolvere questo problema che crea non pochi problemi all’Avvocatura italiana ed a tutti i cittadini che sono coinvolti in procedimenti giudiziari nei confronti delle Pubbliche Amministrazioni.


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Diritto internazionale e unioni civili

Sulla Gazzetta Ufficiale del 27 gennaio 2017, è stato pubblicato il  D. lgs. n°7 del 19 gennaio 2017 “Modifiche e riordino delle norme di diritto internazionale privato per la regolamentazione delle unioni civili, ai sensi dell'articolo 1, comma 28, lettera b), della legge 20 maggio 2016, n. 76. (17G00013) (GU n.22 del 27-1-2017 )″ che entrerà in vigore il prossimo 11 febbraio. Di seguito il testo con le modifiche: 

Art. 1 Modifiche alla legge 31 maggio 1995, n. 218 1.

Alla legge 31 maggio 1995, n. 218, sono apportate le seguenti modificazioni: a) dopo l'articolo 32 sono inseriti i seguenti articoli: "Art. 32-bis. (Matrimonio contratto all'estero da cittadini italiani dello stesso sesso). -

1. Il matrimonio contratto all'estero da cittadini italiani con persona dello stesso sesso produce gli effetti dell'unione civile regolata dalla legge italiana. Art. 32-ter. (Unione civile tra persone maggiorenni dello stesso sesso).

1. La capacita' e le altre condizioni per costituire unione civile sono regolate dalla legge nazionale di ciascuna parte al momento della costituzione dell'unione civile. Se la legge applicabile non ammette l'unione civile tra persone maggiorenni dello stesso sesso si applica la legge italiana. Le disposizioni di cui all'articolo 1, comma 4, della legge 20 maggio 2016, n. 76, sono di applicazione necessaria.

2. Ai fini del nulla osta di cui all'articolo 116, primo comma, del codice civile, non rilevano gli impedimenti relativi al sesso delle parti. Qualora la produzione del nulla osta sia preclusa in ragione del mancato riconoscimento, secondo la legge dello Stato di cui lo straniero e' cittadino, dell'unione civile tra persone dello stesso sesso o di analogo istituto, il nulla osta e' sostituito da un certificato o altro atto comunque idoneo ad attestare la liberta' di stato, ovvero da dichiarazione sostitutiva ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445. Resta salva la liberta' di stato accertata o acquisita per effetto di un giudicato italiano o riconosciuto in Italia.

3. L'unione civile e' valida, quanto alla forma, se e' considerata tale dalla legge del luogo di costituzione o dalla legge nazionale di almeno una delle parti o dalla legge dello Stato di comune residenza al momento della costituzione.

4. I rapporti personali e patrimoniali tra le parti sono regolati dalla legge dello Stato davanti alle cui autorita' l'unione e' stata costituita. A richiesta di una delle parti il giudice puo' disporre l'applicazione della legge dello Stato nel quale la vita comune e' prevalentemente localizzata. Le parti possono convenire per iscritto che i loro rapporti patrimoniali sono regolati dalla legge dello Stato di cui almeno una di esse e' cittadina o nel quale almeno una di esse risiede. 5. Alle obbligazioni alimentari si applica l'articolo 45.

Art. 32-quater. (Scioglimento dell'unione civile). 

1. In materia di scioglimento dell'unione civile la giurisdizione italiana sussiste, oltre che nei casi previsti dagli articoli 3 e 9, anche quando una delle parti e' cittadina italiana o l'unione e' stata costituita in Italia. I medesimi titoli di giurisdizione si applicano anche in materia di nullita' o di annullamento dell'unione civile. 2. Lo scioglimento dell'unione civile e' regolato dalla legge applicabile al divorzio in conformita' al regolamento n. 1259/2010/UE del Consiglio del 20 dicembre 2010 relativo ad una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale. Art. 32-quinquies. (Unione civile costituita all'estero tra cittadini italiani dello stesso sesso).

 1. L'unione civile, o altro istituto analogo, costituiti all'estero tra cittadini italiani dello stesso sesso abitualmente residenti in Italia produce gli effetti dell'unione civile regolata dalla legge italiana.; b) l'articolo 45 e' sostituito dal seguente: "Art. 45. (Obbligazioni alimentari nella famiglia).

1. Le obbligazioni alimentari nella famiglia sono regolate dalla legge designata dal regolamento 2009/4/CE del Consiglio del 18 dicembre 2008 relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni e alla cooperazione in materia di obbligazioni alimentari, e successive modificazioni.


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Giustizia: assunzione 348 nuovi magistrati

Saranno 348 i nuovi magistrati che entro la fine del mese inizieranno il tirocinio negli uffici giudiziari e saranno destinati a coprire parte delle carenze di organico nelle sedi con maggiori scoperture. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha infatti firmato il decreto di nomina dei vincitori dell’ultimo concorso per magistrato ordinario, indetto con D.M. 5 novembre 2014. La graduatoria era stata approvata il 5 dicembre scorso e successivamente inserita, su richiesta del Guardasigilli, fra le proposte prioritarie da finanziare mediante il riparto del Fondo istituito dalla Legge di Bilancio 2017. Nei giorni scorsi, infine, il via libera del Consiglio Superiore della Magistratura.


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Impatto della norma sulle discipline bionaturali


Le discipline bionaturali possono definirsi - volendo far proprie le parole della giurisprudenza amministrativa – come quelle tecniche che mirano a favorire il miglioramento e la conservazione del benessere globale della persona mediante metodi rintracciabili nella natura stessa e nei suoi processi vitali. Rientrano nel novero delle “medicine non convenzionali”, discipline estranee, dunque, alla medicina ufficiale ed il cui inquadramento normativo difetta o addirittura manca in molti Paesi Europei, nonostante rappresentino una realtà in crescita esponenziale nell’attuale contesto socio-economico. In Italia la figura professionale dell’operatore del benessere non risulta istituzionalizzata e regolamentata a livello territoriale. Detto vuoto normativo ha dato luogo (e per certi versi continua a dare, anche dopo l’avvento della l. 4/13) ad un ambiguo quadro normativo di riferimento, che non ha fatto altro che disincentivare il fiorire di importante iniziative economiche in tale settore. Da sempre, infatti, la querelle di maggiore attualità ha riguardato l’individuazione della disciplina in concreto applicabile agli operatori del benessere. Va registrato che sino agli anni più recenti l’orientamento della P.A. era nel senso di ritenere l’attività di massaggi sussumibile all’interno della disciplina dell’attività di estetista o addirittura in quella propria del terapeuta, estendendo a tale figura professionale la rispettiva e più stringente normativa. Ciò, sul presupposto che l’attività di massaggio, comunque denominata, si risolvesse, in ogni caso, in trattamenti diretti sul corpo umano. Di qui, numerose sono state le ordinanze comunali di inibizione alla continuazione dell’attività disposte a carico degli operatori del benessere per esercizio abusivo della professione, con cui si contestava la violazione dell’art. 12 l. 4 gennaio 1990 n. 1, in ordine al mancato possesso dell’attestato di estetista e delle prescritte autorizzazioni comunali. Senza tralasciare, poi, eventuali profili penalistici della condotta tenuta dall’operatore, legati all’esercizio abusivo della professione ed alla prevista punibilità di tale fatto da parte dell’Ordinamento (art. 348 cod. pen.).

Tale approccio alla problematica, però, prestava il fianco a facili critiche. In primo luogo, la diversità ontologica esistente tra le discipline in esame non giustifica l’applicazione, in via analogica, di un più stringente regime normativo agli operatori del benessere. L’attenzione è stata focalizzata sul differente approccio e sulle differenti finalità che connotano le discipline bionaturali rispetto all’attività di estetista, essendo le prime volte a recuperare/mantenere/ preservare l’ottimale stato di benessere psico-fisico, a prescindere dal conseguimento di benefici di tipo estetico (attenuazione o eliminazioni degli inestetismi presenti). Tale 15 Diritto differenza, con riferimento alle arti mediche, viene invece individuata nella circostanza che l’operatore del benessere non lavora sul quadro sintomatologico del soggetto (e quindi sulla c.d. “malattia”), ma ha come obiettivo primario quello di sollecitare le risorse di cui ciascun organismo è dotato al fine dell’ottimale stato di salute e benessere che, come anche la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha sancito, non indica semplicemente uno stato di mancanza di malattia, bensì una più ampia condizione e pienezza di vita, in cui la persona si esprime ed opera in completa armonia con sé stessa. In secondo luogo, una siffatta impostazione non appariva aderente alla logica di semplificazione e liberalizzazione che caratterizza gli interventi legislativi intervenuti a cavallo tra il 2011 e il 2012 nonché al criterio di proporzionalità sancito dalla direttiva U.E. sui servizi nel mercato interno. Proprio un’interpretazione “tassativa, restrittiva e ragionevolmente proporzionata” della norma non consente, infatti, di assoggettare le discipline bionaturali - in assenza di una normativa ad hoc - a specifiche restrizioni all’esercizio, eventualmente desunte in via analogica da quanto previsto per attività speculari. Il definitivo superamento dell’orientamento che estendeva alle discipline bionaturali il più severo regime proprio dell’attività estetica e terapeutica si è avuto soltanto con l’avvento della l. 14 gennaio 2013, n. 4, dettata proprio in materia professioni non ricomprese in Ordini e Collegi. Oggi, infatti, le discipline bionaturali vengono considerate professioni non organizzate, ricadenti nel perimetro applicativo della citata l. 4/13 e come tali, liberamente esercitabili ed affidate alla competenza ed all’indipendenza di giudizio tecnico ed intellettuale del professionista.

Nonostante la citata legge presenti dei limiti per l’eterogeneità delle professioni che mira a regolare (in Italia vengono stimate più di duecento professioni non organizzate), consente tuttavia – per la prima volta – di riconoscere alle discipline bionaturali una dignità giuridica autonoma, tracciando così un confine ancor più marcato rispetto all’attività estetica o terapeutica, troppo spesso erroneamente sovrapposte. In tal senso si è pronunciata anche la giurisprudenza amministrativa e, nonostante le esitazioni iniziali, a tale orientamento hanno aderito anche il Ministero dello Sviluppo Economico ed il Ministero della Salute. Non che tale normativa possa dirsi, però, risolutiva di tutte le problematiche riscontate nello specifico settore. Permangono, infatti, delle questioni irrisolte legate, in partenza, all’esclusione delle discipline bionaturali dalla medicina ufficiale, sul presupposto che, allo stato, non sono stati chiariti in maniera soddisfacente e rigorosamente scientifica i meccanismi di azione di molte di esse, evidenziandosi la dicotomia esistente tra la medicina basata sull’evidenza ed il trattamento olistico, più connotato di valenza fideistica e filosofica. In conclusione, può affermarsi che la descritta situazione di impasse potrà ritenersi definitivamente superata solo a seguito di un accurato intervento del legislatore, teso a regolamentare, a livello statale, la figura dell’operatore del benessere. Per completezza d’esposizione, va segnalato che, se a livello nazionale il legislatore è rimasto inerte, di converso numerosi sono stati i tentativi dei legislatori regionali di istituzionalizzare la figura professionale dell’operatore del benessere. Tentativi tutti puntualmente dichiarati costituzionalmente illegittimi dalla Consulta, attesa la riserva di legge in materia di professioni ex art. 117, comma 3, Cost., in virtù della quale la definizione dei principi fondamentali concernenti l’individuazione dei profili professionali e dei relativi requisiti di accesso, con l’eventuale istituzione di appositi albi, viene riservata, per il suo carattere necessariamente unitario, allo Stato, rientrando nella competenza delle Regioni la disciplina di quegli aspetti che presentano uno specifico collegamento con la realtà regionale. Tale principio si configura quale limite di ordine generale, invalicabile dalla legge regionale, da ciò derivando che non è nei poteri delle Regioni dar vita a nuove figure professionali. La scelta in tal senso, da parte del Legislatore, risponde all’esigenza fondamentale di dettare una disciplina uniforme sul piano nazionale, coerente anche con i principi dell’ordinamento comunitario. Siffatto quadro viene confermato dal d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 30 il cui art. 1, comma 2, ha attribuito allo Stato l’individuazione delle professioni ed alle Regioni la potestà legislativa sulle professioni così come individuate e definite dalla normativa statale. Inoltre, l’art. 4, comma 2, stabilisce che lo Stato individua “i requisiti tecnico professionali e i titoli professionali necessari per l’esercizio delle attività professionali che richiedono una specifica preparazione a garanzia di interessi pubblici generali la cui tutela compete allo Stato”; l’art. 2, comma 1, conclude precisando che “le Regioni non possono adottare provvedimenti che ostacolino l’esercizio della professione”.

Roberto De Blasiis 

avvocato del Foro di Roma 


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Assolto Orsi dall’accusa di riciclaggio: cadono dopo sei anni le accuse nei confronti dell’ex consigliere della lista Alemanno

L’ex consigliere comunale della lista Alemanno, Francesco Orsi, era finito sulle pagine di tutti i giornali e visto conclusa la sua carriera politica per due accuse formulate nei suoi confronti dal P.M. che cura le indagini su “Mafia Capitale”, quella di riciclaggio di denaro sporco e di una truffa immobiliare relative a case in cooperativa alla Maglianella.

Il 5 Gennaio la Quinta Sezione Collegiale del Tribunale Penale di Roma, presieduta dal cons. Paola De Martiis, ha assolto l’Orsi per non aver commesso il fatto dall’accusa di riciclaggio.

“Dopo sei anni di gogna, anche mediatica, finalmente è stata resa giustizia ad un uomo che ha pagato per essere passato dall’imprenditoria alla politica” ha commentato l’avv. Romolo Reboa che ha difeso l’imputato insieme all’avv. Simone Faiella “Nel 2017 mi aspetto per lui analoga sentenza di assoluzione anche per la vicenda della Maglianella, stante le prove a discarico acquisite anche in quel dibattimento”.


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