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Editoriali

Cuore Sociale

Lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena, con i relativi coinvolgimenti della Fondazione controllata dagli esponenti del PD di Bersani, e la "salita in campo" (il professore è troppo pieno di sé per scendere ai livelli dei comuni mortali) di Mario Monti hanno dimostrato la veridicità di ciò che ho più volte affermato sulle pagine di questo giornale: vi è un sistema economico internazionale che ha interesse ad appropriarsi a basso costo dei risparmi degli Italiani.

Secondo i dati ISTAT nel 2007 ben l'82,8% della popolazione italiana abitava in alloggi in proprietà, ma dal 2001, cioè dal momento dell'adozione dell'euro quale moneta unica, la propensione al risparmio delle famiglie ha avuto un diagramma in continua discesa.

Ciò significa che l'euro ha avuto quale primo effetto la cosiddetta "bolla immobiliare", cioè un trasferimento dei risparmi in mutui bancari solo apparentemente a basso costo, perché la pietra di paragone era il valore di un immobile in realtà estremamente gonfiato da una momentanea situazione di mercato.

Gonfiato per giustificare le rivalutazioni catastali e, quindi, un aumento delle imposte, che si è tradotto per le famiglie in un incremento dell'onere economico necessario per continuare ad avere la disponibilità di cespiti acquisiti con i risparmi di una vita, peraltro divenuti improvvisamente di difficile realizzo.

Sicché, per evitare la bancarotta o il ricorso a strozzini autorizzati e non, dopo aver dato fondo alle riserve, le persone per bene sono costrette a vendere i loro gioielli, sia quelli creati per adornare le donne (non a caso si sono moltiplicati i negozi che comprano oro) sia gli immobili.

Per quelli di maggior prestigio c'è il capitale straniero che li acquista a basso costo, magari anche attraverso fondi immobiliari di diritto estero di fatto sottratti agli occhi indiscreti della Guardia di Finanza Italiana; per gli altri ci sono i capitali degli speculatori italiani e della criminalità organizzata, che controlla sempre più vaste fasce di mercato attraverso società incastrate tra di loro, come scatole cinesi, o prestanome.

A questo si aggiungono i capitali dei lavoratori stranieri piccoli imprenditori, soprattutto cinesi ed asiatici, frutto di attività lavorative lecite, ma espletate per lo più nello scarso rispetto delle normative fiscali, previdenziali e del lavoro e, quindi, con utili superiori a quelli delle "normali" P.M.I. costituite da Italiani: per la precisione gli utili di tali aziende, che trovando origine nella "solidarietà tra cittadini immigrati" (leggi anche, ma non solo, mafia cinese) e basandosi su un costo del lavoro di poco superiore a quello dei paesi di provenienza, sono a volte persino superiori a quelli delle imprese nate per il riciclaggio di capitali di provenienza illecita, le quali, a causa del "peccato originale", sono più rispettose della legge, avendo un elevato interesse ad evitare possibili controlli da parte dell'Autorità.

Il fenomeno degli immigrati con permesso di soggiorno, ma di fatto lavoratori in nero, ha quale ulteriore conseguenza che essi beneficiano prima degli Italiani dei servizi sociali, le cui graduatorie sono formate sulla base del reddito, sicché per i cittadini il pagare le tasse o l'investimento del proprio risparmio nell'acquisto della casa si traduce in una beffa ulteriore, quella dell'impossibilità ad accedere ai servizi che contribuisce a pagare.

L'unica alternativa reale per accedervi sarebbe impoverirsi o evadere il fisco, magari lavorando in nero...

Lo spread, termine che gli Italiani non conoscevano sin tanto che i giornali lo amplificassero, realizzando così il sogno tedesco di vedere il più gradito Monti al posto dell'ingestibile Berlusconi, trova origine anche nelle relazioni delle società internazionali di rating.

Basta leggere Wikipedia, la libera enciclopedia sul web, per apprendere che Mario Monti è stato anche un consulente internazionale per Goldman Sachs, membro del Senior European Advisory Council di Moody's ed è uno dei membri del Business and Economics Group Advisor del Consiglio Atlantico: incarichi prestigiosi, ma che consentono di comprendere come nulla succede a caso...

In Italia esistono anche Magistrati coraggiosi che non hanno quale unico obiettivo ottenere una condanna dell'imputato numero uno, Silvio Berlusconi, o chi abbia avuto la cattiva idea di allearsi con lui. Il PM della Procura di Trani, Michele Ruggiero, ha aperto una indagine sulle agenzie internazionali di rating, Moody's e Standard & Poor's, affermando che "gli analisti fornivano intenzionalmente informazioni tendenziose e distorte. Hanno suggerito agli operatori finanziari una relazione tra il rischio Grecia e la rischiosità delle banche italiane".

E' quindi palese che grandi poteri economici nazionali ed internazionali hanno condizionato le scelte degli Italiani per appropriarsi dei beni di una Nazione che aveva fatto del risparmio l'arma di ricchezza delle proprie famiglie.

Il prestito dello Stato erogato dal Governo Monti per pagare le speculazioni di potere volute dalla Fondazione del Monte dei Paschi di Siena controllata dagli uomini di Bersani, dimostra che affermare che quest'ultimo è il "lato B" del primo è qualcosa di più di una battuta da salotto ed è la conseguenza della rinuncia dell'Italia alla sovranità monetaria, fortemente voluta da Prodi.

La Gran Bretagna è forte in Europa, ma non utilizza l'euro stampato dalla Germania, ma la sterlina. L'Italia si fa stampare moneta dagli altri, rinunciando alla sovranità della lira, il cui ritorno non è quindi un passo indietro, ma un auspicio.

Sovranità monetaria, europeismo e socialità, non sono due termini antitetici, ma occorre distinguere tra l'Europa dei mercanti, cioè l'attuale mera unione a fini economici, dall'Europa dei popoli sovrani, nella quale vi è una moneta stampata dai vari stati federali, come negli Stati Uniti d'America, un esercito comune, una polizia federale, ecc.

Francesco Storace e La Destra, mi hanno offerto l'onore di inserire il mio nome al quarto posto della lista al Senato: ho deciso di esserci, nella speranza di riuscire a divenire una sorta di guardiano del faro della economia e della socialità italiana.

di Romolo Reboa*

* Avvocato del Foro di Roma


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Giustizia e nanismo

Non è mio stile utilizzare le pagine di questo giornale per parlare di vicende che mi coinvolgono personalmente. E' una scelta di etica giornalistica, ritengo che non sia corretto utilizzare le pagine di una testata che si dirige per indirizzare l'opinione pubblica in una questione giudiziaria in cui si è obtorto collo protagonisti.

Altri la vedono diversamente, in questi giorni si parla del caso Sallusti ed egli utilizza le pagine de Il Giornale per far conoscere la propria opinione su quella che è palesemente un'ingiustizia che rischia di mettere in pericolo il principio di libertà di espressione solennemente sancito dall'art. 21 della Costituzione: è legittimo, quel caso giudiziario attiene alla professione di giornalista e il diffamato era un Magistrato, mentre nel mio caso è stata la libertà della professione forense ad essere l'oggetto indiretto dell'azione giudiziaria e, quindi, spettava ad altri e non all'imputato assumere il ruolo di difensore.

Ora che la vicenda si è conclusa e la Magistratura ha affermato definitivamente che un avvocato era stato indagato e condannato in primo grado per un "fatto che non sussiste", è però doveroso chiedersi come tutto ciò sia potuto accadere.

Il caso è stato trattato per sette anni dalla stampa ed è presente su internet, quindi dedicherò cercherò di riepilogarlo in poche righe.

Marzo 2005: ricevo da un cliente l'incarico di assisterlo perché vuole denunciare alla Magistratura una grave violazione delle regole democratiche, la partecipazione alle elezioni regionali del Lazio della lista Azione Sociale, messa su dall'on. Alessandra Mussolini in competizione e disturbo del presidente uscente, Francesco Storace.

Si deduce che la violazione consisterebbe nell'aver presentato la lista, utilizzando migliaia di firme false. Mi vengono consegnate le prove della falsità, costituite dalle copie delle certificazioni anagrafiche ove è annotato il rilascio di una carta d'identità diversa da quella che si afferma sarebbe stata utilizzata per la identificazione dei firmatari.

Deposito denuncia e documenti consegnatimi (dei quali rilascio per trasparenza regolare ricevuta) alla Procura della Repubblica e, poi, copia del tutto alla Commissione elettorale presso la Corte di Appello di Roma che, in adesione all'istanza ritualmente presentata, in autotutela revoca l'ammissione della lista alla competizione elettorale.

Tutte le pronunce successive della Magistratura confermeranno che quella esclusione era legittima e doverosa, ma l'allora Sindaco di Roma, Walter Veltroni, si butta a capofitto della vicenda, denunciando che l'acquisizione dei certificati elettorali via internet era una incursione informatica dell'avversario politico Francesco Storace.

La strana alleanza Veltroni / Mussolini si rivela vincente sia per quest'ultima, dato che il Consiglio di Stato la fa partecipare provvisoriamente alle elezioni regionali, sia per la Sinistra tutta, la cui stampa trasforma una richiesta di tutela giudiziaria nel Laziogate, con una campagna scandalistica che farà perdere le elezioni a Storace e, poi, lo indurrà a dimettersi da Ministro della Salute, non perché qualcuno glielo abbia imposto, ma perché la sua etica da combattente vigoroso, ma intimamente gentiluomo gli impone di farlo.

Nel frattempo la Magistratura indaga e non risparmia nessuno: così la richiesta di documenti necessari per provare il reato fatta dall'avvocato si trasforma in un'ipotesi di "istigazione" al reato di "accesso abusivo ad un sistema informatico" di cui il pentito di turno si confessa autore, patteggiando una pena illusoria per trasformarsi nell'accusatore principale (e, invero, unico) dell'uomo politico vittima del reato elettorale, Francesco Storace, facendolo diventare il colpevole per l'opinione pubblica.

Fermo restando che ora si può affermare pubblicamente l' "accesso abusivo ad un sistema informatico" non è mai esistito, è indubbio che tale reato sia da classificarsi giuridicamente tra le ipotesi criminose di minore entità: tuttavia un Giudice monocratico trasforma il relativo procedimento in una sorta di maxiprocesso, imponendo ritmi tanto serrati da smentire i dati sulla lentezza dei processi.

La percezione psicologica di tutti gli imputati in quei giorni è che il processo fosse lo strumento per arrivare alla condanna piuttosto che per ricercare la verità, ma nessuno perde fiducia nella Magistratura, anche quando si arrivò ad una condanna clamorosa: il nostro sistema giudiziario prevede tre gradi di giudizio.

Certo è duro, per un giurista, leggere che la prospettazione al cliente di un possibile accoglimento dell'azione giudiziaria può trasformarsi, per l'avvocato, in un'ipotesi di concorso morale nell'altrui reato, ma, si sa, una delle caratteristiche del diritto è quella di evolversi e, quindi, l'unico rimedio tecnico è il gravame.

La Corte di Appello di Roma, il 29 Ottobre 2012, ha dichiarato su conforme richiesta del P.G. che "il fatto non sussiste".

Qualche fatto però rimane e non solo per il danno provocato ai protagonisti dal processo e dal suo clamore mediatico: affrontando e parlando con altri avvocati della mia vicenda, si scopre che il mio caso di coinvolgimento in fatti che riguardano il cliente in dipendenza dell'attività forense non è isolato.

E' possibile che un avvocato sia coinvolto in illeciti del cliente, ma se si identifica tale coinvolgimento nell'attività di consulenza che viene identificata come concorso morale, significa che la Magistratura ha dichiarato che la professione forense è una professione ad alto rischio, come quella della Croce Rossa in una zona di guerra.

Di fronte a tutto ciò, cosa ha fatto l'Avvocatura nel mio caso, così come in quelli dei tanti onesti colleghi coinvolti in vicende similari? E' rimasta silente, limitandosi a consentire al collega di continuare a lavorare, in una sorta di nanismo castrante che contribuisce al degrado della giustizia.

Io non intendo unirmi al coro del silenzio e, uscito dal vincolo che mi ero imposto quale imputato, denuncio pubblicamente che il coinvolgere gli avvocati come concorrenti di altrui reati costituisce un grave attentato al diritto di difesa, contro cui le associazioni forensi, se vogliono avere una ragione di esistere, debbono battersi.

Il diritto di difesa è la differenza tra una dittatura e uno stato democratico, anche la Magistratura dovrebbe ricordarlo allorché formula simili affrettate accuse.

Romolo Reboa*

Avvocato del Foro di Roma


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Il golpe democratico

E' arduo tentare di dimostrare a qualcuno che lo stanno prendendo in giro, specie quando intorno a lui vi sono tante persone che creano confusione, dando le informazioni più disparate e contraddittorie.

Ciò che rende ancor più difficile tale ingrato compito è che, in un simile contesto, per illustrare la realtà è necessario essere più noiosi di quello che lo era il Grillo Parlante con Pinocchio.

E' quindi con scarsa gioia che scrivo queste righe, pensando che è altissimo il rischio che qualche lettore, tediato da un incrocio assurdo di norme, potrebbe non riuscire ad arrivare sino alla fine della dissertazione. Tuttavia, dato che, per dimostrare una realtà scomoda, occorrono fatti e non proclami, non mi esimerò dall'ingrato compito.

Si afferma che l'economia italiana rischia di andare in crisi perché si avvicina un momento di altissima instabilità a causa della contemporanea scadenza delle Camere (il 30 Aprile 2013) e della fine del mandato del Presidente, Giorgio Napolitano (il 15 Maggio 2013).

Alla fine del suo mandato Giorgio Napolitano avrà 88 anni e, quindi, non appare anagraficamente nemmeno ipotizzabile una sua nuova candidatura per un altro settennato.

Si sostiene anche che l'unica garanzia per l'Italia in Europa sarebbe Mario Monti.

Nel frattempo i partiti politici disquisiscono di come cambiare la legge elettorale, cioè le regole del gioco democratico, malgrado la competizione sia legalmente quasi già aperta, come vedremo nelle righe che seguono.

Sulla base di questi elementi si vorrebbe che gli Italiani accettassero qualsiasi scelta e in silenzio. E ciò che si profila è un nuovo golpe democratico, ove una abile regia di poteri forti porterà il Paese ad illudersi di aver scelto ciò che, viceversa, è stato deciso a tavolino.

Il piatto che verrà servito sarà che, per la salvezza dell'Italia, è necessario votare Mario Monti, il quale solo all'ultimo minuto accetterà l'ingrato compito...

Stimo molto l'attuale Presidente del Consiglio, pur non condividendo le sue scelte di attuare il risanamento economico attraverso la macelleria sociale, anche perché ho sempre apprezzato le persone dotate di cultura, educazione e preparazione, ritenendo tali qualità il presupposto per assumere cariche pubbliche di rilievo.

Purtroppo la scelta dei politici di privilegiare nelle loro liste comici, ballerine, portaborse e gli altri simili personaggi che infestano il Parlamento illumina di una luce eccessiva chi sia da essi diverso.

La prova del fatto che vi è un'intesa tra i partiti che rappresentano l'attuale maggioranza ed il Governo per arrivare ad una "soluzione elettorale guidata" che escluda dal Parlamento le voci del dissenso si rinviene utilizzando la logica ed analizzando la normativa elettorale.

Iniziamo dalla logica: Mario Monti è persona di prestigio, gradito rappresentante dell'Italia sia da parte dell'Europa che dei poteri bancari dai quali proviene.

Egli è sicuramente persona degna di rappresentare l'Italia al più alto livello. In questo momento ha una maggioranza parlamentare che nessuno potrebbe ipotizzare dopo le elezioni 2013 ed è stimato dal Presidente Napolitano, che lo ha fortemente voluto alla guida del Paese.

Per evitare l'instabilità del doppio vuoto istituzionale della Primavera 2013 sarebbe sufficiente che, dopo aver ricevuto dai partiti una formale dichiarazione di convergenza sul nominativo di Mario Monti a Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano si dimettesse, rinunciando a sei mesi di presidenza.

Una simile scelta da parte di un uomo di 87 anni del suo prestigio non dovrebbe essere particolarmente pesante, anche perché ne consacrerebbe l'operato nei libri di storia e consentirebbe al Paese di scegliere il nuovo Parlamento con serenità e senza coercizioni morali.

Sulla grande stampa non si legge di alcuna proposta in tal senso: poiché la logica è la regina delle prove, si ritiene dimostrato che la partita che si gioca è un'altra, ove la libertà di scelta dell'elettore non è certamente privilegiata.

Passiamo dalla logica all'analisi della normativa elettorale: il Parlamento dovrebbe essere rinnovato a fine Aprile 2013 e, comunque, non oltre l'8 Luglio 2013, atteso che l'art. 61 stabilisce che "le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti" e che i poteri delle Camere sono prorogati sino alla prima riunione delle nuove (avvenute il 30 Aprile 2008).

Il che, incidentalmente, significa che l'attuale Parlamento potrebbe anche rimanere in carica il tempo necessario per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, senza necessità di dimissioni anticipate di Napolitano, ove il Consiglio dei Ministri ciò stabilisse ai sensi dell'art. 11 L. 361/1957 che recita che i "comizi elettorali sono convocati con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri".

Il problema è che, ai sensi dell'art. 57 Cost., e che l'art. 14, 3° co., della L. 53/1990 stabilisce che le firme per le liste elettorali possono e devono essere raccolte nei sei mesi precedenti "il termine finale fissato per la presentazione delle candidature". L'obbligo della raccolta delle firme vale solo per i partiti che non siano già rappresentati in Parlamento.

Ne deriva che i nuovi partiti devono formare le liste ed iniziare a raccogliere le firme dal 30 Ottobre 2012, ma non possono farlo perché non si è provveduto a ripartire i seggi tra le circoscrizioni in seguito al censimento ISTAT 2011 e, se cambierà la legge elettorale mentre la raccolta delle firme è già iniziata, gli stessi dovranno ricominciare da capo e con meno tempo a disposizione.

La maggioranza, cioè il consorzio di tutti i maggiori partiti, vivrà di rendita, alla faccia della democrazia auspicata dai Padri costituenti e il golpe democratico si potrà realizzare senza tanti clamori.

di Romolo Reboa*

Avvocato del Foro di Roma


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Il golpe dell'appello

Vi sono tanti modi per affrontare un problema: alcuni scelgono di confrontarsi con le altre parti interessate, altri preferiscono percorrere altre strade.

C'è a chi la concertazione non piace, come all'attuale Presidente del Consiglio, che lo considera un male italiano: onore a questa dichiarazione, che consente di avere ben chiara quale sia la concezione della democrazia del sen. Monti e di chi lo sostiene, sicché ognuno potrà decidere in piena consapevolezza se condividerla o meno allorché, nel 2013, sarà finalmente possibile esprimersi con il voto.

Sicuramente la giustizia italiana ha un problema: troppe cause anche in conseguenza di un numero eccessivo di avvocati provocato dallo sciagurato Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 215 del 7 settembre 1944, che, all'art. 1, sospese "temporaneamente ... l'applicazione delle norme concernenti la limitazione del numero dei posti da conferire annualmente per l'iscrizione o per trasferimento negli albi degli avvocati", cioè il numero chiuso degli esercenti la professione forense, che, sino alla caduta del Fascismo, funzionava come quella dei notai.

Il sistema giudiziario italiano era concepito sulla base dei principi derivati dal diritto romano, con i Tribunali che decidevano sempre in composizione collegiale e con le Preture che si occupavano delle questioni di minor rilevanza economica, ancorché a volte socialmente deflagranti, e delle questioni d'urgenza.

I Pretori erano magistrati togati di grande valore, capaci di dare veramente giustizia, per lo più giovani, che trasferivano nei collegi le esperienze accumulate nel territorio.

I Tribunali erano viceversa concepiti per controllare l'operato dei Pretori e per occuparsi delle questioni di maggior rilievo.

Poi le riforme, assolutamente inorganiche, che hanno abolito le Preture, istituito i Giudici monocratici di Tribunale e le sezioni staccate degli stessi, nei locali delle ex Preture, sicché si è passati da un sistema centrale che esercita la giurisdizione in sede locale ad una giustizia localizzata nella quale i politici di turno sperano di cimentarsi nel business della edilizia giudiziaria.

Il Governo Monti, in contrasto formale con il CNF, ma sostanzialmente in linea con il pensiero ed i modi di operare dei suoi vertici, ha deciso di attuare una controriforma il cui effetto sarà che la libera professione non costituirà più quell'ammortizzatore sociale che è stato negli ultimi cinquanta anni. Infatti i piccoli studi saranno costretti a chiudere per effetto della perdita delle tutele residue, dei costi del contenzioso e della necessità di organizzarsi in strutture ben organizzate per far fronte alle miriadi di incombenti imposte dalle varie normative (fiscali, sulla privacy, sulla salute dei lavoratori, sulla privacy, sul riciclaggio, ecc.).

Per farlo Monti ha scelto non già la strada diretta di una riforma organica, ma quella di tagliare con norme sparse qua e la i tanti vasi capillari che davano linfa ad un sistema di libero individualismo sicuramente malato, ma che, morendo, trascinerà con sé non solo le proprie scorie, ma anche quel bene prezioso che esso aveva incarnato, la libertà di difesa che avrebbe dovuto essere esaltata.

Perché se è teoricamente accettabile (o, comunque, discutibile costruttivamente) un drastico sistema di riduzione del numero degli esercenti una professione ed una rivisitazione della geografia giudiziaria, è sicuramente inaccettabile il taglio delle motivazioni dei provvedimenti giurisdizionali e delle possibilità di impugnarli.

Significa trasformare i giudici monocratici, in quanto tali più facilmente esposti ad errori e condizionamenti, da esponenti di grande rilievo di un sistema comunque improntato alle garanzie dei tre gradi di giudizio a "quasi dittattori" di un sistema che si manifesta in partenza refrattario alla critica intellettuale costituita dall'appello.

Non sfuggirà ai lettori conoscitori delle elementari cognizioni del diritto pubblico come l'ultimo decreto legge emanato dal Governo per la "crescita dell'Italia", cioè il D.L. 83/2012, contenga agli artt. 54, 55 e 56 una profonda aberrazione giuridica, una sorta di golpe in danno della giustizia civile, che non si riesce a comprendere come possa essere stato avallato dal Presidente della Repubblica con la propria firma.

Infatti, probabilmente per la prima volta nella storia della Repubblica, si legge su un decreto legge: "Le disposizioni di cui al comma 1, lettere a), c), d) ed e) si applicano ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto" (art. 54, 2° co.). Una disposizione analoga è prevista per il successivo art. 55 di riduzione delle possibilità di trovare tutela nella cosiddetta legge Pinto.

L'art. 77 della Costituzione, norma fondamentale della democrazia parlamentare repubblicana, in assenza della quale si sarebbe affermato che alla dittatura fascista è succeduta una dittatura democratica di staliniana memoria, afferma che il Governo può emanare "decreti che abbiano valore di legge ordinari" solo "in casi straordinari di necessità ed urgenza".

La Corte Costituzionale, con la sentenza n 360/1996, aveva imposto severe restrizioni alla prassi dei governi sino ad allora succedutisi di servirsi dello strumento del decreto-legge per assumere di fatto il ruolo del Parlamento.

Non è necessario essere dei giuristi per capire che una norma che entra in vigore trenta giorni dopo la legge di sua conversione non ha il requisito dell'urgenza e, quindi, non poteva essere utilizzata dal Governo quale strumento normativo e non doveva portare l'avallo del capo dello Stato, in altre occasioni attento difensore della legalità costituzionale.

Il gioco è chiaro: il Governo porrà la fiducia sul decreto e una norma non urgente diventerà legge, perché non si potrà immolare il "salvataggio" dell'Italia sull'altare delle garanzie del cittadino ad avere un appello equo di fronte ad una possibile sentenza civile ingiusta.

Ci si potrà appellare al golpe e sollevare l'eccezione di incostituzionalità, ma probabilmente si rimarrà senza appello in una Italia salva, con Tribunali funzionanti, ma priva di giustizia.

Romolo Reboa

* Avvocato del Foro di Roma


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Il Silvio Grillo

Dal mese di Maggio in libreria è possibile trovare una bella pubblicazione scritta dall'amico Fausto Pellegrini, oggi giornalista RAI, già vicedirettore di questa testata: La bisaccia del giornalista. Una ricerca intellettuale su chi siamo, dove andiamo e come, utilizzando quale lente di ingrandimento il percorso dell'informazione ed il mondo dei media.

Quando l'autore illustra il passaggio dell'informazione dalle radio libere alle televisioni commerciali, non si limita a parlarci del mondo dei media, scrive un pezzo di storia di Italia, perché il successo politico nasce non solo dal controllo degli strumenti di comunicazione di massa, ma anche dalla capacità di utilizzarli.

Berlusconi ha avuto l'uno e l'altra e, quindi, i suoi avversari politici gli hanno addebitato di aver violato le regole del gioco, tanto più che, andando al potere, ha avuto la possibilità di incidere anche sul servizio pubblico.

Ho sempre ritenuto tale accusa fondata solo in parte, in quanto a Berlusconi si sono contrapposti dei validissimi networks economico editoriali, capeggiati dal gruppo La Repubblica / Espresso, che hanno privilegiato altri strumenti di comunicazione di massa, più tradizionali, ma tuttora altamente validi, anche perché indirizzati a fasce culturalmente più elevate e, quindi, con capacità di avvalorare il messaggio ricevuto e ritrasmetterlo sotto forma di docenza.

La mia analisi del berlusconismo si scontra spesso con quella degli amici di sinistra, in quanto essi ritengono che il leader del PDL sia la causa dell'attuale degrado culturale e morale della società.

E' pacifico che tale degrado esista e che un certo modo di fare comunicazione si innesti in tale fenomeno, accentuandolo, ma non è metodologicamente corretto confondere i sintomi della malattia con le cause.

Le televisioni commerciali hanno preso il posto delle radio libere non perché Berlusconi ha fondato la Fininvest, ma perché l'evoluzione della tecnica rendeva economicamente inattuale sia il monopolio della RAI che il sistema para volontaristico sul quale nacquero le prime emittenti sull'onda dell'entusiasmo per le nuove possibilità di comunicare.

E' stata la legge economica ad imporre la creazione dei network televisivi, pena la morte di ogni sistema alternativo alla comunicazione di stato.

Berlusconi ha intuito prima degli altri non solo dove andava il mondo della comunicazione, ma che la gente voleva un certo tipo di comunicazione e gliel'ha data, esattamente come è sempre avvenuto nel mondo.

I sovrani, ora con le feste popolari ora con le esecuzioni in piazza, soddisfavano le esigenze popolari. Gli stati repubblicani, anche ad alto tasso di democrazia, come gli Stati Uniti, non si discostano di molto, con le immagini della sedia elettrica, dell'impiccagione di Saddam Hussein, della guerra in diretta e, anche, con il seppellimento in mare di Bin Laden.

E la democrazia italiana, con piazzale Loreto, non ha scelto di nascere dando in pasto ai sentimenti viscerali di un popolo, che non ne poteva più di morti e distruzioni, il cadavere del responsabile dell'evento e delle persone che gli sono rimaste vicine sino all'ultimo?

Basta andare in giro per il mondo e, nella propria stanza d'albergo, accendere la televisione ad audio spento per capire dalle immagini che Berlusconi è il frutto italiano della società non solo occidentale degli ultimi quaranta anni: un uomo che ne ha capito il funzionamento, le potenzialità degli strumenti tecnici ed ha avuto la capacità di cavalcare la tigre, assecondando le pulsioni popolari in luogo di tentare di guidarle.

La conseguenza o, a tutto voler concedere, il male della democrazia, ma non la causa della malattia.

Mentre i pseudo intellettuali si concentravano sul diavolo Silvio, impedendogli di invecchiare serenamente allietato dalle spudorate cortigiane del terzo millennio, qualcun altro studiava i mezzi di comunicazione di massa, faceva cioè lo stesso lavoro che fece Berlusconi negli anni '70.

Sia l'ottusità che la prosopopea del potere rendono ciechi, così nessuno si è accorto che Beppe Grillo ha iniziato molti anni fa il percorso che oggi ha portato il movimento Cinque Stelle ad apparire come una nuova Lega Nord in versione nazionale.

Eppure l'artista cinque anni fa, nel 2007, tenne una conferenza al Parlamento Europeo in materia di nuove tecnologie, in altra occasione si presentò quale azionista all'assemblea dei soci della Telecom Italia per fare un intervento show e, ancora, scorrendo il suo curriculum, si troveranno centinaia di iniziative che forse alcuni hanno ritenuto comiche, ma in realtà rivelano una sottile pianificazione unita all'intuito dell'uomo di spettacolo che sa quale possa essere la reazione del suo pubblico.

Gli elettori come spettatori, ai quali strappare il voto anziché l'applauso, o magari entrambi.

Lasciarsi andare a facili battute, giocando sulla parola comico, per far credere che chi fa ridere gli altri sia in realtà un minus habens, significa non aver letto l'Amleto di William Shakespeare, fingersi pazzo per poter essere libero e dire la verità.

A' livella, la poesia di Totò, non è stata da lui scritta per far ridere gli altri, ma è la denuncia sociale di un uomo nato Principe, che scelse di lasciare spazio alla propria umanità facendo ridere la gente, conscio che i principi si dimenticano, chi ha permesso ad un essere umano di abbandonarsi in una risata rimarrà sempre nel suo cuore.

Un comico può permettersi di tutto, anche di dare della salma al Presidente Napolitano senza essere denunciato per vilipendio al Capo dello Stato, cosa viceversa avvenuta in 24 ore ad un senatore della Repubblica per una critica politica.

Più i politici lo attaccano e più gli danno linfa vitale: lo ha capito Berlusconi, che va alle udienze del Tribunale di Milano perché, dopo le dimissioni, senza i processi, sarebbe caduto nell'anonimato; lo disse Mussolini, di cui si discute come se fosse vivo a 65 anni dalla morte: parlate male di me, purché parlate...

di Romolo Reboa*

Avvocato del Foro di Roma


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Convegno: Magistrati scrittori

Il 2 ottobre 2011 si è tenuta presso la Pinacoteca Palacultura di Latina la quarta edizione del Convegno dei magistrati-scrittori,realizzato da Eugius, Unione Giudici Scrittori d’Europa, nell’ambito della kermesse “Giallolatino”, Leggi tutto

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35 anni tra i protagonisti al "Canottieri Roma"

Festeggiato il compleanno della fondazione del giornale con la presentazione del libro "Da Piazzale Appio a Piazzale Clodio" Martedì 14 dicembre 2010, presso il “Circolo Canottieri di Roma”, si è svolta Leggi tutto

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"Per i diritti degli ultimi"

La tradizionale serata di fine anno della rivista Venerdì 16 dicembre 2011 la nostra Capitale ha cambiato aspetto, o almeno così è stato in via Flaminia 213 dove, presso lo Studio Leggi tutto