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Editoriali

La lente non basta

Nell’articolo dal titolo Liberare il vento, pubblicato su queste pagine due mesi or sono ed ancora presente sul sito internet www.in-giustizia.it, ho illustrato i motivi per i quali ho deciso di accettare la proposta del Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma, avv. Alessandro Cassiani, di candidarmi nella Lista del Presidente nelle elezioni per il rinnovo del Consiglio per il bienni 2010/2011.

Scrivevo allora che la mia sfida era liberare il vento, cioè dare vitalità alle energie di una categoria da troppo tempo imbalsamata in vecchi schemi, per lo più succube dei politici e della Magistratura a causa di una proletarizzazione che ha trasformato una professione prestigiosa in un ammortizzatore sociale per laureati in giurisprudenza che diversamente avrebbero scarse diverse prospettive di lavoro.

Eppure l’elevato numero degli iscritti, se costituisce un innegabile elemento fattore di riduzione dei guadagni dei singoli professionisti, ha quale contropartita che conferisce ai rappresentanti della categoria un potere di contrattazione con la classe politica potenzialmente elevato, dato che può indirizzare molti voti.

La Lista del Presidente ha fatto proprie le battaglie sulle cose concretie ed intellettuali che da anni sostengo attraverso questo giornale, sicché tutti gli avvocati hanno ricevuto i volantini caratterizzati dalla lente di ingrandimento, nei quali è stato aperto il confronto sui temi di interesse per chi esercita quotidianamente la professione, alcuni dei quali oserei definire caldi perché sinora tabù, quali le regole di trasparenza sull’affidamento degli incarichi giudiziari da parte della Magistratura.

Il numero degli accessi in pochi giorni al sito internet lalistadelpresidente.it, ove è possibile votare sulle proposte formulate, è stato tale da non lasciare dubbi che gli avvocati vogliono che il percorso che il Consiglio dell’Ordine sia del tutto diverso da quello spesso rissoso ed inconcludente che alcuni colleghi hanno provocato magari involontariamente, a causa di un carattere che fa esplodere l’aggressività all’interno del consesso, provocando così reazioni ed antipatie.

Un collega consigliere, colpito da una grave malattia, ne ha imputato la colpa alle polemiche consiliari, di cui altri lo ritengono a sua volta colpevole: e forse è vero ciò che dicono entrambi, perché il dibattito tra i professionisti incaricati di guidare la categoria troppe volte si è trasformato in denunce penali che mortificano l’avvocatura di fronte al proprio interlocutore naturale, la Magistratura, che viene così eletta a proprio superiore, essendo chiamata a giudicare dei fatti di casa propria.

Ho titolato questo pezzo la lente non basta per vari motivi.

Il primo è che, se gli avvocati con i molti accessi al sito, con i voti elettronici, con i commenti nelle aule giudiziari hanno dimostrato che il vento vuole e può effettivamente liberarsi, la maggioranza dei candidati non ha colto l’occasione che gli è stata offerta, aprendo il confronto.

La lente è passata sotto gli occhi dei colleghi avversari spesso anche con simpatia e con parole di stima per quella che è stata definita una trovata mediatica, ma non ha aperto gli occhi di chi doveva aprirli per primi.

Speravo che la risposta dei nostri contraddittori sarebbe stata l’invito ad un pubblico dibattito per verificare quali fossero le convergenze e le divergenze sui temi proposti, alcuni dei quali nuovi ed ancora allo studio del Parlamento, quale il progetto Berselli per la privatizzazione della professione di ufficiale giudiziario.

Invece la chiusura, quasi la paura che parlare di temi concreti nell’interesse di tutti gli avvocati potesse dare un qualche vantaggio elettorale a chi è entrato in campo per ottenere non una carica pubblica, ma un risultato nell’interesse di una professione che è la fonte di sostentamento della propria famiglia ed il futuro dei propri figli.

Ho ricevuto, quale avvocato, una email nella quale mi venivano comunicate le iniziative assunte per far fronte agli effetti dei mancati pagamenti da parte del Ministero della Giustizia delle parcelle per le difese di ufficio e per il patrocinio a spese dello Stato, che consistono sostanzialmente in un finanziamento a tasso agevolato all’avvocato al fine di evitargli di venire stritolato dagli strozzini a causa dei pubblici inadempimenti.

Ho letto anche le polemiche riferite a tale missiva che, sembra, siano sfociate nell’ennesima denuncia penale: ritengo che la questione su cui soffermarsi sia un’altra e molto più importante.

Limitare gli effetti dell’inadempimento dello Stato per l’avvocato è sicuramente positivo, ma la necessità di farlo preoccupa perché significa in primis che la proletarizzazione della professione ha raggiunto un livello tale che il compenso per il gratuito patrocinio o la difesa d’ufficio non è più un quid pluris per l’economia del professionista forense, ma uno strumento di sostentamento che trasforma l’avvocato in una sorta di dipendente del sistema, come lo era nei paesi sovietici e lo è tuttora nelle nazioni a libertà limitata.

Ciò che nei paesi ove l’avvocato conta socialmente si fa pro bono, in Italia diviene il sostentamento principale, tanto da costringere gli ordini professionali a stringere convenzioni bancarie per impedire che i propri iscritti finiscano nelle mani degli strozzini.

Non è solo un problema di carattere economico o un interesse corporativo, ma un fatto che interessa i diritti fondamentali, la libertà del difensore, il cui destino è condizionato dai provvedimenti di liquidazione delle parcelle da parte della Magistratura.

A questa prima preoccupante considerazione se ne aggiunge però un’altra: gli Ordini si preoccupano di lenire le conseguenze delle malattie, ma trascurano di affrontare la patologia, aggravandone così le conseguenze.

Perché la patologia è l’inerzia costante di fronte al fenomeno del degrado del ruolo del difensore, l’accettazione del sistema senza una reazione costante: se gli avvocati civilisti, che hanno una segretaria nei loro studi, non avessero accettato di fare i segretari ai magistrati in udienza, scrivendosi i verbali da soli, avrebbero probabilmente avuto questi ultimi quali alleati nel richiedere la presenza del cancelliere in udienza.

Se la lente non basta, se il dibattito fa paura, allora la scelta non può che essere tra il continuare a nascondere la testa sotto la sabbia o cercare di dare all’Avvocatura una nuova maggioranza coesa, per tentare una svolta nella continuità.

 

Romolo Reboa*

Avvocato del Foro di Roma

 


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Auguri, avversario

In seguito alla accettazione della candidatura nella Lista del Presidente alle prossime elezioni forensi, ho inviato a tutti i colleghi che hanno preannunciato di voler partecipare alla competizione elettorale la lettera che segue. Come avrai probabilmente appreso leggendo su InGIUSTIZIA la PAROLA al POPOLO il mio articolo dal titolo Liberare il vento, ho accettato la proposta del Presidente, avv. Cassiani, di candidarmi nella prossima competizione elettorale per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine.
La molla che mi ha fatto decidere di presentarmi dopo circa trenta anni di professione che mi hanno visto spettatore di tante competizioni elettorali non è stata l’ ambizione di essere eletto ad un importante incarico di rappresentanza dei colleghi. Ho deciso di candidarmi in quanto ritengo opportuno che il dibattito politico preelettorale sia stemperato dalle polemiche personali delle quali si ha contezza leggendo i verbali delle sedute del Consiglio dell’Ordine e si accentri su temi di interesse della nostra professione e del nostro Foro che, sinora, sono stati una sorta di tabù.
Sono stanco di sentire parlare di dignità della toga, ma non vedere l’Avvocatura Romana battersi compatta perché il Tribunale e la Corte di Appello istituiscano un registro degli incarichi giudiziari consultabile via internet ed un regolamento per il loro accesso, con conseguente possibilità a tutti gli iscritti di accedervi.
Mi rifiuto di continuare ad accettare che il Tribunale di Roma trovi spazi per camere di conciliazione, cioè per organismi potenzialmente atti ad indirizzare i clienti a questo a quello studio, ma ometta di allestire sale avvocati degne di questo nome, ancora una volta nel silenzio degli interessati.
E, ancora, desidererei che in seno all’Ordine vi fosse una maggioranza compatta ed in prima linea per ottenere l’accesso (eventualmente a rotazione) delle auto degli avvocati ai parcheggi esistenti in seno agli uffici giudiziari, non ritenendo accettabile per la ns/ categoria la posizione di sudditanza nei confronti dei magistrati e degli altri operatori giudiziari che trova implicita conferma dall’esclusione dei difensori da tale opportunità. In questi anni da elettore avrei voluto vedere il ns/ Consiglio lottare unitariamente per il trasferimento degli uffici del Giudice di Pace Penale in zona Prati e l’apertura di sportelli dell’Agenzia delle Entrate per la registrazione delle sentenze all’interno degli uffici giudiziari o vederlo protagonista nella conclusione di convenzioni con il Ministero della Giustizia per gestire i servizi che non funzionano, quali quelli dell’iscrizione a ruolo, facendo cessare l’ignobile fenomeno delle code che favoriscono le agenzie private.
Mi sono sempre chiesto perché l’Avvocatura non si ponga quale obiettivo la privatizzazione della professione di Ufficiale Giudiziario, sul modello francese, eliminando così code all’Ufficio Notifiche e ridando funzionalità al sistema, con assorbimento di migliaia di laureati in giurisprudenza.
Ritengo che, se vogliamo che la ns/ professione possa avere delle prospettive, domande come queste che non possano continuare a rimanere senza risposta: entrare in competizione è divenuta una necessità per far cessare l’assordante silenzio, per aprire il dibattito, per avere una tribuna ove confrontarmi con Te e con gli altri colleghi candidati su questi temi.
Se civilmente e costruttivamente riusciremo a discutere di ciò in campagna elettorale e non a ripetere le solite formule per acchiappare voti, la mia candidatura avrà avuto un senso e la mia missione sarà stata compiuta, indipendentemente dal raggiungimento o meno del numero dei consensi necessari per la mia elezione.
Ho, quindi, deciso di scriverTi, per aprire formalmente il certamen intellettuale nell’interesse della ns/professione, ma, anche, per augurarTi in bocca al lupo nella corsa elettorale che ci vedrà per qualche giorno avversari competitori, ma mai potrà (e dovrà) trasformarci da colleghi in nemici. Ho deciso di assumere questa iniziativa dopo averne informato i colleghi della Lista del Presidente oltre che per i motivi in essa esposti in quanto ritengo che l’Avvocatura Romana, che dovrà selezionare i propri candidati tra quelli che si presentano apparentati in quattro liste tutte composte di nomi autorevoli e prestigiosi, se vorrà tentare di fare un salto di qualità nella tutela dei diritti propri e della giustizia, non potrà limitarsi a votare l’amico o la persona che conosce di nome, magari perché ha organizzato una festa o una competizione sportiva.
Se si vuole che l’Ordine degli Avvocati apra un civile, ma fermo confronto con la Magistratura romana e con la dirigenza della Corte di Appello, che sinora non ha risposto alla formale richiesta di questa testata esprimere la propria opinione su temi probabilmente non graditi, quali le modalità di assegnazione di arbitrati ed altri incarichi giudiziari o perché i parcheggi delle ex caserme e di p.le Clodio siano a disposizione esclusiva dei giudici, l’elettore deve sapere quali candidati siano disponibili a fare propria questa battaglia per la trasparenza e contro i privilegi e quali no.
E i contrari debbono dire perché lo sono, così come gli elettori debbono conoscere se sono stati destinatari di incarichi giudiziari.
E’ da quando ero praticante procuratore che vi sono code all’ufficio notifiche: lì ho appreso dai colleghi più anziani che, per eseguire sfratti difficili, era meglio rivolgersi ad un certo fabbro che godeva della fiducia di alcuni ufficiali giudiziari. Mi resi subito conto che era il sistema che favoriva quello che, con rassegnazione, viene definito l’italico andazzo.
Nessuno, in trent’anni ha combattuto veramente quel sistema, lottando per privatizzare la professione di ufficiale giudiziario, come avviene nelle nazioni ove la giustizia civile funziona. Ora al Senato vi è la proposta di legge Berseli inspirata dall’AUGE (Ass. Uff. Giud. In Europa), ma l’Avvocatura la ignora.
Perché? Potrei continuare, ma lo spazio è tiranno: allora, auguri, avversario, ma confrontiamoci, perché l’Ordine degli Avvocati deve essere un vulcano intellettuale che tutela i propri iscritti, non un circolo di amici qualificati che giudica gli altri con supponenza.

Romolo Reboa
Avvocato del Foro di Roma


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Liberare il vento

Quando ho ricevuto la telefonata con la quale mi si chiedeva di candidarmi per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma la prima reazione istintiva è stata di declinare l’invito, avendo da tempo perduto fiducia sulla capacità di tale istituzione di fare qualcosa di diverso dalla tenuta dell’elenco degli iscritti.
L’autorevolezza della persona da cui proveniva la richiesta, il Presidente dell’Ordine, e l’assicurazione che la mia candidatura trovava origine nella volontà di costruire qualcosa di nuovo mi hanno indotto a subordinare la mia risposta alla verifica della esistenza di convergenze su una pregiudiziale e su un programma elettorale diverso da quelli che giungono nei vari studi, tanto ammiccanti quanto eguali negli anni.
Anche perché, non avendo interesse o ambizione personale ad un incarico pubblico non retribuito che sottrae molto tempo alla professione, l’accettazione non poteva che essere condizionata dalla possibilità di combattere una battaglia ideale per assicurare la sopravvivenza ad una categoria in crisi e, quindi, un futuro ai nostri figli.
La pregiudiziale è stata accolta sin dal primo colloquio telefonico: il fatto che degli avvocati si uniscano intorno ad un programma, formando una lista, non doveva trasformare questo apparentamento elettorale in una sorta di falange armata contro i colleghi riuniti in altre liste perché ogni avvocato che manifesti la disponibilità di mettere a disposizione il proprio tempo in favore della propria comunità è in primis un collega meritevole di ringraziamento.
Il fatto che, anacronisticamente, il Consiglio di un Ordine con oltre 20.000 iscritti sia formato da soli 15 componenti rende fisiologico che vi siano alcune centinaia di persone che aspirano a dare il proprio contributo decisionale. Ciò è una ricchezza dell’avvocatura, è l’humus vitale da cui ricominciare a costruire.
L’esperienza degli ultimi 20 anni insegna che il Consiglio viene sempre formato da colleghi che si erano apparentati in liste diverse: dopo la competizione essi dovranno quindi collaborare per il bene di tutti.
I Consigli degli Ordini che sono autorevoli nei loro circondari sono quelli che eleggono il proprio Presidente all’unanimità.
A Roma, viceversa, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da contrapposizioni e liti che hanno trasformato l’Ordine in una sorta di babele urlante: le elezioni alla Cassa Forense hanno dimostrato che, così facendo, gli Ordini della provincia, con molti meno iscritti complessivi, hanno ottenuto risultati impensabili a danno della Capitale. Nello spirito pluralista che anima la testata che dirigo, la pregiudiziale (subito accolta dal Presidente Cassiani) era che la campagna elettorale degli avvocati apparentati nella abbia un alto profilo istituzionale e che, quindi, eviterà di trasformare la inevitabile dialettica elettorale in polemiche e risse indegne di chi vuole che all’Avvocatura sia riconosciuto un ruolo costituzionale nell’amministrazione della giustizia.
Nella riunione di presentazione dei colleghi cui il Presidente ha proposto di apparentarsi ho quindi esposto le voci del programma elettorale che ritenevo essenziali per accettare di partecipare alla competizione.
Ho chiesto discorsi nuovi rispetto al passato, sapendo che, ove fossero stati recepiti in una lista che presenta due delle tre cariche istituzionali uscenti (oltre al Presidente Cassiani ad essa ha dato vita anche il Tesoriere, Rosa Ierardi,), ciò avrebbe comunque provocato un cambio di marcia del Consiglio dell’Ordine.
Infatti molti amici e colleghi che si presentano apparentati in altre liste mi hanno più volte confidato che la litigiosità è la causa principale della staticità dell’Ordine forense romano e che essi sarebbero personalmente favorevoli ad una politica istituzionalmente più forte, ove ve ne fossero i presupposti interni.
Il che significa che il vento della novità è una energia costruttiva in fieri, ma ha necessità che qualcuno abbia il coraggio di liberarlo.
Ho lanciato questa sfida: liberare il vento. La sfida che è stata accolta e candidarmi è diventato un dovere, quasi una missione per portare al centro del dibattito elettorale temi importanti e scottanti, ma sinora affrontati solo nei corridoi.
Perché da oggi non sarà più solo la rivista InGIUSTIZIA a battersi perché l’Avvocatura Romana pretenda che il Tribunale e la Corte di Appello istituiscano un registro degli incarichi giudiziari consultabile via internet ed un regolamento per il loro accesso, con conseguente possibilità a tutti gli iscritti di accedervi.
Né si dica che è una battaglia di basso profilo, in quanto è in gioco la libertà del difensore: senza trasparenza e regole precise l’avvocato che accetta incarichi dalla Magistratura si sottomette al suo potere economico e rinuncia così alla propria indipendenza nei confronti del Giudicante.
E, ancora, in questa campagna elettorale sarà l’Avvocatura a decidere se premiare o bocciare chi resta silente di fronte al fatto che in Tribunale si trovano gli spazi per camere di conciliazione, cioè per organismi forse utili, ma potenzialmente atti ad indirizzare i clienti a questo o a quello studio, ma non per sale avvocati degne di questo nome, dove le transazioni si potrebbero veramente concludere. Né la questione dell’accesso ai parcheggi esistenti all’interno degli uffici giudiziari potrà più rimanere a livello di brontolii di corridoio…
La campagna elettorale dovrà avere al centro del dibattito non le solite belle parole sulla dignità della toga, ma cosa ha fatto e cosa intende fare l’Ordine degli Avvocati per ottenere il trasferimento degli uffici del Giudice di Pace penale in zona Prati e l’apertura di sportelli dell’Agenzia delle Entrate per la registrazione delle sentenze all’interno degli uffici giudiziari.
Si dovrà parlare della possibilità per l’Ordine degli Avvocati di Roma, quale ente pubblico, di concludere rapidamente delle convenzioni con il Ministero della Giustizia per gestire i servizi che non funzionano, quali quelli dell’iscrizione a ruolo e di privatizzazione degli Ufficiali Giudiziari, facendo cessare l’ignobile fenomeno delle code che favoriscono le agenzie private.
E, ancora, di modifica del sistema tariffario e del ruolo dell’avvocato nei consigli giudiziari. Se civilmente e costruttivamente riusciremo a discutere di questi temi in campagna elettorale, senza ripetere sterili formule acchiappa - voti, la mia candidatura avrà avuto un senso e la mia missione sarà stata compiuta, indipendentemente dal raggiungimento o meno del numero dei consensi necessari per la elezione.  

Romolo Reboa*

Avvocato del Foro di Roma

 

 


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Chi di lodo ferisce...

Per oltre vent’anni questo giornale è stato pubblicato con la testata la PAROLA al POPOLO senza la lente di ingrandimento che caratterizza il successivo progetto di InGIUSTIZIA.
Si stampava in rotativa, nella tipografia di un quotidiano, e si operava quindi con lo spirito ed i ritmi tipici di quest’ultimo.
Passano gli anni, i capelli se ne vanno e quelli che restano si ingrigiscono, i ritmi di vita cambiano e con essi i progetti editoriali, ma chi ha vissuto la notizia come un partner condizionante della propria vita ha dentro di sé un fuoco che non smette mai di covare.
Così è stato quasi naturale fermare la macchina di stampa e sostituire il proprio articolo di fondo perché la Corte Costituzionale si era pronunciata sul Lodo Alfano.
Scrivo nell’immediatezza, a caldo, ben consapevole che, quando questo articolo sarà sui tavoli della maggioranza dei miei lettori, fiumi di inchiostro avranno sviscerato il tema e, magari, si saranno aperti ulteriori scenari che lo faranno apparire superato in quanto datato.
Tuttavia il richiamo di quei ritmi è troppo forte e spero che il lettore perdonerà chi ha una passione, sapendo che essa ha quale presupposto il cuore e non i cinici calcoli dei tecnici.
Il cuore ed i cinici calcoli dei tecnici: Silvio Berlusconi è indiscutibilmente un uomo di grandi possibilità, che può quindi avvalersi dei migliori consiglieri e, di fatto, è in grado di modellare l’ordinamento secondo i propri interessi imprenditoriali.
E’ anche un uomo che ha visto le proprie aziende passate al setaccio di tutte le possibili autorità di controllo che, se si comportassero così anche nei confronti di tutti gli altri imprenditori, l’Italia non avrebbe più reati societari o fiscali.
In un simile quadro ci si aspetterebbe una iniziativa legislativa di grande respiro e di altissimo profilo giuridico, volta ad eliminare certe storture, facendo così, insieme ai propri, gli interessi del Paese.
Berlusconi non è stato votato solo da persone di scarsa cultura che si lasciano influenzare dal potere mediatico delle sue televisioni, come afferma la maggioranza della opposizione con quello snobismo radical shic che le fa perdere le elezioni, ma da molti uomini e donne di cultura medio alta che ben sanno che egli non è un santo, ma ritengono che abbia capacità superiori di altri per fare gli interessi degli Italiani.
Al Berlusconi imprenditore ed ipercinetico che porta a casa risultati dei quali beneficiano tutti coloro che lo hanno votato (e non solo) i più sono disponibili a perdonare gaffes, conflitti di interessi ed altro nel ricordo delle parole di Gesù: «chi è senza peccato scagli la prima pietra».
Egli non può perdere o permettersi errori attribuibili a scarsa professionalità, in presenza dei quali il popolo si comporterebbe come i Romani con i gladiatori perdenti al Colosseo: pollice verso!
Non era necessario essere dei costituzionalisti per intuire che il Lodo Alfano avesse elevate probabilità di essere dichiarato incostituzionale, così come non era necessario essere dei fini giuristi per capire che la tecnica con la quale era stata redatta la norma (L. 124/2008), cioè un articolo unico, avrebbe reso più difficile difenderne anche solo una parte avanti la Corte Costituzionale.
Era palese che il Lodo Alfano aveva un senso se il suo scopo era quello di guadagnare tempo per giungere ad una riforma del codice di procedura penale che, in applicazione delle regole del giusto processo di cui all’art. 111 della Costituzione, offrisse maggiori garanzie difensive a tutti gli imputati, tra cui l’on. Silvio Berlusconi.
Oppure che consentisse, nelle more, di approvare una legge costituzionale che sancisse la improcedibilità penale temporanea per le più alte cariche dello stato.
Il Governo poteva anche modificare la legge 124/2008, tenendo conto di alcune osservazioni contenute nella ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale, o farne un’altra che, abrogandola, disciplinasse anche quella materia, provocando così un rinvio della decisione per motivi procedurali.
Il Governo aveva il tempo e forza politica data dal successo elettorale per adottare una riforma epocale che eliminasse le strutture del nostro sistema penale, modificando la figura ed il ruolo del pubblico ministero secondo i modelli francese o americano.
Incredibilmente nulla di tutto ciò è stato fatto e, contemporaneamente, Silvio Berlusconi ha ricevuto due colpi che metterebbero al tappeto qualsiasi persona, la condanna della Fininvest al pagamento della astronomica cifra di 750 milioni di euro al suo peggior nemico, l’editore di la Repubblica, e la perdita non solo dello scudo del Lodo Alfano, ma della credibilità conseguente una sconfitta ampiamente prevedibile.
Berlusconi è un imprenditore con le sue capacità e la sua arroganza, ma il responsabile di questa situazione non è lui, ma chi ha studiato e realizzato la sua strategia difensiva.
Il Presidente del Consiglio è una persona che, come si dice a Roma, ha una marcia in più rispetto a molte persone e che, grazie a questa, riesce apparentemente impossibili.
Una persona con simili responsabilità non può, però, affidare la propria difesa all’istinto personale o a considerazioni giuridiche quali quella dell’«utilizzatore finale» di prestazioni sessuali che si sono trasformate nella barzelletta preferita negli scambi di battute in aula tra avvocati e magistrati (e non solo tra di loro).
Nelle dichiarazioni a caldo dopo la dichiarazione di incostituzionalità del Lodo Alfano si è preannunciata, quale contromossa, la anticipazione di alcune norme del progetto di riforma del codice penale che, così, invece di essere un fatto giuridico storico (il superamento del Codice Rocco) diviene l’ennesima legge ad personam che sarà combattuta da una parte del paese.
Ciò provocherà la non accettazione delle sentenze emesse in sua applicazione ed ulteriori rimessioni alla Corte Costituzionale.
In attesa che l’Italia si pronunci sul premier, forse sarebbe meglio per lui e per il Paese che egli riorganizzasse il proprio staff legale…

Romolo Reboa
Avvocato del Foro di Roma


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10 domande senza sesso

Lo scorso numero titolavo «Volare alto», auspicando che i candidati alle cariche istituzionali forensi abbandonassero i luoghi comuni tipici di trent’anni di campagne elettorali per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine e si dedicassero all’esame dei problemi concreti dell’avvocatura e, quindi, della giustizia.
Con la poca finezza che mi è solita quando è necessario prendere di petto le questioni scottanti, mi lamentavo come la maggioranza dei colleghi candidati non avesse le palle per distaccarsi dai temi triti e ritriti ed affrontare le questioni di tutti i giorni, le quali magari non sono di per sé «prestigiose », ma costituiscono il reale disagio di chi quotidianamente deve operare all’interno di quel foro.
Il quotidiano La Repubblica ha deciso, reiterando ogni giorno dieci domande, di tentare di modificare il corso politico italiano in dipendenza del comportamento erotico notturno del Presidente del Consiglio affermato da una escort ed intercettato nelle sue conversazioni con un affarista senzscrupoli che hanno messo in difficoltà anche la giunta di sinistra della Regione Puglia (la par condicio del sesso mercenario…).
Mentre redigo queste righe, la campagna mediatica del quotidiano non ha ottenuto il risultato desiderato dai propri ideatori e, quindi, utilizzare lo stesso sistema per cercare di cambiare qualcosa all’interno di quel microcosmo che è il foro di Roma potrebbe apparire una scelta perdente sotto il profilo mediatico.
La differenza è che InGIUSTIZIA la PAROLA al POPOLO non è un quotidiano prestigioso come La Repubblica e non si rivolge, né come lettori né come interlocutori, alla medesima platea e, quindi, non gli interessano questioni di sesso, ma problemi di vita quotidiana sui quali si ritiene che almeno i candidati alle elezioni forensi dovrebbero esprimersi.
Questa testata vuole conoscere se vi siano avvocati che si candidano alle prossime elezioni forensi impegnandosi a fornire ai propri colleghi nel più breve tempo possibile e, comunque, nel limite del proprio mandato biennale, una risposta ai seguenti quesiti: 1. Chi sono i destinatari dei permessi di parcheggio all’interno degli uffici giudiziari? Se tra gli stessi vi sono degli avvocati, con quali criteri essi vengono scelti e, se non vi sono, per quale motivo i rappresentanti dei professionisti rimangono quotidianamente silenti rispetto alla concessione di questo privilegio solo ad altri operatori della giustizia? 2. Per quale motivo i nuovi elettronici con lettori ottici delle note di iscrizione a ruolo, la cui messa in funzione avrebbe dovuto eliminare le ignobili code per tale incombente, giacciono inutilizzati presso gli uffici giudiziari? 3. Per quale motivo i candidati alle varie elezioni forensi non hanno inserito nel proprio programma elettorale l’obiettivo di ottenere che le dirigenze del Tribunale e della Corte di Appello di Roma emanino un regolamento per la assegnazione ai professionisti dei vari incarichi di nomina giudiziaria (arbitrati, curatele fallimentare, custodie immobiliari, ecc.?) ed un sistema di pubblicità continua dei medesimi (ad esempio pubblicazione su un sito internet di incarichi e compensi)? 4. Quali iniziative concrete sono state assunte e si ha in animo di assumere per l’apertura di uno sportello o presso i relativi uffici giudiziari o, almeno, in zona Prati per l’assolvimento dell’imposta di registro sugli atti giudiziari? 5. Quali iniziative concrete sono state assunte con il Comune di Roma e/o si ha in animo di assumere al fine di ottenere il trasferimento degli uffici del Giudice di Pace Penale in locali limitrofi a p.le Clodio? 6. Sempre con riferimento agli Uffici del Giudice di Pace Penale quali iniziative concrete sono state assunte con il Comune di Roma al fine di ottenere l’autorizzazione per l’utilizzo da parte degli avvocati dell’antistante parcheggio? 7. Quali iniziative sono state assunte in seguito alla eliminazione del servizio informatizzato di notifiche da parte della Corte di Appello di Roma e per quali motivi, dopo la disdetta dello stesso da parte della Cast srl un analogo servizio non è stato organizzato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati? 8. Per quali motivi si tace, che al fine di ridurre le file all’ufficio notifiche di Roma, ci si può avvalere del servizio con l’Unicredit Banca di Roma, che però opera in regime di monopolio, imponendo anche ai propri correntisti di aprire un c/c presso lo sportello interno di via Lepanto? 9. Per quali motivi i verbali delle sedute del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, immediatamente dopo la loro approvazione, non vengono pubblicate sul sito internet del Consiglio, ma solo sul Foro Romano che giunge agli avvocato solo dopo mesi? Forse per evitare gli echi immediati della litigiosità di cui si legge nei verbali? 10. Quali sono i criteri di designazione dei componenti le commissioni di esame per l’abilitazione all’esercizio della professione?
Dieci domande anche da parte di questa testata, senza sesso, che probabilmente i candidati riterranno anche senza senso e cui, quindi, non risponderanno, nella speranza che, trattandosi di una rivista mensile, il quesiti non incideranno sulla scelta dei candidati da parte delle migliaia di avvocati il prossimo gennaio.
Il fatto è che la gente non ne può più di sentirsi parlare addosso da persone che spesso non mettono costantemente piede nelle aule di tribunale da anni e, magari, si permettono di dare lezioni di etica: e, allora, delle domande che, dall’alto della loro prosopopea, potrebbero giudicare come un gioco goliardico, si rovesceranno come macigni sulla campagna elettorale forense. Un comico sta scompaginando la vita del Partito Democratico, solo perché dice delle cose serie: il gioco della democrazia è questo e, con oltre 20.000 iscritti ed una marea di professionisti semidisoccupati o sottoccupati, nessuno può pensare che tutti accettino che il vertice del più grande foro di Italia resti ancorato a vecchi ed obsoleti schemi, quale, ad esempio, la dignità della toga che, però, nessuno in concreto fa rispettare.
Per molti le rivoluzioni non hanno senso, ma senza la Rivoluzione Francese l’Europa sarebbe ancora ferma al feudalesimo.

Romolo Reboa
Avvocato del Foro di Roma


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Convegno: Magistrati scrittori

Il 2 ottobre 2011 si è tenuta presso la Pinacoteca Palacultura di Latina la quarta edizione del Convegno dei magistrati-scrittori,realizzato da Eugius, Unione Giudici Scrittori d’Europa, nell’ambito della kermesse “Giallolatino”, Leggi tutto

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35 anni tra i protagonisti al "Canottieri Roma"

Festeggiato il compleanno della fondazione del giornale con la presentazione del libro "Da Piazzale Appio a Piazzale Clodio" Martedì 14 dicembre 2010, presso il “Circolo Canottieri di Roma”, si è svolta Leggi tutto

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"Per i diritti degli ultimi"

La tradizionale serata di fine anno della rivista Venerdì 16 dicembre 2011 la nostra Capitale ha cambiato aspetto, o almeno così è stato in via Flaminia 213 dove, presso lo Studio Leggi tutto