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Editoriali

W La Cassazione

 

 

Nel 2009 il presidente dell'Associazione Italiana arbitri di calcio (Aia), Marcello Nicchi, ha vietato con una circolare ai fischietti di fare dichiarazioni sulle partite che non siano state preventivamente autorizzate, anche attraverso internet o su social networks, quali Facebook o Twitter,  o sui blog.

L’arbitro giudica (e, talvolta, sbaglia) in uno stadio avanti a decine di migliaia di spettatori che, spesso, lo coprono di insulti e minacciano di aspettarlo al termine della partita (cosa che, nelle sfide di provincia, talvolta accade sul serio), mentre al replay o alla moviola tutti vedono anche quello che egli non può umanamente vedere e, immediatamente dopo, mentre la partita prosegue, su radio private, internet ecc. egli diventa un cretino, un venduto e la moralità sessuale di sua moglie è spesso messa in dubbio..

Anche le televisioni di stato o i grandi networks spesso si dilettano, magari con più classe, a questo gioco al massacro per le sfide della massima serie o quelle internazionali.

Né il fatto che, per il tifoso, l’arbitro che da un rigore contro la squadra del cuore sia comunque <> cancella la circostanza che, nella classe arbitrale, oltre ad esseri umani che a volte sbagliano in buona fede, ve ne siano altri il cui comportamento è quantomeno sospetto: alzi la mano chi ritiene che fosse  una persona onesta l’arbitro ecuadoriano Byron Moreno, che fu decisivo per l'eliminazione dell'Italia durante i Mondiali in Corea nel 2002 con le sue decisioni scandalose, e che è stato fermato il 20 Set. 2010 all'aeroporto di New York con 6 chili di eroina.

L’arbitro è sotto processo ogni giorno, è coperto di insulti ad ogni sua decisione, ma non può difendersi, non può emettere comunicati: scendere in polemica lederebbe il suo prestigio, la sua partecipazione al conflitto mediatico lo farebbe apparire imparziale non nei limiti temporali dei commenti di giornalisti e tifosi ad una competizione, ma come istituzione.

Nella semantica le istituzioni sono le fondamenta di una struttura: come tali non possono essere ondivaghe o coinvolte negli eventi che riguardano i palazzi che esse devono sostenere.

Una istituzione non può scendere in campo, perderebbe il proprio ruolo.

Il business del calcio prospera in quanto gli spettatori ritengono che, malgrado il grande giro di denaro, le partite siano vere e non truccate: tale sentimento è tanto forte che il legislatore ha introdotto il reato di frode sportiva.

A Milano nei mesi scorsi sono apparsi una serie di manifesti in parte azzurri e in parte rossi in difesa di Berlusconi e dei progetti di riforma della giustizia a firma di una sino a quel momento poco nota “Associazione dalla parte della democrazia”. Manifesti con parole semplici, quasi slogan, del tipo <> oppure <>.

Questi manifesti trovarono un certo interesse da parte di telecamere e carta stampata, malgrado non dicessero nulla di nuovo nella polemica politica. I fenomeni mediatici sono però incontrollabili e, quindi, è difficile capire se l’interesse sia stato per il rosso o per il fatto che l’autore manifestava chiaramente il proprio dissenso perché il Presidente del Consiglio fosse sottoposto dalla Magistratura ordinaria a dei processi penali per fatti estranei alla carica nel periodo del proprio mandato (per quelli commessi nell’esercizio del mandato è competente il Tribunale per i Ministri).

Forse la realtà è che basta difendere Berlusconi per fare notizia, visto che quando si eccede, scrivendo <>, persino l’Istituzione con la <> maiuscola, il Capo dello Stato, ha sentito il dovere di pronunciare il proprio sdegno.

Prima del Presidente della Repubblica si era espresso il procuratore capo della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati, che aveva ritenuto che il manifesto fosse degno di una nota ufficiale nella quale ne stigmatizzava il contenuto, ricordando che <>.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29433 della quinta sez. penale, ha assolto un uomo politico accusato di aver diffamato un avversario definendolo <>, sancendo che <>.

Considerato che vi è un interesse pubblico a come viene amministrata la giustizia e che il manifesto non si riferiva ad un singolo giudice, prevedo che sarà proprio la Magistratura a chiarire che l’avv. Roberto Lassini, che si è dichiarato autore di quei manifesti, non ha commesso alcun reato. E lo farà nella sede propria, attraverso le sentenze, non i comunicati stampa.

Ciò non toglie che, politicamente, si possa ritenere il manifesto inopportuno, sgradevole, maleducato: ho fatto un breve sondaggio sul mio sito di Facebook e mi hanno colpito le parole di una collaboratrice di questa testata, Claudia Cotti Zelati, artista teatrale: .

Criticare una iniziativa rendendosi conto di ciò che essa realmente è o mettersi al pari dell’iniziativa, entrando in polemica con la stessa?

Sia consentito a chi ama la Giustizia con la <> maiuscola non condividere la discesa in campo delle istituzioni contro la maleducazione, in particolare quando ciò avviene con strumenti mediatici propri della lotta politica, quali comunicati stampa o interviste: se vogliamo che le istituzioni rimangano le fondamenta della civile convivenza, devono esprimersi attraverso atti propri, come fa la Corte di Cassazione.

 

Romolo Reboa*

Avvocato del Foro di Roma

 

 

 

 

 


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La gamba tesa dell'arbitro

14 Dicembre 2010, mentre al Circolo Canottieri Roma si celebrava il 35ale di questa testata con la presentazione del libro , nelle strade di Roma si scatenava la rabbia dei gruppi estremisti di sinistra. Il Parlamento aveva confermato la fiducia a Berlusconi, l’asse Bersani / Fini / Casini aveva fallito il proprio obiettivo.
Appena una settimana dopo Silvio Berlusconi riceveva il regalo di Natale dell’iscrizione nel registro degli indagati per il caso ed il 13 Gennaio 2011 la Corte Costituzionale faceva saltare parzialmente l’impianto del legittimo impedimento, permettendo così di fatto al Tribunale di Milano di processare il Presidente del Consiglio.
Una consecutio temporum così evidente dimostra come le azioni della Magistratura e quelle delle opposizioni storiche e recenti si siano concentrate per far crollare il potere politico di Silvio Berlusconi.
La circostanza non è di per sé illegittima e non sarebbe innaturale se si articolasse nel senso che, in seguito ad azioni giudiziarie, le opposizioni abbiano trovato argomenti per sostenere le loro antitesi al Governo in carica. Si tratterebbe, anzi, di un comportamento fisiologicamente corretto della politica.
Sarebbe anche fisiologicamente corretto che le opposizioni stimolassero in casi clamorosi l’opera della Magistratura con denunce e prove degli eventuali reati, salvo assumersi la responsabilità politica di fronte al Paese di averne leso l’immagine internazionale ove, invece che produrre prove, gettassero del fango, secondo quello che sosteneva Voltaire (e, prima di lui, Bacone nel ): .
Il fenomeno tutto italiano è che l’azione politica e quella della Magistratura sembrano invece sincronizzate, sicché i Pubblici Ministeri di Milano iscrivono Berlusconi nel registro degli indagati a Dicembre (al fine di processarlo con il rito immediato) per un evento di cui tutto il Paese aveva avuto notizia da molti mesi e solo dopo che il Parlamento ha rigettato la mozione di sua sfiducia.
I proverbi insegnano che insieme e, quindi, potrebbe essere fisiologico e non maliziosamente interpretabile che determinati eventi si svolgano in un arco temporale vicino, ma la sensazione che si ha, osservando la scena con il distacco del commentatore indipendente, è che Berlusconi sia sotto assedio e contro di lui si sia schierato non solo l’ex alleato Fini, ma anche l’arbitro.
Sono sensazioni umanamente inevitabili e che, nel calcio, portano i tifosi a rumoreggiare quando la propria squadra perde tre partite di seguito sempre a causa di un rigore contro concesso all’ultimo minuto. Né i tifosi mai crederanno che i rigori siano stati accordati perché, a causa di una cattiva preparazione atletica, i difensori erano stati costretti ad agire fallosamente solo negli ultimi minuti della partita.
Il fatto è che, in una nazione democratica, è molto grave che circa la metà degli elettori ritenga che si stia ricercando una soluzione giudiziaria in contrasto con la volontà popolare e l’altra metà per la Magistratura (cioè per l’arbitro) dato che l’opposizione non è capace di unirsi su un progetto politico capace di andare oltre Berlusconi.
Né con vittimismo tutto italiano si dica che è la presenza stessa di Berlusconi ad impedire al sistema democratico di funzionare: il Presidente del Consiglio fa esattamente quello che avviene quotidianamente negli Stati Uniti: utilizza denaro, mass media e potere personale per fare politica.
Non è colpa di Berlusconi se Bersani non ha nemmeno il carisma necessario a tenere unito il Partito Democratico, se Fini, smentendo il proprio passato ed imparentandosi con persone estranee a quello che appariva essere il suo modo di concepire la politica, abbia gettato nel fango un patrimonio di consensi che si era faticosamente costruito sull’eredità di Giorgio Almirante, se Di Pietro non venga percepito come il nobil signore per bene che vuole moralizzare la vita pubblica. E’ dalla caduta del Fascismo che gli Italiani sono più bravi ad essere che capaci di crearsi spazi per costruire un paese moderno ed europeo.
Nel mentre in Italia si alternano sempre le medesime facce, in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Spagna sono emersi volti nuovi: lì, ad ogni sconfitta, il partito che perde si rinnova e la vecchia classe dirigente lascia spazio ai giovani. Non solo, ma la radicalizzazione della lotta contro Berlusconi da parte degli sconfitti dal voto popolare ha l’effetto di delegittimare quelle iniziative giudiziarie che si rivelino corrette nella forma e nella sostanza, perché con l’assedio non si circonda solo Berlusconi, ma anche chi lo ha votato o lo sostiene semplicemente perché ritiene che le alternative siano peggiori di Presidente del Consiglio.
Appartiene alla storia d’Italia l’invito del liberale Indro Montanelli a votare Democrazia Cristiana turandosi il naso: quindi la sinistra e Fini non dovrebbero ignorare come la guerra santa da essi scatenata si possa trasformare in un boomerang. Paradossalmente, se invece di eleggere Napolitano quale Presidente della Repubblica, l’allora maggioranza di centro sinistra avesse fatto convergere i propri voti su Berlusconi, avrebbe sconfitto il berlusconismo e liberato tante energie bloccate dalla necessità di fare quadrato in una continua battaglia all’ultimo sangue.
Il problema è che i politici attuali non conoscono non solo la storia d’Italia, ma nemmeno la lingua latina. Promuoveatur ut amoveatur, insegnavano i Padri romani.
Ove Berlusconi fosse divenuto Capo dello Stato, avrebbe perduto l’interesse a mantenere un partito, avrebbe ottenuto di fatto quell’immunità di cui ha bisogno, avrebbe avuto solo un grande prestigio, ma poco potere. Sarebbe, insomma, passato alla storia e, al massimo, oggi si parlerebbe di un Quirinale meno austero a causa di un via vai di giovani donne…
Ma sarebbe il male minore, per un’Italia costretta a scegliere tra un puttaniere e chi sputtana la Nazione con una guerra di bande nel quale la fiducia per la Giustizia, quella con la maiuscola si è ridotta a zero per degli interventi a gamba tesa dell’arbitro.

Romolo Reboa
Avvocato del Foro di Roma


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L'alternativa politica è costituzionale

Doveva cadere, ha resistito, la piazza si è scatenata. Se questa testata fosse stato un quotidiano, così avrei titolato in prima pagina la giornata del 14 Dicembre a Roma.
Sono perfettamente cosciente che le violenze di piazza non avevano quale obiettivo ufficiale il voto di fiducia al Governo Berlusconi, ma il progetto di riforma dell’università promosso dal Ministro Mariastella Gelmini: tuttavia nessuno potrà negare sia che tale riforma era legata alla sorte del Governo, sia che in politica quasi mai manifestazioni di una certa rilevanza si verifichino per caso.
La rabbia è scoppiata perché è saltata l’opportunità di far scendere di sella il nemico Berlusconi, offerta su un piatto d’argento ai propri avversari storici della sinistra dal progetto politico di Gianfranco Fini.
Era una occasione irripetibile, il Cavaliere si era giocato tutto, se avesse perso sarebbe finito politicamente, anche perché il PDL si sarebbe sfaldato, con molti deputati e senatori che sarebbero saltati in corsa sul carro del vincitore.
Il Presidente Napolitano avrebbe dovuto scegliere a chi dare il mandato di formare il nuovo Governo e non avrebbe che potuto prendere atto di chi era stato sfiduciato e di chi era stato scelto dagli elettori per formare la maggioranza ed ora godeva la fiducia anche dell’opposizione. Né, probabilmente, ne sarebbe stato personalmente dispiaciuto, dati i suoi trascorsi politici.
L’obiettivo delle forze di sinistra era chiaro, come se la storia si potesse ripetere ed in Italia si potessero creare i presupposti di ciò che avvenne cento anni fa in Russia, allorché i menscevichi aprirono le porte della rivoluzione e del potere al bolscevismo.
Il Presidente della Camera era (e rimane tuttora) per la sinistra il cavallo di Troia per far saltare quel modello politico che, dal 1994 in poi, l’ha relegata di fatto ad un ruolo di comprimaria, ancorché ben radicata sul territorio, o di meteora nel potere centrale.
Ciò non significa che Fini sia un fantoccio nelle mani dei suoi principali avversari di quando militava in Alleanza Nazionale e che egli sia disponibile a subire la sorte del leader menschevico, Julius Martov: e ciò non solo perché, obiettivamente, Bersani non ha la statura di Lenin, ma in quanto l’attuale situazione nazionale ed internazionale è diversa da quelle di un secolo fa in Russia.
Tuttavia è chiaro che, non avendo programmi e leaders alternativi, la sinistra si affida alla storia ed utilizza il nemico comune per tentare alleanze altrimenti inaccettabili anche dalla propria base: lo fece durante la seconda guerra mondiale, con il CLN (anche Ivanoe Bonomi era un socialdemocratico, come i menscevichi), lo fece successivamente, affidandosi al collante dell’antifascismo, che ha funzionato sino alla fine della cosiddetta Prima Repubblica.
Il fatto che sia scoppiata la rabbia dei centri sociali deve costituire un monito per coloro che, in buona fede, ritengono che si possa costruire una alternativa a Berlusconi provocandone il crollo e non attraverso un progetto intellettuale di più ampio respiro, nel quale siano evidenziati un nuovo modello di stato che non può più essere quello della attuale Carta Costituzionale.
E ciò non perché la Costituzione sia una cattiva legge fondamentale o perché essa vada buttata in un cestino come un retaggio del passato, ma solo perché è stata concepita in un momento storico diverso. Una costituzione di uno stato del Vecchio Continente non può, innanzitutto, non tener conto di aver rinunciato ad una serie di prerogative nazionali in favore dell’Unione Europea e che, quindi, il suo modello organizzativo deve essere molto più agile.
Anche perché l’allargamento dei confini politici ha avuto quale inevitabile conseguenza che la nazione sia meno sentita come comunità di riferimento del singolo individuo: né potrebbe essere altrimenti, pena il fallimento del progetto Continentale.
Poiché, però, ogni essere umano ha necessità di appartenere ad una comunità, era analogamente inevitabile che l’allargamento dell’area di riferimento dei singoli li avrebbe portati a ricercare delle identità culturalmente più legate al territorio di nascita, alle famiglie di origine, ai dialetti ed a tutto ciò che si trova nel proprio DNA e rischia di essere travolto da quell’ondata di diversità costituita da un’unione nata su una moneta, piuttosto che su una storia comune.
Ondata, peraltro, ampliata in modo esponenziale da un fenomeno migratorio asiatico ed africano che ha radici anche religiose estranee alla storia delle singole nazioni europee. Il fenomeno dei regionalismi non è solo italiano con la Lega, ma è europeo ed è la diretta conseguenza dello sviluppo dell’Unione Continentale: non a caso alcuni stati creati dalla politica, quali la Cecoslovacchia, si sono divisi poco dopo la caduta del muro di Berlino e il piccolo Belgio, pur denso di storia e da molti più anni dell’Italia con le frontiere praticamente aperte, rischia di dissolversi.
Le comunità territorialmente più piccole, avendo matematicamente un numero più elevato di «minimi comun denominatori», appaiono l’unico strumento di tutela degli interessi dei singoli appartenenti, altrimenti soffocati dalla molteplicità dei contrapposti input che provengono da una Unione che batte moneta, ma non è Nazione, che ha un Parlamento, ma non legifera erga omnes nemmeno in alcune materie, che non ha una politica estera e non ha partiti politici comuni.
Il regionalismo e l’esaltazione delle piccole comunità hanno quale ulteriore conseguenza che il razzismo sia strisciante, in quanto si concepisce intellettualmente la identità straniera come fonte di pericolo per il proprio microcosmo, mentre si assorbe con relativa disponibilità il singolo extracomunitario che cerca di integrarsi lavorando, salvo guardarlo con sospetto allorché si verifichino eventi criminosi di cui sia imputato un esponente della sua nazione di origine.
E’ solo discutendo quotidianamente questi temi per costruire un nuovo modello di stato comune a tutti gli europei che può nascere l’alternativa a Berlusconi: se non avviene è perché, così, si creerebbe una classe dirigente giovane che si liberebbe anche del retaggio di Bersani, Casini, Di Pietro e Fini…

Romolo Reboa
Avvocato del Foro di Roma


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Uccidere il padre...

Brutto spettacolo politico, quello cui si assiste in questi giorni, con la maggioranza che c’è e non c’è, con la vicenda della casa di Montecarlo che tiene banco e sulla graticola l’on. Gianfranco Fini, con la Procura di Napoli che ha disposto una perquisizione presso la redazione di «Il Giornale» alla ricerca di un presunto dossier sul presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, dimenticando che il confezionamento di dossiers (in italiano inchieste) sono l’attività tipica dei giornalisti garantita dall’art. 21 della Costituzione. La crisi della maggioranza, se non è una novità nel sistema politico italiano, appare di difficile comprensione per chi quella maggioranza l’ha votata, perché non trova origine né in un dissenso storico tra alleati che avevano in comune solo un nemico, come avvenne per il Governo Prodi, né in un giro di valzer di uomini di potere, come avveniva nell’era della Democrazia Cristiana. La crisi nasce dal fatto che il leader politico che si era presentato agli Italianicome il baluardo di una alleanza di governo che dura dal 1994 ed il successore naturale di Berlusconi ha deciso di tentare di accelerare i tempi della propria scalata alla Presidenza del Consiglio o a quella della Repubblica. Né si dica che sono state le vicende giudiziarie del Cavaliere ad indurre il Presidente della Camera a cambiare rotta, perché, da quando è sceso in campo, Berlusconi potrebbe essere definito un «leader a processo continuato », dato che è difficile trovare un imprenditore che abbia ricevuto tanti avvisi di garanzia quanti lui. Per gli avversari di Berlusconi, gli avvisi di garanzia sono la prova che egli è la causa di tutti i mali d’Italia, mentre i suoi elettori si distinguono da sempre in due categorie: gli adoratori (o adulatori) e coloro che lo ritengono il male minore rispetto alla ipotesi di un governo di centro sinistra. Gli elettori dell’area ex A.N., cioè il bacino elettorale di Fini, appartengono a questa ultima categoria, coniata da Indro Montanelli, allorché invitò a votare D.C. «turandosi il naso» perché quello era il male minore per l’Italia. Caratteristica dei baluardi è quella di resistere agli assedi o in mezzo alle tempeste, mostrando solidità e fermezza, il che in termini politici dovrebbe equivalere a non rinunciare alle proprie idee e principi morali pur nella lealtà con gli alleati. Se Fini fosse oggi entrato in possesso di informazioni che lo hanno convinto sulla via di Damasco che Berlusconi sia un elemento negativo per l’Italia, che non aveva quando ha cofondato con il premier il PDL, non vi sarebbe motivo perché non abbia informato gli Italiani dei fatti nuovi. Poiché ciò non è stato, non può che pensarsi che abbia semplicemente ritenuto di essere finito in una sorta di cimitero politico degli elefanti ed abbia quindi deciso di crearsi un nuovo spazio lontano dalla maggior parte dei vecchi compagni di partito per potersi presentare come colui che ha tagliato ogni radice con il proprio passato. Dopo il Fascismo, il Movimento Sociale, Alleanza Nazionale, Fini ha deciso di cancellare anche la «macchia » Berlusconi. Il complesso di Edipo e la necessità di uccidere il padre non è un fenomeno politico nuovo, anche se viene da molti ritenuto un segno di instabilità perché denota difficoltà nella crescita. Nel caso di Fini il problema è che il Presidente della Camera, in poco tempo, ha fatto una strage di padri e padrini politici, sicché si ha l’impressione di vivere non già sul set della politica, ma di quello di un giallo di Agatha Christie. Spettacoli interessanti, quelli che trovano origine nei libri della scrittrice britannica, ma poco adatti alla vita quotidiana e quindi alla politica, dove si dovrebbe costruire il futuro dei figli piuttosto che dedicarsi periodicamente all’omicidio dei padri. Sicuramente il copione è stato influenzato dalla vicenda della casa di Montecarlo, a dimostrazione che le case, che nell’immaginario collettivo sono punti di riferimento, hanno il potere di danneggiare la figura di Gianfranco Fini, ma, al di là delle battute giornalistiche, è necessario capire perché un episodio, che potremmo definire di malcostume secondario, è stato percepito come una offesa più grave di quella provocata da casi di conclamata corruzione. Ho parlato di malcostume secondario perché la casa di Montecarlo tocca economicamente non interessi pubblici, bensì solo il patrimonio degli ex aennini, fatto che avrebbe dovuto far perdere rapidamente di interesse la pur assidua campagna stampa lanciata da Il Giornale e da Libero. Quello che nessuno ha scritto è che tanto interesse deriva dal fatto che, contrariamente a quanto si creda, gli Italiani hanno necessità di una politica sana, fatta di ideali che sopravvivano agli interessi quotidiani, come quelli della Marchesa Colleoni che ha voluto destinare il proprio patrimonio «alla giusta causa». Gli ideali sono il sogno dell’immortalità, di un valore superiore a quello della vita umana medesima, tant’è che gli integralisti li sfruttano percreare ed armare i kamikaze. Aiutano a sostenere le fatiche ed il peso della vita. Accettare i cambiamenti di idee e di strategia dei propri leaders non è facile, ma è possibile, perché essi vengono idealizzati, mentre è più difficile idealizzare chi appare come colui che si approfitta di un morto. Il tombarolo è un mestiere che è sempre esistito e continuerà ad esistere, ma nessuno si vanta in pubblico di farlo perché viene dalla comunità ritenuto moralmente più esecrando dell’omicidio: il morto non può difendersi. Fini, nel proprio pragmatismo, se vuole uscire dalla posizione di stallo, deve comprendere i motivi per i quali un probabile peccato veniale provocato dall’amore per la propria nuova compagna di vita lo può danneggiare più di dieci incriminazioni di Berlusconi per corruzione. Il Cristiano pensa che il furto o l’omicidio, anche di un genitore, può commetterlo anch’egli e non scaglia la prima pietra, memore delle parole di Gesù, ma ritiene che la profanazione delle tombe sia campo riservato ai seguaci di Satana, il male assoluto.

 

Romolo Reboa

Avvocato del Foro di Roma

 


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E così finì...

Chi mi segue mensilmente forse ricorderà che solo due numeri fa dedicai il mio articolo di fondo al Presidente della Camera con un articolo «il Fini assoluto n° 2» nel quale riprendevo gli argomenti trattati nel 2004 con riferimento al medesimo leader politico.
Pur non condividendone le scelte, davo atto all’ex segretario missino di avere un disegno chiaro ed intelligente per sostituire nell’immaginario del cittadino la propria personalità con quella del Berlusconi un po’ democratico ed un po’ dittatore sudamericano. I fatti di fine Luglio hanno confermato quella mia analisi, con una variante: è stato Berlusconi a dire «vedo» nella partita a poker tra i due, rendendosi conto che il suo alleato – avversario lo voleva far rosolare a fuoco lento.
Viene così meno il bipolarismo del centro destra in nome del quale molti partiti di quell’area avevano rinunciato alla loro identità e Storace e gli altri di La Destra avevano pagato il prezzo della loro coerenza non entrando in Parlamento malgrado la ricezione di consensi da parte di circa un milione di cittadini.
Ciò non stupisce, dato che si può senz’altro affermare che si tratta di una morte annunciata il giorno stesso della nascita e di un fenomeno che coinvolge non solo le formazioni oggi al governo, ma anche quelle all’opposizione, dal Partito Democratico ai movimenti alla sua sinistra, i quali pagarono un prezzo politico al bipolarismo ancor più elevato, stante la storia e le tradizioni di tali formazioni.
L’Italia è il Paese delle identità ed i movimenti attualmente più presenti sul territorio, la Lega al centro nord e l’MPA in Sicilia, lo dimostrano.
La storia politica del Paese è caratterizzata da distinguo e scissioni di movimenti che hanno segnato i destini della Nazione per tutto il XX° secolo, a partire da quella del Partito Socialista da parte di Mussolini che diede origine al Fascismo.
Solo grandi ideali, quali l’unità d’Italia, riuscirono a tenere unite (si fa per dire…) grandi personalità quali Cavour, Mazzini e Garibaldi: ma ciò avvenne perché vi era una sola forza economica dominante, lo stato sabaudo, che aveva interesse ad espandersi.
L’altro momento di unione sono i grandi nemici, quale il Fascismo durante e dopo la 2a Guerra Mondiale, l’anticomunismo nella seconda metà del ‘900 e l’antiberlusconismo nel periodo attuale.
L’essere «anti» è un ottimo collante, dato che consente ad ogni personalità di esprimersi senza avere quelle responsabilità di Governo che lo porterebbero immediatamente in conflitto con i propri compagni di avventura, dato che si dovrebbero dividere potere e relative poltrone, con il relativo carico di visibilità.
C’è spazio per tutti gli avversari di Berlusconi in un talk show contro di lui, basta che il conduttore voglia dimostrare che il leader ha tanti nemici.
Il calcio lo insegna, siamo tutti allenatori al bar, anche se non andiamo allo stadio da anni, non sappiamo nulla delle condizioni climatiche e dello stato del terreno di gioco o delle reali patologie muscolari degli atleti: ma fare la formazione, quella giusta, è responsabilità di un uomo solo.
Essere «anti», essere tifosi però non sempre appaga: il potere logora chi non lo ha, diceva giustamente Andreotti, e in una nazione individualista come l’Italia è quindi necessario trovare una formula nella quale molti possano operare sentendo esaltata la propria personalità pur senza avere grandi responsabilità.
Ecco perché il movimento localista con un forte leader ha successo, così come lo hanno le grandi associazioni di volontariato: consentono di dare incarichi a tutti nell’ambito territoriale ove sono capaci di misurarsi, di aspirare ad un qualcosa in più e di tifare per il leader che opera in aree ove i singoli riconoscono non essere in grado di misurarsi con successo.
Perché un’altra caratterista dell’Italiano è quella di evitare il più possibile di assumersi delle responsabilità, in una sorta di sudditanza retaggio di un feudalesimo che in molte regioni, specie del Meridione, continua ad esistere nella sostanza, malgrado il trascorrere dei secoli. Peraltro il localismo è anche figlio dell’Unione Europea: infatti l’allargamento ideale dei confini nazionali fa si che essi non siano più la comunità di riferimento che è o globale o quella della zona ove effettivamente si vive.
La conseguenza dell’Europa non potrà che essere una regionalizzazione di quelle che erano state le nazioni nel 1900: Yugoslavia e Cecoslovacchia sono ormai entità della storia e, probabilmente, presto questo sarà anche il destino del Belgio. Ma, nel frattempo, sono nate e si sono avvicinate all’Europa entità nazionali nuove, quali la Moldavia, a dimostrazione che il destino dell’Europa è quello di divenire un grande recipiente per piccoli contenitori. L’uscita di Fini dal PDL ha fatto sì che molti partiti ora invochino un ritorno a quel sistema proporzionale che, ieri, hanno dichiarato essere la causa dell’ingovernabilità dell’Italia.
Questo ridarebbe spazi politici a chi ha delle idee, ma non vuole essere associato direttamente a questo o a quel personaggio e, soprattutto, vorrebbe poter contare di più senza essere costretto a costruire pietra su pietra una organizzazione territoriale che abbia quale scopo principale la tutela di quel determinato spazio.
La realtà è che l’Italia non può andare avanti con la politica del granchio, un passo avanti ed uno indietro: i partiti devono organizzarsi con regole di democrazia interna chiare e che valgono per tutti e non per il PDL, se il leader è Berlusconi, ma non per AN, quando il presidente era Fini.
L’idea delle primarie era positiva e poteva costruire un valido contrappeso alle liste bloccate nelle elezioni politiche, ma andava raffinata: poi, però, ha partorito un Vendola, e tutto finì..
Ma se non si ha il coraggio di lasciare il posto al nuovo, allora avanti tutta, teniamoci Silvio, almeno sorride sempre…

Romolo Reboa
Avvocato del Foro di Roma


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