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Editoriali

L'iniquo canone

Con il primo Novembre è andata in vigore la legge sul cosiddetto “equo canone” che dovrebbe, nelle ottimistiche intenzioni del legislatore, risolvere il problema della casa.

Tralasciando il giudizio sull’intera legge, che farà contenti solo avvocati, procuratori legali e tutti quegli “esperti” che fanno parte della neonata professione dell’”equocanonista”, desiderio soffermarmi sulla divisione della città operata dal Comune in centro storico, semiperiferia, periferia, ecc.

Le circoscrizioni IX e X sono state classificate pressoché globalmente periferia la X e periferia, da Pontelungo verso sud, la IX.

Anche se, probabilmente, il mio discorso non attirerà a questo giornale le simpatie che si ottengono facendo del populismo demagogico, non si può tacere che, per un affitto medio di quindici- ventimila lire mensili in meno, si è dequalificato un quartiere nel quale, oltre agli inquilini, vi sono migliaia di piccoli proprietari che, con il sudore del loro lavoro, hanno acquistato quegli immobili non certo da zona periferica ed ora se li vedono improvvisamente svalutati. Ma ciò non avrebbe importanza se la zona in questione fosse effettivamente periferia: ma come si può considerare una zona dove (largo dei Colli Albani) esistono e sono previsti i capilinea degli autobus per…la periferia?

Infine le attività commerciali, le scuole e gli altri servizi che dovrebbero caratterizzare una zona non sono certo quelli che comunemente vengono intesi per periferia, se il valore di questo termine ha una logicità anche riferita ad una legge come quella in questione che di logicità ne ha ben poca.

In nome di un populismo demagogico si distrugge la figura del proprietario di immobili, dimenticando che, in uno Stato che non riesce a sovvenzionare una sufficiente edilizia popolare, il risparmio- casa è stato finora l’unico capitale che ha finanziato la costruzione di nuovi alloggi. Ma il capitale deve rendere e se non rende cerca altre forme di investimento: con la demagogia della casa semigratis come può pensare lo Stato che il privato metta del denaro nell’edilizia con un reddito LORDO del 3.85% quando i buoni emessi dal Ministero del Tesoro rendono oltre il 12% NETTO?

Ma forse lo Stato dispone  dei fondi per una seria politica di edilizia popolare che gli permetta di sovvertire le più elementari leggi economiche: nel caso i risultati si dovrebbero però vedere!

 

Romolo Reboa

 


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Terrore

 

Ultimi giorni di settembre: ignoti sparano a due giovani che leggono “l’Unità” davanti alla sede del PCI in piazza dell’Alberone, ferendone uno e uccidendo l’altro. Il giorno successivo, probabilmente per una forma di ritorsione, vengono incendiate le case di alcuni esponenti missini locali, mettendo a repentaglio le vite di decine di abitanti dei palazzi in cui queste abitazioni sono situate. Ancora violenza nel mese di Ottobre/ nel giro di quattro notti, dal dodici al sedici, vengono fatte saltare in aria tre sedi del Movimento Sociale, provocando anche in questi casi ingenti danni alle abitazioni sovrastanti;

Era da Gennaio, quando, in  un agguato simile a quello del giovane Ivo Zani, venivano assassinati in via Acca Larenzia due giovani di destra, Franco Ciavatta e Franco Bigonzetti, che i nostri quartieri non erano bagnati da tanto sangue e da tanta violenza. Inaspettatamente, come per u ordine partito da chissà chi, si è riaccesa la miccia del terrore, si é ricominciato ad uccidere, a sostituire la legge del tritolo a quella della democrazia parlamentare.

I cittadini, parlando con loro per la strade, nei negozi, nelle sezioni di partito, desiderano innanzitutto una cosa sola, vivere in pace nel rispetto delle proprie e delle altrui idee, come vuole l’ideale di libertà e di democrazia costituzionalmente affermato e garantito: ma allora chi arma la mano dei terroristi, chi li finanzia, cosa vogliono ottenere?

Se alle prime due domande é difficile dare una risposa fondata su prove più che su persuasioni personali, il gioco dei terroristi è, purtroppo, ben chiaro. Si vogliono esasperare gli animi, dividere la popolazione, impaurirla, poter imporre al paese delle scelte che ciascuno di noi, ragionando serenamente, rifiuterebbe aprioristicamente, ma che, pur di cessare di vivere in questo clima  sarebbe disposto ad accettare.

Bisogna dunque reagire, respingere le preoccupazioni dei terroristi, cercando di spegnere la fiamma dell’odio, in particolar modo nei giovani che sono il terreno più fertile per la violenza, riaffermando, anche  e soprattutto nella pratica, gli ideali di libertà e i civile convivenza nel rispetto delle idee altrui, anche se opposte.

Romolo Reboa


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Il regime di pubblicità sulle imposte

Negli ultimi giorni sono stati esposti al pubblico i volumi contenenti il reddito IRPEF e ILOR dichiarato dai Romani nel 1975. Malgrado il lodevole principio della pubblicità del reddito dei cittadini, l’applicazione pratica ha lasciato molto a desiderare: si sono e si stanno verificando tuttora dei casi spiacevoli, conseguenza di questo sistema di libera esposizione, che lasciano credere che più di pubblicità legale si tratti di pettegolezzo legalizzato.

La stampa, pubblicizzando i redditi di molti contribuenti, oltre ad individuarne forse alcuni meno onesti, sta però letteralmente creando dei possidenti e degli evasori in base a cifre che, viste da sole, non possono dare un quadro completo della effettiva situazione di quel cittadino.

Intendiamoci, noi non vogliamo qui difendere il grande evasore fiscale, ma ci rendiamo conto, ad esempio, che esaminando la dichiarazione IRPEF di un imprenditore notoriamente benestante, si possono trovare dei redditi chiaramente troppo bassi per il suo presunto stato patrimoniale, ma, siamo certi, prima di bollarlo come evasore, che questo imprenditore non abbia investito i propri capitali in una o più società (produttive e non di comodo, n.d.r.) i cui utili sono regolarmente denunciati nella dichiarazione IRPEG? E poi, é proprio impossibile che un imprenditore possa quell’anno aver solo difeso il proprio patrimonio, essersi cioé accontentato degli utili ottenuti e regolarmente tassati gli anni precedenti? Non tanto, se moltissimi economisti parlano del mantenimento dell’elevato tenore di vita degli italiani, malgrado la crisi, come una conseguenza dell’intacco delle somme risparmiate negli anni precedenti.

E poi, con questo sistema di pubblicità-pettegolezzo, si creano casi tipo di quell’industriale genovese che aveva regolarmente denunciato gli utili del’anno del boom della sua azienda che, però, l’anno successivo era stata chiusa perché non più produttiva: questa persona, oltre ad aver pagato regolarmente le proprie imposte, si é vista, dopo che il suo reddito era stato dato in pasto alla cittadinanza, oggetto di svariati tentativi di estorsione al punto di essersi amaramente pentito della propria onestà.

Quindi facciamo attenzione al regime di pubblicità che adottiamo nella dichiarazione dei redditi; si applichi una pubblicità legale come quella immobiliare o delle società, anche con dati più eloquenti del semplice imponibile, ma sia una pubblicità per la tutela dei terzi interessati, come nei principi generali del diritto, e non la occasione per dei pettegolezzi da paesino di provincia.

 

Romolo Reboa


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Fine di un ciclo

L’estate solitamente non riserva grandi novità dal punto di vista politico: tutto é rimandato, rinviato a dopo le ferie, per una spontanea, tacita tregua che investe quasi tutte le parti.

Quest’anno, invece, causa anche una serie di imprevedibili eventi, sotto il solleone si sono verificati una serie di mutamenti che incideranno profondamente sul futuro del Paese. Il risultato elettorale dei referendum e delle parziali amministrative, il cambio della guardia al Quirinale, la legge sull’equo canone e la scomparsa del Pontefice sono gli eventi principali di una estate densa di fatti da far passare in secondo piano episodi come il riacutizzarsi della tensione tra i ferrovieri o il passo falso della lira.

La storia é fatta a cicli o, per dirla con Vico, di corsi e ricorsi: bene, tra Giugno ed Agosto, si può tranquillamente dire che è finito un grande ciclo della nostra storia che ha avuto come epicentro la DC e come antitesi il PCI. Mentre gli elettori sembrano decisi a cambiare espressione alla loro protesta ed a ripudiare il voto datogli un paio d’anni or sono, il Partito Comunista ha cominciato a cogliere pienamente il frutto dei passati successi elettorali.

L’elezione dell’on. Pertini, uomo ineccepibile, ma anche inequivocabile simbolo di una ideologia finora all’opposizione,e  soprattutto il varo della legge sull’equo canone, autentica vanificazione del risparmio immobiliare e del concetto di proprietà immobiliare e del concetto di proprietà privata, hanno segnato il momento conclusivo del passaggio sull’altra sponda, sul litorale della quale c’è Tito e nell’entroterra Breznev.

Come reagirà il mondo cattolico e la parte occidentalistica del Paese? Difficile prevederlo con la DC che non riesce ad accettare il ruolo di seconda donna e cerca, più che il rilancio, il mantenimento delle posizioni, magari con il compromesso, con la Chiesa che di fatto incide fortemente sulla nostra risposta politica, priva, malgrado la rapidità del Conclave, della necessità stabilità teologico-politica, con i partiti intermedi e la destra ancora alla ricerca di una propria identità nuova che li tiri fuori dal ghetto elettorale.

Così dunque il Paese dopo l’estate 1978: un’Italia nuova, diversa, che è attesa alla prova, o alla riscossa, a seconda dei punti di vista.

 

Romolo Reboa

 


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Decentratori o accentratori?

Negli scorsi mesi il Consiglio comunale romano approvava il regolamento per l’esecuzione del decentramento amministrativo, cioè quel complesso di norme destinate alla definizione delle competenze delle circoscrizioni capitoline. La delibera, che era una conseguenza di una legge dell’Aprile 1976, sembrava essere un importante passo avanti per far si che le circoscrizioni assumessero i propri tratti somatici e perdessero quell’aspetto i oggetto misterioso che hanno ancora oggi per molti cittadini non “addetti ai lavori”. La realtà, come spesso in queste cose, era ovviamente diversa: infatti il regolamento, senza il trasferimento dei poteri decisionali e la conseguente elezione diretta dei consiglieri circoscrizionali, é praticamente acefalo, o, in parole più crude, non serve pressoché a niente.

Abbiamo voluto iniziare il nostro discorso con questa precisazione perché l’Ufficio Stampa del Comune di Roma ha dedicato, nei primi due numeri del suo nuovo notiziario mensile, ROMA COMUNE, ampio spazio a questa delibera, illustrandola come un grande passo in avanti per la definitiva realizzazione di quel decentramento per il quale i partiti che attualmente formano la Giunta capitolina si sono, e ne diamo atto, battuti da anni. Ora ciò che ha fortemente colpito é che l’Ufficio Stampa, mentre dedicava ampio spazio, lodandola, a questa delibera, faceva notare, in un inciso di quattro righe di piombo, che “per la piena efficacia del regolamento sarà necessario preparare, con una lunga serie di apposite delibere, il trasferimento dei poteri decisionali alle venti circoscrizioni”.

Ovvero, dopo tante chiacchiere, come si dice a Roma, siamo “da capo a dodici”: infatti, poco tempo dopo, la notizia che le elezioni circoscrizionali, prima fissate alla primavera del 1977, poi spostate a Novembre per effettuarle, si é detto, in concomitanza di elezioni in altre città italiane, sono state definitivamente procrastinate alla primavera del 1978.

A stretti rigori di logica questo comportamento della Giunta capitolina è incomprensibile: come é possibile che partiti, che hanno voluto il decentramento e continuano a dire di volerlo, nella pratica ne ostacolano o ne ritardano la realizzazione?

Ma se in termini di logica la risposta può risultare incomprensibile, in termini politici é chiara: i partiti che attualmente formano la Giunta, se prima volevano il decentramento per prendere delle fettine di potere in quei quartieri in cui sono elettoralmente più seguiti, ora che lo gestiscono per intero non hanno alcun interesse a rischiare di perderne altre fette. Ma questo discorso, come lo abbiamo rifiutato ieri allorché a farlo erano altri partiti, spesso altrettanto spudoratamente, lo condanniamo oggi, non in nome di un simbolo partitocratico, ma in nome di quella correttezza democratica che i partiti italiani citano sempre dai banchi dell’opposizione e dimenticano spesso sulle poltrone del potere.

 

Romolo Reboa*

Avvocato del Foro di Roma


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