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Giurisprudenza

Il fenomeno del bullismo

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLONecessario un intervento normativo

 Il termine bullismo viene coniato dall’inglese “bullying” e acquisisce, nella lingua italiana, un’accezione che identifica una generica situazione di violenza a cui viene sottoposto un soggetto da parte di altri. Il termine inglese, invece, aiuta ad identificare le sfaccettature più ampie del fenomeno; infatti, la definizione fornita dall’Oxford Dictionary …a person who uses strength or influence to harm or intimidate those who are weaker…”individua una persona che usa la propria forza o violenza per danneggiare o intimidire un soggetto più debole. Questo inquadramento consente da una parte di identificare una serie di comportamenti che, al di là della sola violenza fisica, possono costituire cd. atti di bullismo nonché di individuare una matrice relazionale alla base del fenomeno. Pertanto per definire un atto di bullismo occorre l’esistenza di diversi elementi: Uno o più soggetti che pongono in essere azioni di intimidazione o danneggiamento a carico di una vittima che le subisce, perduranti nel tempo; l’esistenza di uno squilibrio nel rapporto tra la persona che agisce e quella che subisce (asimmetria); disagio della vittima. Fatta questa breve premessa e, individuati i caratteri che identificano il bullismo dal punto di vista sociologico, occorre individuare gli elementi che consentano una qualificazione del fenomeno in termini giuridici, anticipando già da ora, da parte degli scriventi, la ritenuta necessità di una disciplina propria ed esclusiva. Sotto un profilo prettamente giuridico si conoscono e possono identificarsi le espressioni e le conseguenze degli atti di bullismo, ma non si è ancora incardinata nel nostro ordinamento una fattispecie autonoma del fenomeno. Il bullismo, infatti, si configura mediante una condotta di prevaricazione che porta un soggetto a comportarsi in modo illegittimo (o illecito) verso un altro, provocando un danno ingiusto. Generalmente si qualifica come fenomeno “orizzontale”, in quanto si attua nell’ambito di rapporti tra soggetti formalmente appartenenti al medesimo contesto relazionale (es. scuola). I primi passi compiuti dalla giurisprudenza e da una parte della dottrina per l’inquadramento del fenomeno, si sono incentrati sulle caratteristiche proprie della condotta. Tali elementi, per i risvolti psicologi che provocano sulla vittima, hanno determinato l’accostamento al fenomeno del mobbing, in cui il mobber (datore di lavoro o collega) pone in essere comportamenti che vanno dalla diffusione di maldicenze all’emarginazione del soggetto, creando un ambiente di lavoro ostile ed ostacolandone il percorso professionale. Tale similitudine ha generato il concetto di bullismo come forma di “mobbing in età evolutiva”. Se pur, apparentemente, assimilabili per gli aspetti indicati, emergono tra i due fenomeni delle differenze sostanziali che induce altra parte della dottrina ad affermare l’unicità della condotta del bullo: l’elemento soggettivo, come condotta del bullo mossa dalla volontà di gratificare sé stesso per sentirsi forte, inattaccabile e punto di riferimento agli occhi degli altri; quella del mobber, invece, mira a danneggiare direttamente o indirettamente l’altro soggetto; la minore età, elemento sostanziale in quanto il fenomeno del bullismo è generalmente diffuso tra soggetti minorenni. E’ proprio da quest’ultimo elemento che può delinearsi il contesto in cui inserire il fenomeno, sia sotto gli aspetti civili sia sotto gli aspetti penali. Il punto di partenza della nostra analisi si incardina attorno al rapporto tra responsabilità civile, penale e minore età. I concetti di capacità giuridica, capacità di agire e capacità naturale consentono di considerare il minore di età come un soggetto naturalmente capace, salvo che non vi sia prova contraria di tale status. Nel nostro ordinamento possiamo individuare come capisaldi, rispettivamente del sistema civile e del sistema penale, gli artt. 2043, 2046, 2047 c.c., 85 e 97 c.p. La lettura coordinata delle norme citate consente di individuare due principi di carattere generale imperniati, entrambi, sul concetto di capacità di intendere e di volere del soggetto. In ambito civilistico l’art. 2043 c.c. prevede che Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”;  e precisa con gli artt. 2046 e 2047 che “non risponde delle conseguenze dal fatto dannoso chi non aveva la capacità d’intendere o di volere al momento in cui lo ha commesso, a meno che lo stato d’incapacità derivi da sua colpa” e che “in caso di danno cagionato da persona incapace d’intendere o di volere, il risarcimento è dovuto da chi e tenuto alla sorveglianza dell’incapace, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto”. Con tali disposizioni il Legislatore fissa un principio di ordine generale fondando la ratio della previsione sul ristoro delle conseguenze dannose prodotte, e, detta, specifiche conseguenze circa la produzione del danno a carico di un soggetto incapace di intendere e di volere, compiendo un richiamo alla disciplina penalistica dettata dall’art. 85 c.p. In ambito penalistico, infatti, da un lato l’art. 85 c.p. dispone che “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se al momento in cui l'ha commesso, non era imputabile. E' imputabile chi ha la capacità d'intendere e volere”, dall’altro con l’art. 97 c.p. prevede la non imputabilità di chi al momento della commissione del fatto non aveva compiuto i 14 anni. Alla luce dei principi illustrati è evidente che il Legislatore ha escluso l'imputabilità del minore di quattordici anni proprio perché è ragionevole pensare che questi, in ragione della sua giovanissima età, sia sfornito di detta capacità ma certamente non esclude che le conseguenze dannose comunque prodotte debbano trovare un ristoro. A tal proposito, si richiama un Disegno di Legge predisposto nel 2007 – poi stralciato - recante “Misure di sensibilizzazione e prevenzione, nonché repressione dei delitti contro la persona e nell’ambito della famiglia, per l’orientamento sessuale, l’identità di genere ed ogni altra causa di discriminazione”. Tale provvedimento prevedeva una nuova figura delittuosa, ossia il reato di “atti persecutori”, che aveva quindi il compito di punire quelle condotte bullistiche costituite da minacce e molestie reiterate nel tempo, in modo assillante, che oggi non sono penalmente rilevanti. Con queste brevi considerazioni si evidenziano alcune delle criticità che il Legislatore incontrerebbe nella creazione di una nuova ipotesi di reato, quale il bullismo può rappresentare data l’estensione del fenomeno tra i giovani e i giovanissimi.

Fabio Di Marco, Alessandra Malaspina, Simona Testa     

*Avvocati del Foro di Roma


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Confidare nell’abilità dei clienti

 

Nel precedente articolo si è visto come grazie al counselling la persona viene aiutata a gestire al meglio le proprie difficoltà, sviluppando le potenzialità e le risorse. Il counsellor è il professionista che possiede le abilità necessarie per realizzare questi obiettivi.

In sintesi quindi il counselling serve ed aiuta a risolvere le difficoltà, sviluppare le potenzialità, realizzare i propri obiettivi, affrontare in maniera diversa i momenti di disagio, relazionarsi meglio con l’altro.

Il counsellor è un esperto nelle tecniche relazionali e conosce gli strumenti per aiutare le persone a superare le difficoltà che le amareggiano in un dato momento critico della loro vita.

Normalmente possediamo le capacità per risolvere da soli la maggior parte dei problemi, ma alcuni ostacoli ci colpiscono in modo particolare, magari perché vanno a toccare gli aspetti profondi del nostro carattere.

Uscirne è complicato, spesso perché ripetiamo un modello acquisito, o perché da soli risulta difficile vedere da una prospettiva diversa la situazione che grava su noi stessi.

In questi casi il counsellor comunque non ha una soluzione già pronta e codificata per il cliente, in quanto la cosa che più gli sta a cuore è aiutarlo a risolvere i suoi problemi salvaguardando la sua individualità e personalità.

L’obiettivo del counsellor nella relazione con il cliente è soprattutto togliere i blocchi e le difficoltà che assillano il cliente stesso, in modo che possa ricontattare le proprie potenzialità ed utilizzarle pienamente per realizzare la propria vita.

Per fare in modo che questo avvenga è fondamentale che il counsellor confidi profondamente nelle capacità del cliente, e nelle sue abilità di riuscire con strumenti nuovi a risolvere le situazioni difficili.

In nessun modo il counsellor riuscirà ad aiutare il cliente se non crederà veramente nelle sue capacità, risorse, e possibilità di riuscita.

Questo perché il più profondo conoscitore di sé è il cliente stesso, nonostante abbia bisogno in una certa fase della sua vita di un aiuto ad orientarsi in ciò che non comprende o che non gli è chiaro.

Grazie alle sue conoscenze professionali il counsellor aiuta il cliente a fare chiarezza nei suoi problemi, e lo stimola a trovare la soluzione giusta.

Per questo è estremamente importante conoscere gli aspetti della personalità del cliente da lui stesso evidenziati nel corso degli incontri, riguardanti la sua vita, la sua esperienza, la sua visione del mondo e del problema.

Questo significa comprendere i suoi punti di riferimento ed i suoi schemi mentali, per “conoscere il mondo dell’altro”.

Nella terapia prima di tutto il counsellor porrà l’attenzione sui comportamenti funzionali ed efficaci del cliente, sulle strategie che già inconsapevolmente usa per la gestione utile della sua vita, e lo aiuterà quindi ad incrementarle ed a farne uso.

Inoltre lo stimolerà ad aggiustare il tiro per eliminare le strategie non funzionali o per acquisirne di nuove, in modo da far fronte nel modo migliore alle esigenze della vita.

Tutto ciò all’interno di una relazione empatica e collaborativa con il cliente stesso.

 

Anna Gorrieri* e Daniela Pascali**  *Mediatore familiare e counsellor - ** Counsellor


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Previdenza: riforma o controriforma?

Il tentativo di riforma previdenziale ha coinvolto tutti, non solo i lavoratori che fino ad adesso hanno contato sul sistema pubblico. Gli enti previdenziali privati temono gli effetti della riforma, che applica ad essi alcuni principi propri del sistema pubblico. L’avvocato De Tilla, presidente della Cassa Previdenziale Forense e dell’Associazione degli Enti Previdenziali Privati spiega ai lettori di InGiustizia perché.

D) Presidente, approva il metodo con il quale il Governo è arrivato ad adottare la riforma previdenziale?

R) Il mio giudizio sull’ipotesi di estendere alcuni principi della riforma anche agli Enti privati dei professionisti è profondamente negativo, sia per quanto riguarda il metodoche nel merito. E’ un attacco all’autonomia degli Enti previdenziali privati, che non sono stati nemmeno consultati sull’argomento, riservato per legge alla loro specifica autonomia normativa. Gli effetti potrebbero essere devastanti: per l’esempio l’abbassamento a sessanta ananni dell’età pensionabile per le donne (laddove gli ordinamenti previdenziali degli Enti professionali già prevedono una età pensionabile almeno a sessantacinque anni, senza distinzione di sesso) causerebbe «buchi» clamorosi nelle gestioni di molte Casse previdenziali. Per la sola Cassa Forense, sulla base di una prima stima di massima, comporterebbe oneri per circa 250 milioni di Euro.

Va segnalata poi l’imposizione di una anzianità di iscrizione quarantennale per l’ammissione a pensioni di anzianità a categorie professionali che iniziano, per la maggior parte, l’attività lavorativa intorno ai 26/27 anni. Tali pensioni, già limitatissime, sarebbero così destinate a sparire con evidente disparità di trattamento con le altre categorie di lavoratori.

L’assoluta carenza di informazioni in ordine alla realtà delle Casse professionali è, inoltre, testimoniata dall’inserimento di tali Enti fra quelli destinatari di una norma che fissa un massimale ai nuovi trattamenti pensionisticipari a circa 30 milioni mensili di lire, che è ben al di là di qualsiasi trattamento pensionistico massimo erogato da tutti gli Enti previdenziali dei professionisti e che potrebbe comportare la rovina delle Casse.

D) Un punto molto dibattuto è quello che applica agli enti previdenziali privatizzati le misure a garanzia della sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico obbligatorio.

Quali possono essere gli effetti di tale principio sugli enti?

R) La ricerca di misure strutturali sempre più moderne per dare ulteriore stabilità agli enti previdenziali privati e ulteriori garanzie di sostenibilità ai loro iscritti deve essere sempre condotta nel rispetto delle diverse realtà delle categorie professionali, delle caratteristiche, anche storiche, delle Casse di Previdenza, della loro situazione finanziaria, delle prospettive demografiche della professione tutelata, etc.

In quest’ottica vanno inquadrate le recenti modifiche normative varate da alcuni Enti, o allo studio di altri, di diversa portata e con diverse prospettive, ma sempre nella direzione di valorizzare «l’irripetibile individualità» (come la definisce la Corte Costituzionale) dei vari sistemi previdenziali nell’ambito delle libere professioni.

Non mancano comunque connotazioni comuni, quali «l’autofinanziamento» del sistema (le Casse non godono di finanziamenti pubblici e sono gli iscritti e, comunque, gli appartenenti alla categoria professionale i soggetti che forniscono forniscono loro le risorse), o la «solidarietà» infracategoriale che si realizza, in buona sostanza, in una forma di risparmio obbligatorio collettivo con regole di redistribuzione interna che tutelano le categorie più deboli. Ciò comporta l’autogoverno (previdenziale), con margini di autonomia che non possono essere lesi da interventi pubblici autoritativi.

Quel che appare, comunque, certo e comune a tutti, è che le Casse professionali, dopo la privatizzazione, hanno raddoppiato i patrimoni rendendo efficienti le gestioni e prolungando le proiezioni attuariali anche con l’incremento delle riserve legali, ben al di là delle previsioni normative.

D) E sugli iscritti?

R) La fissazione di trattamenti iniqui e non rispondenti alle aspettative dei professionisti italiani.

D) Quali sono le proposte dell’AdEPP?

R) Si chiede la possibilità per gli enti previdenziali professionali di gestire direttamente, anche in forma congiunta, la previdenza complementare, adattando alla loro specificità alcune norme del Decreto Legislativo 124/93; poi di istituire fondi immobiliari o acquisire società immobiliari o quote delle stesse anche tramite conferimento di immobili in proprietà, con atti soggetti a imposte di registro ipotecarie e catastali in misura fissa; infine, per gli Enti che lo ritenessero necessario, di introdurre il sistema contributivo di calcolo delle pensioni previsto dalla legge 335/95, adattandone in modo flessibile i parametri demografici e finanziari alla categoria professionale di riferimento. Si chiede quindi la previsione di forme di silenzio assenso nelle procedure di approvazione ministeriale delle delibere degli Enti, nonché l’estensione della tutela sanitaria integrativa prevista nel 1° comma del d.d.l. 2058/S anche agli Enti previdenziali di nuova costituzione.

L’Adepp, inoltre, ha fatto propria la richiesta di introdurre alcuni fondamentali correttivi ai sistemi previdenziali degli Enti istituiti ai sensi del D.Lgs. 103/96 per alcune categorie professionali (Psicologi, Biologi, Periti Industriali, etc.) come proposto dagli Enti stessi. A tal fine si è suggerita l’introduzione, mediante apposito emendamento, di un articolo 6 bis che contenga misure specifiche per tali Enti.

Il pacchetto degli emendamenti richiesti contiene anche la richiesta di adeguare la delega previdenziale all’accordo recentemente sottoscritto presso il Ministero del Welfare in tema di totalizzazione.

L’articolata proposta dell’Adepp si chiude con la richiesta di integrazione normativa tendente a risolvere definitivamente ogni dubbio circa il regime previdenziale cui sottoporre le attività di co., co., co., svolte da soggetti iscritti agli Albi e ad adeguare il regime fiscale delle Casse professionali almeno a quello, di maggior favore, previsto per i fondi pensione integrativi.

Quest’ultima previsione, in particolare, assume una rilevanza decisiva se si pensa che oggi, sugli Enti previdenziali dei professionisti, grava una vera e propria doppia tassazione che colpisce sia il momento dell’accumulo delle riserve e gli investimenti sia, in un momento successivo, le rendite pensionistiche corrisposte agli iscritti.

La capacità propositiva dimostrata dalle Casse Professionali merita l’attenzione di tutti coloro cui stanno veramente a cuore i problemi previdenziali di un milione di professionisti.

Credo sinceramente che i segnali di apertura e di sensibilità politica recentemente manifestati dal Governo (vedasi la rapida approvazione della legge sul «tetto» per le indennità di maternità alle libere professioniste), conducano ad un radicale ripensamento sull’infausta norma di equiparazione al regime pubblico e al recepimento delle articolate proposte dell’Adepp. In caso contrario i professionisti italiani sapranno, ancora una volta, stringersi a difesa dell’autonomia delle loro Casse di Previdenza.

D) Se il governo non dovesse fare marcia indietro, quali iniziative potrebbe intraprendere la Cassa Forense?

R) L’assemblea degli Stati generali delle professioni convocata dall’AdEPP, alla quale hanno partecipato i rappresentanti degli ordini aderenti al Cup (guidati dall’Architetto Raffaele Sirica), alla Consilp (guidata dal Dottor Gaetano Stella) e alla Confedertecnica (guidata dall’Ingegnere Mario Cassano), ha accolto il messaggio del Ministro Maroni ed ha insistito nell’eliminazione dal maxiemendamento dell’estensione dei principi della previdenza pubblica a quella privata, nonché nell’inserimento nel collegato previdenziale delle proposte AdEPP.

Mi risulta che siano stati presentati emendamenti in tal senso da parlamentari di tutte le forze politiche.

L’AdEPP vigilerà sull’iter legislativo e convocherà nel mese di gennaio altri incontri delle Professioni per decidere le ulteriori iniziative da intraprendere.


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Amianto, pericoloso come certe norme

Il 29 settembre il Governo ha approvato contestualmente alla Finanziaria 2004 un decreto recante «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici».

Si tratta del decreto 269, il cosiddetto «decretone », che contiene un articolo il quale ha scatenato la dura protesta di molti lavoratori e dei sindacati: il 47, peraltro rettificato in maniera peggiorativa poco dopo la sua approvazione, intitolato «Benefici previdenziali ai lavoratori esposti all’amianto ».

Quali siano i benefici non si sa, visto che il paragrafo riduce un coefficiente moltiplicatore previsto da una legge del 1992 (la 257) da 1,5 a 1,25. Che significa? L’articolo 13 della legge 257 («Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto») prevedeva un trattamento straordinario di integrazione salariale e pensionamento anticipato per i lavoratori esposti all’amianto. Al comma 8, si era stabilito che «ai fini del conseguimento delle prestazioni pensionistiche, i periodi di lavoro soggetti all'assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali derivanti dall'esposizione all'amianto gestita dall'INAIL quando superano i 10 anni sono moltiplicati per il coefficiente di 1,5».

Il decretone ha, come detto, diminuito tale coefficiente introducendo anche un’altra novità negativa: il coefficiente si deve applicare ora «ai soli fini della determinazione dell’importo delle prestazioni pensionistiche e non della maturazione del diritto di accesso alle medesime».

Come se non fosse già sufficiente tutto ciò, il Governo ha pensato bene di concedere i benefici previsti dall’articolo 13 della legge del 1992 «esclusivamente ai lavoratori iscritti all'assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, gestita dall'INAIL, che per un periodo non inferiore a 10 anni, sono stati esposti all’amianto in concentrazione media annua non inferiore a 100 fibre/litro come valore medio su otto ore al giorno». Facile pensare che molte persone abbiano svolto anche una piccola parte della giornata lavorativa fuori da ambienti in cui erano esposti all’amianto, pur avendo corso i medesimi rischi degli altri ed essendo soggetti oggi ai medesimi problemi dei loro colleghi. E’ logico che, purtroppo, sia necessario in un modo o nell’altro un limite alla concessione di benefici, se non altro per evitare abusi, ma quello stabilito nell’articolo 47 sembra veramente eccessivo. Inoltre il risparmio per le casse dell’esecutivo è minimo.

Nonostante le vaghe promesse della maggioranza di risolvere la questione (con emendamenti della maggioranza bocciata… dalla stessa maggioranza nell’apposita commissione!), i sindacati non hanno esitato ovviamente a protestare contro l’articolo 47 del decretone.

CGIL CISL e UIL hanno richiesto «la soppressione dell’articolo 47, considerando ‘una commedia indecente’ quella che è stata giocata dal Governo e dalla maggioranza sulla pelle dei lavoratori e solo per fare cassa ».

Più o meno sulla stessa linea l’UGL: «Le norme sui benefici previdenziali dei lavoratori esposti all'amianto, previste dal Governo con il decreto 269, devono essere modificate perché rappresentano una grave disuguaglianza sociale e una penalizzazione lavorativa pesante che non possiamo accettare - ha sostenuto Renata Polverini, vice segretario generale dell’UGL - un’ingiustizia che intendiamo contrastare in ogni modo».


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La riforma organica della magistratura onoraria

 Nell’ultimo decennio, per contenere l’arretrato giudiziario e alleggerire il carico di lavoro dei magistrati togati, la giurisdizione é stata devoluta sempre più ai magistrati onorari, sia aumentando progressivamente la competenza per materia del giudice di pace, sia affidando ai giudici onorari aggregati (goa) l’arretrato giudiziario in materia civile. Inoltre, nel 1998, sono stati istituiti il giudice onorario di tribunale (got), che esercita la giurisdizione sia in materia civile che in materia penale, addirittura componendo il tribunale monocratico (eventualità preclusa agli stessi magistrati togati nei primi tre anni di esercizio delle funzioni giudiziarie), e il vice procuratore onorario (vpo), omologo requirente del got delegato del procuratore della Repubblica nelle udienze penali monocratiche e in alcune attività inquirenti, tra cui le indagini relative ai reati di competenza del giudice di pace penale. Il fenomeno appare ormai inarrestabile, al punto che il Ministro della Giustizia, lo scorso dicembre, per scongiurare la totale paralisi dei tribunali e delle procure e in attesa di una riforma organica della magistratura onoraria, ha dovuto emanare un decreto legge per prorogare di un anno il mandato dei got e dei vpo in scadenza alla fine del 2003. Ora la riforma auspicata dal Ministro Castelli sembra prendere le mosse attraverso un progetto di legge bipartisan, redatto sulla base di un testo proposto dalla Federazione Magistrati Onorari di Tribunale (Feder.M.O.T.) e sottoscritto da ben sei Deputati Capi Gruppo della Commissione Giustizia presso la Camera dei Deputati e precisamente dagli Onorevoli Vitali (FI), primo firmatario, Buemi (SDI), Cola (AN), Fanfani (Margherita), Lussana (Lega Nord), Mazzoni (UdC). Il p.d.l. prevede la creazione stabile di un ruolo dei magistrati di complemento, articolato in due ben distinte figure: il giudice di complemento e il sostituto procuratore di complemento. Il magistrato di complemento non potrà raggiungere il grado di magistrato di appello o di cassazione e amministrerà la giustizia soltanto nelle materie di competenza del tribunale o del giudice di pace; lo status giuridico sarà modellato sulla falsa riga di quello previsto per i magistrati del ruolo ordinario (cosiddetti «togati»), con la previsione dell’inquadramento a tempo indeterminato e di un trattamento economico ridotto rispetto a quello dei colleghi togati. L’abolizione del magistrato onorario temporaneo va salutata con favore. La temporaneità dei magistrati onorari, infatti, ha determinato sino ad oggi una pericolosa discriminazione tra questi e i loro colleghi togati, relegando i primi in una condizione di precarietà lavorativa e di incertezza che ne pregiudica gravemente l’autonomia e l’indipendenza, in spregio ai principi costituzionali che garantiscono al cittadino di essere giudicato da un magistrato soggetto soltanto alla legge e distinguibile dai propri colleghi soltanto per la diversità delle funzioni svolte. E come se ciò non bastasse, oggi l’irragionevole meccanismo della temporaneità finisce per estromettere il magistrato onorario dalle funzioni giudiziarie proprio nel momento in cui ha maturato un’esperienza professionale che ne giustificherebbe, previo adeguata verifica di professionalità, il definitivo inquadramento a tempo indeterminato.Il progetto di legge, proprio al fine di non disperdere la professionalità acquisita sul campo dagli onorari, prevede che, in una prima fase transitoria, i magistrati di complemento vengano reclutati esclusivamente nelle fila dei magistrati onorari: in particolare, i vpo per l’incarico di sostituto procuratore di complemento, e i giudici onorari per l’incarico di giudice di complemento. Inoltre, in fase di prima applicazione, la legge prevede anche che i magistrati onorari che non vogliono optare per il ruolo di complemento, potranno continuare a fare i magistrati onorari, in deroga ai limiti temporali previsti dall’attuale normativa e per non più di dieci anni; tale disposizione giungerà gradita soprattutto ai magistrati onorari con maggiore anzianità anagrafica i quali, accedendo al ruolo di complemento, dovrebbero assoggettarsi ad un rapporto di pubblico impiego incompatibile sia con lo svolgimento della professione forense che con il godimento di un pregresso trattamento pensionistico. Il maggiore pregio politico della proposta Vitali, sembra quello di non toccare le prerogative specifiche della magistratura ordinaria, tradizionalmente ostile all’ampliamento dell’organico togato ma, al contempo, impossibilitata ad amministrare la giustizia con la sola forza degli attuali 8.800 magistrati ordinari; non a caso il p.d.l. ha trovato la parziale condivisione di forze dell’opposizione tradizionalmente vicine all’Associazione Nazionale Magistrati.Inoltre il ruolo di complemento accoglierebbe anche le istanze di quella parte dell’avvocatura tradizionalmente favorevole alla sostituzione dei magistrati onorari con magistrati professionali in grado di garantire al cittadino, e al suo difensore, la qualità e l’imparzialità richieste a chi amministra la giustizia.

 

Paolo Valerio*

Avvocato del Foro di Roma


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