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Giurisprudenza

T.A.R. Lazio: deposito con modalità telematica

Con una nota del 19 gennaio 2017 trasmessa al Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma,  il Dott. Luigi Consoli, Segretario Generale del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, ha dato comunicazione che il deposito, a far data dal 1° gennaio 2017, di copie del ricorso e degli scritti difensivi per ciascun giudizio introdotto avverrà con modalità telematica. Ai ricorsi depositati anteriormente a tale data, continuano ad applicarsi, fino all’esaurimento del grado di giudizio nel quale sono pendenti alla data stessa, le precedenti norme.


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Sezioni Unite: luce sugli affitti in nero

Cosa accade nel caso in cui un contratto di locazione ad uso abitativo non venga redatto per iscritto Quali sono le conseguenze giuridiche che ne derivano? A questi interrogativi i Giudici della Suprema Corte hanno risposto con la sentenza n. 18214/2015, in modo da far luce su questa delicata quaestio iuris. Il punto di partenza dell’indagine condotta dagli Ermellini è costituito dall’art. 1 comma 4 della legge n. 431/98, secondo cui il contratto di locazione ad uso abitativo privo della forma scritta è da considerarsi nullo. Per essere più precisi, la disposizione richiamata prevede che: “A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, per la stipula di validi contratti di locazione è richiesta la forma scritta”. Nel corso dei successivi anni, tuttavia, è sorto un contrasto giurisprudenziale sulla natura del requisito della forma scritta. Sul punto, si sono scontrate tre linee di pensiero: 1. la forma scritta è da intendersi ad substantiam; 2. la forma scritta è da intendersi ad probationem; 3. la forma scritta è da intendersi ad essentiam. Per rispondere al quesito sottoposto al loro esame, le Sezioni Unite partono dall’analisi della normativa in materia locatizia, rilevando come il codice civile e la prima legge speciale n. 392/78 non prevedessero alcun requisito di forma per il contratto di locazione (ad eccezione dei contratti di durata ultranovennale ex art. 1350 n. 8 c.c.), mentre, oggi, l’art. 1, comma 4, l. n. 431/98 prevede espressamente la forma scritta per la valida conclusione di contratti di locazione ad uso abitativo. La ratio della disposizione oggi vigente - secondo i Giudici di legittimità - da un lato mira ad assicurare certezza ad un rapporto contrattuale inerente ad un bene della vita primario e di rilevanza costituzionale, dall’altro tutela le esigenze di stabilizzazione del rapporto negoziale con fissazione di un canone liberamente pattuito, ma al contempo cristallizzato per tutta la sua durata. Vi è, inoltre, una ragione di stampo pubblicistico che ha indotto il legislatore ad intervenire: l’obbligo della forma scritta, infatti, è stato previsto anche al fine di arginare l’annosa piaga degli affitti in nero, che ha causato ingenti ammanchi nelle casse dello Stato. Ciò premesso in linea generale - ed entrando nel merito della questione - i Giudici di legittimità hanno sposato la terza delle tesi sopra indicate, “limitando, peraltro, la rilevabilità della nullità in favore del solo conduttore nella specifica ipotesi di cui all’art. 13, comma 5 della L. n. 431 del 1998, che gli accorda una speciale tutela nel caso in cui gli sia stato imposto, da parte del locatore, un rapporto di locazione di fatto, stipulato soltanto verbalmente. Il conduttore potrebbe cioè far valere egli solo la nullità qualora il locatore abbia imposto la forma verbale, abusando della propria posizione dominante all’interno di un rapporto giocoforza asimmetrico”.In altre parole, solo nel caso in cui il contratto verbale sia stato “imposto” dal locatore, il conduttore potrà far valere in via esclusiva la nullità negoziale per mancanza della forma scritta ed esercitare, quindi, la facoltà di richiedere la riconduzione del rapporto locativo ex art. 13, comma 5 L. 431/98. Viceversa, nel caso in cui la mancanza della forma scritta non derivi da un’imposizione del locatore, bensì da un accordo tra le parti (accordo ritenuto non meritevole di tutela secondo il nostro ordinamento), la nullità è da ritenersi assoluta ed insanabile e, pertanto, la stessa potrà essere fatta valere in giudizio da chiunque vi abbia interesse, nonché essere rilevata d’ufficio da parte del giudice, così come previsto, in linea generale, dall’art. 1421 c.c.. Il locatore potrà, quindi, chiedere il rilascio dell’immobile per occupazione senza titolo, mentre il conduttore potrà ottenere la parziale restituzione delle somme versate a titolo di canone nella misura eccedente quella del canone concordato, poiché – precisano le Sezioni Unite - “la restituzione dell’intero canone percepito dal locatore costituirebbe un ingiustificato arricchimento dell’occupante”. La decisione in commento appare meritevole di segnalazione non solo perché dirime un conflitto giurisprudenziale in un settore particolarmente delicato, ma anche perché la soluzione adottata mira ad un equo contemperamento di tutti gli interessi pubblici e privati coinvolti, così da disincentivare condotte opportunistiche e/o illecite da parte dei consociati.

Daniele Costa 

avvocato del Foro di Roma 


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Le spese straordinarie per il mantenimento dei figli

Il Protocollo d’Intesa firmato tra l’Ordine degli Avvocati Roma e il Tribunale Capitolino nel dicembre dell’anno 2014, offre puntuale definizione delle spese straordinarie ponendo fine ad un’annosa diatriba, fonte di copioso contenzioso nelle Aule giudiziarie. Pregevole la ratio del provvedimento se si considera che, oltre alla richiamata finalità deflativa delle liti, consente al coniuge cui è affidata l’amministrazione dell’assegno di mantenimento una gestione più responsabile ed oculata della somma corrisposta dall’obbligato.

Secondo la richiamata definizione devono essere considerate straordinarie le spese “oggettivamente imprevedibili nell’an” come anche le spese che, “quantunque relative ad attività prevedibili, non sono determinabili nel quantum ovvero attengono ad esigenze episodiche e saltuarie. In tale ambito - prosegue il documento – vanno distinte le spese che devono considerarsi obbligatorie perché di fatto conseguenziali a scelte già concordate tra i coniugi (es. libri di testo o farmaci già prescritti dal medico individuato di comune accordo) oppure connesse a decisioni talmente urgenti da non consentire la previa concertazione, da quelle invece subordinate al consenso di entrambi i genitori”.

Il provvedimento individua con estrema chiarezza quali voci attengono alle spese straordinarie subordinate al consenso di entrambi i genitori (enucleando ulteriori sottocategorie quali: le scolastiche, quelle di natura ludica e parascolastica, le sportive e quelle medico-sanitarie) e quali invece devono considerarsi “obbligatorie” e quindi non soggette all’obbligo di previa concertazione con l’altro genitore.
Grazie alla tipizzazione concordata nel Protocollo d’Intesa è stato meglio definito cosa debba intendersi per “straordinarietà” della spesa, dando forma a quell’obbligo di carattere generale prescritto dal codice di merito all’art. 147 e sine dubio operativo anche in caso di separazione personale tra i genitori.
Anche i numerosi arresti giurisprudenziali hanno concluso per il riconoscimento in favore della prole, anche a seguito della separazione personale tra coniugi, del diritto ad un mantenimento tale da garantire un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della famiglia ed analogo per quanto possibile a quello goduto in precedenza, continuando a trovare applicazione l'art. 147 cod. civ. che, imponendo il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, obbliga i genitori a far fronte ad una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario e sociale, all'assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione, fin quando l'età dei figli stessi lo richieda, di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione. (Cfr. ex multis Cass. Civ., Sezione VI,  Ordinanza n. 21273 del 18/09/2013).
Si evince chiaramente il riferimento alle spese, non solo di natura c.d. ordinaria, ma anche a quelle di tipo “straordinario”, costantemente riconosciute dalla Giurisprudenza di Legittimità.
Sul punto, peraltro, numerose sono le questioni giuridiche portate all’attenzione dei Giudici di Piazza Cavour e meritevoli di trattazione, sia pure sinteticamente, in questa sede.
a) Obbligo di concertazione preventiva
Assai recente è l’intervento teso a definire la sussistenza o meno di un obbligo di previa concertazione della spese straordinaria. La Suprema Corte ha disposto che “non è configurabile a carico del coniuge affidatario un obbligo di informazione e di concertazione preventiva con l'altro in ordine alla determinazione delle spese straordinarie (nella specie, spese di arredamento della cameretta, stage per l'apprendimento della lingua inglese), trattandosi di decisione "di maggiore interesse" per il figlio e sussistendo, pertanto, a carico del coniuge non affidatario, un obbligo di rimborso qualora non abbia tempestivamente addotto validi motivi di dissenso”. Sicché, qualora il coniuge non interpellato sia chiamato a rimborsare la quota di spettanza e si opponga alla spesa sostenuta a sua insaputa “il giudice è tenuto a verificare la rispondenza delle spese all'interesse del minore mediante la valutazione della commisurazione dell'entità della spesa rispetto all'utilità e della sostenibilità della spesa stessa rapportata alle condizioni economiche dei genitori”. (Così Cass. Civ., Sezione 6, Ordinanza n. 16175 del 30/07/2015).
b) Natura del provvedimento del giudice della separazione in materia di spese
La Cassazione, con ordinanza del 02.03.2016, ha confermato il principio per cui  il provvedimento con il quale, in sede di separazione, il Giudice stabilisce che il genitore non affidatario paghi le spese straordinarie costituisce idoneo titolo esecutivo. Ciò posto, è sufficiente, statuiscono gli Ermellini, che il genitore che le ha sostenute alleghi e documenti l’effettiva sopravvenienza degli esborsi e la relativa entità affinchè possa utilmente procedere in sede monitoria. Il genitore opponente non può sindacare la natura illiquida ed inesigibile del credito contestato, in quanto tali eccezioni risultano del tutto infondate, secondo il costante orientamento della giurisprudenza. Piuttosto deve argomentare in ordine alla non rispondenza delle spese all’interesse del minore ovvero all’insostenibilità della spesa stessa se rapportata alle condizioni economiche dei genitori e all’utilità per i figli.
c) Impossibilità di determinazione in via forfettaria delle spese straordinarie nell’assegno di mantenimento
È con la sentenza 11894 del 09/06/2015 che la Suprema Corte ha ribadito l’impossibilità di includere in via forfettaria nell’assegno di mantenimento le spese che, per loro natura, hanno i caratteri dell’imprevedibilità e dell’imponderabilità in via aprioristica.
Cosicchè una simile determinazione in via forfettaria nell'ammontare dell'assegno posto a carico di uno dei genitori, può rivelarsi in contrasto con il principio di proporzionalità e con quello dell'adeguatezza del mantenimento, nonchè recare grave nocumento alla prole. Manifesto è, infatti, il pregiudizio che potrebbe colpire i soggetti nel cui primario interesse vengono disposti i provvedimenti in materia di mantenimento: potrebbe darsi che le possibilità economiche del solo genitore beneficiario dell'assegno "cumulativo" non consentano di provvedere alle cure necessarie  ad altri indispensabili apporti.
Pertanto, pur non trovando la distribuzione delle spese straordinarie una disciplina specifica nelle norme inerenti alla fissazione dell'assegno periodico, deve ritenersi che la soluzione di stabilire in via forfettaria ed aprioristica ciò che è imponderabile e imprevedibile, oltre ad apparire in contrasto con il principio logico secondo cui soltanto ciò che è determinabile può essere preventivamente quantificato, introduce, nell'individuazione del contributo in favore della prole, una sorta di alea incompatibile con i principi che regolano la materia.
Appare evidente il filo conduttore che lega le richiamate pronunce giurisprudenziali con il Protocollo d’Intesa sopra richiamato: manifesto è, infatti, il tentativo dei menzionati provvedimenti di delineare, in maniera quanto più possibile dettagliata e puntuale, una materia di cui il legislatore non ha dettato rigorosa regolamentazione.
Superate le difficoltà applicative, non si può che apprezzare il pregio offerto da detta soluzione di politica legislativa: consentire che sia il diritto vivente a modellare a sua immagine la regolamentazione di una materia in costante divenire e che finisce per incidere su interessi strettamente personali delle parti in causa.

Matteo Santini 

avvocato del Foro di Roma 


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Regolamento sulle specializzazioni

Da avvocato tuttofare ad avvocato specialista. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 15 settembre 2015 n. 214 del nuovo regolamento, dal 14 novembre p.v., il mondo forense si arricchirà di una nuova figura: l'avvocato specialista, il quale non acquisirà più specifiche competenze sul campo e con l'esperienza, ma, sarà tenuto, per potersi definire tale, a seguire precise regole. Dalle relazioni familiari e patrimoniali all'informatica; dal diritto dei trasporti a quello a tutela della proprietà intellettuale. Sono 18 le aree specifiche del diritto nelle quali gli Avvocati potranno specializzarsi per fornire risposte specifiche qualificate alle esigenze dei propri assistiti, con il limite massimo di due settori da indicare al Consiglio dell'Ordine di appartenenza. Non solo, ma per conseguire la qualifica, l'avvocato potrà percorrere due strade: da un lato, la frequenza di corsi di durata biennale, dall'altro la comprovata esperienza nel settore di specializzazione. Per quanto riguarda la prima strada, sarà compito delle Università stabilire i percorsi da sottoporre al ministero della Giustizia, ai fini della valutazione dei programmi didattici. Sarà poi una commissione permanente, composta da sei esperti, due magistrati nominati dal Ministero, due avvocati scelti dal Cnf, e due professori universitari selezionati dal Miur ad elaborare i programmi per formare gli specialisti. Ed i corsi saranno organizzati d'intesa, stipulando specifiche convenzioni, con il Consiglio nazionale forense o con i consigli degli ordini degli avvocati. Per poter mantenere il titolo acquisito l'avvocato specialista, dovrà dimostrare di avere partecipato in modo proficuo e continuativo a scuole o corsi di alta formazione nello specifico settore di specializzazione per un numero di crediti non inferiore a 75 nel triennio di riferimento e, comunque, a 25 per ciascun anno. Il secondo percorso invece, che si basa sull'esperienza, prevede un riconoscimento d'ufficio per i professionisti iscritti all'albo senza interruzione da almeno otto anni, i quali abbiano esercitato, negli ultimi cinque anni, l'attività forense in uno dei settori scelti. Il legale dovrà così dimostrare di aver trattato nei cinque anni incarichi professionali "rilevanti per quantità e qualità", pari ad almeno 15 per anno. Al Consiglio nazionale forense, spetta il compito di revocare la specializzazione, a seguito di segnalazione da parte del Consiglio dell'Ordine di appartenenza, nei seguenti casi: a)irrogazione di sanzione disciplinare definitiva, diversa dall'avvertimento, conseguente ad un comportamento realizzato in violazione del dovere di competenza o di aggiornamento professionale; b)mancato adempimento degli obblighi di formazione continua ovvero dell'obbligo di deposito nei termini della dichiarazione e della documentazione di cui all'articolo 9, comma 1. Nella fase transitoria, è previsto il conferimento del titolo (previo superamento di un esame scritto e orale), anche a favore degli avvocati che nel periodo 2011-2015 hanno già conseguito un attestato di frequenza a un corso almeno biennale di alta formazione specialistica. Per gli opportuni approfondimenti si rimandano i lettori al link della rivista www.in-giustizia.eu.

Carmen Langellotto

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La legge 18/2015 sulla responsabilità civile dei magistrati

La legge 18/2015 sulla responsabilità civile dei magistrati, che ha integrato la precedente normativa, è già all'esame della Corte Costituzionale. L'hanno spedita alla Consulta i Tribunali di Treviso e di Verona. E chi può dargli torto? È una legge frutto del risentimento della classe politica nei confronti della magistratura, o meglio del timore reverenziale del potere esecutivo (così malamente rappresentato il nostro) nei confronti del potere giudiziario. È, in una parola, una legge che paralizzerà la giustizia, sia quella civile che quella penale. Non mi intratterrò sull'esame del testo che è stato già frutto del commento di autorevoli giuristi, tutti, nessuno escluso, schierati nell'una o nell'altra trincea. Mi limiterò ad osservare che l'eliminazione del filtro di ammissibilità della responsabilità del magistrato e la formulazione di un nuovo e diverso addebito, "il travisamento dei fatti e delle prove", costituiscono la porta d'ingresso di un infernale girone dantesco nel quale ogni illecito sarà assolto o prescritto, ogni diritto o ragione civile resteranno insoddisfatti. La formula "travisamento dei fatti e delle prove" è un capolavoro di ambiguità degno della sofistica presocratica. A prescindere infatti dalla considerazione che il travisamento è un comportamento attivo e intenzionale che consiste nella alterazione della realtà, e dunque dovrebbe intendersi come consapevole e doloso, a prescindere dalla proprietà del linguaggio che purtroppo non è una dote dei nostri politici - legislatori improvvisati -, che diavolo vorrà dire la formula adottata dal legislatore? Esclusa, infatti, la "alterazione intenzionale" che, se posta in essere dal giudice sarebbe comportamento gravissimo, a prescindere da ciò, la formula è semplicemente folle e tale da realizzare in concreto una vera e propria paralisi della giurisdizione. Non c'è processo civile o penale nel quale il giudicante non sia tenuto a valutare i fatti e le prove cosicché qualunque valutazione che scontenti la parte che se ne ritiene danneggiata potrà essere qualificata come travisamento; passi per il travisamento dei fatti che, tutto sommato, potrebbe indicare una condotta del giudice disattenta e comunque censurabile, ma "travisamento delle prove", che diavolo significa? In ogni processo che si rispetti ci sono prove pro e contro; se il giudice attribuisce rilevanza alle une piuttosto che alle altre in ragione di una sua personale percezione e ricostruzione della realtà, che discende dalla sua formazione personale, culturale, professionale commette travisamento dei fatti? Se è così nessun processo potrà essere celebrato e deciso, se non a rischio di vedere il giudicante destinatario di una azione di responsabilità, poco importa se temeraria, quando l'oggetto del contendere in materia civile o penale meriti di correre il rischio, peraltro modesto, della condanna alle spese o di quella ex art. 96 c.p.c. Figurarsi quello che accadrà in materia civile in tema ad esempio di procedimenti cautelare e di urgenza per i quali la necessaria sommarietà del rito impone al giudice una valutazione rapida dei fatti e delle prove offerti dal ricorrente. Figurarsi di quanto cresceranno le astensioni e le ricusazioni sorrette da una normativa così conflittuale nei confronti del giudicante da percorrere l'intera sua attività a far tempo dalla valutazione delle prove. Parlo da civilista, ma non credo che nel penale andrà meglio. Oltretutto la "brillante" trovata del legislatore incoraggia un atteggiamento ormai evidente nella prassi, dirò meglio nella politica degli uffici giudiziari, quello di scoraggiare il contenzioso facendo leva su questioni di inammissibilità (in ciò è maestra la Cassazione) o, in materia cautelare, scoraggiando l'accesso agli istituti con la politica dei rigetti, tanto frequenti quanto sommari. L'intenzione dei politici e quella di una parte della magistratura (magari anche offesa ma non giustificata dalla inefficienza degli strumenti e delle strutture) sembrano convergere. Non altrettanto può dirsi quanto agli utenti che vedono sempre più compromesse nelle scadenze e nei tempi le loro aspettative di giustizia, viste ormai dai poteri forti come fastidioso incomodo.

Giorgio della Valle

Avvocato del Foro di Roma

P.S. Cose da pazzi! Adesso il datore di lavoro può controllare telefonini e pc dei dipendenti! Manca solo la Gestapo! Che fa l'Avvocatura italiana? Come sempre tace?


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