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Previdenza

Cassa Forense: il Presidente Ubertini risponde alle false accuse di Repubblica

Nei giorni scorsi il quotidiano “La Repubblica” ha pubblicato una lunga inchiesta dal titolo "Le Casse sull'orlo del crac - medici, architetti, avvocati ora rischiano la pensione. Investiti oltre 5 miliardi in titoli tossici. Si muove la procura".

A tali immotivate ed incomprensibili accuse la Cassa forense nella persona del suo Presidente, Marco Ubertini, risponde che non vi è  alcun titolo tossico in portafoglio e non è assolutamente sull’orlo del crac. Anzi, il bilancio che verrà approvato venerdì 24 giugno segnerà l’avanzo d’esercizio più elevato della propria storia. A tal proposito ci sembra doveroso pubblicare quanto ha dichiarato, in un comunicato stampa,  in merito a questa vicenda il Presidente: Giovedì proporrò al cda di portare in giudizio il quotidiano “La Repubblica”, chiedendo un risarcimento adeguato alla enorme falsità delle notizie che sono state pubblicate. I bilanci, tutti gli organi di controllo, le riforme validate dai Ministeri competenti testimoniano che Cassa forense ha i conti in ordine, che è del tutto inesistente un rischio crac e non c'è alcun investimento in titoli tossici”. “La gestione finanziaria di Cassa forense è improntata alla prudenza - spiega il presidente Marco Ubertini - per questo non ci sono investimenti finanziari altamente speculativi o comunque eccessivamente rischiosi per gli obiettivi di un ente di previdenza. Anzi, sono anni che, forse con eccesso di prudenza, la nostra Asset Allocation non prevede investimenti in hedge fund, titoli strutturati o anche derivati. Tale impostazione ci permetterà di mantenere sempre positivo il patrimonio di Cassa forense per i prossimi 50 anni e di garantire la stabilità finanziaria ben oltre gli obblighi di legge. Anche qui, non è un caso ma il frutto di una riforma che costa sacrifici a tutti gli avvocati, in vigore già dal 2009.”


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Confidare nell’abilità dei clienti

 

Nel precedente articolo si è visto come grazie al counselling la persona viene aiutata a gestire al meglio le proprie difficoltà, sviluppando le potenzialità e le risorse. Il counsellor è il professionista che possiede le abilità necessarie per realizzare questi obiettivi.

In sintesi quindi il counselling serve ed aiuta a risolvere le difficoltà, sviluppare le potenzialità, realizzare i propri obiettivi, affrontare in maniera diversa i momenti di disagio, relazionarsi meglio con l’altro.

Il counsellor è un esperto nelle tecniche relazionali e conosce gli strumenti per aiutare le persone a superare le difficoltà che le amareggiano in un dato momento critico della loro vita.

Normalmente possediamo le capacità per risolvere da soli la maggior parte dei problemi, ma alcuni ostacoli ci colpiscono in modo particolare, magari perché vanno a toccare gli aspetti profondi del nostro carattere.

Uscirne è complicato, spesso perché ripetiamo un modello acquisito, o perché da soli risulta difficile vedere da una prospettiva diversa la situazione che grava su noi stessi.

In questi casi il counsellor comunque non ha una soluzione già pronta e codificata per il cliente, in quanto la cosa che più gli sta a cuore è aiutarlo a risolvere i suoi problemi salvaguardando la sua individualità e personalità.

L’obiettivo del counsellor nella relazione con il cliente è soprattutto togliere i blocchi e le difficoltà che assillano il cliente stesso, in modo che possa ricontattare le proprie potenzialità ed utilizzarle pienamente per realizzare la propria vita.

Per fare in modo che questo avvenga è fondamentale che il counsellor confidi profondamente nelle capacità del cliente, e nelle sue abilità di riuscire con strumenti nuovi a risolvere le situazioni difficili.

In nessun modo il counsellor riuscirà ad aiutare il cliente se non crederà veramente nelle sue capacità, risorse, e possibilità di riuscita.

Questo perché il più profondo conoscitore di sé è il cliente stesso, nonostante abbia bisogno in una certa fase della sua vita di un aiuto ad orientarsi in ciò che non comprende o che non gli è chiaro.

Grazie alle sue conoscenze professionali il counsellor aiuta il cliente a fare chiarezza nei suoi problemi, e lo stimola a trovare la soluzione giusta.

Per questo è estremamente importante conoscere gli aspetti della personalità del cliente da lui stesso evidenziati nel corso degli incontri, riguardanti la sua vita, la sua esperienza, la sua visione del mondo e del problema.

Questo significa comprendere i suoi punti di riferimento ed i suoi schemi mentali, per “conoscere il mondo dell’altro”.

Nella terapia prima di tutto il counsellor porrà l’attenzione sui comportamenti funzionali ed efficaci del cliente, sulle strategie che già inconsapevolmente usa per la gestione utile della sua vita, e lo aiuterà quindi ad incrementarle ed a farne uso.

Inoltre lo stimolerà ad aggiustare il tiro per eliminare le strategie non funzionali o per acquisirne di nuove, in modo da far fronte nel modo migliore alle esigenze della vita.

Tutto ciò all’interno di una relazione empatica e collaborativa con il cliente stesso.

 

Anna Gorrieri* e Daniela Pascali**  *Mediatore familiare e counsellor - ** Counsellor


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Amianto, pericoloso come certe norme

Il 29 settembre il Governo ha approvato contestualmente alla Finanziaria 2004 un decreto recante «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici».

Si tratta del decreto 269, il cosiddetto «decretone », che contiene un articolo il quale ha scatenato la dura protesta di molti lavoratori e dei sindacati: il 47, peraltro rettificato in maniera peggiorativa poco dopo la sua approvazione, intitolato «Benefici previdenziali ai lavoratori esposti all’amianto ».

Quali siano i benefici non si sa, visto che il paragrafo riduce un coefficiente moltiplicatore previsto da una legge del 1992 (la 257) da 1,5 a 1,25. Che significa? L’articolo 13 della legge 257 («Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto») prevedeva un trattamento straordinario di integrazione salariale e pensionamento anticipato per i lavoratori esposti all’amianto. Al comma 8, si era stabilito che «ai fini del conseguimento delle prestazioni pensionistiche, i periodi di lavoro soggetti all'assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali derivanti dall'esposizione all'amianto gestita dall'INAIL quando superano i 10 anni sono moltiplicati per il coefficiente di 1,5».

Il decretone ha, come detto, diminuito tale coefficiente introducendo anche un’altra novità negativa: il coefficiente si deve applicare ora «ai soli fini della determinazione dell’importo delle prestazioni pensionistiche e non della maturazione del diritto di accesso alle medesime».

Come se non fosse già sufficiente tutto ciò, il Governo ha pensato bene di concedere i benefici previsti dall’articolo 13 della legge del 1992 «esclusivamente ai lavoratori iscritti all'assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, gestita dall'INAIL, che per un periodo non inferiore a 10 anni, sono stati esposti all’amianto in concentrazione media annua non inferiore a 100 fibre/litro come valore medio su otto ore al giorno». Facile pensare che molte persone abbiano svolto anche una piccola parte della giornata lavorativa fuori da ambienti in cui erano esposti all’amianto, pur avendo corso i medesimi rischi degli altri ed essendo soggetti oggi ai medesimi problemi dei loro colleghi. E’ logico che, purtroppo, sia necessario in un modo o nell’altro un limite alla concessione di benefici, se non altro per evitare abusi, ma quello stabilito nell’articolo 47 sembra veramente eccessivo. Inoltre il risparmio per le casse dell’esecutivo è minimo.

Nonostante le vaghe promesse della maggioranza di risolvere la questione (con emendamenti della maggioranza bocciata… dalla stessa maggioranza nell’apposita commissione!), i sindacati non hanno esitato ovviamente a protestare contro l’articolo 47 del decretone.

CGIL CISL e UIL hanno richiesto «la soppressione dell’articolo 47, considerando ‘una commedia indecente’ quella che è stata giocata dal Governo e dalla maggioranza sulla pelle dei lavoratori e solo per fare cassa ».

Più o meno sulla stessa linea l’UGL: «Le norme sui benefici previdenziali dei lavoratori esposti all'amianto, previste dal Governo con il decreto 269, devono essere modificate perché rappresentano una grave disuguaglianza sociale e una penalizzazione lavorativa pesante che non possiamo accettare - ha sostenuto Renata Polverini, vice segretario generale dell’UGL - un’ingiustizia che intendiamo contrastare in ogni modo».


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Previdenza: riforma o controriforma?

Il tentativo di riforma previdenziale ha coinvolto tutti, non solo i lavoratori che fino ad adesso hanno contato sul sistema pubblico. Gli enti previdenziali privati temono gli effetti della riforma, che applica ad essi alcuni principi propri del sistema pubblico. L’avvocato De Tilla, presidente della Cassa Previdenziale Forense e dell’Associazione degli Enti Previdenziali Privati spiega ai lettori di InGiustizia perché.

D) Presidente, approva il metodo con il quale il Governo è arrivato ad adottare la riforma previdenziale?

R) Il mio giudizio sull’ipotesi di estendere alcuni principi della riforma anche agli Enti privati dei professionisti è profondamente negativo, sia per quanto riguarda il metodoche nel merito. E’ un attacco all’autonomia degli Enti previdenziali privati, che non sono stati nemmeno consultati sull’argomento, riservato per legge alla loro specifica autonomia normativa. Gli effetti potrebbero essere devastanti: per l’esempio l’abbassamento a sessanta ananni dell’età pensionabile per le donne (laddove gli ordinamenti previdenziali degli Enti professionali già prevedono una età pensionabile almeno a sessantacinque anni, senza distinzione di sesso) causerebbe «buchi» clamorosi nelle gestioni di molte Casse previdenziali. Per la sola Cassa Forense, sulla base di una prima stima di massima, comporterebbe oneri per circa 250 milioni di Euro.

Va segnalata poi l’imposizione di una anzianità di iscrizione quarantennale per l’ammissione a pensioni di anzianità a categorie professionali che iniziano, per la maggior parte, l’attività lavorativa intorno ai 26/27 anni. Tali pensioni, già limitatissime, sarebbero così destinate a sparire con evidente disparità di trattamento con le altre categorie di lavoratori.

L’assoluta carenza di informazioni in ordine alla realtà delle Casse professionali è, inoltre, testimoniata dall’inserimento di tali Enti fra quelli destinatari di una norma che fissa un massimale ai nuovi trattamenti pensionisticipari a circa 30 milioni mensili di lire, che è ben al di là di qualsiasi trattamento pensionistico massimo erogato da tutti gli Enti previdenziali dei professionisti e che potrebbe comportare la rovina delle Casse.

D) Un punto molto dibattuto è quello che applica agli enti previdenziali privatizzati le misure a garanzia della sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico obbligatorio.

Quali possono essere gli effetti di tale principio sugli enti?

R) La ricerca di misure strutturali sempre più moderne per dare ulteriore stabilità agli enti previdenziali privati e ulteriori garanzie di sostenibilità ai loro iscritti deve essere sempre condotta nel rispetto delle diverse realtà delle categorie professionali, delle caratteristiche, anche storiche, delle Casse di Previdenza, della loro situazione finanziaria, delle prospettive demografiche della professione tutelata, etc.

In quest’ottica vanno inquadrate le recenti modifiche normative varate da alcuni Enti, o allo studio di altri, di diversa portata e con diverse prospettive, ma sempre nella direzione di valorizzare «l’irripetibile individualità» (come la definisce la Corte Costituzionale) dei vari sistemi previdenziali nell’ambito delle libere professioni.

Non mancano comunque connotazioni comuni, quali «l’autofinanziamento» del sistema (le Casse non godono di finanziamenti pubblici e sono gli iscritti e, comunque, gli appartenenti alla categoria professionale i soggetti che forniscono forniscono loro le risorse), o la «solidarietà» infracategoriale che si realizza, in buona sostanza, in una forma di risparmio obbligatorio collettivo con regole di redistribuzione interna che tutelano le categorie più deboli. Ciò comporta l’autogoverno (previdenziale), con margini di autonomia che non possono essere lesi da interventi pubblici autoritativi.

Quel che appare, comunque, certo e comune a tutti, è che le Casse professionali, dopo la privatizzazione, hanno raddoppiato i patrimoni rendendo efficienti le gestioni e prolungando le proiezioni attuariali anche con l’incremento delle riserve legali, ben al di là delle previsioni normative.

D) E sugli iscritti?

R) La fissazione di trattamenti iniqui e non rispondenti alle aspettative dei professionisti italiani.

D) Quali sono le proposte dell’AdEPP?

R) Si chiede la possibilità per gli enti previdenziali professionali di gestire direttamente, anche in forma congiunta, la previdenza complementare, adattando alla loro specificità alcune norme del Decreto Legislativo 124/93; poi di istituire fondi immobiliari o acquisire società immobiliari o quote delle stesse anche tramite conferimento di immobili in proprietà, con atti soggetti a imposte di registro ipotecarie e catastali in misura fissa; infine, per gli Enti che lo ritenessero necessario, di introdurre il sistema contributivo di calcolo delle pensioni previsto dalla legge 335/95, adattandone in modo flessibile i parametri demografici e finanziari alla categoria professionale di riferimento. Si chiede quindi la previsione di forme di silenzio assenso nelle procedure di approvazione ministeriale delle delibere degli Enti, nonché l’estensione della tutela sanitaria integrativa prevista nel 1° comma del d.d.l. 2058/S anche agli Enti previdenziali di nuova costituzione.

L’Adepp, inoltre, ha fatto propria la richiesta di introdurre alcuni fondamentali correttivi ai sistemi previdenziali degli Enti istituiti ai sensi del D.Lgs. 103/96 per alcune categorie professionali (Psicologi, Biologi, Periti Industriali, etc.) come proposto dagli Enti stessi. A tal fine si è suggerita l’introduzione, mediante apposito emendamento, di un articolo 6 bis che contenga misure specifiche per tali Enti.

Il pacchetto degli emendamenti richiesti contiene anche la richiesta di adeguare la delega previdenziale all’accordo recentemente sottoscritto presso il Ministero del Welfare in tema di totalizzazione.

L’articolata proposta dell’Adepp si chiude con la richiesta di integrazione normativa tendente a risolvere definitivamente ogni dubbio circa il regime previdenziale cui sottoporre le attività di co., co., co., svolte da soggetti iscritti agli Albi e ad adeguare il regime fiscale delle Casse professionali almeno a quello, di maggior favore, previsto per i fondi pensione integrativi.

Quest’ultima previsione, in particolare, assume una rilevanza decisiva se si pensa che oggi, sugli Enti previdenziali dei professionisti, grava una vera e propria doppia tassazione che colpisce sia il momento dell’accumulo delle riserve e gli investimenti sia, in un momento successivo, le rendite pensionistiche corrisposte agli iscritti.

La capacità propositiva dimostrata dalle Casse Professionali merita l’attenzione di tutti coloro cui stanno veramente a cuore i problemi previdenziali di un milione di professionisti.

Credo sinceramente che i segnali di apertura e di sensibilità politica recentemente manifestati dal Governo (vedasi la rapida approvazione della legge sul «tetto» per le indennità di maternità alle libere professioniste), conducano ad un radicale ripensamento sull’infausta norma di equiparazione al regime pubblico e al recepimento delle articolate proposte dell’Adepp. In caso contrario i professionisti italiani sapranno, ancora una volta, stringersi a difesa dell’autonomia delle loro Casse di Previdenza.

D) Se il governo non dovesse fare marcia indietro, quali iniziative potrebbe intraprendere la Cassa Forense?

R) L’assemblea degli Stati generali delle professioni convocata dall’AdEPP, alla quale hanno partecipato i rappresentanti degli ordini aderenti al Cup (guidati dall’Architetto Raffaele Sirica), alla Consilp (guidata dal Dottor Gaetano Stella) e alla Confedertecnica (guidata dall’Ingegnere Mario Cassano), ha accolto il messaggio del Ministro Maroni ed ha insistito nell’eliminazione dal maxiemendamento dell’estensione dei principi della previdenza pubblica a quella privata, nonché nell’inserimento nel collegato previdenziale delle proposte AdEPP.

Mi risulta che siano stati presentati emendamenti in tal senso da parlamentari di tutte le forze politiche.

L’AdEPP vigilerà sull’iter legislativo e convocherà nel mese di gennaio altri incontri delle Professioni per decidere le ulteriori iniziative da intraprendere.


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Invalidità: commissione da rivedere

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOLa composizione della Commissione ministeriale di esperti per la tabellazione delle invalidità permanenti appare arbitraria.

 

Il Ministero della Salute ha emanato il decreto riguardante l’istituzione della Commissione di esperti per la tabellazione delle invalidità permanenti sino al 9%, in base alla legge 57 del 2001.

In tale Commissione non sono rappresentate tutte le parti interessate (mancano le associazioni delle vittime della strada, i consumatori, gli Ordini professionali forensi, la Magistratura), mentre alcune associazioni private che hanno solo interessi economici privati sono definite ‘istituzioni’.

Questo provvedimento, che peraltro prelude al prossimo in virtù della nuovissima normativa appena approvata dalla Camera, non appare legittimato da alcuna ratio giuridica, mancando una legge delega che abbia preventivamente fissato i criteri ai quali la Commissione dovrebbe attenersi nella predisposizione della tabella medico legale.

Anche la composizione della Commissione appare arbitraria mancando sia la rappresentatività di tutte le parti interessate, sia il criterio della sua formazione.

Nel provvedimento del Ministro vengono definite come Istituzioni interessate quelle che in realtà sono solo Associazioni private, alcune delle quali tutelano solo interessi personali (ANIA) . Se questo deve essere il criterio allora tutte le parti interessate devono essere rappresentate.

La Commissione sulla responsabilità civile del Consiglio dell'Ordine de- gli Avvocati di Roma é impegnata nella stesura di un Disegno di legge che riordini definitivamente la materia ma non può accettare che "surrettiziamente" si introducano deleterie innovazioni con strumenti poco visibili e pochissimo controllabili su temi quali il diritto alla salute e al risarcimento dei danni da lesione che sono costituzionalmente garantiti.

Sarebbe opportuno che venissero presentate delle interrogazioni parlamentari al fine di chiarire la questione.

 

Settimio Catalisano* Avvocato del Foro di Roma            


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