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Roma (foro)

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avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOGuido Alpa, per la sua vasta cultura e frequentazione “british”, conosce certamente quell’espressione proverbiale “to go the way of the dodo” (fare la fine del dodo). Rispetto a tale prospettiva, perfino i cefali braccati dai serra hanno più speranze. E infatti condivido, su taluni aspetti, le critiche di metodo e di merito svolte da Ester Perifano sulla riforma forense, benché poi ella non tragga le conseguenze ultime della critica in una pars construens compiuta e sistematica. Ma andiamo con ordine. Preliminarmente: difetto di legittimazione.
Ho un grande rispetto per il CNF, e, sul piano personale, un grande affetto per il suo presidente; inoltre posso comprendere che la caduta di ruolo dell’OUA, incastrato su posizioni massimaliste, sterili e indifendibili, abbia indotto una figura pacata come Guido Alpa a tentare di uscire dallo stallo. Tuttavia sia ai sensi della vigente legge professionale che nelle intenzioni dell’avvocatura riunita in congresso, il CNF non ha funzioni di rappresentanza, ma di giudice speciale “domestico” in materia deontologica, di tenuta amministrativa dell’albo dei cassazionisti, e di consigliere giuridico del ministro di giustizia laddove sia richiesto. La “rappresentanza istituzionale”, è un’espressione enfatica travisata. Nemmeno in uno stato corporativo un soggetto giurisdizionale come il CNF potrebbe rivendicare funzioni di rappresentanza nella dialettica con la politica o la società, sicché ogni intervento politico del suo presidente, rispettabile come autorevole opinione dell’esponente, è da considerarsi istituzionalmente extra ordinem, esattamente come il CSM quando esterna “de jure condendo” le sue non richieste opinioni su provvedimenti legislativi. Di fronte al temporaneo default dell’OUA, soggetto legittimato da un congresso composto proporzionalmente agli iscritti all’albo, avrei se mai ritenuto opportuno un approccio multilaterale, che rinsaldasse la categoria intorno ad alcune priorità condivise e possibili, trasmettendole agli interlocutori.
Ma in realtà il 26 luglio non è accaduto nulla: ognuno dei partecipanti ha espresso i propri punti di vista, e poi tutti se ne sono andati al mare. Non mi risultano votazioni o deliberati ivi assunti. Tuttavia il giorno dopo, con un comunicato stampa, le posizioni del presidente del CNF sono diventate quelle unanimi dell’avvocatura (unanimi un dodo, visto  che sono state subito smentite dal contro comunicato del presidente dell’OUA e dalla nota di Ester Perifano per l’ANF), e qui non ci stiamo più. Insomma, una cosa è dare impulso alla supplenza, altra è occupare in nome proprio il ruolo politico altrui, ruolo che peraltro si è consci di non poter interpretare appieno, se non previa rinuncia alla funzione istituzionale più pregnante. Lo sapeva bene Nicola Buccico, che nei sui ultimi interventi tuonava contro la giurisdizione domestica, proprio perché lui aveva una concezione corporativa dell’ordine professionale, e la soppressione della funzione giurisdizionale del CNF era presupposto funzionale indispensabile per trasformarlo in un organo corporativo esponenziale, insieme, ad esempio, alla modifica dei criteri di nomina in senso proporzionalista, onde giustificare la rappresentatività dell’ente. Ma d’altro canto se il presidente del CNF, convocati i soggetti del congresso (ordini e associazioni accreditate), avesse messo ai voti un documento, avrebbe implicitamente riconosciuto che il congresso nazionale forense è la fonte di ogni legittimazione sulle linee di politica forense. Fatto che lui denega. Perciò va fuori sulla stampa e lì trova chi lo impallina per difetto di legittimazione politica. Con modalità forse non proprio opportune in questo momento critico, ma certamente non peregrine nella sostanza.
E veniamo quindi al merito. Mai come questa volta il metodo è il merito. Da circa un ventennio si è stabilito che il congresso è l’assemblea generale della categoria, il luogo in cui si discutono i temi e si assumono gli indirizzi di politica forense e ove, secondo lo statuto, si elegge un organismo rappresentativo per darvi attuazione concreta tra un congresso e il successivo. Nel 2006 questo modello alla Santi Romano era addirittura assurto ad architettura base per la riforma delle professioni (cfr. ddl AC 867 - legge quadro sulle professioni - Siliquini ed altri), che all’art 64 recitava: “1. Il Congresso nazionale è l’assemblea generale di ogni professione organizzata in Ordine, ne esprime la rappresentanza unitaria e ne formula gli indirizzi e le valutazioni per il perseguimento della finalità di valorizzare la rilevanza sociale ed economica della professione, favorendo la partecipazione all’organizzazione politica, sociale ed economica del Paese, onde garantire in ogni sede l’indipendenza e l’autonomia dei professionisti e tutelare l’affidamento della collettività e della clientela, onde assicurare correttezza nei  comportamenti e qualità della prestazione professionale. 2. Il Congresso nazionale è formato dai delegati eletti in ciascun Ordine territoriale in proporzione al numero degli iscritti. 3. Il Congresso nazionale elegge un organismo di rappresentanza politica per l’attuazione degli indirizzi e delle risoluzioni programmatiche da esso espresse, secondo lo statuto approvato dal medesimo Congresso. 4. Il Congresso nazionale delibera sul codice deontologico proposto dal consiglio nazionale. 5. Il Congresso nazionale è convocato, si celebra e delibera ogni tre anni, con le modalità previste dallo statuto di cui al comma 3.” Poi è arrivato il pomo del peccato, peccato di vanità e vanagloria. Vanità di passare ai posteri come quello che incassa facilmente una riforma attesa da decenni, vanagloria di chi, come i maiali di Animal Farm, ritiene di poter essere “più uguale degli altri” (professionisti). Il pomo l’ha lanciato il ministro Alfano dicendo: venite con un testo condiviso. E qui spunta il Mugnai, cioè, per quelli che come me hanno qualche congresso alle spalle, il rimpannucciamento di un progetto CNF già bocciato dal congresso nazionale forense nel 2003 perché ritenuto superato. Perché? Per fare subito, perché il CNF non intendeva convenire sulle società professionali, sulle specializzazioni, ma soprattutto non intendeva accettare né il congresso come assemblea generale degli iscritti, né l’idea che codice deontologico e regolamenti vari, pur redatti e proposti dal consiglio nazionale, dovessero essere approvati dal congresso. Resistendo, il CNF riteneva di sfuggire, con l’alibi della specificità, alle previsioni della legge quadro, che lo avrebbe limitato al ruolo istituzionale di custode e interprete della deontologia e della formazione professionale, affermando però chiaramente che la rappresentanza collettiva risiedeva e promanava dal congresso nazionale. Ma alla gatta vanitosa non importava di cedere su tutto: il popolo reclamava una riforma e lei glie l’avrebbe data subito, ditemi dove devo firmare. Così nella originaria stesura del ddl S 1198 il congresso è meno che consultivo: una palestra per esercitarsi a fare proposte, non si capisce a chi e con quale vincolatività, tant’è che la commissione affari costituzionali s’è accorta dell’anacoluto e, nel suo parere, ha aggiunto alla fine dell’art. 37 le parole “ed elegge l’organismo chiamato a dare attuazione ai suoi deliberati.”(cfr. i testi su http://parlamento.openpolis.it/atto/documento/id/41742). Sotto questo profilo la preoccupazione di evitare emendamenti recentemente espressa dal presidente Alpa appare rivelatrice del timore di evoluzioni demoassembleari. Ora De Tilla si straccia le vesti sull’anacronismo della riforma, sia pure prendendo spunto da aspetti non strutturali, per quanto delicati sotto il profilo simbolico, come il requisito reddituale. Meglio tardi che mai, tuttavia vorrei capire i contenuti concreti di questa sua nuova stagione. Contraddittoria e controproducente, infatti, mi pare la polemica aperta con Siciliotti, i cui concetti – minimi tariffari a parte – sembrano essere un distillato dei principi guida della legge quadro sulle professioni, se non addirittura di quelli sanciti dall’avvocatura nella conferenza nazionale di Napoli del 2005.
Bisogna che l’OUA si decida, non è questo il momento per tatticismi e ambiguità. Infatti, benché non vi sia oggettivo interesse o volontà politica di questo governo di sparare sulle professioni ordinistiche, il partito trasversale della deregulation ha tecnocrati pronti a infilzare il toro appena abbassa la guardia. Noi, frantumando il fronte delle professioni con richieste particolari e talvolta velleitarie (dal Mugnai all’atteggiamento sulla mediazione) abbiamo offerto loro il fianco di tutto il mondo professionale, ed oggi non abbiamo alcuna riforma, mentre se avessimo tutti spinto e difeso la legge-quadro oggi avremmo un ordinamento più moderno e il riconoscimento dei professionisti come parte sociale autonoma. Non è poco, è tutto, come le recenti fibrillazioni sull’emendamento fantasma hanno dimostrato. Puoi avere gli applausi di mille avvocati concionando sulla specificità del ruolo costituzionale della difesa, ma poi, nella brutale ragioneria della politica, duecentomila e rotti avvocati non fanno massa critica, due milioni e passa di professionisti sì. Solo l’approvazione della legge quadro chiuderebbe la partita, mentre l’esasperazione della specificità rischia di fornire armi e argomenti ai nemici delle professioni. In questo senso la difesa di Siciliotti è assai più intelligente. A salvaguardia della nostra specificità basterebbe la conservazione della giurisdizione domestica, con i dovuti correttivi nella fase di prima istanza, attualmente indifendibile (il c.d. giusto procedimento disciplinare). Per questo contesto il ddl Mugnai come riforma forense is dead as a dodo. A meno che l’avvocatura non aspiri a fare la fine del dodo.

Giuseppe M. Valenti*

Avvocato del Foro di Cassino

 


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La disastrosa situazione della Giustizia

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOLa causa principale della disastrosa situazione della Giustizia italiana, in particolare quella della Giustizia civile, è dovuta al numero troppo elevato degli avvocati e delle loro parcelle…
La replica ai Professori Giavazzi ed Alesina. 
La causa principale della disastrosa situazione della Giustizia italiana, in particolare quella della Giustizia civile, è dovuta al numero troppo elevato degli avvocati e delle loro parcelle. L’8 giugno sul Corriere della Sera, Francesco Giavazzi (laureato in Ingegneria elettronica presso il Politecnico di Milano. PhD in Economia, MIT - Professore ordinario di Economia politica)  e Alberto Alesina (Harvard University, professore di economia ed editorialista del Sole 24 Ore, si è laureato alla Bocconi di Milano)  hanno analizzato i perché della lentezza della giustizia civile in Italia. Per i due economisti le cause principali sono l'elevato numero di avvocati, che sono un incentivo alla proliferazione di cause, e il modo in cui sono strutturate le loro parcelle, con il conseguente prolungamento della durata delle stesse. Le soluzioni proposte da Giavazzi e Alesina sono due: introdurre il numero chiuso alla Facoltà di Giurisprudenza e liberalizzare le tariffe delle parcelle.  L’ennesima sciocchezza, ormai consolidata nell’immaginario collettivo. Una coazione a ripetere di luoghi comuni, alimentati da una informazione superficiale e ontologicamente analfabeta. La prima replica fu all’articolo del Prof. Pietro Ichino pubblicato sul Corriere della Sera del 12 luglio 2006. Una vera offesa gratuita a tutta la categoria degli avvocati: “uno sciopero che fa danno soltanto a soggetti terzi e al corso della giustizia” “l’avvocato in sciopero continua a lavorare e a guadagnare nel chiuso del suo studio, con la possibilità straordinaria di scegliere le udienze dalle quali astenersi, cioè quelle in cui ha interesse alla dilazione, dove invece l’interesse non c’è l’avvocato può sospendere lo sciopero per la durata della singola udienza”.  Poi il Prof. aggiunse che il divieto alla pubblicità “impedisce la circolazione di informazioni necessarie agli utenti per orientarsi tra le numerose specializzazioni ormai indispensabili per una assistenza legale efficace e favorisce i professionisti anziani rispetto ai giovani”. Osservai che per informare sulle specializzazioni bastano le pagine gialle, come ricercare un ortopedico, un cardiologo, un elettricista o un idraulico. La pubblicità è un’altra cosa, serve a reclamizzare un prodotto, ad esaltare il fenomeno del consumismo. L’avvocato, con notevoli disponibilità economiche, affronterà una campagna pubblicitaria (la pubblicità costa cara) per orientare il cittadino-consumatore verso il proprio studio legale. Aggiunsi, professore, non ci faccia ridere! Lei lamenta nell’articolo la perdita di prestigio del ceto forense e la moltiplicazione di avvocati “che badano principalmente al proprio tornaconto, considerando ogni pratica occasione per tosare il malcapitato cliente”. Dica che il provvedimento contro gli avvocati non farà diminuire il costo del servizio, che i mercati non saranno meglio liberalizzati, che non ci sarà maggiore concorrenza e che i giovani non  troveranno migliori occasioni di lavoro. Dica agli italiani che saranno di nuovo gabbati, che ci sono 10 milioni di processi da decidere (con almeno due parti, 20 milioni di cittadini in attesa di giudizio). Con sentenze che giungono fuori tempo massimo. Costi sociali, economici e morali incalcolabili. Poi fu la volta del Prof.  Antonio Catricalà (l’unico che correttamente ha risposto). Una lettera aperta:
Carissimo Presidente Catricalà, sarà pure figlio di un avvocato e nipote di un notaio, ma questo non gli ha vietato di lanciare dalla TV di Ballarò un messaggio sulla condizione degli avvocati, come si dice, infondato e privo di pregio. Ma di quali corporazioni parla, di quali rendite di posizione, di quale difficoltà di accesso alla professione, di quale casta. L’accesso alla professione è avvenuto sino ad oggi senza penalizzare alcuno, tanto meno i giovani. L’abolizione delle tariffe minime ha generato un dumping della manodopera intellettuale, con benefici per le banche, assicurazioni, grandi imprese, sindacati, associazione dei consumatori. E’ facile ingannare i cittadini-consumatori. Basta far credere che ci saranno dei risparmi, che si potrà pagare di meno. La difesa del cittadino che è indagato di un reato, che vanta un diritto disatteso, che vuol far eseguire un titolo esecutivo, che chiede una tutela, non è una merce o un servizio che si colloca sul mercato per essere scambiato con l’incontro della domanda e dell’offerta, la fissazione di un prezzo di equilibrio e l’allocazione ottimale delle risorse. Bisogna garantire al cliente-consumatore uno standard minimo di prestazione per eseguire un delicato lavoro, che in ogni caso viene giudicato non dal cliente, ma da un soggetto terzo, il Magistrato.  Inoltre, l’acquisizione dei clienti, per il 60 % dei casi, avviene fuori dai meccanismi del mercato, grazie ad amicizie e legami con banche, assicurazioni, sindacati, unioni industriali, grandi imprese, enti pubblici. Sostenere che gli avvocati sono una corporazione, una casta è francamente una sciocchezza. Pensi non hanno neppure un sindacato che li possa un minimo tutelare: camere penali, camere civili, una pletora di associazioni forensi, sparse in tutta Italia, solo a Roma sono circa 40, l’OUA (organismo unitario della avvocatura), costituito nel 1994. Caro professore, ma quale casta, qui lottiamo per la sopravvivenza, ci siamo inventati il servizio legale su strada, le parcelle low cost, subiamo la concorrenza di agenti immobiliari, amministratori di condominio, i cugini commercialisti, geometri e periti vari, per non parlare dei notai. Ma Lei penserebbe seriamente di affrontare una causa in Italia, per vedersi riconosciuto un diritto dopo 12 anni, quando il debitore è morto?
La replica ai Professori è più facile, loro dovrebbero sapere che il fenomeno Giustizia deve essere studiato e affrontato secondo la Teoria dei Sistemi ed che il problema dei giovani avvocati si risolve ampliando le aree di lavoro, come più volte ho proposto inascoltato. La scelta di un insieme di metodi che potremmo chiamare empirico-analitici o di inferenza induttiva, equazioni e modelli matematici, possono risultare utili per affrontare il grande fenomeno sociale conosciuto come malfunzionamento dell’Amministrazione della Giustizia. Un metodo che introduca in una cultura giuridica prevalentemente logico deduttiva coefficienti, equazioni, modelli matematici, e soprattutto metodi di tipo induttivo alla ricerca di inferenze e soluzioni fornite dai dati oggettivi acquisiti sul campo, in breve affrontando il come è  e non il come dovrebbe essere, viziato dalla lontananza dai dati. Ovviamente per una indagine di tipo sociale non c’è un solo paradigma, ma ce ne sono tanti. Va quindi individuato quello o quelli più utili per raggiungere l’obiettivo prefigurato.  Si tratta di utilizzare un metodo empirico-analitico;  un paradigma di inferenza induttiva; una  analisi: costi benefici. Assumere come variabili indipendenti: Legislazione in vigore, Risorse impiegate, Organizzazione servizi amministrativi giudiziari, Riti processuali, Requisiti e condizioni per la decisione finale  e come  variabili dipendenti 10 milioni di processi pendenti, Decadenze e prescrizioni, Effetti della durata del processo, Diseconomie della variabile tempo, Disaffezione nei confronti del servizio giustizia.
                                                                                                                                                                Carlo Priolo*

Avvocato del Foro di Roma


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Incarichi di curatore fallimentare, commissario, liquidatore

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOI Consigli dell’Ordine degli Avvocati e dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili rendono noto che in virtù di protocollo sottoscritto con la Sezione Fallimentare, del Tribunale Civile di Roma, è stato attivato un sistema informatico on-line per l’acquisizione dei dati necessari per formare l’elenco dei professionisti che si dichiarano disponibili a ricevere incarichi dalla sezione fallimentare. Gli Iscritti agli Albi che intendono comunicare la disponibilità a ricevere incarichi a collegarsi ai siti web(http://www.ordineavvocatiroma.it) o (www.odcec.roma.it) per attivare la scheda per l’inserimento dei dati richiesti e necessari per la creazione dell’elenco. La scheda per l’acquisizione della dichiarazione di disponibilità con i dati così come elaborata dalla Sezione Fallimentare in conformità al protocollo sottoscritto con gli Ordini. Il sistema di acquisizione dei dati prevede: una serie di campi in cui digitare le informazioni; un sistema di controllo dei dati personali mancanti; un sistema automatico di invio dei dati inseriti. Il sistema on-line resterà a disposizione degli interessati fino al 22 Luglio 2011. I dati acquisiti verranno consegnati, unitamente ad un apposito programma software, alla Sezione Fallimentare del Tribunale di Roma per la gestione dell’elenco.

 


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XXXIV Conferenza Giovani Avvocati

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma e i Segretari della XXXII e XXXIII Conferenza dei Giovani Avvocati indicono il concorso per la proclamazione dei “Segretari della XXXIV Conferenza”.

I vincitori del concorso: verranno proclamati “Segretari della XXXIV Conferenza” nel corso di una cerimonia solenne alla quale interverranno le più alte personalità del Parlamento, del Governo, della Magistratura e del Foro, innanzi alle quali il Primo Segretario terrà una conferenza; riceveranno una Toga d’onore dedicata ad un illustre Avvocato, un Diploma d’onore ed un eventuale premio in denaro; svolgeranno un programma di studi e di lavori collegati allo sviluppo della professione forense; collaboreranno ai lavori della Scuola Forense "Vittorio Emanuele Orlando"; parteciperanno alla redazione della Rivista “Temi Romana” e di altre eventuali pubblicazioni promosse dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma;  interverranno, quali rappresentanti della giovane classe forense, ai convegni e alle cerimonie internazionali.

Sono ammessi a partecipare al concorso tutti coloro che svolgono la professione nel Distretto della Corte di Appello di Roma (compresi i praticanti avvocati abilitati).

Le domande di ammissione devono pervenire alla Segreteria del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Palazzo di Giustizia - Piazza Cavour - Roma, entro e non oltre le ore 13,00 di venerdì 24 giugno 2011.

Il limite di età è fissato in anni 28: possono, quindi, partecipare al concorso i nati dal 1° gennaio 1983.

Lo Statuto della Conferenza ed il Regolamento del concorso possono essere consultati presso la Segreteria del Consiglio dell’Ordine, nonché sul sito del Consiglio www.ordineavvocatiroma.it.

La prova scritta si svolgerà venerdì 8 luglio 2011, alle ore 8,30, presso l’Aula degli Avvocati - Palazzo di Giustizia - Piazza Cavour - Roma: non sarà data ulteriore comunicazione se non in caso di esclusione.

(fonte: www.ordineavvocati.roma.it)


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Reboa: il vero Laziogate

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOSulla condanna a tre anni di Brigandì per la raccolta delle firme false alle elezioni regionali 2005.
 

Il giudice monocratico della VI sezione del Tribunale Penale di Roma, dr.ssa Anna Maria Pazienza, ha condannato ad un anno e sei mesi di reclusione Nunzio Brigandì, ritenuto colpevole per la raccolta delle firme false della lista “Alternativa Sociale con Alessandra Mussolini” e della ulteriore collegata Lista Quadrifoglio per le elezioni del Presidente e del Consiglio della Regione Lazio del 4 e 5 Aprile 2005 (oltre che per le elezioni europee del 2004).

Con il vincolo della continuazione con la precedenza sentenza che aveva accertato ulteriori fattispecie criminose nel comportamento del Brigandì in occasione di quella competizione elettorale, e la revoca della sospensione condizionale della pena, la pena per l’esponente politico è stata quantificata in tre anni.

Il Tribunale ha interamente accolto la tesi della parte civile costituita, Francesco Storace, allora Presidente della Regione Lazio. Il leader di la Destra, tramite l’avv. Romolo Reboa, ha ricordato che la partecipazione di una lista ad una competizione elettorale senza averne diritto costituisce una gravissima violazione delle regole democratiche garantite dalla Costituzione.

Il difensore aveva anche sostenuto che l’intervento di una lista in una competizione elettorale senza averne titolo, e quindi abusivo, è altamente destabilizzante in un sistema in cui i fenomeni mediatici indirizzano gli umori degli elettori e può avere quale conseguenza immediata e diretta la sconfitta della parte contro cui questa presenza era indirizzata. Aveva poi esposto come, a causa dei complicati meccanismi delle leggi elettorali, una presenza abusiva altera comunque la formazione dei quozienti elettorali e, quindi, dei risultati.

Il Tribunale ha quindi condannato Brigandì a risarcire in sede civile l’on. Storace di tutti i danni subiti, con una provvisionale in suo favore di € 20.00,00, oltre al rimborso delle spese legali.

Con riferimento alla vicenda Laziogate, per la quale lo stesso Storace era stato condannato proprio un anno fa l’avv. Reboa ha dichiarato: La sentenza odierna ristabilisce dopo un anno la verità. Nel 2005 vi è stato un unico Laziogate, quello che Storace ha subito: sono stati proprio i contestati documenti che allora consegnai alla Magistratura ad aver portato alla condanna del Brigandì ed al risarcimento disposto in favore dell’on. Storace, a conferma che, in quell’occasione, egli fu solo la vittima di un reato che ha avuto quale conseguenza cinque anni di governo Marrazzo alla Regione Lazio.

 


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