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Da Piazzale Appio a Piazzale Clodio

Aldo Torchiaro Il 1990 non è stato la fine del mondo, ma la fine di un mondo. Il presidente del Consiglio è Giulio Andreotti. Il leader politico più potente è Bettino Craxi. Entrambi sembrano avere tutta la forza necessaria a tenere le briglie di un’Italia che invece, giorno dopo giorno, si imbizzarrisce. La polvere del Muro impregna l’aria e lascia tra le macerie le false certezze che con la logica di Yalta avevano paralizzato il Paese, bloccando la democrazia dell’alternanza. Il sindaco di Milano, Paolo Pillitteri e quello di Roma, Franco Carraro, incarnano sul territorio quell’onda lunga socialista che riassume, insieme alla Dc e ai tre partiti laici, il campo praticabile della politica. Il partitone di sinistra non è ancora salito sulla giostra che ne cambierà nome per tre volte in pochi anni, e fino all’ottobre ’90 si chiama Pci. Adriano Sofri è latitante all’estero e il patron del Milan, Silvio Berlusconi, inaugura le nuove sedi della sua Standa, certo di tenersi alla larga dalle pastoie della politica. Eppure era ieri, il 1990.

La Parola al Popolo compiva quindici anni e li portava con orgoglio. L’Italia era agitata dagli scossoni di una tensione di rinnovamento che non trovava forma. “Legare la protesta” era il titolo con il quale il direttore Reboa si interrogava sul senso dei primi scalpitii della Lega Nord. A Bossi si guardava come una buffa, surreale pantomima della politica. Le riunioni di redazione guardavano alla realtà cittadina con la lente della glocalizzazione, anche se ai tempi non si chiamava così. “Vivi local, pensa global” non era ancora diventato un mantra, ma nel mondo che cambiava velocemente il più radicato dei giornali di quartiere dava il suo contributo alla dinamica del tempo. A Roma le circoscrizioni non erano ancora Municipi, gli stessi sindaci amministravano con la debolezza della vecchia legge e la criminalità non si distingueva nettamente tra micro e macro. La Banda della Magliana ne era l’espressione vivente: saldava tra loro pusher di quartiere e boss della mala, mettendo in squadra gli elementi più pericolosi della risacca post eversiva. Enrico De Pedis era ancora giovane, nel ’90. “Renatino” passeggiava in via del Pellegrino, in pieno giorno, quando viene colpito da una raffica di colpi e muore.

Era il 2 febbraio, e due mesi dopo il suo corpo verrà sepolto, chissà perché, insieme a quello di martiri e beati, nella chiesa romana di Santa Apollinare. La Federazione dei giovani comunisti di Roma, capeggiata da Nicola Zingaretti, aveva organizzato una serata in onore di Mandela, quella sera: De Klerk aveva annunciato a sorpresa la piena ammissione nella vita politica sudafricana del temuto African National Congress. I telegiornali italiani misero la notizia al terzo posto, e quella di De Pedis al secondo. In testa ai titoli del Tg1 c’era solo e sempre posto per i Mondiali di calcio. Toccava all’Italia, e il commissario del governo, Luca Cordero di Montezemolo, aveva deciso di partire da Milano, che avrebbe ospitato la prima giornata con Argentina-Camerun.

A Roma sarebbe toccata la finale, per la quale erano in corsa alcune delle sfidanti più forti: la Germania Ovest, la Yugoslavia, la Cecoslovacchia (che eliminò gli Stati Uniti) e l’Urss. Prevalse la prima, e fu festa anche a Lipsia, a Dresda, a Potsdam. Il 5 ottobre “I cinque lander che componevano la Ddr sono annessi alla Germania Federale”, recitò Helmut Kohl. La Parola al Popolo teneva d’occhio quegli eventi, per raccontarne il taglio romano: il “disgelo”, come si diceva allora, riguardava il clima che sembrava dover presagire ad un nuovo rinascimento politico. Destra e sinistra si guardavano meno in cagnesco, almeno finché Saddam Hussein non decise di annettere all’Iraq “la diciannovesima provincia”, il Kuwait. Fu un baleno. George Bush (padre) entrò in guerra l’8 agosto. L’Italia il 14. Una vigilia di ferragosto rovente, con ventitré milioni di famiglie al mare e un Giulio Andreotti che annunciava in tv “la partecipazione ad un’operazione di polizia internazionale per ripristinare il diritto”. Achille Occhetto è preso in contropiede: ha appena commissionato i bozzetti per studiare con discrezione nome e simbolo del “partito nuovo” che presenterà in ottobre, e viene costretto a montare in fretta e furia una manifestazione “per la pace”. Né con l’Iraq, né con gli Stati Uniti, la sinistra scende in piazza senza sapere dove andare. La Parola al Popolo segue con l’ottica dei suoi lettori, perché a rimetterci sono sempre gli ultimi, tra i cittadini e i consumatori: “Abbasso le biciclette”, scrive Reboa, e stigmatizza la nuova crisi del petrolio, ai massimi del tempo. Non erano ancora i tempi delle veline, delle società off shore, della “mignottocrazia”. C’era ancora tanta politica, con la P maiuscola. E quasi quasi ci mancano

un po’, quegli anni, anche se allora non lo avremmo mai detto.

 

 

Aldo Torchiaro


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Massimo ReboaUna breccia, un tonfo per un mondo che cambia. Per un muro che cade mille altri se ne erigeranno, ma le cose migliori sono quelle originali, come nei grandi film: il sequel delude quasi sempre. Così caduto il Muro di Berlino in quel novembre 1989 sarà costruito il Muro messicano e la barriera di separazione israeliana, ma nessun muro avrà lo stesso valore simbolico di quel muro costruito per dividere il mondo e destinato apparentemente a farlo per sempre. Le forze oggi represse si ripresenteranno domani compatte, e così fu per quel fiume di tedeschi ai quali era stato impedito di mangiare il “frutto della conoscenza”, di vedere cosa ci fosse oltre, che si presentarono al check point di Friedrichstraße. In quel giorno, per quella volta, vinse la libertà ma soprattutto cadde al suon delle picconate di anonimi berlinesi convenuti lì per caso ciò che vi era nel cemento di quel muro, il comunismo. Non basta la coscienza di popolo per cambiare il mondo, come ci dimostrò il massacro di piazza Tienanmen di qualche mese prima, ma è pur vero che questa è indispensabile per le rivoluzioni e che nonostante la repressione, o forse proprio a causa della repressione, oggi la Cina è un paese molto diverso rispetto a quello che era venti anni fa. Quel giorno tutti i berlinesi capirono che dovevano smettere di provare a scavalcare il Muro a rischio della vita, bisognava abbatterlo e così fu.

Quando però un’ideologia lascia un vuoto, un vuoto quasi analogo si crea in chi quell’ideologia voleva combatterla, che da una parte si trova “disoccupato” e privo di punti di riferimento e dall’altra è costretto a riconoscere i limiti del proprio pensiero tutte le volte che risulta insufficiente a risolvere i problemi reali. Questo già lo rilevava mio padre nel dicembre 1989 nell’editoriale “Oltre quel Muro”; in qualche anno lo capirono tutti e fu l’inizio di una nuova stagione politica in cui progressivamente tutti i soggetti politici si smarcarono dal loro passato ideologico, indipendentemente dall’evento pur significativo di Tangentopoli. La politica fatta sulla contrapposizione può funzionare solo finché esiste qualcuno a cui contrapporsi; ai giorni nostri per rinfocolare i rispettivi nazionalismi e dare unità ai rispettivi sistemi sociali si cerca di riproporre lo stesso modello tra mondo occidentale e popolo arabo, con cui vi sono evidenti differenze culturali, mentre il reale pericolo per il paesi occidentali sarebbe rappresentato dalla Cina, che possiede buona parte del debito pubblico americano e sta cominciando a comprare anche quello europeo. Sarebbe possibile invece contrapporsi alla Cina, dove si applica sempre più la “nostra” economia di mercato e dove i nostri imprenditori de localizzano le nostre fabbriche? L’allievo sta superando il maestro con i suoi stessi mezzi e le sue stesse idee, se prima era però possibile proporre un modello alternativo di società ora il modello è quasi lo stesso.

Se con la Guerra fredda vedevamo contrapposte due grandi ideologie, una occidentale propugnatrice della libertà e l’altra socialista dell’uguaglianza, dopo il crollo di quel Muro e del comunismo se questa seconda è stata sconfitta dai fatti, non si può certo dire che la prima abbia vinto. Molti aspetti sociali sono entrati nell’economia occidentale e ciò è reso evidente dalla crescita del debito pubblico che condiziona tanto la politica da rendere il nostro e molti altri stati “a sovranità limitata” di fatto. La questione che quella contrapposizione poneva si è rigenerata con parole e termini nuovi: la libertà è ormai un valore talmente riconosciuto da essere usato ed abusato nel nome di partiti politici di ogni schieramento tanto si può declinare in ogni modo, tale libertà ha bisogno di uscire dalla vaghezza per poter esistere e non diventare il giogo per il potente di turno, che anzi rappresenterebbe la sua negazione. Gli uomini sono liberi singolarmente quando analoga libertà è data ai loro simili.

Per quanti dilemmi risolviamo, siamo dunque destinati ad affrontarne sempre di nuovi, anche se per la verità neanche troppo diversi dai precedenti. Come scegliere allora tra la libertà di un popolo di decidere le proprie leggi e la libertà irragionevolmente negata a chi di quelle leggi rimane vittima? Come scegliere tra la libertà d’impresa e la libertà dalla povertà dei lavoratori di quella stessa impresa? O ancora tra libertà di coltivare anche gli OGM e quella di non mangiarli? Anche il terribile comunismo era nato per combattere i soprusi che Marx vedeva nelle fabbriche tedesche a metà ottocento, e non si può dire che da quei giorni la situazione lì non sia migliorata. La strada era stretta e lo è ancora, percorrerla è la sfida del nostro tempo.

 

Massimo Reboa 


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Claudia Cotti Zelati Cos’è la verità? E’ una bugia in meno o piuttosto è una moltitudine di volti senza nomi, tante opinioni quanti sono gli uomini ed ognuna, personalissima e soggettiva, può rivelarsi come risoluzione di un enigma. Il termine greco aletheia, significa etimologicamente “non nascondimento”, in quanto composta dall’alfa privativo, più lethos, e vuol dire eliminazione dell’oscuramento, ovvero disvelamento. Come ad intendere nella verità un atto dinamico, una dialettica, in cui avviene la confutazione dell’errore e il riconoscimento del falso: non un pensiero cristallizzato, ma un disvelamento, un movimento di rivelazione dell’essere.

Quasi a contemplare l’idea che nella verità vi sia già la sua negazione, il fuori campo, la voce off, il condizionale, il non detto pronto a minacciare l’equilibrio su cui si sostiene. Come di una maschera ne deduciamo l’origine dal suo calco “negativo” in gesso, così per indagare le ragioni di una Verità, analizziamo quello che non è o non potrebbe essere.

Proprio sul mancato riconoscimento del falso, si costruisce una triste vicenda giudiziaria in Italia. Il 18 maggio 1988 muore Enzo Tortora, giornalista e popolare conduttore televisivo, protagonista di un accanimento giudiziario, di cui fu ingiustamente vittima fino alla morte. In quello che fu denominato il “Caso Tortora”, il mancato disvelamento della verità e il fraintendimento, furono le cause scatenanti di conseguenze irreparabili. Un cognome “Tortona”, trovato scritto a penna su una agendina di un camorrista, Giuseppe Puca, e accanto un numero telefonico, viene letto e interpretato come Tortora.

Da qui la deflagrazione e la costruzione ottusa dell’equilibrio imperfetto delle accuse di associazione per delinquere di stampo camorristico da parte della Procura di Napoli. Sette mesi di carcere per passare poi agli arresti domiciliari per motivi di salute. Nel 1985 viene condannato a 10 anni di carcere, per venire poi successivamente assolto, il 17 giugno 1987 dalla Corte di Cassazione. Sull’illusione di stare dalla parte giusta, Tortora diventa il simbolo di una ingiustizia ingiusta, e i collaboratori di giustizia, i “pentiti” (Barra, Pandico e Margutti, alla fine arriveranno ad essere 19, lo accusano di essere un camorrista ad honorem..) saranno assurti come depositari di una verità assoluta. Il dubbio, proprio per il sospetto che getta su una data cosa, per la sua ombra che cerca luce, per la domanda che chiede risposta, non sfiorò mai i giudici. Il dubbio consente, in alcuni casi, di far emergere la verità. Ma non una verità intima e soggettiva, piuttosto con un criterio di “bonne distance” dall’accaduto è possibile basarsi su elementi certi, verificabili, riscontrabili, come i risultati in laboratorio delle analisi del sangue. Allora in questo caso, la verità dei fatti sfugge al relativismo personale e si impone come garante di se stessa.

Fu questa procedura, la verità giudiziale dei fatti dimostrabili che portò all’assoluzione di Enzo Tortora, grazie al lavoro ostinato del suo avvocato. Altra storia la verità dei sentimenti.

Il nostro quotidiano, il nostro presente indicativo, il nostro stare al mondo è spesso attraversato da mancate verità, più o meno inconsci, da continui rimandi, rimozioni, occultamenti e/o manipolazioni che facciamo con noi stessi per non voler capire e vedere verità scomode, o adottare

bugie meravigliose per sopravvivere. Per poter scorgere un barlume di verità, nel continuo errare del tempo e della storia, si ha bisogno di fermarlo, per scandagliarlo a fondo. Ed è qui la bellezza della fotografia, la sua verità manifesta che coglie quello che l’occhio non riesce mai trattenere completamente.

Lo “sguardo macchinico”, soprattutto nelle foto istantanee, blocca, cristallizza e svela. L’istantanea soprattutto, immortala per sempre una porzione del tutto, una parte del totale. E nell’osservare con attenzione si scopriranno dettagli che erano sfuggiti al relativismo dello sguardo umano. “Blow up”, celebre film di Antonioni, si costruisce intorno agli occhi del protagonista, che hanno guardato ma non hanno visto un delitto compiersi sotto il suo sguardo. Nel film, un dettaglio importante, colto con l’obiettivo della macchina fotografica, anche ingigantito (blow up appunto), non chiarisce ma disperdi i i contorni di una forma che sgrana e diventa altro da sé, una immagine astratta, resta solo l’idea (Eidos), di ciò che si è creduto di vedere.

O forse ancora, esiste una verità che sta al di sopra e dentro la storia, perché supera il tempo, come la straordinaria Verità svelata dal Tempo del Bernini, con la sua perpetua armonia, perfezione e bellezza, inconfutabili, diventa un IDEALE, che esiste anche se qualcuno non lo riconosce e non lo sa vedere.

 

Claudia Cotti Zelati


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Alfredo NulliVentitrè anni fa, sono 23 San Remo fa, quasi 6 legislature fa. Dall’87 ad oggi possiamo ben dire che molto è cambiato nel nostro modo di vivere. Nel ricordare il 1987 mi interessa ripercorrere le sensazioni, i sentimenti di quegli anni e compararli ad oggi. In uno dei suoi editoriali il nostro direttore proprio nel 1987 registrava come “La classe politica non sembrava essere all’altezza dei suoi compiti e che i cittadini, in risposta, eleggono personaggi dalle dubbie qualità politiche nella speranza di portare scompiglio” (editoriale dal titolo: Craxius Clay). Interessante come il tema della rappresentanza e soprattutto della autorevolezza della stessa classe dirigente fosse già centrale, frutto evidente di un modello di governo che già allora aveva cominciato a basarsi sull’effetto annuncio invece che sulla politica del fare. È proprio in quegli anni che la classe politica per tutta risposta comincia ad immaginare governi di tecnici (da li a poco sarebbe iniziata la stagione dei governatori centrali), governi degli uomini del fare con il risultato, quanto ovvio e scontato di spostare i temi in agenda dall’interesse comune a quello tecnici stico di area. Il 1987 è l’anno

del più giovane primo ministro della storia, il democristiano Goria, che dopo una elezione voluta da Craxi e dal PSI per mancanza di accordo con la DC guidata da Ciriaco De Mita, guiderà, a 44 anni, un governo che durerà quasi un anno fino al 1988. Questo fu il primo segno di una serie di cambiamenti che promettevano di sdoganare la politica italiana da una fase di Pentatartito verso una fase di rinnovamento (in queste elezioni per la prima volta compare la Lega Lombarda di Umberto Bossi). Possiamo dire oggi che parte di quelle promesse furono disattese fino a portare alla famigerata crisi della prima repubblica, frutto piu’ di un logoramento dei rapporti di forza che dall’effettivo moto di popolo che si vuole rappresentare. Il presidente della Repubblica del tempo era il sen. Francesco Cossiga, che comunque non aveva ancora iniziato la sua opera di picconatore, scomparso proprio l’agosto di quest’anno.

Proprio l’anno dell’ipotetico rinnovamento generazionale diviene nei fatti l’inizio dello scontro di potere tra un PSI (non piu’ partito di sinistra) e una DC che cerca nuovi modelli per rimane in sella. Ma in quelle elezioni (le ultime di un signore della politica come Giorgio Almirante) era ancora possibile esprimere un consenso non solo sui partiti ma anche e soprattutto sui candidati. Oggi a 23 di distanza abbiamo fatto un consistente passo indietro, mantenendo il problema della rappresentanza e della autorevolezza e perdendo la possibilità di scegliere. Sul fronte sportivo, nel 1987 Roma celebra i secondi mondiali di atletica della storia, voluti da un grande dirigente di sport che fu quel Primo Nebiolo che fece dell’atletica stessa uno spettacolo di portata mondiale, rese gli sportivi delle star.

Fu uno degli ultimi eventi sportivi di portata mondiale prima della caduta del muro di Berlino. Furono i mondiali di Carl Lewis e di Ben Johnson, furono i mondiali in cui si comincia a portare alla luce il problema del doping. Per chi li visse e li raccontò sulla Parola al Popolo come il sottoscritto, c’è il ricordo degli atleti dei paesi dell’est che oramai premevano verso una possibilità di vita diversa. Si sentiva nell’area il vento di rinnovamento anche in piccoli segni. Ricordo il make-up civettuolo delle atlete del disco della Germania Est prima di andare in conferenza stampa e la reazione degli uomini dei servizi segreti che avevo l’obbligo e l’obiettivo di applicare il loro protocollo. Esilarante e triste ricordo. Ma nel 1987 proprio in quell’anno gli italiani utilizzano un altro fenomenale (e abusato) strumento di voto: il referendum. E votano SI all’abolizione del nucleare. Ironia della sorte, nel 2010 nell’agenda politica ritorna il nucleare, come se le battaglie del passato non fossero mai esistite. Sono passati 23 anni, 23 lunghi anni nei quali siamo riusciti a perdere per strada delle grandi realtà di eccellenza industriale italiana e soprattutto interi cicli di innovazione che abbiamo delegato. Ed è proprio l’innovazione che forse abbiamo smesso di spingere proprio da quegli anni, vissuti su un modello sociale che ha cominciato a privilegiare non il contenuto ma il  contenitore. Una sola cosa non sembra essere mutata da quel lontano 87, come citava il nostro direttore nel suo editoriale ma il fisco no…ecco quello sinceramente non sembra cambiato, anzi si..è arrivato il federalismo fiscale proprio 23 anni dopo che la Lega fa il suo ingresso sulla scena nazionale. Ah già, chi vinse San Remo nel 1987: ma il mitico trio con si può dare di piu’, decisamente evocativa.

 

Alfredo Nulli


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Alessandra Ballarini “DUNQUE, DOVE ERAVAMO RIMASTI?” Furono le prime parole di Enzo Tortora, appena tornato alla conduzione del programma tv “Portobello” dopo anni di carcere, vittima di uno dei più gravi errori giudiziari nella storia della Repubblica. Il 15 settembre 1986 il presentatore viene assolto con formula piena dalla Corte d'Appello di Napoli e i giudici smontano le accuse rivolte dai camorristi, per i quali inizia un processo per calunnia: secondo i giudici infatti gli accusatori di Tortora (quelli legati a clan camorristici) hanno dichiarato il falso allo scopo di ottenere una riduzione della loro pena. Un clamoroso caso giudiziario di malagiustizia, un calvario processuale, una persecuzione. Enzo Tortora, ammanettato tra i carabinieri, diventa un'immagine simbolo della tragedia che può colpire un cittadino. Il venerdi su Rai 2 era serata Portobello: «È un mercato pazzerello / dove trovi questo e quello / e c'è pure un pappagallo / con il becco giallo ...». Noi, ragazzi degli anni '80, aspettavamo ogni settimana il rituale dell'ospite che provava a far parlare il pappagallo, punto cardine della trasmissione, finché, una sera, accadde! La realizzazione dell'attesa... Come pure accadde, nel febbraio di quello stesso anno, la neve. I romani, non abituati a un tale spettacolo sgranavano gli occhi come se la capitale si fosse trasformata in una delle famose palle di vetro, che quando la capovolgi lascia cadere piccoli frammenti di neve bianca... E più la scuoti, più quel microcosmo fiabesco si riempie di fiocchi... Nostalgia... un bel frammento della nostra memoria. 1986, l'Anno della pace per iniziativa dell'Onu. L'Organizzazione delle Nazioni Unite, in occasione del loro 40°Anniversario, dichiararono l'86 “Anno Internazionale della Pace”. Mi rimase impressa nella memoria una frase del Messaggio di Giovanni Paolo II: “Le chiavi della pace sono in nostro potere”. Un mantra luminoso... Nel 1986 avevo 19 anni, però, prima di accingermi a scrivere queste righe ho avuto il timore che avrei fatto fatica a ricordare; sembrava così lontana quella data e in cuor mio benedivo la fortuna del web che con un click mi avrebbe permesso di riaddentrarmi tra quei dodici mesi, di passeggiare –grazie alla rete- tra le maglie di quell'annata. Che poi è quello che ormai siamo abituati a fare quando dobbiamo tornare indietro nel tempo. Ci fidiamo più di Mr. Google che di noi stessi. E invece non ce n'è stato bisogno perché è bastato digitare quei numeri e quello che è uscito lo conoscevo già, sia a livello nozionistico che umano. C'è una sola maestra. La vita stessa... E la clessidra del tempo, in modo costante, ha cominciato a sciorinare davanti a me eventi, sensazioni, profumi, avvenimenti... Chiudete gli occhi per vedere.... e ho ri-visto: la più famosa cometa conosciuta: la Cometa di Halley, che ha compiuto il suo ultimo passaggio vicino al Sole nel 1986 (ma tornerà...); la delusione degli Azzurri ai Mondiali in Messico e l'incoronazione dell'indiscusso protagonista Diego Armando Maradona; la nascita di un nuovo personaggio immaginario dal nome Dylan Dog, l'indagatore dell'incubo, con il volto di Rupert Everett; Sanremo senza playback; un giovane Ramazzotti che vince il Festival cantando “dal vivo”; E potrei continuare ma sarebbe bello che alla fine di questo mio scritto a qualcuno si sia accesa la curiosità di aprire un vecchio diario, che ad uno fosse venuta la voglia di andare a cercare un album (di foto o di figurine!), aprire un cassetto chiuso da tempo, togliere la polvere ad un baule. Non ricordo chi disse che “il calendario è un'invenzione degli uomini e che per lo spirito il tempo non esiste” ma sono certa di ciò che Tonino Guerra scrisse: “In autunno il rumore di una foglia che cade è assordante perché con lei precipita un anno”.

 

 

Alessandra Ballarini


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