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Da Piazzale Appio a Piazzale Clodio

Francesco Fedeli Il 1995, ventesimo anno di pubblicazione de la Parola al Popolo, inizia con la nascita del primo governo “tecnico” della storia della Repubblica Italiana. A seguito del “ribaltone” operato dalla Lega Nord, che nel dicembre del ’94 aveva abbandonato la maggioranza di centrodestra causando la caduta del primo Governo Berlusconi, il 17 gennaio Lamberto Dini diventa Presidente del Consiglio.

Quella “seconda” Repubblica che sembrava essere nata dopo le elezioni del 27 marzo ’94, dove per la prima volta gli elettori sapevano come sarebbe stata composta la coalizione vincente e quale sarebbe stato il Capo del Governo, subisce il primo colpo da parte dei fautori del vecchio “regime partitocratico” e di quei “poteri forti” che avevano visto un cambiamento a loro non gradito. Il non voler ridare subito la parola agli elettori da parte dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro consentì la nascita di un governo, non rappresentativo della volontà popolare sancita dalle urne, composto da ministri tecnici non parlamentari che per circa un anno e mezzo guidò la nostra nazione con i voti dei partiti usciti sconfitti dalle elezioni e di transfughi della coalizione uscita vincitrice dalle elezioni.

Pochi giorni dopo, il 27 gennaio, a Fiuggi dopo lo svolgimento dell’ultimo congresso del Movimento Sociale, nasce ufficialmente Alleanza Nazionale che da sigla “contenitore” di missini e di quell’elettorato cattolico moderato, liberale e conservatore aveva già debuttato alle politiche del ’94 alleandosi con Forza Italia ed esprimendo cinque ministri nel primo governo Berlusconi. Nasce quindi come nuovo partito e nomina suo presidente l’ex segretario dell’Msi Gianfranco Fini.

La “svolta”, come da tutti viene definita, riporta la Destra al centro dello scenario politico italiano dopo che per decenni era stata esclusa dall’arco costituzionale. Una destra interclassista che ha una forte anima sociale e popolare ed è capace di rivolgersi ai ceti medi e alle fasce più deboli della società, ad un elettorato moderato e conservatore, che diventa forza di governo a tutti gli effetti.

Il nascente bipolarismo si rafforza, Alleanza nazionale fa parte stabilmente della coalizione di centrodestra, non c’è più il nemico ma l’avversario politico e finalmente finisce un lunghissimo dopoguerra, sia dal punto di vista politico che storico-culturale. Dopo la scioglimento del Pci con la nascita del Pds e la fine del Pentapartito, con lo scioglimento dell’Msi scompaiono i partiti della prima repubblica. S’incomincia a parlare anche dei crimini del comunismo, delle foibe e del “sangue dei vinti”, inizia un percorso che porterà questa parte politica alla piena legittimazione democratica anche in campo internazionale.

Tematiche come l’amor patrio tornano ad avere la giusta considerazione e il tricolore non si sventola più solo quando gioca l’Italia nelle competizioni sportive.

Però quella che puntava a diventare una forza politica vicina al 20 per cento, nel corso degli anni a causa delle continue svolte e “abiure” del suo leader Gianfranco Fini, spesso non democraticamente discusse con gli organi di partito e mal digerite da gran parte dell’elettorato, darà forza alla Lega Nord di Bossi che portando avanti con più forza e in modo più “rude” tematiche come sicurezza e immigrazione rosicchierà voti ad An diventando sempre più determinante nella coalizione di centrodestra.

Nel corso dell’estate scoppia lo scandalo di “Affittopoli”. La Parola al Popolo è tra i primi organi di stampa a denunciare la mala gestione degli istituti delle case popolari e delle case di vari enti. Una nostra inchiesta porta alla lucei bilanci in rosso e la lentezza dello Iacp nell’intraprendere le cause di sfratto verso gli inquilini morosi, soprattutto se si tratta di sedi di partiti politici, in gran parte di sinistra, o di organizzazioni sindacali.

Vengono così alla luce i canoni di locazione irrisori per case o attici al centro di Roma dati in affitto a onorevoli o ex deputati che, visto il loro reddito, non dovrebbero più avere i requisiti previsti dalla legge per abitare in un alloggio popolare, mentre in lista di attesa ci sono tanti cittadini che hanno un reddito ai limiti della sopravvivenza.

Si scoprono gli “altarini” quando sugli organi di stampa vengono pubblicati nomi e canoni di locazione e si vede che gli “onorevoli inquilini” sono quasi tutti esponenti dei partiti della prima Repubblica che hanno ottenuto l’alloggio, a sentir loro, quando avevano un reddito inferiore

a quello attuale. Ma questa giustificazione non è accettabile e, vista l’indignazione popolare, in parecchi abbandoneranno le loro abitazioni per acquistarne una, magari accedendo un mutuo come i comuni mortali che sicuramente non hanno uno stipendio di dieci milioni al mese…

 

Francesco Fedeli


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Francesco Storace Finisce il grigio in politica, arrivano le tinte forti, o di qua o di là. E’ la storia che comincia nel ’94. Berlusconi capisce a sue spese che vuol dire scendere in campo, con le procure della Repubblica di mezza Italia che solo da allora si contendono la sua gola. Comincia una stagione opposta a quella pregustata dagli eredi del partito comunista, e’ quell’imprenditore milanese a rompere le uova nel paniere a Occhetto e compagnia, che gia’ attrezzavano la gioiosa macchina da guerra per comandare da palazzo Chigi. Ma il 27 marzo del ’94 i sogni di gloria dello zombie con i baffi la fortunata definizione era di Cossiga si infransero di fronte alla coalizione messa in campo da re Silvio da Arcore.

Berlusconi ci mise il genio: con lui si schierarono due coalizioni all’epoca alternativa, che negli anni a seguire poi si ricomposero nella casa delle liberta’.

Al Nord e al sud. Da una parte mise insieme leghisti e forzisti; dall’altra i missini sotto le insegne elettorali di Alleanza nazionale e gli azzurri di Forza Italia, che includevano i democristiani di Casini i quali, cinque minuti dopo essere stati eletti formarono il Ccd.

Quella storia continua ancora oggi, tra alleanze alterne, ma al centro c’e’ sempre lui, Berluska, con la sua straordinaria forza comunicativa e una capacita’ di coinvolgimento che non ha eguali tra le anime morte della politica. E’ dal giorno dopo che e’ entrato in politica che si lavora alla sua successione; ma lui sta sempre li’ a contare i cadaveri che si succedono….

Quasi vent’anni dopo, il Cavaliere fa i conti con l’ingratitudine di chi pure dovrebbe restituirgli molto. Fini e Casini in primis, che lo considerano da allora un intruso della politica; diversa e’ la relazione con Bossi. Il rapporto tra Berlusconi e il capo leghista puo’ caratterizzare a ben vedere quel tumultuoso ’94: e’ l’anno della rivoluzione del popolo alternativo alla sinistra; ma e’ anche l’anno del ribaltone benedetto da Scalfaro. Tutto si consuma in sei mesi di fuoco.

In fondo, Bossi ha dimostrato di saper giocare al tavolo della politica e a quello del popolo: ed e’ su questi che si rigioca la partita del futuro tra entrambi.

Il resto sono comparse che alzano la voce ma non contano nulla.

Quasi un ventennio dopo gli anni del consenso scorrono anche in democrazia, speriamo senza piazzale Loreto… la rivoluzione liberale rischia di essere nuovamente interrotta dai giochi di palazzo. Riecco di nuovo manovratori. Quelli che stanno a palazzo da prima del Cavaliere penso a Fini come a D’Alema proprio non sopportano l’idea di non essere riusciti ad abbatterlo.

E ci provano. In tutti i modi.

Ma anche Silvio deve fare i conti con se stesso. E’ indubbio che i libri di storia ne racconteranno l’epopea: ha caratterizzato un pezzo di storia del belpaese; ne ha contaminato la cultura; ha trasformato le categorie della politica; i partiti sono diventati ferrivecchi, agli apparati ha sostituito il popolo.

Non lo dice, ma la sua ambizione e’ concludere con la politica dal Colle piu’ alto, il Quirinale.

Per arrivarci dovra’ abbattere i parrucconi che non si rassegnano; ma e’ uomo dotato di incredibile forza d’animo e se si mette in testa di vincere anche questa battaglia, la vince.

 

Francesco Storace


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Lorella Lattavo La paura è nemica della libertà, della nostra voglia di gridare aiuto nella solitudine che circonda la nostra vita di ogni giorno. E il mondo femminile è quasi sempre al centro di storie e vicende che dipingono in modo chiaro e preciso una realtà fatta di oppressioni.

Lo stalking, questa parola balzata agli onori della cronaca per la sua crudeltà senza paragoni, che annienta la voglia di vivere di chi ne è la vittima, sta diventando sempre più la piaga del terzo millennio.

Ho avuto modo di conoscere questo orrore grazie ad una donna coraggiosa e forte che si è vista addirittura bruciare la propria casa solo per aver denunciato il molestatore della figlia.

E. A. queste sono le sue iniziali, è un medico che vive a Soverato ( RC) e da tempo combatte una battaglia senza fine per difendersi da quel mondo che, invece di proteggerla, la vuole uccidere moralmente.

" Non mollo" mi ha detto quando ci siamo conosciute ultimamente durante un suo viaggio a Roma per lavoro " mia figlia è stata costretta a vivere altrove per stare tranquilla e liberarsi da questa tirannia. Ora il mostro si accanisce contro di me, ma mi troverà sempre in piedi, anche se ferita". La sua lotta è la lotta di tante donne, famose , come Michelle Hunzicher, e no, ma è la disperata voce di chi è stanco e non vuole cedere alle manie di persecuzione di pazzi senza pace, quasi sempre, come nel caso di E.A., protetti perchè " personaggi di spicco nella società locale". Ma per la coraggiosa dottoressa di Soverato non esistono barriere: ha scritto al presidente del Consiglio Berlusconi, alle alte cariche dello Stato, perchè lei crede nelle istituzioni e da esse vuole giustizia.

Le parole omertà, silenzio, paura non devono esistere nella vita del cittadino di una società civile, al contrario in esso deve dimorare l'assoluta fiducia in chi è preposto alla sua sicurezza. Esistono tante forme di stalking, il più atroce è quello che si consuma tra le pareti domestiche, come nel caso di Sarah Scazzi, la cui morte ha gettato nel fango un'intera famiglia, considerata per bene da tutti gli abitanti di Avetrana. Ancora, mentre scrivo, è aperta l'inchiesta, ma ciò che mi preme sottolineare, è l'inferno vissuto da questa ragazzina per le presunte molestie di uno zio, e il silenzio della solitudine in cui ha continuato a vivere fino a quel tragico 26 agosto di quest'anno, giorno della sua sparizione.

Sorridente, allegra, spensierata, ma con la morte nel cuore, Sarah ha avuto paura di parlare coi suoi genitori, perchè spesso la vergogna si fa strada nella mente di ragazze, donne, colpite da questa assurda situazione, come se fossero loro le colpevoli di quanto si è venuto a creare. E il muro si innalza sempre più massiccio, difficile ad abbattersi, anche con la sola volontà.

Non è il lasciarsi sopraffare da paure e vergogne che si potrà uscire dal tunnel della molestia, questo ogni donna dovrebbe capirlo, ma non è facile perchè, prima della situazione vissuta, tocca combattere contro il nostro dualismo personale. Una parte di noi infatti vuole mettere la parola fine, l'altra invece teme di cadere e di non essere più capace a rialzarsi. I media, in questi casi, dovrebbero fare la parte del leone, invece troppo spesso " spettacolarizzano" le situazioni, facendole diventare oggetto di talk show più o meno urlanti, scendendo nel baratro del pettegolezzo, invece di centrare il problema alla radice.

Il sesso maschile oggi, con la parità conquistata in secoli di storia, dovrebbe convivere senza prevaricazione con quello femminile, ma molto spesso tale parità è uno specchio per le allodole, giusto per gettare l'illusione in uno status quo che non esiste.

Nata a Roma il 16 giugno 1958 sposata dal 1991 con Maurizio Soffiatti, collaboratore fotografo de la PAROLA al POPOLO. Laureata in legge, iscritta all'ordine dei giornalisti pubblicisti dal 2000. Ho incominciato a scrivere su la Parola al Popolo nel 1987 e da allora mi sono sempre interessata alla cronaca di quartiere, frequentando le sedute del consiglio del IX municipio. Fin dalla nascita vivo nel quartiere Appio Tuscolano, a stretto contatto con i problemi e la vivibilità cittadina.

Nell'era di internet sempre più sofisticato, sentir parlare di stalking, molestie, paure legate a questo modus vivendi, non può non generare nella mente di chi vede in tutto ciò un retaggio di culture passate, il timore di un regresso sociale e psicologico.

Un dirigente scolastico ( nel caso della dottoressa di Soverato) mai si potrebbe annoverare tra possibili molestatori: la sua forma mentis, la cultura che lo dovrebbe contraddistinguere, non possono permettere una simile configurazione personale.

Così come nel caso dello zio di Sarah, considerato da sempre una brava persona, tutta dedita alla famiglia e a salvaguardare onore e reputazione. Cosa scatta allora nella mente di queste persone? Cosa spinge a diventare eredi di Mr Hyde? Sicuramente situazioni legate alla propria infanzia, ai propri ricordi, alle proprie paure. Si perchè pure i carnefici hanno paura, o l'hanno avuta a suo tempo ed ora la vogliono " condividere" con le vittime dei loro giochi perversi.

Ovviamente questa è materia per i vari psicologi, periti, ecc. però in tutti i casi di stalking ci troviamo di fronte a personaggi dalla vita non facile, pieni di complessi e di turbe nascoste. Nel celebre film " Malizia" con Laura Antonelli, il giovane Alessandro Momo scrutava, spiava la procace cameriera, covando dentro chissà quale torbido desiderio. Erano gli anni 70, ancora tanti tabù non erano stati superati, nonostante la contestazione giovanile, ma nonostante ciò, si viveva questo, chiamiamolo " ardore peccaminoso", fine a se stesso, senza spingersi oltre.

Oggi no. Volere è potere e chi vuole ottenere lo fa a qualunque costo e con qualunque mezzo, quasi sempre il ricatto e la paura. Vivere nello stalking è il dramma dell'era moderna, difficile da superare se si è sole....

 

Lorella Lattavo


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Fabio Di Marco Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol essere lieto, sia: di domani non c’è certezza”. Quanto asserito da Lorenzo De’ Medici credo identifichi in maniera significativa gli accadimenti del 1992.

Lo scrivente all’epoca ventenne si ritiene orgoglioso di far parte di un volume così importante, vuoi per l’affetto e l’amicizia che lo lega al Direttore, vuoi per il fatto che alla “tenera” età di 18 anni è entrato a far parte dello Studio Reboa e della redazione di “la PAROLA al POPOLO” (oggi InGIUSTIZIA).

Proprio dall’esperienza vissuta sul campo, dai primi articoli pieni di errori, fino all’Iscrizione all’Albo dei Giornalisti Pubblicisti, dalle inchieste nate “per strada” ai rudimenti di diritto per intraprendere la professione di Avvocato, è nata la passione per lo “scrivere”, una passione che ancora oggi in qualsiasi campo è pronta a vivere in tutto il suo entusiasmo. “Camminare e vedere la notizia…” alzi la mano chi è quel giornalista che non ha fatto proprio tale insegnamento.

Per quel che mi riguarda è nato da una passeggiata in Via Appia, con Romolo Reboa, quell’avvocato burbero, duro, perennemente in… “tensione”, ma che al momento opportuno da importanza ai valori più veri , nel mio caso l’amicizia. Un’amicizia che non ha tempo né distanze e che oggi come allora vive di… emozioni, di condivisione.

E che dire dello studio le gale, diciottenne appena entrato mi ritrovo di fronte la segreteria al completo, con Cinzia Cascio e Lucilla Belligotti, gli avv.ti Elisabetta Rampelli e Simone Trivelli, da me ribattezzato “pupo de oro” per la sua bravura in campo professionale nonostante (all’epoca) la giovane età.

Poi gli anni di Fabiana Manuelli, oggi capo – segreteria e Presidente della Società editrice del giornale, allora compagnia di “motorino” alla ricerca di articoli da scrivere.

E gli anni di Rocco Quartuccio, Paola Pignataro, Fabio Niccoli, a seguire la nuova segreteria con Stefania, Cinzia ed i giovani avvocati, o nuove leve, Pietro Pace, Giovanna Ranieri, Maurizio Sangermano, Valentina Spadoni. Un gruppo talmente unito che spesso e volentieri si frequentava lontano dall’ambito lavorativo unicamente per il piacere di stare insieme.

E poi Clotilde, “la parte più bella di Romolo”, che con Fausto Pellegrini e Andrea Reali ha permesso allo scrivente di crescere in una “redazione-famiglia”, dove si condividevano idee,

dubbi, perplessità, ma soprattutto soddisfazioni. Asseriva Mateo Aleman “La gioventù non è una stagione della vita, è uno stato mentale”, quell’anno “la PAROLA al POPOLO” piena di giovani giornalisti si trovò a trattare argomenti quanto mai attuali.

Erano gli anni di “Tangentopoli”, con un’Italia divisa nelle sue reazioni; il 1992, in particolare, credo sia da ricordare per due date che rimarranno per sempre scolpite nella memoria di tutti gli Italiani giovani e non: 23 maggio e 19 luglio.

Il 23 maggio (Strage di Capaci) sull’Autostrada Palermo – Punta Raisi muoiono Giovanni Falcone, già magistrato a Palermo, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato e gli agenti di scorta Antonio Montinari, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

Il 19 luglio (Strage di via D’Amelio – Palermo), muoiono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, prima donna poliziotto ad aver perso la vita in un attentato di Mafia.

L’Italia delle contraddizioni il 25 maggio mentre celebra a Palermo i funerali del giudice Falcone, a Roma elegge al 16° scrutinio Oscar Luigi Scalfaro Presidente della Repubblica. Roma in particolare nel 1992 vive tra targhe alterne per ridurre l’inquinamento atmosferico, una convivenza tra stranieri ed italiani che stenta a trovare un equilibrio, ed una xenofobia che cresce in proporzione alla presenza di stranieri.

I “giovani” redattori de “la PAROLA al POPOLO”di fronte a tali argomenti crescono in fretta; non credo sia dovuto ad una casualità che oggi, diciotto anni dopo, in tanti siano professionisti affermati.

Diceva Francois de La Rochefoucauld nel 1678 che “la giovinezza è un’ebbrezza continua: è la febbre della ragione”.

I Romani, in quell'anno, (e la redazione in particolare) si interrogano sul valore dell'uomo, della vita umana, proprio in relazione ai fatti di cronaca (elezioni, corruzione, eventuali amnistie, crisi finanziaria), semplicemente osservando la realtà circostante.

Temi quanto mai attuali che dimostrano come alcune problematiche non hanno tempo ne soluzione e che oggi ritroviamo, magari in forma diversa nelle pagine di InGIUSTIZIA.

Sintetizzando ha ragione Roberto Gervaso quando asserisce che “i vent'anni sono più belli a quaranta che a venti”.

L'esperienza acquisita sul campo, la “gavetta”, la ricerca della maturità professionale, ha permesso a quei giovani redattori di essere oggi più di allora, semplicemente... persone vere.

 

Fabio Di Marco


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Clotilde Spadafora Le parole sono importanti, vanno scelte con cura, come un abito cucito addosso alle storie che raccontano e ai sentimenti che esprimono.

Il titolo dell’articolo di fondo dell’ottobre ’91 conteneva la parola RISPETTO: “ sentimento che ci trattiene dall’offendere gli altri, ledere i loro diritti o menomare i loro beni”, deriva da RESPICERE, GUARDARE, spiega il dizionario Zingarelli. Quel trattenere non reprime, non mortifica la nostra spontaneità, ma ci rende consapevoli del proprio comportamento e ci diversifica nel modo di rapportarci.

Nessuna relazione sociale, politica, professionale e sentimentale può farne a meno, e non è argomento di richiesta, o di pretesa. Non si elargisce, non si subisce.

Semplicemente è parte integrante della persona . “ Non c’è più rispetto neanche fra di noi “, cantava Zucchero, mettendoci tutti in discussione. Se manca il rispetto diventano impossibili il dialogo, la comprensione e la tolleranza. Privacy, stalking, mobbing, gossip, dossier aggio, killeraggio mediatico sono nuovi vocaboli che definiscono il confine dei nostri diritti.

Nel 1991 in Puglia sbarcavano gli albanesi, al nord nasceva e cresceva la Lega. I polacchi che vendevano fazzoletti ai semafori erano già spariti, l’Unione Sovietica pure, il PCI si era sciolto per diventare PDS, mentre La Rete di Leoluca Orlando dalla Sicilia tentava una nuova identità politica, tra il governo Andreotti VI e VII. La cronaca nera raccontava della banda della Uno bianca, sangue e sgomento per chi, da tutore dell’ordine, diventa crimnale. Una contessa assassinata, non si sa ancora da chi, nella sua bella villa dell’Olgiata, mentre fervono i preparativi per la festa dell’anniversario di nozze. Il sereno nasconde tempeste profonde. I punti di riferimento cadono come il muro di Berlino. Bisogna crescere, rimboccarsi le maniche per costruire un mondo diverso. C’è un’Europa unita da vivere, nasce il web, con il suo potenziale di conoscenza e di contatto immediato. Un nuovo polo televisivo è pronto a raccontarci chi siamo e che facciamo, lontano dal rassicurante bianco e nero di mamma rai. Di fronte alle prove, ai cambiamenti, senza il rispetto delle proprie capacità ed esigenze si rischia di mancare agli appuntamenti importanti. L’immigrato spaventa, salvo poi sfruttarlo per lavori che per gli italiani non sono appetibili. La voglia di conoscenza, che ci differenzia dai bruti, si spegne un po’ alla volta, quasi inconsapevolmente.

C’è la televisione che ci racconta la vita, mostrandocela in diretta, giorno e notte. Il rispetto per i drammi privati è moneta fuori corso. Gli applausi ai funerali pubblici rendono il dolore spettacolare.

Le telecamere indugiano sui volti dei protagonisti di fatti che meriterebbero compassione e pietà. Nei salotti televisivi si celebrano processi popolari, con lo psichiatra al cachemire, la soubrette coscia lunga che ha un’opinione su tutto, l’officiante mostra orgoglioso il plastico del luogo del delitto. Va in onda un male talmente finto da non fare più paura, tranquillizzati dall’idea di poterlo controllare col telecomando.

Una catarsi sullo schermo, ognuno comodamente sul divano, al sicuro. Le professionalità acquisite con impegno e fatica diventano una massa indistinta, tutti parlano di tutto, senza distinzione di ruoli e competenze. A poco a poco ci sentiamo medici legali, avvocati, ingegneri, nel migliore dei casi commissari tecnici della Nazionale di calcio e allenatori. Non abbiamo più bisogno neanche di desiderare, perché la pubblicità legge i nostri sogni e ce li mette in vetrina.

Li possiamo comprare con la carta di credito. Il computer ci permette di vivere una second life, se la first è un po’ sbilenca.

Amicizie e amori virtuali costano poco, in termini economici e di impegno, e il sesso è davvero protetto.

Non rispettiamo neanche le nostre passioni, le masterizziamo, le condividiamo su fb. Diventa difficile capire il rifiuto da parte di una donna, quasi automatico colpirla, come in un video game.

La frustrazione, il dolore fisico, l’insuccesso, l’esperimento venuto male non vanno mai in video, quindi smettono di esistere. Sempre più chiusi e spaventati, non sappiamo più vedere cosa c’è fuori, e spesso neanche dentro di noi. RESPICERE, GUARDARE, non ci appartiene. Abbiamo perso l’attitudine all’osservazione perché richiede troppo tempo. “ Era una persona tranquilla, normale, senza problemi”, e quando mai… Memorizziamo venti PIN, ma il codice d’accesso al disagio ci resta sconosciuto. I soldati americani morti nella guerra in Iraq sono rientrati nei sacchi neri, lontani dalle telecamere. Molto più fotogenico il barbeque nel ranch col cappello texano. Anni fa era richiesta una bella presenza per accedere a professioni a contatto con una clientela esigente, adesso serve per essere inquadrati nei talk show o partecipare in prima fila agli pseudo congressi di partiti virtuali.

Dobbiamo essere tutti belli, giovani, cool e glamour. I segni del tempo sul nostro corpo si devono cancellare, è d’obbligo rimanere sospesi, plastificati in un’immagine incorruttibile..

Il tempo sarà anche galantuomo, ma con chi lo irride magari si vendicherà, cancellandone la memoria. Senza rispetto per se stessi non può esserci storia comune, e questa è veramente una gran brutta storia.

 

Clotilde Spadafora


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