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Diritti

Lo squilibrio delle Istituzioni

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOSocietà civile dell’oggi?

 

La specie umana, nella ovvia insostituibile antropologia dello stare insieme, nella progressione storica per star meglio, si scompensa e produce  una cultura che intacca la qualità della vita migliore   che dovrebbe produrre e che  invece nel concreto ovvia. Infatti i ritardi socioculturali dell’umanità, nella somma delle complessità socio economiche non risolte nella accelerazioni dei tempi mercificati e tecnologici , pervadono ed inquinano le   dinamiche  e le strutture della società e l’insofferenza alla socialità emerge a tal punto da alimentare  lo scontro visibile anche nelle  stesse forme delle istituzioni. Queste, nelle quotidiane vicende che svolgiamo, sono il territorio in cui si sono radicalizzati e  radicalizzano  confronti sociali, nella insofferenza del loro antagonismo. Queste, sono insufficienti a essere base e fonte di quell’equilibrio di confronto secondo un dialogo riconoscibile e quindi riconosciuto, nella storicistica insufficienza  di corrispondere alle motivazioni che le sostanziarono nella verità fattuale del loro  tempo. In queste contraddizioni, che la società vive nella sua pienezza, l’organizzazione della polis  esprime quel diritto al cambiamento  che può ottenersi solo con una piena innovazione della “forma mentis” in cui ogni cittadino,nessuno escluso,può ritrovarsi legittimato. In Italia lo scoordinamento dei rapporti tra le funzioni della società civile, pur in una democrazia di facciata matura, produce questo conflitto attuale che morde i fianchi alla stessa Costituzione. Questa è l’istituzione cardine e di certezza nella quale possono ruotare con spazio di legittimità, nell’alternarsi di governi necessari, le aggregazioni politiche partitiche omologate, dalla e nella  temporalità del loro riconoscimento, nelle elezioni. Per questo sono necessari però nuovi paradigmi per tutte le conseguenze che,punto per punto,giorno dopo giorno dovranno verificarsi. Ovviamente. Il corpo dell’umanità è pilotata nel mare delle indifferenze mediatiche ed informatiche, le scialuppe di salvataggio  sono state acquistate dalla finanza mondiale e la crisi dei sistemi scompensa, in ogni luogo, i ritmi di un buon cabotaggio nelle tempeste della storia presenti e all’orizzonte. Quante bilance della Giustizia, sentenze di rispetto dell’uomo sociale, divengono, anche nei luoghi deputati, stadere, dove il peso è denaro che consuma nel piatto risorse ed energie per capitalizzare l’ignoranza delle differenze a proprio vantaggio? La vertigine del potere  rende immobili nelle superfetazioni degli egoismi, massimi in un quadro dove  l’alterazione della realtà (attraverso i mezzi che la scienza ha prodotto e produce in una straordinaria  raffinata asettica  progressione  di trasformazioni) permette, a chi entra sprovveduto in questa polis schizofrenica (e sono le nuove generazioni), solo un’ansia  di verità, se non è guidato per quel sentiero del sapere (armonia della vita) che non si perde in se stesso. Pesante il respiro in un paesaggio in cui la prima immagine è un mondo inquinato che vive  nei teoremi della sua supponenza. Qui il confronto tra la Politica e la Giustizia (forme e funzioni  della polis) dimentica che le bilancine dei  rapporti sono guidati, nel maggior peso che una vuole avere su l’altra, nella incapacità dei cambiamenti che dovrebbero essere misura e misurazione di un reciproco rispetto della realtà politica sociale. Le opportune distanze e competenze hanno, è ovvio(!), una necessaria, continua, verifica realizzata nel contesto di una partecipata forma di democrazia che i cittadini formano eleggendo il quadro sociale che li motiva. Nel fermento dei cambiamenti necessari: la Politica e la Giustizia sono imprigionate nelle forme mentis degli operatori che navigano nei loro rispettivi mari. Proprio là  dove riemerge  evidente, vestita della sua assolutezza, la morale come etica ecologica per il rispetto degli equilibri che non possiamo sconfessare. Questi sono nelle radici del vivere comune dell’uomo. In questa socialità complessa, dove, ai margini, si ipotizzano realtà prossime future di intelligenze artificiali, il computer già travalica, acquisendole nelle  singolarità di immagini mediatiche virtuali , necessità costruttive ed operative di una società in trasformazione. In questo siderale vuoto di reale informazione dell’oggi  quale futuro potremo dare alle nuove generazioni? Quello che solo (all’orizzonte è Hiroscima) con un rigore ecologico potrà controllare le variazioni della realtà prodotta dalla Intelligenza Artificiale. La dignità umana nella pienezza del dare ed avere è la regola, nell’ordine del mondo. Oggi riconosciuto in ogni caratura di rispetto nelle indagini di lavoro degli scienziati. Attraverso questa verità,  da oggi per l’oggi,nel passaggio alla terza repubblica in Italia, possiamo indicare, quali possibili geometrie dovrebbero articolarsi e dinamizzarsi efficacemente tra la Politica e la Giustizia. Sul ring infatti, anche in Italia, la società è all’angolo, e la democrazia, (il popolo tutto) è  imbizzarrita per i colpi ricevuti dal confronto, giuridicamente, culturalmente ed eticamente   anomalo, tra magistrati e politici. Allora nell’articolazione dei rapporti tra la Politica e la Giustizia, in un quadro costituzionale corretto, il Magistrato dovrà essere  ricostituito responsabile dei valori nella funzione che deve esprimere  e per questo reso  responsabile, in proprio e direttamente degli “errori”che compie. Naturalmente col filtro delle garanzie dovute e, per questo, il Consiglio Superiore della Magistratura dovrà essere efficiente e riformato. La riforma del C.S.M., con la partecipazione di una buona quota di giudici direttamente eletti dai cittadini, da liste verificate per capacità e doti onorevoli dei candidati, può ridare, pur con l’autonomia dovuta alla  struttura,un  quadro manifesto di piena responsabilità. I canoni dell’interpretazione del lavoro dei magistrati  è così riportato infatti al vaglio di un giudizio esterno di controllo, oltre l’auto giustificazione che è sempre in agguato, oltre il servizio, in ogni nicchia di potere. Naturalmente dovrà realizzarsi la separazione delle carriere,così il Magistrato sarà inquirente nella sua funzione distaccata dal  Giudicante. Il Giudicante  infatti deve essere terzo, nel confronto riconosciuto, reale e dovuto, oggi necessario, con le parti. Naturalmente l’Avvocato è fuori ed è pure dentro il quadro del confronto per riportare dignità a quel principio che lo motiva nella Giustizia : la difesa del più debole, comunque. La Giustizia ha così,  nell’avvocato di nuovo ritrovato nella sua funzione, il  sostegno della libertà creativa che la modella nel percorso della storia per quell’equilibrio  che il presente virtuale sta perdendo. Il Politico è riconosciuto tale (ora poi da individuare e da eleggere con nuove modalità - che esprimono quel certo qual ordine della  democrazia) dai cittadini  per il suo lavoro di servizio per la società, nella funzione e nella qualità,anche quando “governa”. Per questo può essere sottoposto a verifica, anche  preliminare, e questo  anche per la maggior libertà che l’informazione, può dare  per la dialettica propria della polis, più trasparente. Naturalmente,nel maggior mare magnum in cui  veleggia, devono esserci le garanzie delle difese costituzionali che gli competono ,gradate come scudo della democrazia stessa. Un nuovo modo di vivere potrà avere luce, nell’ impegno dei politici e dei magistrati richiamati all’ “ordine”, per la funzione che svolgono. dove l’ “obbligatorietà della responsabilità” viene dal rispetto (ecco la ragione epistemologica) delle nuove regole che stiamo scrivendo, comprese, accettate e non rifiutate. Regole quadro che hanno evidentemente bisogno del contributo di chi è maestro, nei settori, nello svolgimento del filo d’Arianna che ci tiene insieme nel divenire della Polis.    L’onda più lunga della storia porta, all’oggi,  confronti che verifichiamo e consumiamo per  le nuove forme di aggregazioni che sono, già dal presente necessarie, per quel nuovo mondo migliore  che dovremo lasciare alla future generazioni.

Giovanni Lombardi*

Avvocato del Foro di Roma


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Tutela giudiziaria per i disabili discriminati

Stefania De Luca consigliere Pari Opportunita'della Regione Lazio:"Un passo in avanti e uno strumento legislativo per assistere le fasce deboli".

 

Nei primi giorni di marzo è stata promulgata la legge numero 67 del 2006 sulle misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazione.

“Questa legge - spiega Stefania De Luca, consigliere alle Pari Opportunità della Regione Lazio - rappresenta un ulteriore strumento legislativo per assistere i 'discriminati', le fasce deboli dei cittadini”.

La legge è il prodotto di ricerca e controllo svolta dalle istituzioni europee e da quelle nazionali, ma soprattutto delle Regioni che raccolgono ogni giorno denunce di discriminazione da parte dei cittadini.

“La non osservanza della legge 104, la difficoltà alla mobilità, le discriminazioni sessuali - continua De Luca - sono solo alcune delle numerose segnalazioni che arrivano presso gli Uffici regionali preposti. E come è vero che la semplificazione delle procedure legali in questo ambito, grazie anche alla prova presuntiva, rappresenta un riconoscimento importante alla tutela di tutti, è altrettanto vero che sarà importante cercare di attivare strumenti alternativi che potrebbero essere utilizzati in una fase preventiva. Mi riferisco in particolare al coordinamento che deve esserci con le associazioni e gli enti individuati con decreto del Ministro per le pari opportunità che, così come indicato nell'articolo 4, sono tra l'altro legittimati ad agire in delega o per conto del soggetto nali preposti. E come è vero che la semplificazione delle procedure legali in questo ambito, grazie anche alla prova presuntiva, rappresenta un riconoscimento importante alla tutela di tutti, è altrettanto vero che sarà importante cercare di attivare strumenti alternativi che potrebbero essere utilizzati in una fase preventiva. Mi riferisco in particolare al coordinamento che deve esserci con le associazioni e gli enti individuati con decreto del Ministro per le pari opportunità che, così come indicato nell'articolo 4, sono tra l'altro legittimati ad agire in delega o per conto del soggetto distinguendo tra 'diretta' e 'indiretta', e quello di molestia.

L'articolo successivo, suddiviso in quattro commi, è incentrato sulla tutela giurisdizionale e ordina al comma 3 non solo la cessazione del comportamento, della condotta o dell'atto discriminatorio, ma adotta ogni provvedimento idoneo a rimuovere gli effetti della discriminazione.

Le forme di tutela previste sono estese anche agli stranieri: “l'Italia sta diventando un paese multietnico e succede sempre più spesso nel corso della nostra attività - spiega la consigliere De Luca - di imbatterci in donne straniere in difficoltà perché abbandonate dal proprio compagno o perché non riescono ad accedere nel mondo del lavoro, soprattutto nelle fasce più basse”.

Solo in Italia il 15 per cento delle famiglie è direttamente coinvolto nel fenomeno e il Lazio rappresenta una delle regioni dove sono più presenti le distinguendo tra 'diretta' e 'indiretta', e quello di molestia.

L'articolo successivo, suddiviso in quattro commi, è incentrato sulla tutela giurisdizionale e ordina al comma 3 non solo la cessazione del comportamento, della condotta o dell'atto discriminatorio, ma adotta ogni provvedimento idoneo a rimuovere gli effetti della discriminazione.

Le forme di tutela previste sono estese anche agli stranieri: “l'Italia sta diventando un paese multietnico e succede sempre più spesso nel corso della nostra attività - spiega la consigliere De Luca - di imbatterci in donne straniere in difficoltà perché abbandonate dal proprio compagno o perché non riescono ad accedere nel mondo del lavoro, soprattutto nelle fasce più basse”.

Solo in Italia il 15 per cento delle famiglie è direttamente coinvolto nel fenomeno e il Lazio rappresenta una delle regioni dove sono più presenti le diverse forme di disabilità.

Il tasso di occupazione dei disabili a livello nazionale è ancora piuttosto basso: si parla di un 21%, meno della metà di quello rilevato tra i non disabili. Occorre però considerare che tra i disabili in età lavorativa circa il 27% è del tutto inabile al lavoro. Le donne disabili sono notevolmente svantaggiate rispetto agli uomini: le prime hanno un tasso di occupazione dell'11% e i secondi del 29%; tale svantaggio esiste anche tra i non disabili, sebbene l'entità delle differenze tra maschi e femmine non sia così elevata.

 

Maria Serra

 

 

 

 

 

 


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Il tema della violenza sulle donne

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIntervista alla Presidente del "Forum Donne giuriste"

 

D: I temi della violenza contro le donne sono antichi e, nonostante l’impegno e le battaglie contro, portate avanti dal movimento delle donne, non sono ancora stati superati gli schemi culturali che alimentano questa forma di violenza. Una forma di sopraffazione fisica e psicologica che non esiste solo nel nostro Paese, ma anche e specie in altre culture; padri che ammazzano figlie, mariti le mogli, lapidazioni, infibulazione, pene corporali, vendita di figlie, etc. sono solo una parte dell’elenco di crudeltà e violenza che viene perpetrata contro il genere donna nel mondo; secondo Lei, e le spiegazioni fino ad oggi non danno una motivazione razionalmente accettabile, cosa spinge un genere contro l’altro?

R: Al rapporto con gli altri ci spinge la naturale ricerca di contatto e di aggregazione, nell’altro ci possono interessare sia le cose che uniscono che quelle che dividono, ci può attrarre chi la pensa come noi perché ci fa sentire capiti ed in sintonia con gli altri, ma anche chi la pensa diversamente perché ci incuriosisce e ci completa. La violenza di genere percorre la storia e in essa ha le sue radici. Non ci sono ragioni nè motivazioni emotivamente e razionalmente per me accettabili.

D: Può darci un suo parere che esuli dalle cose finora dette? Quale è lo starter di questi comportamenti?

R: La violenza di genere trova la sua origine nella perdita del potere sull’altro. Nella ricerca sul femicidio curata da Anna Pramstrahler e altre della Casa delle Donne di Bologna rapportando tutti dati, emerge con chiarezza che le donne piu’ esposte al rischio di violenza sono le donne più –emancipate- . In sostanza piu’ cresce l’autonomia, la consapevolezza e la libertà femminile, piu’ il partner pare soffrire della perdita di controllo sulla compagna, amante, fidanzata, e più estrema diventa la violenza. E’ sufficiente esaminare i messaggi lasciati da chi si toglie la vita dopo aver ucciso la compagna che ha deciso di separarsi: “o mia o di nessun altro” dove la gelosia e il possesso prevalgono su tutto.

D: E cosa spinge tante donne ad accettare stereotipi e comportamenti che le generazioni precedenti hanno combattuto con tanta passione?

R: Non mi pare che le donne accettino ora stereotipi e comportamenti combattuti in passato. Negli anni le donne hanno potuto accedere all’istruzione e al lavoro, questo le ha rese piu’ autonome e aperto spazi di libertà e di protagonismo femminile, un protagonismo che certamente si misura anche con gli stereotipi che la società ed i mass media propongono.

D: Oggi in Italia ci sono molti centri di accoglienza per donne maltrattate. Pensa che sia una risposta limitata? Che dovrebbe esserci più intervento dello stato? Più assistenza o più leggi? O solo un uso corretto della legge entrata da poco in vigore contro la violenza alle donne, considerata violenza alla persona?

R: Partirei con il contestualizzare la sua prima affermazione: è vero che in Italia in questi decenni sono sorti centri per donne maltrattate, ma la loro presenza, è di gran lunga inferiore ad altre realtà straniere e comunque, seppur crescente, è ancora del tutto insufficiente rispetto al bisogno, sia nel numero che nella dislocazione. I centri antiviolenza sono sorti e sono dislocati prevalentemente nel nord e nel centro del Paese, pochissimi al sud, essi vivono prevalentemente di volontariato e con convenzioni con enti locali che devono essere rinnovate periodicamente. La forza dei centri antiviolenza sta nella metodologia seguita che è quella della relazione tra donne. Le operatrici e le volontarie dei Centri antiviolenza accolgono la donna, l’ascoltano, l’accompagnano in un percorso di consapevolezza della propria situazione, offrono uno spazio in cui riflettere e riprogrammare la propria vita. L’intervento dello Stato dovrebbe rispettare questa metodologia, garantire e favorire la costituzione di centri antiviolenza ed il loro finanziamento, all’interno di un Piano Nazionale contro la violenza alle donne di cui l’Italia è ancora priva, inadempiente alle raccomandazioni Cedaw. La violenza contro le donne è un problema della società sicchè è tutta la società che deve farsene carico. La violenza contro le donne fonda le sue radici in costume, cultura, diritto solo apparentemente paritari ma che non tengono conto della differenza di genere e del sapere delle donne. L’intervento dello Stato, che si limiti a sporadiche misure legislative o repressive come avvenuto sino ad ora, è destinato a scarso successo. Per combattere la violenza di genere bisogna conoscerla, purtroppo in Italia l’unica ricerca a livello nazionale è quella svolta da Giuseppina Muratori per conto dell’Istat e riporta dati del 2006. Lo Stato dovrebbe quindi monitorare costantemente la situazione e capire perché le donne non denunciano le violenze subite. Per essere efficace l’intervento dello Stato deve coinvolgere tutte le agenzie del territorio: dalla scuola alla sanità, dalle forze dell’ordine alla magistratura, dal volontariato al mondo del lavoro, affinchè tutti siano in grado di –vedere- la violenza, essere capaci di prevenirla dando risposte adeguate sia alla vittima che al maltrattante.

D: Per concludere: a che punto è oggi la donna in Italia?

R: Ogni risposta a questa domanda rischia di essere superata un attimo dopo la risposta. Donne e uomini sono in movimento alla ricerca di un modo diverso di stare insieme.

Carmen Langellotto

 

 

  


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Chi ha detto che la giustizia in Italia è lenta?

Dopo meno di tre mesi, l’operaio Dal Bosco è stato condannato a quattro mesi di reclusione. Ci risiamo, Berlusconi ha di nuovo corrotto i giudici oppure no?

 

Notizia degli ultimi giorni è la condanna dell’operaio che ha lanciato il treppiedi contro il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Il fatto è accaduto alla fine di dicembre 2004, mentre la sentenza si è avuta nel mese di marzo circa. In meno di tre mesi la magistratura ha accertato i fatti e giudicato il reo. Quando ho appreso la notizia dai giornali la prima cosa che ho pensato è stata: «Ci risiamo, Berlusconi ha di nuovo corrotto i giudici, ancora una volta l’illiceità ha prevalso sulla giustizia ».

Come è stato possibile che in tre mesi si sono svolte le indagini e si è arrivati ad una sentenza di condanna? Forse in tutta la storia della Repubblica non è mai accaduto che un procedimento penale si definisse in così breve tempo. Eppure Berlusconi ha ottenuto giustizia in meno di tre mesi.

Subito mi rendo conto che ciò che ho pensato è privo di fondamento e nello stesso tempo assurdo. Berlusconi, con tutti i problemi che deve affrontare, figuriamoci se si mette a corrompere i Giudici per avere una sentenza in tempi brevissimi. La mia congettura è stata sicuramente frutto della mia fantasia e della “propaganda comunista” che vuole vedere Berlusconi alla gogna. Eppure c’è qualcosa che non quadra, almeno agli occhi di chi scrive e di chi frequenta i Tribunali nell’esercizio del proprio ministero.

Di chi si reca nelle segreterie dei P.M. e si sente dire: «Il P.M. non riceve per appuntamento, può parlare con Lui solo quando viene in Tribunale», oppure «Il Tribunale è sommerso dalle carte non conti di avere una risposta in tempi brevi»; o ancora «Avvocato che cosa pensa, che qui nascondiamo le carte?».

Potrei continuare all’infinito, ma per il momento mi fermo qui. I giorni passano e la domanda è sempre la stessa: «perché Berlusconi ha ottenuto giustizia in tempi brevissimi e io non riesco ad ottenere giustizia in così breve tempo?». Forse perché gli avvocati del Primo Ministro sono degli ottimi giuristi e io no. Forse anche io faccio parte di quella schiera di avvocati disoccupati che cercano di sopravvivere con “praticucce” ed espedienti. Passato il momento di sconforto, riprendo fiducia in me stesso e nelle mie capacità e tutto mi è più chiaro: la verità è che non siamo tutti uguali di fronte alla legge o meglio non siamo tutti uguali di fronte a chi applica il diritto, Berlusconi è il Presidente del Consiglio dei Ministri e io sono un avvocato tra tanti.

Eppure la colpa non è del sistema giudiziario italiano, ma di chi riveste cariche istituzionali e giurisdizionali, di chi si fa in quattro per una persona che ha potere e denaro e di chi se ne “frega” del “poveraccio” che chiede giustizia, di chi non persegue fini di giustizia ma si preoccupa solo di apparire e di essere al centro dell’attenzione.

A queste persone voglio dire memento moris.

 

Paolo Franzì


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Diritti per tutti, detenuti compresi

La Regione ha compiuto un buon passo avanti per la difesa di alcune categorie deboli, come quelle dei bambini e dei detenuti.

La Regione ha compiuto un buon passo avanti per la difesa di alcune categorie deboli, come quelle dei bambini e dei detenuti.

La nostra attenzione è rivolta ora a questi ultimi, per la costituzione di un Garante dei Detenuti della Regione Lazio che fa onore all’intero Consiglio Regionale.

A presiederlo un uomo di garanzia, Angiolo Marroni, che su InGiustizia spiega le novità in materia.

D) Presidente, da chi è composto e come è organizzato l’Ufficio del Garante?

R) Dopo le modifiche alla legge istitutiva, modifiche apportate in sede di approvazione della legge sull’assestamento del bilancio, l’Ufficio del Garante non è più un organo collegiale, composto da un presidente e due vice, bensì è un organo monocratico.

Questo è accaduto per dargli più capacità di agire tempestivamente e più efficacemente nella sua attività. Le legge però così modificata prevede tuttavia la figura di due coadiuvatori che accompagnano l’azione del garante in tutta la sua futura attività. Questi due coadiuvatori, tuttavia devono ancora essere eletti dal Consiglio Regionale. Questo ritardo, in ogni caso, non è più ormai un ostacolo all’attività del Garante che potrà finalmente iniziare ad operare a partire dalla pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio di questo nuovo assetto istituzionale del garante.

L’organizzazione dell’ufficio è prevista dalla legge regionale e dalla determinazione dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale. Esso sarà dotato di personale dipendente della Regione, nonché di altro che potrà essere assunto con contratti a tempo determinato. Per singole questioni può anche avvalersi di esperti. Infine l’Ufficio sarà collocato in una sede autonoma a Roma, peraltro già individuata ed impegnata.

D) Quali sono le sue funzioni e suoi poteri?

R) La legge elenca i poteri e le funzioni del Garante. Esse sono molto ampie, molto estese. Ovviamente sono molto penetranti nei confronti delle competenze regionali e degli uffici che lo gestiscono. Mi riferisco alla sanità, alla formazione professionale, al lavoro, alla cultura, etc.

Inoltre il Garante può avviare studi, ricerche, iniziative per una promozione legislativa nuova, verso la Regione, il Parlamento, la Comunità Europea.

Altra cosa è il rapporto che il Garante deve instaurare con le autorità giudiziarie e con quelle del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Qui spero che ci sia una piena collaborazione reciproca, all’interno di una visione comune della funzione costituzionale della pena e quindi del carcere.

Penso a protocolli d’intesa, penso a rapporti che consentano da subito al Garante ed ai suoi collaboratori di operare all’interno delle carceri del Lazio, così come oggi è consentito ai consiglieri regionali.

Sarebbe assurdo che il Garante, eletto all’unanimità dal Consiglio Regionale, a scrutinio segreto, espressione dell’intera comunità regionale venisse contrastato nella sua attività istituzionale e fosse dotato di minimi poteri rispetto a quelli che il singolo consigliere regionale già detiene.

Comunque su tutto ciò la mia esperienza di «volontario » del carcere mi rende ottimista perché immagino che nessun possa vedere nel garante una specie di invasore di campo, un disturbatore di quiete.

D) Quali sono le categorie di persone che potranno beneficiare della sua azione?

R) Prima di tutto i detenuti del Lazio, anche i minori, donne e uomini, in qualunque regime detentivo essi si trovino. Ovviamente quando si parla di detenuti, non si possono ignorare le loro famiglie, i loro cari, tutti quelli che possono o vogliono segnalare situazioni di disagio, esigenze individuali collettive.

Penso però che il Garante non debba trascurare, né ignorare, anche le esigenze, i problemi di tutti gli operatori del carcere, polizia penitenziaria, educatori, psicologi, medici, personale amministrativo.

Una buona condizione di lavoro di questo personale, una loro cultura ispirata al recupero ed al reinserimento rende il carcere migliore, più vivibile.

Penso quindi sia giusto che il Garante si preoccupi anche dello stato dei rapporti tra questi operatori del carcere e gli stessi detenuti e i loro familiari.

D) Questi soggetti potranno rivolgersi direttamente al Garante segnalando le loro situazioni?

R) Come già detto, nessuno di essi sarà escluso, a nessuno sarà impedito l’accesso, a nessuno sarà negato l’ascolto.

Speriamo di essere in gradi di fare questo in modo aperto ed efficace.

D) Il Garante collabora strutturalmente con altre amministrazioni e organismi pubblici in genere o con organizzazioni non governative?

R) Lo spirito che sarà alla base dell’azione del Garante sarà quello della collaborazione con tutte le amministrazioni statali e locali, con ogni associazione pubblica, privata, con il volontariato laico e religioso. In un impegno così alto che attiene al rispetto della persona, dei suoi diritti fondamentali, della sua dignità, non possono, né devono avere diritti di cittadinanza, pregiudizi di ordine religioso, razziale, politico sociale.

D) Quali sono le priorità dell’Ufficio nei suoi primi mesi di vita?

Appena entrerò in funzione sarà mia cura, unitamente ai miei collaboratori, precisare un programma di attività futura, stabilirne le priorità, sottoporle al vaglio di chiunque voglia intervenire, farne la base dell’impegno che ci guiderà nel futuro in questa nuova avventura così stimolante, così impegnativa e degna di essere vissuta.


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