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Diritti

Il risarcimento del ritardo da volo

aeavv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOL'Unione europea è vista spesso come l'istituzione dei doveri, soprattutto in materia di conti, poco spesso come il difensore dei diritti. Ancora, ultimamente sembra essere il problema, con la sua burocrazia mastodontica, più che la soluzione. Accade però anche che l'Unione intervenga a difesa dei più deboli, e forse se ne parla poco: per me che di Insieme Consumatori sono il tesoriere questa è una notizia di tutto rilievo. Un profilo così pratico del diritto europeo si può riscontrare nella sentenza della Corte di Giustizia Ue del 23 ottobre 2012 per le cause riunite C-581/10 e C-629/10, che risarcisce il danno da ritardo del volo. Infatti, in base al regolamento CE 261/04, vi può essere risarcimento solo per il volo cancellato, mentre per quello in ritardo il passeggero avrà solo diritto ad un volo sostitutivo di quello cancellato. Si deve però definire cosa sia ritardo e cosa cancellazione, a pena di vanificare la tutela specifica del ritardo allargando a dismisura il concetto di ritardo. La prima questione posta alla Corte di Giustizia è stata allora se possa esservi una compensazione anche in alcuni casi di ritardo del volo. A tal proposito la Corte stabilisce che «i passeggeri di voli ritardati e quelli di voli cancellati devono essere considerati in situazioni paragonabili ai fini della compensazione pecuniaria» in quanto «tali passeggeri subiscono un disagio simile, ossia una perdita di tempo pari o superiore a tre ore rispetto alla programmazione originaria del loro volo». Altresì la Corte precisa che, siccome l'inconveniente avviene in prossimità del volo o durante lo stesso, in entrambi i casi i passeggeri siano impossibilitati trovare loro stessi una soluzione alternativa. Un ragionamento, questa, supportata dal terzo considerando del regolamento europeo in materia. La Corte così conclude che, salvo cause di forza maggiore, i passeggeri avranno diritto ad una compensazione anche quando il ritardo sia superiore alle tre ore. Le compagnie aeree hanno cercato di evitare comunque il risarcimento richiamando l'articolo 29 della Convenzione di Montreal, a cui ha aderito anche l'Unione europea. Tale articolo nella seconda frase esclude che i passeggeri possano chiedere una «riparazione a titolo punitivo, esemplare o comunque non risarcitorio». Sul punto però la Corte di Giustizia ha distinto quest'ultima dalla possibilità di forfettizzare il danno. In particolare la Corte ha ritenuto ammissibile «risarcire, in modo uniforme e immediato, i danni costituiti dai disagi dovuti ai ritardi nel trasporto aereo dei passeggeri, senza che questi ultimi debbano sopportare gli inconvenienti relativi all'esercizio di azioni di risarcimento per danni dinanzi agli organi giurisdizionali». Il risarcimento del danno nella forma forfettaria vista peraltro non esclude che i passeggeri, «qualora il medesimo ritardo causi loro anche danni individuali che diano diritto a indennizzo, possano comunque intentare le azioni dirette ad ottenere il risarcimento del danno su base individuale alle condizioni previste dalla Convenzione di Montreal». A tal proposito la Corte ha richiamato l'articolo 12 del Regolamento, il quale «lascia impregiudicati i diritti del passeggero ad un risarcimento supplementare». In ogni caso «il risarcimento concesso ai sensi del presente regolamento può essere detratto da detto risarcimento». La sentenza della Corte di Giustizia fa luce su alcune delicate questioni che riguardano il trasposto aereo, contemperando le esigenze di passeggeri e vettori con delle regole di assistenza adeguate e con un risarcimento proporzionato, ma soprattutto celere. Questo costituisce un vantaggio sia per le compagnie aeree, che non saranno chiamate a difendersi in innumerevoli e costose cause, sia i passeggeri, che manterranno la possibilità di chiedere ai vettori il risarcimento del maggior danno subito. Noi di Insieme Consumatori facciamo valere questi diritti!

Massimo Reboa


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Paga Porcellum paga

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOChi sbaglia paga; e se i cittadini hanno un "Porcellum" per legge elettorale, lo Stato li deve pagare. Insieme Consumatori ha promosso un'azione risarcitoria collettiva per il diritto di preferenza negato. "In claris non fitinterpretatio" è uno dei brocardi latini più conosciuti, anche tra i non giuristi. La sua forza va forse anche al di là del diritto e stabilisce una regola di vita, secondo la quale non dovremmo neanche discutere sulle questioni su cui siamo già tutti d'accordo, oppure sulle questioni all'evidenza pretestuose. Sarà stato allora difficile, per la Corte costituzionale, valutare la vecchia legge elettorale, il c.d. Porcellum, alla luce della Costituzione? Certamente no, se ricordiamo il testo della Carta fondamentale. Se ne potrebbe citare l'articolo 1, dove si parla di "repubblica democratica",o molti altri articoli dove il concetto di democrazia è previsto come diritto di "associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale",o il diritto di voto "personale ed eguale, libero e segreto", oltre che dovere civico, o il "suffragio universale e diretto" per l'elezione di Camera e Senato. La democrazia, intesa anche come diritto, era quindi un presupposto del lavoro dei nostri padri costituenti. Come si sia arrivati allora ad approvare una legge elettorale disprezzata perfino da chi l'ha redatta è un mistero, come è un mistero come questa non sia mai stata emendata nel corso degli anni: lasciamo tutte e due le questioni ben volentieri al giudizio degli storici. Quello che di sicuro è evidente oggi è che tale legge elettorale è stata dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale e che un diritto che era stato attribuito ai cittadini è stato violato per quasi dieci anni. Dunque, se volessimo dare concretezza alla Costituzione, potremmo cercare di far valere appieno il nostro diritto: l'art. 2043 c.c. prevede che "qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno."I cittadini italiani un danno, ancorché immateriale, l'hanno subito, ossia il diritto a vedere eletto un parlamento secondo regole democratiche. Ecco allora che questa testata, in tandem con l'associazione InSieme Consumatori, che ha anche creato per l'occasione il sito http://dovetepagare.blogspot.it, si sta facendo promotrice di un risarcimento danni dal colore quasi eroico, visti i valori in questione, ed ha raccolto già più di 300 firme per presentare un'azione giudiziaria nei fori di tutta Italia. L'avv. Romolo Reboa, partner dell'iniziativa, ha inoltre offerto una serata a base di porchetta per promuovere l'iniziativa, una sorta di contrappasso per la democrazia negata dal Porcellum. Infatti sempre la Costituzione, all'articolo 28, sancisce la responsabilità civile dello Stato per la violazione dei diritti. Già lo Stato prevede i danni conseguenti alla custodia cautelare illegittima, all'errore giudiziario, alla salute e all'ambiente: all'appello manca ancora il danno da violazione delle libertà democratiche, ma solo perché una legge elettorale come il Porcellum non ha precedenti nella storia repubblicana. Usando le norme per le tipologie di danno già risarcite come parametro, ne viene fuori che ogni cittadino avrebbe diritto anche a più di 10.000€ di risarcimento. L'obiettivo non è solo veder riconosciuto un danno che tutti noi cittadini italiani abbiamo subito, ma anche dare un chiaro monito per le prossime leggi elettorali, il monito che noi cittadini italiani non rimaniamo inerti e indifferenti quando vengono toccati i valori su cui è fondata la nostra nazione. La Costituzione italiana è la più bella del mondo, ed i cittadini italiani, con molta civiltà, potranno difenderla, a cominciare dalle aule giudiziarie. L'indirizzo per far valere questo nostro diritto è l'indirizzo di questo giornale!

Massimo Reboa


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Giustizia: firmato decreto su sicurezza e salute carceri

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl Ministro Andrea Orlando ha firmato il decreto ministeriale che regola le disposizioni in materia di sicurezza e salute dei luoghi di lavoro nell'ambito delle strutture di competenza amministrativa del ministero della Giustizia. L'intervento normativo a tutela dei lavoratori rientra nel quadro delle iniziative volte al miglioramento delle condizioni del sistema penitenziario e si inserisce nel quadro del sistema di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (Testo Unico 81/2008) e ne integra le disposizioni per adattarle alle peculiarità delle attività svolte nelle strutture giudiziarie e penitenziarie connotate da particolari esigenze di riservatezza e sicurezza. In particolare, sono individuate le misure strutturali e organizzative dirette a garantire la sicurezza nell'ambito dell'attività giudiziaria e penitenziaria con modalità compatibili con la normativa di sicurezza e salute applicabile agli altri luoghi di lavoro. Il regolamento prevede anche un servizio di vigilanza ispettiva sulla applicazione della normativa in materia di sicurezza e salute nei luoghi e nelle strutture di lavoro in cui hanno sede gli uffici del Ministero della Giustizia. Il Guardasigilli ha richiesto il concerto dei ministri del Lavoro, della Salute e della Pubblica Amministrazione.


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Diritti, rovesci, doveri

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOE' mio diritto. Quante volte sentiamo ripetere questa frase? E noi avvocati molto più degli altri, specialmente dai clienti che si sentono lesi nelle loro ragioni, aspettative, pretese. Negli atti civili, dopo avere enunciato il fatto, esponiamo le ragioni di diritto. Nel penale si chiede che venga applicato correttamente (ergo, a favore del nostro postulante). Possiamo risalire alle origini del diritto romano per vedere che, almeno questo schema, non è mutato: Da mihi factum, dabo tibi ius. Da quando si è imposto, appunto, lo Stato di diritto, la sfera delle situazioni giuridiche soggettive si è allargata, per non dire dilatata. Il loro riconoscimento e la loro tutela passano dal Codice di Napoleone che, all'articolo uno, ci dice che "Qualunque Italiano gode dei diritti civili." Traduzione forse non impeccabile ma efficace del francese Tout Français jouira des droits civils. Il contenuto dei diritti si è modificato per alcuni di essi, valga per tutti, come esempio, la proprietà che, definita come il diritto di godere e disporre di un bene nella maniera più assoluta, vede oggi i limiti previsti già nella costituzione. Ma, a fronte di alcune rivisitazioni, i concetti di base sono gli stessi, basati sul principio (ancora) dello Stato di Diritto, dove la salvaguardia delle libertà dell'uomo assume un valore dominante e predominante. Non vuole essere questo intervento, però, una lezione, o ripasso di concetti che, per un operatore del diritto (di nuovo!) si presumono acquisiti. Basta ricordare con le parole di Santoro Passarelli che, laddove al singolo venga riconosciuto un diretto potere per la realizzazione di un suo interesse, si può individuare un diritto soggettivo. Non dilunghiamoci ora a distinguere quelli relativi da quelli assoluti, i reali, i patrimoniali, i potestativi. Sono solo categorie accademiche. Quello che, onestamente, risalta è l'aumento esponenziale dei diritti. Non che ciò sia un male (anzi), ma l'elenco sembra si stia allargando a dismisura e, probabilmente, genera delle incertezze e difformità non solo nella applicazione nelle aule di giustizia (e meno male, altrimenti noi avvocati come potremmo vivere?), ma anche nella loro accezione concreta, ripercuotendosi su piani sociali e politici. Diritto alla casa, diritto allo studio, diritto al lavoro, diritto alla privacy, diritto alla salute, diritto all'ambiente, diritto all'acqua, diritto di sciopero, sono solo alcuni fra in più in voga oltre che sui testi universitari anche sulla stampa (che ne fornisce spesso un'interpretazione poco chiara) e nelle piazze, dove ci si riunisce per esercitare i diritti a manifestare il pensiero e a protestare, previo accertarsi del libero diritto di associazione, salvo poi non volere essere ripresi dalle telecamere per tutelare il proprio diritto alla privacy (che sarebbe più opportuno ricordare che nel nostro ordinamento è meglio e più correttamente definita tutela dei dati personali sensibili, ma di questo riparleremo. Vogliamo poi menzionare il diritto di recesso nei contratti e quello di accesso agli atti delle pubbliche amministrazioni? Oggi uno dei più insigni giuristi che abbiamo in Italia è andato oltre in un suo libro che, non a caso, ha intitolato Il diritto di avere diritti. Stefano Rodotà è sempre stato paladino in tal senso, oltre che attento osservatore della realtà, e oltre a quelli più noti, indica, tra gli altri, il diritto all'oblio che, chi scrive, ritiene debba essere tutelato completamente. Ma Rodotà parla anche di diritti dell'identità, del post mortem e, preso atto di come la realtà virtuale e la rete web stiano cambiando il mondo, di tutti gli aspetti connessi alle tecnologie. Ma che cosa deve intendersi come diritto? O meglio: quale è il concetto, e di conseguenza il limite, di ciascun diritto? Il diritto al lavoro viene interpretato come diritto "al posto di lavoro" e talvolta il diritto "a quel posto di lavoro". Così come il diritto allo studio è stato spesso visto come il diritto "al titolo di studio." E il diritto al cibo ha avuto dilatazioni abnormi nei casi delle cosiddette spese proletarie e quello alla casa nelle occupazioni di immobili vuoti. Ma siamo tutti pronti a censurare chi abusi del proprio diritto, specialmente se portatore di una divisa o titolare di un qualsiasi potere: da quello dell'impiegato o di un insegnante, fino ai genitori. Per non parlare del diritto alla privacy che, secondo non pochi, riguarda anche tutti gli aspetti della vita familiare, domestica, la targa dell'auto, quello che il vicino può vedere dal balcone e così via. E si sente parlare anche di diritto al parcheggio, inteso non come posto auto all'interno di un condominio, bensì ad uno spazio nei centri storici e vicino alla propria abitazione. E' il momento di fermarsi e ricordarsi per un attimo che, non solo a livello terminologico, a fronte di un diritto, posizione tutelata e di supremazia, vi deve essere anche una posizione di soggezione che permetta a quella prevalente di trovare il proprio riconoscimento e la relativa tutela. Davanti ad un diritto vi è un dovere. Banale, ma spesso dimenticato. E se alcuni doveri si sostanziano in un semplice permettere agli altri di godere del loro status tutelato, sono a loro volta numerosi i diritti che impongono un comportamento non meramente passivo da parte degli altri. Altri che sono non solo privati ma anche, spesso, lo Stato, passando dagli enti intermedi. Insomma l'altra faccia della medaglia o, se vogliamo, l'insieme di elementi che portano alla costruzione di un diritto. Ergo, una categoria non solo sacrosanta, ma essenziale in ogni società civile, è stata portata alle sue più estreme dilatazioni, dimenticandosi completamente di che cosa vi è di fronte al diritto e come per vedere il riconoscimento di una propria tutela sia necessaria la collaborazione di altri, a cominciare da se stessi. Non voglio certo agganciarmi a precetti quale il biblico "Non fare agli altri quello che non vorresti gli altri facessero a te," concetto che, peraltro, ritroviamo anche in Talete e, prima ancora, Pittaco, filoso di Mitilene, il quale enunciò un concetto che vorrei vedere applicato alle liti condominiali: "Non fare al tuo vicino quello che ti offenderebbe se fatto da lui". In sintesi non è certo un eufemismo affermare che, oggi, spesso, il diritto, viene interpretato come una assoluta pretesa, e come tale appunto, si pretende di tutelarla, rivolgendosi alla giustizia, talvolta a sproposito, ovvero si cerchi di farsela da soli. Non è intenzione fare moralismi, ma viene alla mente la frase fin troppo abusata di John Fitzgerald Kennedy "non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese", frase che, in Italia, specialmente in un momento politico come questo, delicato, peculiare e, si spera, irripetibile, possa essere riconsiderata e, magari, applicata . Rodotà parla del diritto di avere diritti. Siamo tutti d'accordo, ma forse è anche il momento di ricordarsi dei doveri.

Gianni Dell'Aiuto*

Avvocato del Foro di Roma


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Mantenimento dei minori

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOTra i doveri che ciascun genitore ha nei confronti della prole assume preminente rilievo quello al ''mantenimento''. Il concetto di mantenimento ha una portata molto ampia e si riferisce alla necessità di provvedere ''a una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario e sociale, nonché all'assistenza morale e materiale ed all'opportuna predisposizione di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione''. Tale obbligo, come tutti gli altri che caratterizzano la c.d. responsabilità genitoriale, trova il proprio fondamento nella procreazione stessa e non nella relazione tra i genitori. La conseguenza più chiara di tale considerazione è che se il matrimonio non si presenta quale fondamento della responsabilità genitoriale allora la stessa sussiste anche in presenza di prole "naturale" ed inoltre, cosa che in questa sede più interessa, il venir meno dell'affectio coniugalis o della convivenza more uxorio non riduce, né tanto meno elimina, la portata di tali obblighi. La potestà genitoriale stessa è qualificabile come diritto-dovere strumentale al corretto e costante adempimento degli obblighi verso i figli. Attraverso i provvedimenti di carattere economico, resi a favore dei figli, si vuole garantire la conservazione, per quanto possibile, delle abitudini e del precedente tenore di vita. Ciò che si vuole evitare al minore, invero, è lo stravolgimento della sua quotidianità a causa dell'improvviso sopravvenire della crisi tra i genitori. Fornire alla prole la certezza, nei limiti del realizzabile, di vivere ed attraversare serenamente la fase patologica in cui la propria famiglia incorre è l'obiettivo fondamentale che il legislatore, come qualsiasi altro operatore giuridico, deve porsi in via prioritaria. Questo discorso se è valido per ciò che concerne gli aspetti personali-morali dell'affidamento della prole lo è altrettanto per quelli più strettamente materiali-economici, ovvero per il mantenimento stesso. Giungere ad adottare la giusta soluzione richiede, ovviamente, un'attenta analisi delle peculiarità della fattispecie concreta portata innanzi all'autorità giudiziaria: ogni famiglia infatti è diversa tanto durante il sereno svolgimento della propria quotidianità quanto, e forse ancor di più, quando incontra difficoltà che la portano a sgretolarsi. Ponendo attenzione nello specifico a come la legge n. 54 del 2006 intervenga sull'art. 155 c.c. in merito al mantenimento della prole, infatti, risalta subito agli occhi la particolare rilevanza che si vuole garantire alle singole caratteristiche del caso concreto, soprattutto attraverso i cinque parametri elencati al comma IV° e destinati a realizzare al meglio il principio di proporzionalità nella partecipazione di ciascun genitore al mantenimento dei figli, come si prescrive nella famiglia unita ex art. 148 c.c., comma I°. Tanti dunque sono gli elementi che il giudice è chiamato a valutare per adottare la decisione opportuna anche perché, oltre a dover indicare l'entità del contributo posto a carico di ciascun genitore deve altresì determinare la modalità con cui tale dovere va adempiuto. (mantenimento diretto, ecc.). L'art. 155 c.c., comma IV°, si apre con il richiamo al reddito di ciascun genitore che la giurisprudenza prevalente ritiene implicitamente comprensivo del riferimento alla ''capacità di lavoro professionale e casalingo'' ex art. 148 c.c. Il riferimento al reddito, quindi, va inteso in senso ampio, ovvero come complessiva situazione economico reddituale delle parti le cui evoluzioni successive inoltre, in meglio o in peggio che siano, legittimano la proposizione di eventuali domande di revisione delle disposizioni precedentemente adottate. Il legislatore al comma VI° dell'art. 155 c.c. introduce il potere del giudice di disporre accertamenti da parte della polizia tributaria. Questi sono indubbiamente indirizzati a chiarire la situazione reddituale delle parti al fine di giungere effettivamente a garantire al minore il giusto contributo a carico di ciascun genitore. La giurisprudenza dominante è dell'orientamento che ''L'esercizio del potere di disporre indagini a mezzo della polizia tributaria sui redditi e sui beni dei genitori (...) ai fini del riconoscimento e della determinazione del contributo dovuto per il mantenimento dei figli, non costituisce infatti un dovere, imposto dalla semplice contestazione delle parti in ordine alle rispettive condizioni economiche, ma è rimesso alla discrezionalità del giudice di merito''. Chiaramente ogni documentazione, elemento e circostanza di qualsiasi genere merita di essere oggetto di attenzione da parte del giudice, al fine di ricostruire correttamente la situazione economico-reddituale delle parti. Per quanto riguarda i parametri fissati all'art. 155 c.c., comma IV°, quello indicato al numero 1 sembra assumere particolare rilievo proprio in considerazione del fatto che ciò che si vuole garantire al minore è la conservazione del precedente tenore di vita, come se la famiglia non avesse mai subito la crisi. Anche l'individuazione delle ''attuali esigenze'' dei figli rappresenta un parametro di fondamentale rilievo data nel tempo l'evoluzione delle stesse. I tribunali sono ormai da tempo dell'opinione costante ed univoca che le esigenze dei minori crescano con l'avanzare dell'età degli stessi, di tale circostanza non si richiede alcuna ''specifica dimostrazione'': la crescita legittima senza dubbio la presentazione di una domanda di revisione del mantenimento precedentemente disposto, la quale verrà accolta o rigettata sulla base, ovviamente, della nuova valutazione di tutti i parametri posti all'art. 155 c.c., comma IV°. Per quanto riguarda invece il ''tenore di vita goduto dal figlio'' durante la convivenza con i genitori è ovvio che tanti sono gli elementi che possono essere oggetto di valutazione finalizzati, appunto, a ricostruire correttamente lo stile di vita della famiglia fino al momento della disgregazione, così da consentire alla prole di mantenere le precedenti abitudini di vita senza vedersi stravolgere la propria quotidianità, cosa che rischierebbe di provocare grave pregiudizio alla sua crescita serena e corretta. Per quanto riguarda i parametri fissati ai punti n. 3 e 5 il legislatore sembra dare spazio agli altri modi con cui i genitori si occupano del soddisfacimento dei bisogni dei figli, ovvero modi più diretti e di diverso contenuto rispetto alla somministrazione periodica di denaro. Prendere in considerazione quanto tempo il minore trascorre con ciascun genitore e quantificare in termini economici i ''compiti domestici e di cura'' svolti dallo stesso significa dare rilievo alle medesime forme di contribuzione dei genitori al soddisfacimento dei bisogni giornalieri della prole che sono consuetudinarie ed addirittura ovvie nella famiglia unita. Il riferimento ulteriore alle ''risorse economiche di entrambi i genitori'' è indiscutibilmente necessario dato che ''il livello economico-sociale in cui si colloca la figura del genitore'' incide senza dubbio sulle valutazioni e decisioni del giudice, le stesse aspettative, esigenze e bisogni del minore si individuano anche in base alla richiamata posizione economica. La riforma del 2006 dà ampio spazio all'autonomia negoziale delle parti nell'organizzazione e gestione di ogni aspetto dell'affidamento della prole ma sempre ponendo quale fondamentale limite la salvaguardia del preminente ed esclusivo ''interesse morale e materiale della stessa''. L'importanza di lasciare spazio alla libertà negoziale dei genitori, seppur in modo ridotto e con meno spessore rispetto a quanto avviene quando nella crisi non è coinvolta la prole, permette di evidenziare nuovamente come il legislatore abbia voluto, per quanto possibile, garantire ai figli la conservazione di un ambiente sereno ed abitudinario, non stravolto quindi da continue ed aspre liti tra i genitori per la gestione dell'affidamento. La finalità resta sempre e comunque quella di permettere alla prole di crescere serenamente, senza subire sconvolgenti cambiamenti e rilevanti pregiudizi nella propria formazione a causa dell'interruzione della relazione sentimentale tra i propri genitori. Tale constatazione palesa, inoltre, la necessità di realizzare un'effettiva responsabilizzazione dei genitori chiamati sempre e comunque, in presenza o meno della crisi tra di loro, ad occuparsi con cura e devozione ai figli ed all'adempimento dei doveri genitoriali di cui sono onerati nei confronti degli stessi. Anche il tema dell'assegnazione della casa familiare è strettamente connesso a quello della tutela del minore al fine di garantirgli la prosecuzione delle precedenti abitudini di vita attraverso la conservazione del proprio originario habitat domestico. Quest'ultimo, infatti, non è solo il luogo materiale in cui si è fino ad allora svolta la vita della famiglia unita ma anche, o forse ancor di più, è il centro di affetti, di emozioni, di ricordi che fanno parte della quotidianità dei figli e devono accompagnarli nella loro crescita. L'assegnazione della casa familiare quindi, rientrando nell'ampia portata del dovere genitoriale di mantenimento della prole, è subordinata alla tutela della stessa e si presenta quale componente con cui il genitore non assegnatario, titolare esclusivo o contitolare dell'immobile, contribuisce al mantenimento dei figli collocati nell'abitazione con il genitore assegnatario dello stesso.

Matteo Santini*

Avvocato del Foro di Roma


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