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Diritti

Il tema della violenza sulle donne

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIntervista alla Presidente del "Forum Donne giuriste"

 

D: I temi della violenza contro le donne sono antichi e, nonostante l’impegno e le battaglie contro, portate avanti dal movimento delle donne, non sono ancora stati superati gli schemi culturali che alimentano questa forma di violenza. Una forma di sopraffazione fisica e psicologica che non esiste solo nel nostro Paese, ma anche e specie in altre culture; padri che ammazzano figlie, mariti le mogli, lapidazioni, infibulazione, pene corporali, vendita di figlie, etc. sono solo una parte dell’elenco di crudeltà e violenza che viene perpetrata contro il genere donna nel mondo; secondo Lei, e le spiegazioni fino ad oggi non danno una motivazione razionalmente accettabile, cosa spinge un genere contro l’altro?

R: Al rapporto con gli altri ci spinge la naturale ricerca di contatto e di aggregazione, nell’altro ci possono interessare sia le cose che uniscono che quelle che dividono, ci può attrarre chi la pensa come noi perché ci fa sentire capiti ed in sintonia con gli altri, ma anche chi la pensa diversamente perché ci incuriosisce e ci completa. La violenza di genere percorre la storia e in essa ha le sue radici. Non ci sono ragioni nè motivazioni emotivamente e razionalmente per me accettabili.

D: Può darci un suo parere che esuli dalle cose finora dette? Quale è lo starter di questi comportamenti?

R: La violenza di genere trova la sua origine nella perdita del potere sull’altro. Nella ricerca sul femicidio curata da Anna Pramstrahler e altre della Casa delle Donne di Bologna rapportando tutti dati, emerge con chiarezza che le donne piu’ esposte al rischio di violenza sono le donne più –emancipate- . In sostanza piu’ cresce l’autonomia, la consapevolezza e la libertà femminile, piu’ il partner pare soffrire della perdita di controllo sulla compagna, amante, fidanzata, e più estrema diventa la violenza. E’ sufficiente esaminare i messaggi lasciati da chi si toglie la vita dopo aver ucciso la compagna che ha deciso di separarsi: “o mia o di nessun altro” dove la gelosia e il possesso prevalgono su tutto.

D: E cosa spinge tante donne ad accettare stereotipi e comportamenti che le generazioni precedenti hanno combattuto con tanta passione?

R: Non mi pare che le donne accettino ora stereotipi e comportamenti combattuti in passato. Negli anni le donne hanno potuto accedere all’istruzione e al lavoro, questo le ha rese piu’ autonome e aperto spazi di libertà e di protagonismo femminile, un protagonismo che certamente si misura anche con gli stereotipi che la società ed i mass media propongono.

D: Oggi in Italia ci sono molti centri di accoglienza per donne maltrattate. Pensa che sia una risposta limitata? Che dovrebbe esserci più intervento dello stato? Più assistenza o più leggi? O solo un uso corretto della legge entrata da poco in vigore contro la violenza alle donne, considerata violenza alla persona?

R: Partirei con il contestualizzare la sua prima affermazione: è vero che in Italia in questi decenni sono sorti centri per donne maltrattate, ma la loro presenza, è di gran lunga inferiore ad altre realtà straniere e comunque, seppur crescente, è ancora del tutto insufficiente rispetto al bisogno, sia nel numero che nella dislocazione. I centri antiviolenza sono sorti e sono dislocati prevalentemente nel nord e nel centro del Paese, pochissimi al sud, essi vivono prevalentemente di volontariato e con convenzioni con enti locali che devono essere rinnovate periodicamente. La forza dei centri antiviolenza sta nella metodologia seguita che è quella della relazione tra donne. Le operatrici e le volontarie dei Centri antiviolenza accolgono la donna, l’ascoltano, l’accompagnano in un percorso di consapevolezza della propria situazione, offrono uno spazio in cui riflettere e riprogrammare la propria vita. L’intervento dello Stato dovrebbe rispettare questa metodologia, garantire e favorire la costituzione di centri antiviolenza ed il loro finanziamento, all’interno di un Piano Nazionale contro la violenza alle donne di cui l’Italia è ancora priva, inadempiente alle raccomandazioni Cedaw. La violenza contro le donne è un problema della società sicchè è tutta la società che deve farsene carico. La violenza contro le donne fonda le sue radici in costume, cultura, diritto solo apparentemente paritari ma che non tengono conto della differenza di genere e del sapere delle donne. L’intervento dello Stato, che si limiti a sporadiche misure legislative o repressive come avvenuto sino ad ora, è destinato a scarso successo. Per combattere la violenza di genere bisogna conoscerla, purtroppo in Italia l’unica ricerca a livello nazionale è quella svolta da Giuseppina Muratori per conto dell’Istat e riporta dati del 2006. Lo Stato dovrebbe quindi monitorare costantemente la situazione e capire perché le donne non denunciano le violenze subite. Per essere efficace l’intervento dello Stato deve coinvolgere tutte le agenzie del territorio: dalla scuola alla sanità, dalle forze dell’ordine alla magistratura, dal volontariato al mondo del lavoro, affinchè tutti siano in grado di –vedere- la violenza, essere capaci di prevenirla dando risposte adeguate sia alla vittima che al maltrattante.

D: Per concludere: a che punto è oggi la donna in Italia?

R: Ogni risposta a questa domanda rischia di essere superata un attimo dopo la risposta. Donne e uomini sono in movimento alla ricerca di un modo diverso di stare insieme.

Carmen Langellotto

 

 

  


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Diritti per tutti, detenuti compresi

La Regione ha compiuto un buon passo avanti per la difesa di alcune categorie deboli, come quelle dei bambini e dei detenuti.

La Regione ha compiuto un buon passo avanti per la difesa di alcune categorie deboli, come quelle dei bambini e dei detenuti.

La nostra attenzione è rivolta ora a questi ultimi, per la costituzione di un Garante dei Detenuti della Regione Lazio che fa onore all’intero Consiglio Regionale.

A presiederlo un uomo di garanzia, Angiolo Marroni, che su InGiustizia spiega le novità in materia.

D) Presidente, da chi è composto e come è organizzato l’Ufficio del Garante?

R) Dopo le modifiche alla legge istitutiva, modifiche apportate in sede di approvazione della legge sull’assestamento del bilancio, l’Ufficio del Garante non è più un organo collegiale, composto da un presidente e due vice, bensì è un organo monocratico.

Questo è accaduto per dargli più capacità di agire tempestivamente e più efficacemente nella sua attività. Le legge però così modificata prevede tuttavia la figura di due coadiuvatori che accompagnano l’azione del garante in tutta la sua futura attività. Questi due coadiuvatori, tuttavia devono ancora essere eletti dal Consiglio Regionale. Questo ritardo, in ogni caso, non è più ormai un ostacolo all’attività del Garante che potrà finalmente iniziare ad operare a partire dalla pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio di questo nuovo assetto istituzionale del garante.

L’organizzazione dell’ufficio è prevista dalla legge regionale e dalla determinazione dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale. Esso sarà dotato di personale dipendente della Regione, nonché di altro che potrà essere assunto con contratti a tempo determinato. Per singole questioni può anche avvalersi di esperti. Infine l’Ufficio sarà collocato in una sede autonoma a Roma, peraltro già individuata ed impegnata.

D) Quali sono le sue funzioni e suoi poteri?

R) La legge elenca i poteri e le funzioni del Garante. Esse sono molto ampie, molto estese. Ovviamente sono molto penetranti nei confronti delle competenze regionali e degli uffici che lo gestiscono. Mi riferisco alla sanità, alla formazione professionale, al lavoro, alla cultura, etc.

Inoltre il Garante può avviare studi, ricerche, iniziative per una promozione legislativa nuova, verso la Regione, il Parlamento, la Comunità Europea.

Altra cosa è il rapporto che il Garante deve instaurare con le autorità giudiziarie e con quelle del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Qui spero che ci sia una piena collaborazione reciproca, all’interno di una visione comune della funzione costituzionale della pena e quindi del carcere.

Penso a protocolli d’intesa, penso a rapporti che consentano da subito al Garante ed ai suoi collaboratori di operare all’interno delle carceri del Lazio, così come oggi è consentito ai consiglieri regionali.

Sarebbe assurdo che il Garante, eletto all’unanimità dal Consiglio Regionale, a scrutinio segreto, espressione dell’intera comunità regionale venisse contrastato nella sua attività istituzionale e fosse dotato di minimi poteri rispetto a quelli che il singolo consigliere regionale già detiene.

Comunque su tutto ciò la mia esperienza di «volontario » del carcere mi rende ottimista perché immagino che nessun possa vedere nel garante una specie di invasore di campo, un disturbatore di quiete.

D) Quali sono le categorie di persone che potranno beneficiare della sua azione?

R) Prima di tutto i detenuti del Lazio, anche i minori, donne e uomini, in qualunque regime detentivo essi si trovino. Ovviamente quando si parla di detenuti, non si possono ignorare le loro famiglie, i loro cari, tutti quelli che possono o vogliono segnalare situazioni di disagio, esigenze individuali collettive.

Penso però che il Garante non debba trascurare, né ignorare, anche le esigenze, i problemi di tutti gli operatori del carcere, polizia penitenziaria, educatori, psicologi, medici, personale amministrativo.

Una buona condizione di lavoro di questo personale, una loro cultura ispirata al recupero ed al reinserimento rende il carcere migliore, più vivibile.

Penso quindi sia giusto che il Garante si preoccupi anche dello stato dei rapporti tra questi operatori del carcere e gli stessi detenuti e i loro familiari.

D) Questi soggetti potranno rivolgersi direttamente al Garante segnalando le loro situazioni?

R) Come già detto, nessuno di essi sarà escluso, a nessuno sarà impedito l’accesso, a nessuno sarà negato l’ascolto.

Speriamo di essere in gradi di fare questo in modo aperto ed efficace.

D) Il Garante collabora strutturalmente con altre amministrazioni e organismi pubblici in genere o con organizzazioni non governative?

R) Lo spirito che sarà alla base dell’azione del Garante sarà quello della collaborazione con tutte le amministrazioni statali e locali, con ogni associazione pubblica, privata, con il volontariato laico e religioso. In un impegno così alto che attiene al rispetto della persona, dei suoi diritti fondamentali, della sua dignità, non possono, né devono avere diritti di cittadinanza, pregiudizi di ordine religioso, razziale, politico sociale.

D) Quali sono le priorità dell’Ufficio nei suoi primi mesi di vita?

Appena entrerò in funzione sarà mia cura, unitamente ai miei collaboratori, precisare un programma di attività futura, stabilirne le priorità, sottoporle al vaglio di chiunque voglia intervenire, farne la base dell’impegno che ci guiderà nel futuro in questa nuova avventura così stimolante, così impegnativa e degna di essere vissuta.


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Non solo carcere

Gli operatori delle strutture penitenziarie ed i detenuti sono attivi su molti fronti.

 

Il carcere non è solo il triste luogo immaginato da molti. Sia gli operatori delle strutture, soprattutto la polizia penitenziaria, che i detenuti stessi, svolgono molte attività.

DAP - Polizia penitenziaria

La Polizia penitenziaria, e in genere il Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, è operativa anche di al di là delle tradizionali funzioni ufficiali. In tempi recenti, per quanto riguarda ad esempio la formazione interna ed esterna, si può citare il caso del Te.M.In.Cri, il master universitario di II livello su “Teorie e metodi nell’investigazione criminale”, organizzato dall’Università di Roma La Sapienza (Facoltà di Scienze della Comunicazione, Dipartimento di Sociologia e Comunicazione, Cattedra di Criminologia), in collaborazione col DAP e la Polizia di Stato (Servizio Centrale Polizia Scientifica, Unità Analisi Crimine Violento). Nel settore dello sport la PP è riuscita ad inviare ben 9 atleti ad Atene per le recenti Olimpiadi, e con ottimi risultati.

Detenuti

Molti detenuti hanno svolto o stanno svolgendo attività lavorative, culturali o sociali nell’ambito delle strutture penitenziarie.

Ha avuto un grande riscontro l’iniziativa “Telelavoro Info12 a San Vittore”, cioè la realizzazione di un centro per l’assistenza clienti per il quale lavorano i detenuti del carcere. Un altro esempio è quello dell’iniziativa di Ferragosto a Verbania, dove i detenuti hanno affiancato le guardie del Corpo Forestale in alcune operazioni a difesa dell’ambiente. Ancor più le note le numerose iniziative a scopo culturale-artistico, soprattutto nel settore del teatro, che hanno avuto anche risonanza sulla stampa.


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Detenuti: corrispondenza più libera

Il Senato ha recentemente approvato il Disegno di Legge di iniziativa governativa 2466 che prevede nuove disposizioni in materia di visto sulla corrispondenza dei detenuti.

 

Il Senato ha recentemente approvato il Disegno di Legge di iniziativa governativa 2466 che prevede nuove disposizioni in materia di visto sulla corrispondenza dei detenuti.

Il DL deve passare ora alla Camera per l’ultima approvazione.

Si prevede l’inserimento nella legge 354 del 26 luglio 1975 di un articolo 18-ter, il cuore della legge, secondo il quale per esigenze attinenti le indagini o investigative o di prevenzione dei reati, ovvero per ragioni di sicurezza o di ordine dell’istituto, possono essere disposti, nei confronti dei singoli detenuti o internati, per un periodo non superiore a sei mesi (prorogabile per periodi non superiori a tre) una serie di provvedimenti: le limitazioni nella corrispondenza epistolare e telegrafica e nella ricezione della stampa; la sottoposizione della corrispondenza a visto di controllo; il controllo del contenuto delle buste che racchiudono la corrispondenza, senza lettura della medesima (in questo caso l’apertura delle buste che racchiudono la corrispondenza avviene alla presenza del detenuto o dell’internato).

Questo disposizioni non si applicano qualora la corrispondenza epistolare o telegrafica sia indirizzata ai soggetti indicati nel comma 5 dell’articolo 103 del codice di procedura penale (difensori, consulenti tecnici e loro ausiliari), all’autorità giudiziaria, alle autorità indicate nell’articolo 35 della presente legge, ai membri del Parlamento, alle Rappresentanze diplomatiche o consolari dello Stato di cui gli interessati sono cittadini ed agli organismi internazionali amministrativi o giudiziari preposti alla tutela dei diritti dell’uomo di cui l’Italia fa parte.

I provvedimenti vengono adottati dal magistrato di sorveglianza con decreto motivato, su richiesta del pubblico ministero o su proposta del direttore dell’istituto, nei confronti dei condannati, degli internati e degli imputati dopo la pronuncia della sentenza di primo grado. Invece, nei confronti degli imputati, fino alla pronuncia della sentenza di primo grado, i provvedimenti vengono adottati dal giudice indicato nell’articolo 279 del codice di procedura penale; se procede un giudice collegiale, il provvedimento è adottato dal presidente del tribunale o della corte di assise.

L’autorità giudiziaria, nel disporre la sottoposizione della corrispondenza a visto di controllo, se non ritiene di provvedere direttamente, può delegare il controllo al direttore o ad un appartenente all’amministrazione penitenziaria designato dallo stesso direttore.

Qualora, in seguito al visto di controllo, l’autorità giudiziaria ritenga che la corrispondenza o la stampa non debba essere consegnata o inoltrata al destinatario, dispone che la stessa sia trattenuta e il detenuto e l’internato vengono immediatamente informati.

Contro i provvedimenti previsti può essere proposto reclamo al tribunale di sorveglianza, se il provvedimento è emesso dal magistrato di sorveglianza, ovvero, negli altri casi, al tribunale nel cui circondario ha sede il giudice che ha emesso il provvedimento.

Del collegio non può fare parte il giudice che ha emesso il provvedimento.

Le disposizioni del nuovo articolo 18-ter si applicano anche ai provvedimenti in corso di esecuzione alla data di entrata in vigore della medesima legge.


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Vittime della strada, più tutela

Il recente Disegno di Legge presentato dall’onorevole Mugnai può aggiornare la normativa nazionale e rafforzare gli strumenti a tutela dei diritti delle vittime degli incidenti stradali.

 

 

L’evoluzione del diritto positivo, la richiesta di una sua interpretazione più attinente al comune sentire, la giurisprudenza più attenta a redimere contrasti costituzionali e ad allargare la tutela giuridica delle vittime della strada portano a ritenere necessaria la modifica di alcune norme del codice civile e l’inserimento di altre innovative.

Tale convenzione risulta rafforzata anche dall’effetto delle direttive europee e delle sentenze della Corte di Giustizia della Comunità, che hanno precipuamente stabilito l’obbligo per gli stati aderenti all’Unione di dotarsi di normative diverse dalle attuali.

In ambito comunitario, dopo una fase iniziale contraddistinta da misure sporadiche ed occasionali, sono state adottate numerose ed importanti direttive che si sono concentrate soprattutto su aspetti specifici di volta in volta apparsi meritevoli di una disciplina comune, segnatamente per quanto concerne il diritto dei contratti e della responsabilità civile.

Da tali considerazioni e riferimenti emerge con chiarezza la necessità di adeguare la nostra normativa vigente modificando alcune norme che si pongono in contrasto con le direttive europee prima richiamate.

Il disegno di legge S 2047, presentato il 28 febbraio al Senato dall’onorevole Franco Mugnai, è diretto proprio ad aggiornare il codice civile ed il codice di procedura civile. Una breve analisi dell’articolato consente di coglierne i punti di forza.

L’articolo 1 intende dare tutela e certezza del diritto alle vittime della strada evitando differenze di trattamento e risolvere il problema (anche di costituzionalità) dell’attuale interpretazione dell’articolo 2059, che non prevede la risarcibilità del danno morale in alcune situazioni.

L’articolo 2 potrebbe porre rimedio alla situazione attuale per cui il diritto al risarcimento del danno è ora legato ad un’incomprensibile sperequazione del termine prescrizionale a seconda se il danno venga causato da un fatto illecito generico o dalla circolazione di veicoli.

Il terzo articolo del DDL S2047 è stato inserito per evitare la presentazione di querele al solo fine di allungare il termine prescrizionale applicabile all’azione civile.

Il quarto articolo prevede termini di prescrizione adeguatamente lunghi per i diritti derivanti da polizze infortuni o malattie.

Infine, gli articoli 5 e 6 consistono in una serie di innovazioni che, risolvendo alcuni problemi tecnici, consentirebbero un miglioramento della macchina giudiziaria e quindi una maggiore tutela per i cittadini.

Si tratta dunque di una normativa il cui fine è risolvere in maniera precisa i problemi attuali senza produrre nuovi oneri o carichi di lavoro per gli operatori del diritto.

Settimio Catalisano* Avvocato del Foro di Roma


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