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Diritti

Istituzione dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl Senato in data 22 giugno ha approvato in via definitiva la legge istitutiva dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza che finalmente pone il nostro Paese in una situazione di parità con gli altri Stati europei che da tempo avevano istituito questa figura di garanzia, di preminente e centrale importanza nella promozione e tutela dei diritti delle persone in età evolutiva. L’approvazione della legge è tanto più significativa in quanto nasce dalla sinergia trasversale di forze politiche di maggioranza e di opposizione, con l’appoggio e la collaborazione attiva di significative istanze della società civile, inaugurando, si spera, uno stile di collaborazione almeno nelle aree famiglia e minori che debbono costituire terreno fertile di incontro di diversi approcci per dotare il Paese degli strumenti  legislativi di cui necessita con urgenza. Non ci si può esimere dal rilevare che invece di segno opposto sono gli eventi che segnano il percorso della pure auspicata riforma sulla filiazione, che ad oggi vede il disegno di legge delega del governo, benemerito ma significativamente migliorabile, blindato e tetragono ad ogni tentativo di pur opportuno emendamento.

http://www.cameraminorile.com/


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Monumento in memoria di Francesco Cecchin

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl Comitato "Giardino Francesco Cecchin" con un comunicato stampa risponde alle perplessità sollevate dal PD capitolino e dall'Anpi ccirca la costruzione di un monumento in Piazza Vescovio, in memoria del giovane Francesco Cecchin, giovane di destra morto il 16 giugno del 1979 nel quartiere Trieste in circostanze mai del tutto chiarite, vittima degli anni di piombo.

 

"Dall’articolo apparso in data 20 maggio u.s. sul quotidiano Repubblica.it, apprendiamo con stupore ed amarezza che il PD capitolino e l’Anpi, sezione Musu-Regard riterrebbero “inopportuna” la deposizione di una stele in memoria del giovane Francesco Cecchin, morto il 16 giugno 1979 in seguito alle lesioni riportate nel corso di un’aggressione politica consumatasi in uno dei periodi più bui della nostra Repubblica ed i cui autori, come in tanti altri casi, non sono mai stati ufficialmente identificati.

L’articolo prende spunto ed informazioni da un gruppo aperto creato nel mese di giugno 2009 sul social network Facebook, a cui sin da subito hanno aderito oltre 1.400 cittadini romani e non, oggi oltre 1.500, nella condivisione del ricordo di un barbaro omicidio e nel desiderio di vedere confermata dalle istituzioni la volontà di proseguire nella ricerca di una verità sino ad oggi ancora negata alla famiglia, agli amici, alla società tutta.

Le naturali perplessità che sorgono in chi quella Piazza la vive da 40 anni, nel leggere di “preoccupate reazioni” di non meglio identificati soggetti, crollano a fronte di un ricordo che da 31 anni, generazione dopo generazione, ha portato e porta ancora oggi pacificamente e civilmente in quella piazza  migliaia di ragazzi, giovani ed adulti, semplici cittadini, ogni 16 giugno. Questa presenza forte ed incredibile, commossa e popolare, ha da sempre evidentemente pesato su chi non sa cambiare se non nelle parole e prosegue con lo stesso linguaggio stereotipato ad invocare patenti democratiche ormai superate dalla storia.

In nome di tale volontà nel mese di luglio 2009 è stato costituito un Comitato per l’intitolazione del Giardino di Piazza Vescovio, teatro dell’omicidio, a Francesco Cecchin e, in una comunicazione ufficiale, peraltro presente sin dall’inizio sul Gruppo, è stato richiesto al Sindaco di Roma di voler dare un segnale tangibile in tale direzione ai parenti, ai tanti amici di Francesco, ai cittadini di un intero quartiere e della Città che ancora ha la piena e radicata memoria di quanto accadde, inserendo un manufatto che ricordasse la tragica fine all’interno di un assai più ampio progetto di riqualificazione urbana di portata ben più ampia della sola Piazza, previsto da Roma Capitale e dalle Istituzioni del Municipio II.

Dall’articolo sembrerebbe che l’intera operazione sia stata fatta nel più totale silenzio, mentre basta aprire la pagina del gruppo di FB, addirittura nella descrizione del gruppo stesso, per rendersi conto che di tale operazione si parla apertamente e sin da subito, nella più assoluta chiarezza e trasparenza, a partire proprio dalla richiesta formale consegnata al Sindaco.

Come rappresentanti del Comitato, nello stigmatizzare posizioni che a pochi giorni dalla 32 commemorazione di Francesco Cecchin appaiono ai nostri occhi strumentali e contrarie a qualunque percorso di possibile condivisione della memoria, sottolineiamo che proprio a fronte di anni di forti richieste da parte dei cittadini del Municipio e della Città le Istituzioni capitoline hanno finalmente dato una risposta concreta, che tale risposta viene da noi intesa come un segnale di volontà nella direzione della ricerca di una verità senza la quale nessuna condivisione sarà mai possibile e che, infine, l’unica “inopportunità” da noi ravvisata, ammesso che ve ne sia una, è che ci siano voluti ben 32 anni per giungere a questo piccolo, ma significativo, risultato a fronte della forte richiesta da parte dei Cittadini romani romana e non.

La stele in ricordo di Francesco Cecchin è un simbolo condiviso con la gente della Piazza, con i suoi abitanti, con i commercianti, con il quartiere. Non vi è alcuna divisione, non si esprime con essa alcun estremismo ma solo il forte sentimento che esalta il significato della vita umana ed il suo immenso valore. Il resto è inutile e pericolosa retorica di parte".

A nome del Comitato “Giardino Francesco Cecchin”.


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Lo squilibrio delle Istituzioni

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOSocietà civile dell’oggi?

 

La specie umana, nella ovvia insostituibile antropologia dello stare insieme, nella progressione storica per star meglio, si scompensa e produce  una cultura che intacca la qualità della vita migliore   che dovrebbe produrre e che  invece nel concreto ovvia. Infatti i ritardi socioculturali dell’umanità, nella somma delle complessità socio economiche non risolte nella accelerazioni dei tempi mercificati e tecnologici , pervadono ed inquinano le   dinamiche  e le strutture della società e l’insofferenza alla socialità emerge a tal punto da alimentare  lo scontro visibile anche nelle  stesse forme delle istituzioni. Queste, nelle quotidiane vicende che svolgiamo, sono il territorio in cui si sono radicalizzati e  radicalizzano  confronti sociali, nella insofferenza del loro antagonismo. Queste, sono insufficienti a essere base e fonte di quell’equilibrio di confronto secondo un dialogo riconoscibile e quindi riconosciuto, nella storicistica insufficienza  di corrispondere alle motivazioni che le sostanziarono nella verità fattuale del loro  tempo. In queste contraddizioni, che la società vive nella sua pienezza, l’organizzazione della polis  esprime quel diritto al cambiamento  che può ottenersi solo con una piena innovazione della “forma mentis” in cui ogni cittadino,nessuno escluso,può ritrovarsi legittimato. In Italia lo scoordinamento dei rapporti tra le funzioni della società civile, pur in una democrazia di facciata matura, produce questo conflitto attuale che morde i fianchi alla stessa Costituzione. Questa è l’istituzione cardine e di certezza nella quale possono ruotare con spazio di legittimità, nell’alternarsi di governi necessari, le aggregazioni politiche partitiche omologate, dalla e nella  temporalità del loro riconoscimento, nelle elezioni. Per questo sono necessari però nuovi paradigmi per tutte le conseguenze che,punto per punto,giorno dopo giorno dovranno verificarsi. Ovviamente. Il corpo dell’umanità è pilotata nel mare delle indifferenze mediatiche ed informatiche, le scialuppe di salvataggio  sono state acquistate dalla finanza mondiale e la crisi dei sistemi scompensa, in ogni luogo, i ritmi di un buon cabotaggio nelle tempeste della storia presenti e all’orizzonte. Quante bilance della Giustizia, sentenze di rispetto dell’uomo sociale, divengono, anche nei luoghi deputati, stadere, dove il peso è denaro che consuma nel piatto risorse ed energie per capitalizzare l’ignoranza delle differenze a proprio vantaggio? La vertigine del potere  rende immobili nelle superfetazioni degli egoismi, massimi in un quadro dove  l’alterazione della realtà (attraverso i mezzi che la scienza ha prodotto e produce in una straordinaria  raffinata asettica  progressione  di trasformazioni) permette, a chi entra sprovveduto in questa polis schizofrenica (e sono le nuove generazioni), solo un’ansia  di verità, se non è guidato per quel sentiero del sapere (armonia della vita) che non si perde in se stesso. Pesante il respiro in un paesaggio in cui la prima immagine è un mondo inquinato che vive  nei teoremi della sua supponenza. Qui il confronto tra la Politica e la Giustizia (forme e funzioni  della polis) dimentica che le bilancine dei  rapporti sono guidati, nel maggior peso che una vuole avere su l’altra, nella incapacità dei cambiamenti che dovrebbero essere misura e misurazione di un reciproco rispetto della realtà politica sociale. Le opportune distanze e competenze hanno, è ovvio(!), una necessaria, continua, verifica realizzata nel contesto di una partecipata forma di democrazia che i cittadini formano eleggendo il quadro sociale che li motiva. Nel fermento dei cambiamenti necessari: la Politica e la Giustizia sono imprigionate nelle forme mentis degli operatori che navigano nei loro rispettivi mari. Proprio là  dove riemerge  evidente, vestita della sua assolutezza, la morale come etica ecologica per il rispetto degli equilibri che non possiamo sconfessare. Questi sono nelle radici del vivere comune dell’uomo. In questa socialità complessa, dove, ai margini, si ipotizzano realtà prossime future di intelligenze artificiali, il computer già travalica, acquisendole nelle  singolarità di immagini mediatiche virtuali , necessità costruttive ed operative di una società in trasformazione. In questo siderale vuoto di reale informazione dell’oggi  quale futuro potremo dare alle nuove generazioni? Quello che solo (all’orizzonte è Hiroscima) con un rigore ecologico potrà controllare le variazioni della realtà prodotta dalla Intelligenza Artificiale. La dignità umana nella pienezza del dare ed avere è la regola, nell’ordine del mondo. Oggi riconosciuto in ogni caratura di rispetto nelle indagini di lavoro degli scienziati. Attraverso questa verità,  da oggi per l’oggi,nel passaggio alla terza repubblica in Italia, possiamo indicare, quali possibili geometrie dovrebbero articolarsi e dinamizzarsi efficacemente tra la Politica e la Giustizia. Sul ring infatti, anche in Italia, la società è all’angolo, e la democrazia, (il popolo tutto) è  imbizzarrita per i colpi ricevuti dal confronto, giuridicamente, culturalmente ed eticamente   anomalo, tra magistrati e politici. Allora nell’articolazione dei rapporti tra la Politica e la Giustizia, in un quadro costituzionale corretto, il Magistrato dovrà essere  ricostituito responsabile dei valori nella funzione che deve esprimere  e per questo reso  responsabile, in proprio e direttamente degli “errori”che compie. Naturalmente col filtro delle garanzie dovute e, per questo, il Consiglio Superiore della Magistratura dovrà essere efficiente e riformato. La riforma del C.S.M., con la partecipazione di una buona quota di giudici direttamente eletti dai cittadini, da liste verificate per capacità e doti onorevoli dei candidati, può ridare, pur con l’autonomia dovuta alla  struttura,un  quadro manifesto di piena responsabilità. I canoni dell’interpretazione del lavoro dei magistrati  è così riportato infatti al vaglio di un giudizio esterno di controllo, oltre l’auto giustificazione che è sempre in agguato, oltre il servizio, in ogni nicchia di potere. Naturalmente dovrà realizzarsi la separazione delle carriere,così il Magistrato sarà inquirente nella sua funzione distaccata dal  Giudicante. Il Giudicante  infatti deve essere terzo, nel confronto riconosciuto, reale e dovuto, oggi necessario, con le parti. Naturalmente l’Avvocato è fuori ed è pure dentro il quadro del confronto per riportare dignità a quel principio che lo motiva nella Giustizia : la difesa del più debole, comunque. La Giustizia ha così,  nell’avvocato di nuovo ritrovato nella sua funzione, il  sostegno della libertà creativa che la modella nel percorso della storia per quell’equilibrio  che il presente virtuale sta perdendo. Il Politico è riconosciuto tale (ora poi da individuare e da eleggere con nuove modalità - che esprimono quel certo qual ordine della  democrazia) dai cittadini  per il suo lavoro di servizio per la società, nella funzione e nella qualità,anche quando “governa”. Per questo può essere sottoposto a verifica, anche  preliminare, e questo  anche per la maggior libertà che l’informazione, può dare  per la dialettica propria della polis, più trasparente. Naturalmente,nel maggior mare magnum in cui  veleggia, devono esserci le garanzie delle difese costituzionali che gli competono ,gradate come scudo della democrazia stessa. Un nuovo modo di vivere potrà avere luce, nell’ impegno dei politici e dei magistrati richiamati all’ “ordine”, per la funzione che svolgono. dove l’ “obbligatorietà della responsabilità” viene dal rispetto (ecco la ragione epistemologica) delle nuove regole che stiamo scrivendo, comprese, accettate e non rifiutate. Regole quadro che hanno evidentemente bisogno del contributo di chi è maestro, nei settori, nello svolgimento del filo d’Arianna che ci tiene insieme nel divenire della Polis.    L’onda più lunga della storia porta, all’oggi,  confronti che verifichiamo e consumiamo per  le nuove forme di aggregazioni che sono, già dal presente necessarie, per quel nuovo mondo migliore  che dovremo lasciare alla future generazioni.

Giovanni Lombardi*

Avvocato del Foro di Roma


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Tutela giudiziaria per i disabili discriminati

Stefania De Luca consigliere Pari Opportunita'della Regione Lazio:"Un passo in avanti e uno strumento legislativo per assistere le fasce deboli".

 

Nei primi giorni di marzo è stata promulgata la legge numero 67 del 2006 sulle misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazione.

“Questa legge - spiega Stefania De Luca, consigliere alle Pari Opportunità della Regione Lazio - rappresenta un ulteriore strumento legislativo per assistere i 'discriminati', le fasce deboli dei cittadini”.

La legge è il prodotto di ricerca e controllo svolta dalle istituzioni europee e da quelle nazionali, ma soprattutto delle Regioni che raccolgono ogni giorno denunce di discriminazione da parte dei cittadini.

“La non osservanza della legge 104, la difficoltà alla mobilità, le discriminazioni sessuali - continua De Luca - sono solo alcune delle numerose segnalazioni che arrivano presso gli Uffici regionali preposti. E come è vero che la semplificazione delle procedure legali in questo ambito, grazie anche alla prova presuntiva, rappresenta un riconoscimento importante alla tutela di tutti, è altrettanto vero che sarà importante cercare di attivare strumenti alternativi che potrebbero essere utilizzati in una fase preventiva. Mi riferisco in particolare al coordinamento che deve esserci con le associazioni e gli enti individuati con decreto del Ministro per le pari opportunità che, così come indicato nell'articolo 4, sono tra l'altro legittimati ad agire in delega o per conto del soggetto nali preposti. E come è vero che la semplificazione delle procedure legali in questo ambito, grazie anche alla prova presuntiva, rappresenta un riconoscimento importante alla tutela di tutti, è altrettanto vero che sarà importante cercare di attivare strumenti alternativi che potrebbero essere utilizzati in una fase preventiva. Mi riferisco in particolare al coordinamento che deve esserci con le associazioni e gli enti individuati con decreto del Ministro per le pari opportunità che, così come indicato nell'articolo 4, sono tra l'altro legittimati ad agire in delega o per conto del soggetto distinguendo tra 'diretta' e 'indiretta', e quello di molestia.

L'articolo successivo, suddiviso in quattro commi, è incentrato sulla tutela giurisdizionale e ordina al comma 3 non solo la cessazione del comportamento, della condotta o dell'atto discriminatorio, ma adotta ogni provvedimento idoneo a rimuovere gli effetti della discriminazione.

Le forme di tutela previste sono estese anche agli stranieri: “l'Italia sta diventando un paese multietnico e succede sempre più spesso nel corso della nostra attività - spiega la consigliere De Luca - di imbatterci in donne straniere in difficoltà perché abbandonate dal proprio compagno o perché non riescono ad accedere nel mondo del lavoro, soprattutto nelle fasce più basse”.

Solo in Italia il 15 per cento delle famiglie è direttamente coinvolto nel fenomeno e il Lazio rappresenta una delle regioni dove sono più presenti le distinguendo tra 'diretta' e 'indiretta', e quello di molestia.

L'articolo successivo, suddiviso in quattro commi, è incentrato sulla tutela giurisdizionale e ordina al comma 3 non solo la cessazione del comportamento, della condotta o dell'atto discriminatorio, ma adotta ogni provvedimento idoneo a rimuovere gli effetti della discriminazione.

Le forme di tutela previste sono estese anche agli stranieri: “l'Italia sta diventando un paese multietnico e succede sempre più spesso nel corso della nostra attività - spiega la consigliere De Luca - di imbatterci in donne straniere in difficoltà perché abbandonate dal proprio compagno o perché non riescono ad accedere nel mondo del lavoro, soprattutto nelle fasce più basse”.

Solo in Italia il 15 per cento delle famiglie è direttamente coinvolto nel fenomeno e il Lazio rappresenta una delle regioni dove sono più presenti le diverse forme di disabilità.

Il tasso di occupazione dei disabili a livello nazionale è ancora piuttosto basso: si parla di un 21%, meno della metà di quello rilevato tra i non disabili. Occorre però considerare che tra i disabili in età lavorativa circa il 27% è del tutto inabile al lavoro. Le donne disabili sono notevolmente svantaggiate rispetto agli uomini: le prime hanno un tasso di occupazione dell'11% e i secondi del 29%; tale svantaggio esiste anche tra i non disabili, sebbene l'entità delle differenze tra maschi e femmine non sia così elevata.

 

Maria Serra

 

 

 

 

 

 


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Chi ha detto che la giustizia in Italia è lenta?

Dopo meno di tre mesi, l’operaio Dal Bosco è stato condannato a quattro mesi di reclusione. Ci risiamo, Berlusconi ha di nuovo corrotto i giudici oppure no?

 

Notizia degli ultimi giorni è la condanna dell’operaio che ha lanciato il treppiedi contro il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Il fatto è accaduto alla fine di dicembre 2004, mentre la sentenza si è avuta nel mese di marzo circa. In meno di tre mesi la magistratura ha accertato i fatti e giudicato il reo. Quando ho appreso la notizia dai giornali la prima cosa che ho pensato è stata: «Ci risiamo, Berlusconi ha di nuovo corrotto i giudici, ancora una volta l’illiceità ha prevalso sulla giustizia ».

Come è stato possibile che in tre mesi si sono svolte le indagini e si è arrivati ad una sentenza di condanna? Forse in tutta la storia della Repubblica non è mai accaduto che un procedimento penale si definisse in così breve tempo. Eppure Berlusconi ha ottenuto giustizia in meno di tre mesi.

Subito mi rendo conto che ciò che ho pensato è privo di fondamento e nello stesso tempo assurdo. Berlusconi, con tutti i problemi che deve affrontare, figuriamoci se si mette a corrompere i Giudici per avere una sentenza in tempi brevissimi. La mia congettura è stata sicuramente frutto della mia fantasia e della “propaganda comunista” che vuole vedere Berlusconi alla gogna. Eppure c’è qualcosa che non quadra, almeno agli occhi di chi scrive e di chi frequenta i Tribunali nell’esercizio del proprio ministero.

Di chi si reca nelle segreterie dei P.M. e si sente dire: «Il P.M. non riceve per appuntamento, può parlare con Lui solo quando viene in Tribunale», oppure «Il Tribunale è sommerso dalle carte non conti di avere una risposta in tempi brevi»; o ancora «Avvocato che cosa pensa, che qui nascondiamo le carte?».

Potrei continuare all’infinito, ma per il momento mi fermo qui. I giorni passano e la domanda è sempre la stessa: «perché Berlusconi ha ottenuto giustizia in tempi brevissimi e io non riesco ad ottenere giustizia in così breve tempo?». Forse perché gli avvocati del Primo Ministro sono degli ottimi giuristi e io no. Forse anche io faccio parte di quella schiera di avvocati disoccupati che cercano di sopravvivere con “praticucce” ed espedienti. Passato il momento di sconforto, riprendo fiducia in me stesso e nelle mie capacità e tutto mi è più chiaro: la verità è che non siamo tutti uguali di fronte alla legge o meglio non siamo tutti uguali di fronte a chi applica il diritto, Berlusconi è il Presidente del Consiglio dei Ministri e io sono un avvocato tra tanti.

Eppure la colpa non è del sistema giudiziario italiano, ma di chi riveste cariche istituzionali e giurisdizionali, di chi si fa in quattro per una persona che ha potere e denaro e di chi se ne “frega” del “poveraccio” che chiede giustizia, di chi non persegue fini di giustizia ma si preoccupa solo di apparire e di essere al centro dell’attenzione.

A queste persone voglio dire memento moris.

 

Paolo Franzì


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