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Diritti

Banca dati dei minori adottabili

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha accolto il ricorso presentato da Ai.Bi. (Associazione Amici dei Bambini) contro il Ministero della Giustizia per la realizzazione della Banca Dati dei minori adottabili. La  Banca Dati prevede la messa in rete da parte dei 29 Tribunali italiani dei Minori di un database che contiene: i dati relativi «ai minori dichiarati adottabili nonché ai coniugi aspiranti all'adozione nazionale e internazionale», con indicazione di ogni informazione utile a garantire l'adozione nel più breve tempo possibile (legge 149/2001, art. 40, comma 1); i dati "riguardano anche le persone singole disponibili all'adozione" (149/2001, art. 40, comma 2). Dopo la sentenza del 1° ottobre 2012, il Ministero della Giustizia, incaricato alla realizzazione del database dei minori adottabili dalla legge 149, è stato condannato, dopo oltre 10 anni di inadempienza, a creare la Banca Dati entro 90 giorni.


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Per crescere, giustizia civile

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOLa grande occasione offerta dalla recessione economica e la raggiunta consapevolezza che il fenomeno "Giustizia", in particolare "Giustizia Civile", costituisca il maggior ostacolo alla crescita del Paese e per essa agli investimenti nazionali e internazionali, può offrire l'opportunità di avviare una riforma organica del processo civile, un inizio fattibile per svecchiare, semplificare, troncare difetti ed antichi rituali obsoleti ed improduttivi. La ricetta è tanto semplice quanto di difficile applicazione: abbandonare l'inefficace principio del come dovrebbe essere (metodo deduttivo) e affrontare il fenomeno per come è (metodo induttivo), con interventi possibili e praticabili, sempre tenendo conto che si lavora su un sistema ed ogni modifica comporta effetti collaterali su le altre componenti dello stesso sistema. Il Sistema Giustizia non è un'isola indipendente dai fenomeni che hanno travolto l'Italia, a sua volta è parte di un sistema più grande, il Sistema Italia. Forse per la prima volta (è stata sempre in primo piano la "giustizia penale") i vertici delle istituzioni pubbliche e private, il mondo dell'informazione, le forze della economia reale hanno metabolizzato che la "Giustizia Civile" ha effetti collaterali sulla economia del Paese, sulla amministrazione finanziaria, sul senso di appartenenza dei cittadini, sulla credibilità dell'Italia all'estero, sul livello di civiltà della nazione, sulla difesa della dignità degli onesti, sul favore improvvido dato ai debitori, su tutti coloro che lavorano e producono, contribuendo alla ricchezza del Paese (PIL) ed in primo luogo sulla crescita dell'Italia. E' ormai acclarato che il fallimento della "Giustizia Civile", unitamente a quella perenne piovra della "Burocrazia", costituisce l'impedimento principale allo sviluppo della bella Italia. L'Avv. Prof. Paola Severino, Ministro dello Giustizia (il solo ministro ad avere rilievo costituzionale art. 110) deve cancellare con decreto o altro provvedimento ad effetto immediato tutte le commissioni, comitati, gruppi di esperti, suggeritori a vario titolo che si sono occupati di "Giustizia Civile"; deve consultare congiuntamente, come è stato fatto per la riforma del mercato del lavoro, "quelli della Giustizia Civile": Confindustria, Rete Imprese, Confcommercio, Confesercenti, Abi, Ania, alleanza delle Coop, i Presidenti degli Ordini territoriali più rappresentativi, il COLAP, il CUP e se utile il Laboratorio Forense che mi onoro di coordinare. La consultazione deve durare una sola settimana e nei 15 giorni successivi, dopo aver acquisito e sintetizzato tutti gli studi, indagini, proposte realizzati sul tema, deve essere "prodotto" un primo pacchetto di provvedimenti, compatibile con i successivi nel quadro di una riforma organica del Sistema. Si può fare, si deve fare per aiutare il Governo Monti impegnato a salvare l'Italia. In un dotto articolo su questo giornale Dimitri Buffa ha segnalato che la mala giustizia (civile) costa 5 punti di PIL. Gli antagonisti, del tutto inconsapevoli, potrebbero essere una parte della Magistratura, arroccata su modelli desueti, convinta di detenere le formule per la ristrutturazione del "Sistema Giustizia", senza averne le competenze specifiche quali: conoscenze di econometria, statistica descrittiva, sociologia dell'organizzazione, analisi costi-benefici, calcolo della produttività ecc. Peraltro, essendone parte in causa, con evidenti coinvolgimenti emotivi e di pratica professionale. Comprensibilmente coloro che si sentono idonei per indicare il percorso del processo di ammodernamento, fatalmente possono essere elementi che ne impediscono la fattibilità. Compromettere il futuro vorrebbe dire non agire, non possiamo più guardare al passato e vivere di ricordi. La soluzione non è tanto sui principi, ma si basa sull'efficienza, sulla produttività, sulla organizzazione del lavoro, sul metodo costi-benefici, sulla privatizzazione di alcune procedure da attribuire agli avvocati, per accrescere la domanda di lavoro e far partecipare i nuovi giovani professionisti, attraverso un outsourcing rispetto alle attività proprie della magistratura e ausiliari. Efficienza e competitività. I Tribunali lavorano al 50% al di sotto delle loro capacità (turnazione di 6 ore + 6, mattina e pomeriggio): a) raddoppiare il numero dei togati con immissione nei ruoli di avvocati con 15 anni di professione certificata attraverso un concorso-colloquio; b) trasferire gli esuberi della P.A. più personale in mobilità, cassaintegrati, esodati nelle cancellerie dei Tribunali, previo un corso di formazione di tre mesi gratuito organizzato dagli Avvocati; c) licenziare con effetto immediato i Giudici di Pace che non superano un test di verifica sulla conoscenza delle procedure e dei codici ed assumere con un concorso-colloquio, da indire entro 6 mesi, giovani avvocati under 40 con 10 anni di professione certificata. Ampliare l'area della competenza professionale dell'avvocato, conquistare nuovi territori per l'agire forense, creare nuove opportunità, riappropriarsi di competenze sottratte, rivendicare posizioni professionali che vengono impropriamente svolte da altri professionisti. In breve ridisegnare i confini della competenza forense (accertamento tecnico preventivo, compravendita immobiliare fino a € 200 mila; pignoramento; procedimento di ingiunzione; privatizzazione delle esecuzioni; separazione personale consensuale ecc.). Le riforme degli anni '90, le sezioni stralcio operative dalla fine del 1998 non hanno prodotto i risultati sperati. I ruoli civili di "nuovo rito" hanno raggiunto consistenze eccessive. La stessa istituzione del giudice unico di primo grado (dlgs. 19 febbraio 1998, n. 51) si è rivelata misura insufficiente. Da oltre 10 anni gli operatori del diritto segnalano che la prima cosa da fare è "togliere carico di lavoro al giudice"e che la soluzione può essere cercata in due direzioni: a) aumentare considerevolmente il numero dei magistrati; b) diminuire in modo altrettanto consistente la mole dei loro affari. La seconda soluzione inizialmente è più percorribile perché agisce sulla organizzazione e sul tipo di lavoro del giudice: il giudice entra nel processo solo quando deve giudicare. Le parti ed i loro difensori si riappropriano dei tempi e dei modi di introdurre, trattare ed istruire le controversie civili.

Carlo Priolo*

Avvocato del Foro di Roma


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Posto fisso: un controsenso?

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOAlcune riflessioni su un argomento dibattuto senza riuscire ad inquadrare i giusti confini che oggi sembrano non esistere più. In questi giorni tra gli argomenti maggiormente gettonati dai media, il maltempo e la crisi economica, troviamo uno dei più diretti corollari di quest'ultima. Insieme agli interventi del Presidente della Repubblica, alle diatribe sull'art. 18 dello statuto dei lavoratori, le misure anticrisi, viene dato molto spazio al problema del posto fisso di lavoro. Una prima elementare e lapalissiana osservazione. Chi scrive non ha e mai avrà un posto di lavoro fisso per propria (sciagurata?) scelta. Decisi dopo l'università di fare l'avvocato, già nella consapevolezza che una libera professione è l'antitesi del posto fisso e delle certezze che ne derivano: stipendio, ferie, malattie, pensione e, non ultima (anzi), la possibilità di un mutuo. Mi verrà obiettato che un avvocato guadagna di più; che è pieno di soldi, anche perché evade le tasse; che si fa pagare parcelle esose; che fa durare anni i processi perché almeno incassa di più di onorari ed altro ancora. Chi conosce la professione sa bene quanto poco di vero vi sia nei luoghi comuni che riguardano la nostra professione e come noi avvocati abbiamo un reddito mensile garantito pari a zero, vita natural durante, spese fisse ed in costante aumento e la paura quotidiana di perdere il miglior cliente (o l'unico) che abbiamo. Piccola nota, volutamente polemica. I primi che invece non sono consapevoli di quale sia la situazione di un avvocato, sono gli aspiranti praticanti che come prima domanda ad un possibile dominus, chiedono quale sia il loro rimborso spese mensile. Ergo: tu avvocato che non hai certezze economiche devi darle a me. In ogni caso non credo torneremo indietro e continueremo ad esercitare con orgoglio e dignità la nostra professione, nonostante i luoghi comuni e recenti normative da cui emerge come la nostra categoria non sembri essere molto simpatica agli attuali legislatori. Perché noi non abbiamo scelto il posto fisso? Eppure eravamo stati avvertiti. La mente torna ai tempi in cui la frase che fin troppo spesso ci sentivamo dire era "Prendi un pezzo di carta, poi un posto di lavoro si trova". Nell'immaginifico dell'epoca, dei nostri padri e nonni, il posto fisso era quello in banca, alle poste, o in un ministero. Enel e Sip (che fatica ricordare come si chiamava allora) erano ancora prese in considerazione in quanto aziende statali e quindi sicure. E' cambiato qualcosa da allora? Tutto. Non voglio mettermi a fare il tuttologo da salotto televisivo andando a cercare motivazioni sociali, sociologiche, economiche o peggio ancora pseudo psicologiche, ma mi sembra non siano molto cambiate le cose (rectius, la mentalità) da quegli anni. Ancora oggi si cerca il posto fisso. Vicino casa, magari. Il problema è che ad essere radicalmente cambiata, è la situazione mondiale, ma pare proprio che questa puerile evidenza non voglia essere accettata. E non intendo certo parlare della situazione economica, ma di quello che possiamo definire semplicemente il mondo esterno, ossia quello che si è costituito di fatto come il villaggio globale. Il mondo è più piccolo e si muove più rapidamente. Vi è maggiore accesso alle informazioni in tempo reale; un viaggio che solo pochi decenni fa poteva sembrare infinito, oggi è diventato un fatto di routine quotidiana. E i voli low cost se prenotati per tempo, lo rendono abbordabile a tutti. All'inizio degli anni 90 si vedevano i manager con in mano pesanti cassettoni che avrebbero fatto venire la scoliosi ad uno scaricatore di porto: erano i primi cellulari. Oggi arzilli ottantenni chiamano con piccoli smart-phone la moglie o la badante per dire a che ora vogliono trovare la pasta in tavola. Per non dire gli effetti che ha portato internet nei rapporti quotidiani, non solo di lavoro ma anche interpersonali. Potrei continuare con esempi a non finire, ma mi sembra essere già scaduto nel banale discorso da bar. Il mondo del lavoro è cambiato, la società è cambiata, la globalizzazione ci ha cambiati. I ristoranti cinesi che nei primi anni 70 sembrava fossero degli spacci di cavallette, oggi sono parte della quotidianità, ed è normale mangiare con le bacchette, oppure nella pausa pranzo fermarsi per un kebab o un sushi. L'economia è cambiata. Le dinamiche internazionali sono cambiate. Cosa invece non è cambiata? La mentalità del posto fisso, conseguenza diretta (voluta se non pretesa) del pezzo di carta. Quanti istituti (pseudo scuole forse è meglio definirle) offrono recupero anni scolastici, esami universitari garantiti, diplomi in breve tempo? Come dire: "venite da noi (ed evitate la scuola ordinaria) per avere in mano lo strumento che vi metterà in mano il diritto al posto di lavoro fisso."Anzi!!! Andiamo oltre. Noi scuole private oggi vi facciamo anche avere il titolo professionale che vi permette di accedere ad una libera professione evitando di superare un difficile esame riservato solo a raccomandati o superfortunati!!! Dopo la pubblicizzata possibilità di diventare abogado in Spagna, abbiamo visto anche la possibilità di ottenere, nello stesso paese, il titolo di fisioterapista o qualcosa del genere. Per fortuna sembra le cose sul punto stiano cambiando. Ma il punto non è quello di far avere a chiunque (di fatto pagandolo), il famoso pezzo di carta. La questione è sempre ed ancora quella di un posto fisso. Ho la fortuna (o forse sfortuna, dipende dalle prospettive) di avere amici nel mondo con cui confrontarmi e valutare le proprie esperienze. Da molti mi sono sentito dire che il loro sogno nella vita è cambiare lavoro "almeno ogni cinque anni", altrimenti sarebbe un fallimento la loro vita. Ho conosciuto chi si è preso un anno di aspettativa non retribuita dal lavoro per seguire un master, per poi avere maggiori possibilità di carriera. Forse agevolati dal fatto di conoscere bene l'inglese e magari altre lingue si spostano nel mondo a cercare nuove opportunità. E prima di arrivare a questo punto, molti di loro hanno cercato di entrare in atenei prestigiosi, o cambiato università non per cercare quella dove gli esami erano più facili, ma quella migliore per il loro curriculum; quella più difficile d importante. Facendo anche debiti per avere un titolo spendibile. Non voglio ripetere i loro immaginabili commenti su fenomeni tipicamente italiani quali le sopra nominate scuole provate, il turismo universitario o, peggio ancora (visto che ha toccato proprio noi avvocati) il turismo per l'esame di abilitazione. Il mondo continuerà a cambiare, ne dobbiamo prendere atto, accettarlo ed adeguarsi, a meno di non voler correre il rischio dell'obsolescenza personale. Noi avvocati, nel nostro piccolo, già ci confrontiamo con questo profondo cambiamento nel nostro quotidiano, nella lotta per accaparrarci un cliente e mantenerlo. Sappiamo bene cosa vuol dire non avere un posto fisso. Anche chi gode del privilegio di avere importanti clienti, provati o istituzionali, che garantiscono centinaia di pratiche, può perderli in un solo pomeriggio. E quindi continuiamo nelle nostre battaglie quotidiane, prima per la pagnotta e poi per difendere la categoria da attacchi esterni e da lotte intestine. Ma permettiamoci un momento di riflessione. Le parole di alcuni ministri, attaccate ferocemente da più parti, sono drammaticamente vere. Il posto di lavoro fisso è qualcosa che andrà pian piano a scomparire. Flessibilità, ed elasticità devono essere le parole d'ordine riferite non al mercato del lavoro, bensì a noi stessi. E non voglio riferirmi a chi non riesce a trovarlo il lavoro, ma principalmente a chi può perderlo. Le aziende chiudono, si trasferiscono, cambiano. Possono non avere più ragione di esistere. L'esempio più eclatante? Immaginate le aziende che producevano rollini fotografici negli anni settanta, o chi produceva le vecchie macchine da scrivere e non ha saputo prevedere l'avvento del computer. Chi di noi oggi, come Indro Montanelli, scriverebbe qualcosa con la amata lettera 32? Sarà necessario per tutti reinventarsi per trovare un posto in questa nuova società, oppure essere solo comparse in attesa di una sempre meno possibile e più lontana pensione. Eppure ci sarà sempre chi continuerà a combattere per il posto fisso, quello da avere subito dopo il diploma o la laurea, quello da mantenere fino alla pensione, con qualche possibilità di carriera, ma senza fare mai un salto nel vuoto. Con tutto ciò che in termini di sicurezza può comportare, ma anche con la prospettiva che una volta perso questo posto (ed il rischio oggi c'è, ed è concreto), una persona adagiatasi sullo status quo, senza una preparazione a nuove possibilissime situazioni, ed incapace a riadattarsi, possa trovarsi senza prospettive o alternative. Insomma, in una prospettiva europea, mondiale, globale, avverto ancora spinte verso l'italianismo più stagnante. In questo caso auguriamoci che, chi lo vuole, possa conservare a vita il proprio posto di lavoro, fisso, timbrando ogni giorno il cartellino, nella stessa stanza, con gli stesi colleghi, ossequiando il solito superiore .....Opss.. scusate, ma non vi ricorda tanto il ragionier Ugo Fantozzi?

Gianni Dell'Aiuto*

Avvocato del Foro di Roma


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Avvocatura pubblica: questa sconosciuta

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOAll'interno delle pubbliche amministrazioni si aggirano "strani" personaggi, sono soggetti chiamati a svolgere compiti di grande responsabilità e competenza. A loro è affidata la specifica ed esclusiva attribuzione delle cause e degli affari legali, dotati di una propria autonomia e ai quali viene affidata la consulenza e la assistenza, giudiziale e stragiudiziale, nelle controversie coinvolgenti gli enti di appartenenza, con esclusione delle attività di "gestione" (v. Cass. Civ. Sez. Un. 03/05/2005 n. 9096, CNF 29 maggio 2006 n. 37, TAR Emilia Romagna Parma 20 dicembre 2001 n. 1049). Di fatti si tratta di una categoria un po' particolare ed è per questo che fanno parte di un elenco speciale allegato all'albo degli avvocati dei consigli dell'ordine, sono avvocati anche loro, ma spesso sono considerati avvocati di serie B. Concorrono con la loro attività sia di consulenza professionale e di assistenza stragiudiziale che di difesa e rappresentanza in giudizio al migliore perseguimento delle funzioni istituzionali dell'Ente di appartenenza, ma spesso subiscono in prima persona tutti i disagi e le disfunzioni più evidenti dell'apparato amministrativo dell'Ente cui appartengono. Gli avvocati dipendenti appartenenti al ruolo legale, assumono però una responsabilità professionale e rispondono direttamente al legale rappresentante dell'Ente, a garanzia dell'indipendenza della professione, dell'autonomia di giudizio e di iniziativa tipica degli avvocati, rendendo incompatibile l'esercizio della professione stessa di avvocato al di fuori del ruolo legale dell'Ente di appartenenza per la sussistenza, comunque, di un rapporto di pubblico impiego. Ai sensi della legge professionale spetterebbero anche ai professionisti legali dipendenti i compensi di natura professionale, recuperati a seguito di condanna della parte avversa soccombente, ma spesso nei regolamenti interni questo tipo di compenso non è riconosciuto manifestandosi così l'evidente contrasto tra l'attività professionale svolta e la qualifica di lavoratore professionista dipendente. C'è qualcuno che ritiene che la situazione di eccezionale criticità degli uffici legali, conseguente ad un arretrato di enormi dimensioni, nonostante il carattere seriale delle controversie, dipenda appunto dalla circostanza che gli avvocati dipendenti non sono destinatari di compensi aggiuntivi quali quelli professionali. Da questo tipo di considerazione sembrerebbe che la responsabilità dell'elevato contenzioso delle amministrazioni debba attribuirsi agli avvocati pubblici. Non si è mai esaminata la difficoltà nella quale gli avvocati pubblici si dibattono per difendere le proprie amministrazioni e la tutela dei diritti delle stesse a fronte della inefficienza e spesso della incapacità dell'apparato amministrativo del quale anche loro pagano le conseguenze. I ritardi con i quali vengono trasmessi gli atti e i documenti che spesso non consentono la costituzione in giudizio nel rispetto dei termini previsti dalle norme procedurali; lo smarrimento di documenti attestanti l'interruzione dei termini prescrizionali o delle diffide la mancata registrazione dei contratti; il mancato rinnovo delle iscrizioni ipotecarie e così via, rendono spesso indifendibili le posizioni degli enti. E che dire dell'obbligo della stipula di una polizza professionale? E delle spese sostenute per l'iscrizione nell'elenco degli avvocati? E di non poter usufruire del part-time? E dell'obbligo di garantire comunque la presenza in udienza anche nelle giornate in cui il personale amministrativo non è in servizio per la chiusura obbligatoria? Non si sceglie di fare l'avvocato pubblico per caso o per "comodità". L'avvocato pubblico è in possesso di un titolo professionale, ha quasi sempre avuto accesso al posto per una specifica ulteriore selezione oltre all'esame di avvocato, subisce le limitazioni determinate dal duplice ruolo che riveste di dipendente e di libero professionista, spesso costretto a lavorare senza limiti di orario rispetto agli altri dipendenti. E' sufficiente la garanzia del posto fisso, alle dipendenze di un unico datore di lavoro, uno stipendio mensile e una pensione ordinaria a far ritenere gli avvocati pubblici dei privilegiati? E che dire della inadeguatezza dell'importo dello stipendio rispetto alla qualità e alla specializzazione necessaria per la difesa dell'Ente di appartenenza? E dei limiti di una struttura organizzativa spesso inadeguata che costringe l'avvocato a svolgere oltre all'attività professionale la maggior parte degli incombenti che spesso sono svolti dalla segretaria di studio? E che dire, infine, della differenza del rapporto economico tra i compensi riconosciuti per una sola consulenza ai professionisti del libero foro rispetto allo "stipendiuccio"? Forse basterebbe solo un po' più di rispetto e qualche riconoscimento in più per una categoria di soggetti che non possono essere equiparati agli altri dipendenti delle Amministrazioni (usciere, ragioniere, geometra, assistente sociale o maestro), ma che pur in possesso di un titolo professionale hanno spesso dovuto rinunciare per ragioni varie all'esercizio della libera professione.

Michela Vassallo

Capo Avvocatura ATER Comune di Roma

Avvocato del Foro di Roma


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Carceri: cultura medioevale della punizione

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOCapita in Italia che appena il parlamento decreta un provvedimento svuotacarceri (amnistia, indulto, etc.) si scatena sulla stampa forcaiola o di parte avversa una campagna d'informazione tendente a dimostrare come il provvedimento sia contro il popolo. Metterebbe fuori, infatti, fior fiori di delinquenti, alimentando altresì il mito secondo cui nel nostro paese gli onesti vanno dentro e i veri, grossi, delinquenti stanno fuori o, se entrano in carcere, ne escono presto. La leggenda metropolitana è tutt'altro che infondata. Il problema, però, non è di questo o quel governo ma dei metodi nel fondo della classe politica tutta che di questi tempi e in quelli precedenti opera secondo strutture incriminatrici desuete e fallimentari. Come diceva Confucio "più aumentano le leggi, più aumentano i delitti", massima di saggezza che si attaglia più che mai al nostro discorso. E più aumentano le carceri, più aumentano le norme che dovranno riempirle e così via senza fine col miraggio forse di mettere dentro tutta la popolazione italiana perché ognuno uno scheletrino nell'armadio dovrebbe pur avercelo... La verità è che ogni giorno sorgono nuove leggi incriminatrici anche per materie che più semplicemente potrebbero essere represse con sanzioni amministrative. Da ciò l'aumento della criminalità che richiede nuove leggi repressive e così in aumento progressivo geometrico ad infinitum fino a riempire le carceri italiane di 70.000 esseri umani potendone contenere solo 40.000. Amnesty dove sei? Spesso il provvedimento estintivo del reato e/o della pena malgrado abbia intento di fondo "umanamente riparatore" di sfoltire le carceri, nella mancanza di una logica organica provoca effetti paradossali per cui un venditore di cd contraffatti per strada reiterato (il Gran Criminale!) sta dentro e lo stupratore di donne, il pedofilo, il rapinatore stanno fuori. Per ovviare a questa insensatezza della politica legislativa cieca e falsamente protettrice della popolazione stiamo elaborando un progetto di Diritto 2000 che sostituisce al medievale diritto penitenziale (basato sulla punizione) il neoumanistico diritto medicinale (cura preventiva e successiva, sanzioni amministrative e civili, misure di sicurezza da applicare soprattutto sul territorio). Lo scrivente, che in pensione come magistrato fa ora il drammaturgo, si batte come giudice per l'abolizione del processo indiziario e letterario, a favore di quello a prova epistemologica, per l'umanizzazione della giustizia e del sistema di pena, per il recupero dei devianti e degli emarginati attraverso l'arte in particolare drammaturgica. Inoltre ha proposto una drastica riduzione del copyright, non più proprietà intellettuale esosa ma detentio, ovvero possesso in nome dell'Umanità, per cui l'opera d'arte va data gratuitamente o, in minimis, smerciata a prezzi alla portata della tasca del popolo. Anche per tutto questo retroterra ha pronunciato sentenza di assoluzione di venditori di cd contraffatti extracomunitari per stato di necessità (leggasi fame) per un reato che comporterebbe la pena di alcuni mesi là dove, nell'attuale sistema, basterebbe la semplice sanzione amministrativa. Quale sanzione? Il carcere, per molti di questi reatucoli inventati dal legislatore ma anche per altri, è diventato un palliativo. Si sbatte dentro un contravventore della legge e chi per un motivo chi per un altro esce. Ciò dipende spesso anche dal gonfiore del portafoglio, sicuramente superiore nei grossi delinquenti e nei criminali dai colletti bianchi, capaci di procurarsi avvocatoni o vere e proprie scientifiche équipe defensionali. Da ciò la sequenza per cui il povero (per un reato anche minimo) sta dentro e il mammasantissima sta fuori. Per tale via neppure il carcere lungo o semilungo è una deterrenza. Il grosso truffatore che ha intascato milioni di euro ai danni della povera gente ha calcolato che si farà qualche mesetto di galera, cella fresca, omnicomfort, relax, vitto e alloggio a spese dello stato (500 euro al giorno ci costa un detenuto! finanziaria dove sei?) e poi andrà a svernare alla Bahamas col gruzzolo guadagnato e opportunamente congelato in una lontana banca straniera... Insomma per voler colpire tutti si finisce per non colpire nessuno e il senso dell'impunità dilaga anche tra la gente "comune": si cammina senza casco, si costruiscono case senza licenza edilizia, ci sono banche che fanno usura allegramente etc. etc. etc. tanto ora una contestazione sbagliata dal vigile, ora un condono, la multa non si paga, e se si paga chi se ne frega, e poi la casa uno se la ritrova con quattro spiccioli e un paio di mesi con la condizionale. A fronte di illeciti dilaganti di tutti i tipi la nostra prima proposta è decriminalizzare una lunga serie di condotte, i cosiddetti reati bagattellari, riducendole ad illeciti amministrativi. La via della prevenzione e della conoscenza dei mali personali e sociali nel contravvenire alle leggi è quella fondamentale per la popolazione, che spesso ignora ciò che è sotteso alle norme intese a proteggere il patrimonio morale e materiale di una nazione. In caso di trasgressione, la nostra proposta per i reati residuali è la cura. Per tutte le devianze residuali riteniamo che il miglior rimedio sia neutralizzare i devianti prima di tutto colpendo i loro beni e le loro azioni. Così chi cammina senza casco si vedrà sequestrato il motorino per un mese la prima volta, per tre mesi, la seconda e alla terza se lo vedrà confiscare dallo stato. Chi costruisce abusivamente deve sapere che senza colpo ferire, scoperta la magagna, interverranno immediatamente le ruspe ad abbattere la costruzione a meno che non si ritenga che la stessa possa essere destinata a scopi sociali in tal caso essendo requisita dallo stato. Il nostro progetto di Uomo Nuovo fondato sul Diritto Medicinale porterà all'eliminazione del terrorismo sanzionatorio penale per fondare l'uomo sull'Etica Pura basata sulla fratellanza e sulla tolleranza. La chiave di volta di un processo non sarà più l'individuazione del "cosa ha fatto" il deviante, ma "chi è" e soprattutto "perché l'ha fatto". Ciò ad evitare che urli davanti ai giudici le sue ragioni in brevi inutili frasi di giustificazione, senza sapere, i giudici stessi, vita, morte e miracoli del soggetto. La fratellanza implicherà che ciascun reo sarà affidato al giudice-psicologo che lo seguirà, con l'aiuto di esperti, nella fase del giudizio e dell'esecuzione della sanzione. La fase della sorveglianza sarà anticipata già a quella della cognizione, caricando il giudice della sorte di ogni singolo individuo sulla via per il recupero, dovendo egli seguirlo passo passo nella sanzione eventuale e nel percorso all'esterno del carcere. Nel progetto medicinale, in una prima fase di transizione, le sanzioni penali saranno sostituite per lo più da sanzioni civili e amministrative. Alla fine il Nuovo Mondo porterà allo smantellamento massiccio delle carceri che saranno abbattute materialmente o trasformate in ospedali, case per il popolo etc.. Saranno cercati spazi ecologici, pianeti verdi dove curare i soggetti affetti da patologia dello ius. Sarà rovesciato il terroristico e falso monito evangelico "Chi non è con me è contro di me", per quello iperevangelico laico "Chi non è con me rimarrà comunque con me". Howard Zehr, direttore del Mennonite Central Comunity Office americano, ha avanzato una proposta di giustizia penale riconciliativa più conforme a suo dire al modello biblico. Il sistema penale attuale è basato ancora sulla retribuzione anziché sulla riconciliazione. Gli atti criminali sono considerati come offese contro lo Stato, ovvero la generalità degli individui. Nella giustizia riabilitativa, invece, il crimine è considerato una violazione contro le persone e crea, quindi, un obbligo verso le vittime. Al riguardo punire per punire è del tutto insensato. Idee nuove ma dettate solo dal buon senso e da considerazioni elementari di chi ogni giorno opera nelle aule di giustizia e tocca con mano, in prima persona, una bilancia della giustizia squilibrata. Ne aspettiamo solo il tracollo dettato proprio da leggi desuete, apocalittiche e medioevali, degne di Rodolfo il Glabro, che per paradosso si arrogano il diritto di quadrare la retta condizione della vita sociale in nome di un diritto che di moderno ha solo il nome.

Gennaro Francione

 

Per chi volesse saperne di più G. Francione IL DIRITTO PENALE TRA REALTA' E UTOPIA (Utopia del sistema penale entropico). Herald editore, Roma, aprile 2008. Tutti fuori! Trattato utopistico sull'apocalisse del sistema penale e sulla sostituzione della cura alla pena nel trattamento dei criminali. La distruzione della Bastiglia continua. L'autore sottolinea l'inutilità della repressione penalistica, proponendo il dialogo, la cooperazione operosa e la nuova via medicinale che sostituisce al carcere la cura (preventiva e successiva), le sanzioni civili e amministrative, le misure di sicurezza sul territorio. Il testo, svolto su base rigorosamente giuridica, antropologica e scientifica, è preceduto da un'introduzione poetica di Visar Zhiti, il poeta albanese condannato a 13 anni di lavori forzati per le sue poesie, e chiuso da Oscar Wilde con la The ballad of Reading Gaol, il suo capolavoro poetico scritto durante la sua esperienza nel carcere. http://www.antiarte.it/eugius/saggio_entropia_penale.htm Altre informazioni su http://www.antiarte.it/eugius/saggio_entropia_penale.htm


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Ricadute sugli uffici e sul personale giudiziario della riforma

La parola a Paola Saraceni, Segretario nazionale UGL Ministeri.   Le modifiche apportate dalla riforma del processo civile a detta di molti determinerà un eccezionale aggravio per l’attività giudiziaria in generale ed Leggi tutto

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Il sistema giustizia per Santacroce

Incontro con il Presidente della Corte di Appello di Roma   Questo doveva essere il resoconto di un’intervista a tu per tu con il Presidente della Corte d’Appello di Roma, Dott. Leggi tutto

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Convegno: Magistrati scrittori

Il 2 ottobre 2011 si è tenuta presso la Pinacoteca Palacultura di Latina la quarta edizione del Convegno dei magistrati-scrittori,realizzato da Eugius, Unione Giudici Scrittori d’Europa, nell’ambito della kermesse “Giallolatino”, Leggi tutto

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35 anni tra i protagonisti al "Canottieri Roma"

Festeggiato il compleanno della fondazione del giornale con la presentazione del libro "Da Piazzale Appio a Piazzale Clodio" Martedì 14 dicembre 2010, presso il “Circolo Canottieri di Roma”, si è svolta Leggi tutto

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"Per i diritti degli ultimi"

La tradizionale serata di fine anno della rivista Venerdì 16 dicembre 2011 la nostra Capitale ha cambiato aspetto, o almeno così è stato in via Flaminia 213 dove, presso lo Studio Leggi tutto