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Riforme

Nota di iscrizione a ruolo del processo esecutivo di espropriazione: i dati da inserire

Nella Gazzetta Ufficiale n° 68 del 23-3-2015 è stato pubblicato il Decreto 19 marzo 2015 del Ministero della Giustizia con l' indicazione dei dati da inserire nella nota di iscrizione a ruolo del processo esecutivo per espropriazione. Con tale decreto viene normata la modalità di compilazione della nota di iscrizione a ruolo delle varie procedure esecutive, compresa l'ipotesi della conversione del sequestro in pignoramento.

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

DECRETO

19 marzo 2015

Indicazione dei dati da inserire nella nota di iscrizione a ruolo del processo esecutivo per espropriazione.

IL DIRETTORE GENERALE DELLA GIUSTIZIA CIVILE

Visto l'art. 18, comma 2, del decreto-legge n.132 del 12 settembre 2014, convertito in legge n.162 del 10 novembre 2014, che ha introdotto l'art. 159-bis delle disposizioni d'attuazione del Codice di procedura civile;

Decreta

che nella nota d'iscrizione a ruolo dei processi esecutivi per espropriazione, di cui all'art. 159-bis disp. Att. C.p.c., ad integrazione dei dati gia' previsti dalla richiamata norma di legge, debbano obbligatoriamente essere presenti i dati che seguono.

Per le procedure di esecuzione forzata su beni immobili;

• Importo del precetto;

• Dati identificativi del creditore;

• Per il creditore procedente persona fisica: Cognome, Nome, Codice fiscale,

• Per il creditore procedente persona giuridica: Denominazione, Codice Fiscale/Partita IVA, Categoria;

• Dati identificativi del difensore della parte che iscrive a ruolo;

• Cognome, Nome, Codice Fiscale;

• Dati identificativi del Debitore;

• Se persona fisica: Cognome, nome, codice fiscale, data di notifica precetto, data di notifica pignoramento;

• Se persona giuridica: Denominazione, Codice Fiscale/Partita IVA, Categoria, data di notifica precetto data di notifica del pignoramento;

• Dati dei titoli esecutivi;

• Nome Cognome/denominazione del creditore;

• Descrizione del titolo;

• Dati identificativi del bene immobile;

• Indirizzo Descrizione del bene;

• Tipo di catasto (Urbano/Terreni), Classe/tipologia (A1,A2, ecc.);

• Identificazione: Sezione, Foglio, particella, subalterno, Graffato (specificando se dati di catasto o denuncia di accatastamento).

• Se trattasi di bene immobile sito in Comune ove vige il sistema tavolare: Comune catastale o censuario; numero di partita tavolare (specificando se informatizzata o cartacea). Per i beni siti nei comuni della provincia Autonoma di Bolzano e' obbligatoria l'indicazione della particella fondiaria o della particella edilizia e della particella materiale;

• Diritti sul bene immobile;

• Parte (identificazione del debitore), Bene (da scegliere tra quelli gia' indicati perche' sottoposti a pignoramento), o Unita' negoziale, diritto (proprieta', abitazione, usufrutto, dell'enfiteuta ecc.), Frazione (xx su xxx).

Per le procedure di espropriazione mobiliare presso il debitore;

• Importo del precetto;

• Dati identificativi del creditore;

• Per il creditore procedente persona fisica: Cognome, Nome, Codice fiscale,

• Per il creditore procedente persona giuridica: Denominazione, Codice Fiscale/Partita IVA, Categoria.

• Dati identificativi del Debitore;

• Se persona fisica: Cognome, Nome, codice fiscale, data di notifica precetto;

• Se persona giuridica: Denominazione, CF/PI, categoria, data di notifica precetto;

• Dati identificativi del difensore del difensore della parte che iscrive a ruolo;

• Cognome, Nome, Codice Fiscale;

• Dati identificativi dell'eventuale Custode;

• Cognome, nome, Codice Fiscale;

• Dati dei titoli esecutivi;

• Nome Cognome/denominazione del creditore

• Descrizione del titolo;

• Tipologia del bene (secondo la classificazione gia' presente in SIECIC)

Per le procedure di espropriazione mobiliare presso terzi;

• Importo del precetto;

• Data udienza in citazione;

• Dati identificativi del creditore;

• Per il creditore procedente persona fisica: Cognome, nome, Codice fiscale,

• Per il creditore procedente persona giuridica: Denominazione, Codice Fiscale/Partita IVA, Categoria;

• Dati identificativi del difensore del difensore della parte che iscrive a ruolo;

• Cognome, Nome, Codice Fiscale;

• Dati identificativi del Debitore;

• Se persona fisica: Cognome, nome, codice fiscale, data di notifica precetto;

• Se persona giuridica: Denominazione, CF/PI, Categoria, data notifica precetto;

• Dati identificativi del terzo pignorato;

• Se persona fisica: Cognome, nome, codice fiscale;

• Se persona giuridica: Denominazione, Categoria;

• Dati identificativi del Custode;

• Cognome, nome, Codice Fiscale;

• Dati del titolo esecutivo;

• Nome e Cognome/denominazione del creditore;

• Descrizione del titolo

• Tipologia del bene.

Qualora si verta in ipotesi di conversione di sequestro in pignoramento, oltre ai dati relativi a ciascun tipo di esecuzione, andranno inseriti i seguenti dati;

• Tribunale che ha emesso la sentenza o del diverso provvedimento su cui si fonda l'istanza di conversione;

• numero del provvedimento;

• data provvedimento;

• importo del credito.

Roma, 19 marzo 2015

Il direttore generale: Mancinetti


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Esame avvocato: restano i codici commentati

La Commissione Bilancio della Camera dei Deputati ha approvato,  il 4 febbraio u.s., un emendamento al d.l. Milleproroghe che è intervenuto sulla l. n. 247/2012, cioè sulla nuova disciplina dell'ordinamento della professione forense. In particolare, sono state poste delle modifiche all'art. 49 disciplina transitoria per gli esami di abilitazione all'esercizio della professione di avvocato, sancendo che, per i primi 2 anni dalla data di entrata in vigore della riforma, le modalità di esame sarebbero state quelle previste dalle norme previgenti. Quindi ciò significa che per altri due anni gli aspiranti avvocati potranno utilizzare, durante le prove scritte, i codici commentati.


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Riforma della giustizia: bravo Renzi

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOLe cause civili non devono durare più di un anno. Bravo Renzi !!! Anche quelle di appello che hanno durata variabile dai tre ai cinque anni ed oltre? E come si fa? La strada è quella indicata dai politici con progetti parzialmente condivisi dalla magistratura: gli interessi infatti convergono parzialmente. Si tratta di ridurre l'accesso al contenzioso attraverso procedure alternative o comportamenti persuasivi; poco importa se le statistiche dimostrano che questi strumenti sono falliti: la mediazione e le procedure alternative non bastano; gli arbitrati non servono a niente. Gli uni e le altre non incidono in modo apprezzabile sul contenzioso civile pendente, di oltre cinque milioni di cause. Il coinvolgimento dell'avvocatura nella "negoziazione assistita" non darà alcun risultato come già accade per la mediazione. Come è largamente noto a chi frequenta i Tribunali, quella delle parti che ha torto e ne è consapevole difficilmente collabora alla soluzione conciliativa o negoziata; preferisce invece, come è stato largamente sperimentato, tirarla alle lunghe e guadagnare tempo. Non meno irrilevanti, in termini di effetto dissuasivo, sono gli arbitrati che, a prescindere dalla tipologia che sarà prescelta, sono impugnabili ai sensi degli artt. 827 sgg. c.p.c Così pure la cosiddetta negoziazione assistita di separazioni e divorzi davanti all'Ufficiale dello Stato Civile quando non vi siano figli minori o maggiorenni portatori di handicap. Questa trovata non muta affatto la attuale brevità e semplificazione delle separazioni consensuali e dei divorzi congiunti all'udienza presidenziale. Anche qui se non c'è accordo tra le parti l'istituto, all'apparenza innovativo, non serve a nulla. Si pretende addirittura di spacciare come nuova, nelle proposte alternative messe a punto dal Governo, la condanna della parte soccombente alle spese !!! Del resto gli stessi dati sull'effetto riduttivo del contenzioso per merito dei nuovi (in realtà vecchi) istituti e cioè la immaginata riduzione delle cause in ragione di 140.000 processi è frutto di ottimismo se non di pura invenzione ed è comunque irrilevante rispetto al volume del contenzioso civile di 5.200.000 cause. Quanto alla tutela del creditore nelle procedure esecutive, lo sbandierato accesso on line alle banche (del quale la regolamentazione sarà necessariamente assai rigorosa e circoscritta) non muta gran che l'assetto attuale di cui all'art. 492 comma VII e VIII cpc in ragione del quale il creditore può attingere notizie sugli assetti economico - patrimoniali del debitore. Meglio non parlare poi della responsabilità dei magistrati che è una finta e inutile innovazione salvo per la entità della improbabile e rarissima condanna che, si suppone, dovrà essere pronunciata anche questa ovviamente con tre gradi di giudizio e dunque in tempi complessivamente secolari. Senza dire che l'aumento della responsabilità seppure indiretta e improbabile del magistrato lo renderà ancora più lento ed incline ai rigetti. Questo il quadro delle innovazioni legislative. Quel che meraviglia è leggere che alcune nostre organizzazioni di categoria si dichiarano soddisfatte delle novità legislative annunciate, novità peraltro consistenti all'evidenza nel nulla. Vi sono però strategie dissuasive del contenzioso molto più convincenti, già in atto, che promettono risultati migliori .L'aumento costante e feroce del contributo unificato, la pesante condanna alle spese (agevolata dalla nuova, confusa tariffa professionale); al bisogno la condanna per lite temeraria sono strumenti certamente più persuasivi, segnatamente se sono rivolti non solo contro le parti ma anche, al caso, contro i difensori. Questo indurrà, si suppone, le parti e soprattutto gli avvocati, a un più prudente contenzioso che d'altra parte è già fortemente scoraggiato dalla durata del processo. Si sta dunque rapidamente alimentando una cultura delle inutilità e addirittura della "punibilità" del ricorso alla giustizia civile. Fa da operoso deterrente una cultura ormai largamente punitiva alimentata dalla stessa magistratura che, agli accorti artifici di pseudo-motivazioni spesso solo apparenti e apodittiche, ha ormai va moltiplicando le pronuncie su questioni pregiudiziali e preliminari che, prescindendo dal torto e dalla ragione, consentono agli operatori, a differenza delle pronuncie di merito, di accontentare la statistica con motivazioni brevi se non lapidarie. In questo eccelle la Suprema Corte che, dopo avere dato il meglio di sè col defunto quesito di diritto, insiste con impegno crescente nella trovata dell'autosufficienza del ricorso; tra l'altro contraddicendo se stessa quando esorta gli avvocati (con un autorevole messaggio al nostro Alpa) a non superare nei ricorsi le 20 pagine, impresa questa ardua proprio in ragione del trabocchetto dell'autosufficienza. La lotta al contenzioso civile trova concordi dunque la magistratura e i politici: la magistratura perché le consente di evitare addebiti di ritardi e inadempienza accampando a scusante la nota insufficienza di uomini e di mezzi; la casta politica e i grandi operatori economici perché per essi meno la giustizia funziona meglio è. Anche le banche e persino autorevoli economisti ne sono convinti. Siamo tornati dunque al "laissez faire, laissez passer". Intanto i nostri rappresentanti si occupano della crisi dell'avvocatura perché, si legge, si è ridotto del 30% il reddito degli avvocati, circostanza questa che non interessa nessuno anzi alimenta ulteriormente la cultura punitiva dell'accesso alla giustizia come manifestazione di litigiosità e non, come è invece, di civiltà. Il problema è, lo dico ancora una volta, che il ceto forense che ci rappresenta, non ha, con rare eccezioni, coscienza politica. Come altrimenti restare in silenzio davanti allo scempio del diritto del lavoro, alla cinica aggressione ai pensionati, al ceto medio sia professionale che commerciale, scempio e aggressione che dovrebbero servire a rimediare alle devastazioni compiute dalla classe politica? Come d'altra parte può l'avvocatura italiana aspettarsi coraggiose battaglie da anziani rappresentanti carichi di importanti legami e perfino di prestigiose decorazioni, del tutto ignari del ruolo civile dell'Avvocatura. In conclusione, caro Renzi, l'idea che il processo civile debba durare un anno è suggestiva e brillante solo che non può essere realizzata se non con l'incremento di uomini e di mezzi. Il riconoscimento e il soddisfacimento dei diritti deve passare attraverso l'Autorità del giudice con la sentenza seguita da una esecuzione rapida e severa. Questo più che mai in un Paese come il nostro nel quale è diffusa purtroppo la abitudine a non adempiere ai propri obblighi. Ogni altra strada viola il diritto dei cittadini a una giustizia rapida ed efficace ed è solo un messaggio destinato alla pubblicità

Avvocato del Foro di Roma

Giorgio della Valle


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La nuova prescrizione forense

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOL'art. 56 della Lg 247/12 (NLP) regola la prescrizione dell'azione disciplinare modificando l'art. 51 DPR 1578/33. Nella vigenza dell'art. 51 il termine di prescrizione è di 5 anni decorrenti dall'illecito o dalla cessazione della condotta (Cass. SSUU 14620/03). La pendenza di contemporaneo procedimento penale non incide sulla prescrizione dell'azione disciplinare stante l'autonomia delle due giurisdizioni (tutte conformi da CNF 09/01/97 n. 1). La giurisprudenza ha consolidato i seguenti principi. Nella fase territoriale avanti i COA, stante la natura amministrativa del procedimento, gli atti interruttivi, mutuati sul modello dell'art. 160 c.p.; hanno effetti istantanei, con decorso ex novo del termine; nella fase giurisdizionale avanti il CNF hanno invece effetti permanenti secondo il modello civilistico ex artt. 2945, 2° e 2943 (Cass. SSUU 26/03/97 n. 2661). Quanto all'identificazione dei singoli atti, si distingue tra quelli effettivamente espressione della volontà punitiva (SSUU 21591/13) e quelli di mera organizzazione o informazione; al fine di offrire una lettura costituzionalmente vocata che tenga conto non solo del "giusto procedimento" (CNF 26/05/06 n. 27), ma anche del dovere di definire il procedimento "dans un délai raisonnable" secondo l'art. 6 Cedu (Corte Cost. 11/03/91 n. 104, CNF 10/10/05 n. 127). La prescrizione stante la natura pubblicistica della materia (SSUU 25/07/07 n. 16402) è rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado (SSUU 9/10/13 n. 22956); si ritiene applicabile l'art. 129 cpp. Tali principi debbono ritenersi applicabili anche nella vigenza dell'art. 56 NLP, pur nel decorso del silenzio della norma. L'art. 56 Lg 247/12 eleva a 6 anni dal fatto il termine prescrizionale e tipizza gli atti interruttivi: nella comunicazione all'iscritto della notizia dell'illecito, nella notifica della decisione del Consiglio distrettuale di disciplina (ex art. 50 NLP) e della sentenza pronunciata dal CNF. Da tali atti pertanto inizia a decorrere un nuovo termine di prescrizione però di soli 5 anni; in presenza di più atti interruttivi il termine decorre dall'ultimo di essi, ma non può essere prolungato più di un quarto; in soldoni l'illecito si prescriverà in 7 anni e mezzo dal fatto. Ad avviso dello scrivente il termine è interrotto dalla effettiva conoscenza degli atti interruttivi e non dal loro compimento "secondo l'opinione del CNF" (sent. 15/12/11 n. 206; stante la loro natura ricettizia; infatti da essi decorrono i termini a difesa o di impugnazione; restando il compimento un mero atto interno. Il CNF (parere 227bis del 10/04/13) ha però espresso parere, che l'art. 56 de quo sarà vigente solo dopo l'entrata in vigore dei regolamenti attuativi della riforma emanati dal CNF (art. 50, 2° e 5° e 29, 1°, f) NLP) per l'elezione dei membri dei CDD e (reg. 1/14) e del procedimento disciplinare, e quindi dopo il 01/01/15 (reg. 2/14). L'argomento di fondo del parere sta nel ritenere che la nuova prescrizione non sarebbe immediatamente vigente "perché parte integrante del quadro del nuovo procedimento disciplinare rispetto al quale non vive di vita autonoma". Si evidenziano a sostegno: l'aumento del termine di prescrizione, il nuovo istituto ex art. 55, 2° NLP, la tipizzazione degli atti interruttivi e la fissazione del termine massimo in 7 anni e mezzo. Si sostiene poi che tali argomenti non sarebbero superati dal principio del favor rei, alla cui applicazione sarebbero d'ostacolo: l'aumento del termine, la natura amministrativa del procedimento territoriale e l'art. 65, 2° NLP. La conclusione ed il suo iter argomentativo non sono convincenti. L'intera questione va rivisitata alla luce di alcune generali acquisizioni di valenza costituzionale, e comunque di natura poziore, quali principi connaturati all'ordinamento. La prima considerazione sistematica da fare è che il procedimento disciplinare vigente ha preso quale parametro di riferimento il sistema penale e tale scelta è particolarmente evidente proprio nell'art. 56 e nel richiamo implicito all'art. 160 cp. Né vincente appare il richiamo alla natura amministrativa del procedimento territoriale sia perché ormai non è seriamente dubitabile che siano in gioco posizioni di diritto soggettivo degli incolpati; sia perché comunque a tale procedimento è immanente il principio del "giusto procedimento", sia perché viene attribuita al COA una potestà punitiva, che, come vedremo, è attratta in più ampio istituto di diritto amministrativo. La prescrizione infine è un istituto diffuso in tutto l'ordinamento nelle sue varie forme di prescrizione estintiva, acquisitiva o interdittiva. La prescrizione penale certifica in particolare da un lato la volontà dello stato di non più perseguire determinati fatti, causando l'estinzione del reato e dall'altro, in connessione con gli artt. 111 Cost. e 6 Cedu, di contenere in tempi ragionevole la durata del processo. È ormai giurisprudenza consolidata che le norme sulla prescrizione abbiano natura sostanziale e non processuale proprio perché incidono sulla esistenza del reato (Cass. pen., sez. 3, 14/06/00 n. 6983; per tutte conformi); allo ius superveniens quindi non è applicabile il principio tempus regit actum, ma devono invece applicarsi gli artt. 25 e 111 Cost., 2 cp e 6 Cedu. Le ulteriori argomentazioni di supporto esplicitate nel parere in esame non appaiono decisive. L'aumento del termine prescrizionale non appare decisivo perché è necessaria una valutazione "globale" dei vantaggi/svantaggi del jus superveniens (Cass. Pen., sez. V, 22/06/04 n. 28066 e Cass. Pen. III n. 22374 del 19/05/04) e quindi di fronte all'incertezza derivata dal proliferare di atti interruttivi, il sistema "penalistico" appare di vantaggio limitando ogni possibilità, non sempre disinteressata, di dilazione del processo. La tipizzazione poi degli atti interruttivi, anch'essa norma sostanziale e sottratta al principio del tempus regit actum, si lega armonicamente con il nuovo modello prescrizionale. Si evita così una surrettizia perpetuatio del processo con miglior tutela dello status libertatis in perfetta coerenza con i principi e gli scopi dell'istituto della prescrizione. Vale la pena di osservare come anche, in questo caso si sia fatta chiarezza capitalizzando peraltro gli approdi della miglior giurisprudenza disciplinare (CNF n. 206 del 15/12/11). Gli atti interruttivi pregressi sono fatti salvi avendo esaurito i loro effetti. Quanto alla inapplicabilità del favor rei vale reiterare che il modesto incremento iniziale del termine non appare decisivo, in relazione alla globale situazione di vantaggio derivante dalla certezza degli atti interruttivi e dell'apposizione di un termine finale che lo sottratto a varianti soggettive ed oggettive. La natura amministrativa poi del procedimento disciplinare e territoriale non appare ostativa in relazione ai più recenti, e consolidati approdi del diritto amministrativo. È ormai emerso, nell'ambito dell'elaborazione del giusto procedimento e sulla scorta dell'art. 1 L. 689/81 l'istituto del "Diritto punitivo amministrativo", che evidenzia la natura afflittiva delle sanzioni amministrative, come pure ex art. 3 del Dlgtv 472/97 (delle sanzioni tributarie) e quelle ex artt. 9 e 117 DPR 189/00 (CdS sez. IV 8/02/13 n. 28). Su tali basi, anche sulla scorta delle più recenti decisioni della Cedu è ormai acquisito che al sistema punitivo amministrativo si applicano le guarantige di cui agli artt. 25, 2 Cost. e 6 Cedu (cfr le sent. Cedu Varvara c/ Italia del 29/10/13 ed Fondi Sud c/ Italia del 20/01/09), anche sotto il profilo della lex mitior. Ora non può seriamente dubitarsi della natura punitiva delle sanzioni deontologiche che incidono in maniera addirittura ablativa su diritti soggettivi anche di rango costituzionale (cfr citate SSUU 4902/97). Non vi è quindi alcuna ragione logico giuridica per valorizzare la natura amministrativa del procedimento che, anzi milita in senso contrario. Ultima considerazione sul punto nasce dall'art. 56, c. 3 che assegna valore interruttivo proprio all'atto iniziale e finale della procedura amministrativa così ricompresa un continuum procedimentale, non frazionabile "a comodo". Il richiamo all'art. 65 NLP suona in realtà come una drastica smentita alle tesi espresse nel parere in esame. La proroga degli organi in scadenza (comma 2) infatti ha natura meramente funzionale e organizzativa sganciata da tutti gli altri termini relativi alle fasi regolamentari; mentre tra norme incriminatrici e prescrizione entrambe di merito non vi è nessun rapporto conflittuale. La modifica della sanzione edittale può infatti incidere sul termine di prescrizione, ma questo accade in via automatica. Nella giurisdizione domestica, inoltre e qual che sia la sanzione, l'effetto estintivo è uniforme, ed altrettanto automatico. Decisivo è invece il comma 1 che prevede in via transitoria che: "fino alla data di entrata in vigore dei regolamenti previsti della presente legge si applicano se necessario ed in quanto compatibili le disposizioni vigenti non abrogate, anche se non richiamate". Mentre la tesi sostenuta nel parere consegnerebbe l'Avvocatura ad una bolla di incertezza di lunga durata; la norma in esame, letta collegamento con i principi generali dell'ordinamento, consente di mantenere l'efficacia del sistema anche in fase transitoria (già da Cass. 21/04/86 - Giur. It. 87, I, 265 "ragionevole durata" e diritto perfetto). Se il fenomeno dell'abolizione parziale di norme non è ignoto all'ordinamento (Cass. SSUU 16/06/03 n. 25887); il vero punto sarà nell'analisi di ciò che è necessario e di ciò che è compatibile; ma compatibile non con gli istituti da regolamentare, ma con le disposizioni vigenti non abrogate. Se il potere disciplinare è assegnato ex art. 50 NLP al CDD, sarà questo ad essere condizionato dai regolamenti attuativi; permanendo quello dei COA ex Dlgs 1578/33. A convalidare la nostra tesi soccorre l'art. 15 del Reg. CNF 1/14, che dispone il trasferimento al CDD dei procedimenti ancora pendenti avanti i COA; dandone comunicazione all'incolpato e applicando lo stare decisis. È quindi con l'esercizio del potere "attuale" che l'art. 56 dovrà confrontarsi. La riapertura del procedimento ex art. 55 NLP non inficia il nostro argomentare perché quel che ivi si prescrive non è la violazione disciplinare, ma la facoltà, nella vigenza dell'art. 653 cpp, di eliminare un contrasto di giudicati. In buona sostanza e per concludere anche in questa fase transitoria abbiamo efficienti e legittimati Giudici disciplinari, norme di incolpazione con le relative sanzioni e norme procedurali vigenti. È sufficiente integrare tutto questo con quelle norme di natura sostanziale e di miglior favore previste dalla L. 247/12 tra le quali indubitabilmente l'istituto della prescrizione degli atti interruttivi. L'art. 56 NLP deve dunque ritenersi vigente, ed applicabile se più favorevole all'incolpato.

Roberto Zazza

Avvocato del Foro di Roma

Presidente del Forum delle Professioni


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Esame di Stato: addio ai codici

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOProfessione avvocato: anno nuovo vita nuova. Cari amici e cari lettori, ritorno a scrivere dopo tanto tempo. E' iniziato il nuovo anno, il 2014, e come ogni inizio di nuovo anno, agli auguri reciprocamente scambiati si accompagnano sempre speranze che sia un anno se non migliore, quantomeno diverso dal precedente che, per qualunque motivo, si presenta sempre peggiore del successivo. E' noto a tutti il periodo di grande crisi a 360 gradi che attraversa l'Italia e, per restare in tema, è proprio per il nostro bel Paese che il 2013 è stato un anno "da dimenticare". La ventata di aria nuova che accompagna il nuovo anno, si ripercuote su tutto e, a quanto pare, anche sulla professione forense, anche essa sofferente nello scorso 2013. In questa occasione desidero, non affrontare discorsi noti a tutti come la scorsa Riforma Forense, le novità sulla iscrizione obbligatoria alla Cassa Forense e quant'altro, bensì su una notizia che mi domando quanto abbia effettivamente in sé la cd. "aria nuova". Come noto, con l'approvazione della legge sulla Riforma Forense, è stato presagito un "nuovo esame di stato scritto" per l'abilitazione all'esercizio della professione di avvocato: l'eliminazione dei codici commentati e la loro sostituzione definitiva, in sede di esame, con i codici cd. "secchi" ovvero privi dei commenti giurisprudenziali. La norma transitoria di cui all'articolo 49 prevede, tuttavia, che per due sessioni, dunque lo scorso 2013 e il 2014, le prove si svolgano ancora con il vecchio regime e, dunque, con la possibilità di utilizzare ancora i codici commentati dalla giurisprudenza. Ergo, il 2014, secondo il quadro disegnato, dovrebbe essere l'ultima sessione in cui è consentito affrontare l'esame scritto con il supporto tecnico dei codici commentati. Come direbbe qualcuno, la domanda sorge spontanea: questa sarebbe una novità utile per la formazione all'esercizio della professione forense "di qualità"? Qualcuno potrebbe rispondere che è come il metodo del bastone e della carota, accontentare alcuni e meno altri. In ogni caso l'impressione è sempre la stessa: ci si dimentica che l'esame di stato per l'acquisizione del titolo di avvocato non è un concorso, all'esito del quale, una volta superato, si ottiene un posto di lavoro, ma è, come dice la parola stessa, una abilitazione e, in quanto tale, tutte le modifiche che si progettano dovrebbero tenere presente questo "piccolo" particolare, che fa la differenza. Certo, non è questa la sede per giudicare o valutare una scelta del genere ma, in finale, ci si chiede se con questa ennesimo cambiamento, nel 2015, a questo punto, si potrà davvero dire, per l'avvocatura italiana, anno nuovo vita nuova! Al di di tutto, Buon Anno a tutti voi.

Paola Tullio

Avvocato del foro di Roma

Addetto Stampa di Avvocati della Tavola Rotonda


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"Per i diritti degli ultimi"

La tradizionale serata di fine anno della rivista Venerdì 16 dicembre 2011 la nostra Capitale ha cambiato aspetto, o almeno così è stato in via Flaminia 213 dove, presso lo Studio Leggi tutto