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Riforme

Nuovi orizzonti della giurisdizione domestica

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOOccorre fare un po' di chiarezza sul tema della imminente riforma degli Ordini professionali, ed in particolare in materia disciplinare, imposta da una serie di norme succedutesi nel breve giro di poche settimane. Uno degli ultimi atti del Governo Berlusconi (la c.d. Manovra bis), e cioè il D.L. 13 agosto 2011 n. 138 (convertito dalla L. 14 settembre 2011 n. 148) ha obbligato, infatti, tutti gli ordinamenti delle libere professioni (con esclusione di quelle sanitarie) a "prevedere l'istituzione di organi a livello territoriale, diversi da quelli aventi funzioni amministrative, ai quali sono specificamente affidate l'istruzione e la decisione delle questioni disciplinari e di un organo nazionale di disciplina. La carica di consigliere dell'Ordine territoriale o di consigliere nazionale è incompatibile con quella di membro dei consigli di disciplina nazionali e territoriali". A questa disposizione, confermata pienamente dalla normazione successiva (in tema di liberalizzazioni), ha fatto seguito una ancor più stringente imposizione, introdotta dall'art. 10 comma 2 della L. 12 novembre 2011 n. 183 (c.d. legge di stabilità), in forza della quale "le norme vigenti sugli ordinamenti professionali in contrasto con i princìpi di cui al comma 5, lettere da a) a g), sono abrogate con effetto dalla data di entrata in vigore del regolamento governativo di cui al comma 5 e, in ogni caso, dalla data del 13 agosto 2012".Il D.L. 6 dicembre 2011 n. 201 convertito, con modificazioni, in L. 22 dicembre 2011, n. 214 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici: c.d. legge "Salva Italia"), ha lasciato inalterato tale impianto normativo. Ne risulta, quindi, un sistema per il quale la c.d. giurisdizione domestica degli Ordini professionali sta per entrare in una fase di profonda modificazione, che lo renderà finalmente coerente con la disciplina vigente in altri Paesi europei. Durante alcune mie missioni all'estero, in rappresentanza dell'Ordine forense romano, ho infatti registrato da più parti lo stupore dei colleghi stranieri nell'apprendere che negli organismi di disciplina nostrani continuavano a militare esclusivamente esponenti della categoria professionale senza l'inserimento di alcun membro laico. "Tra cani non si mordono" è il leit motiv che si ascolta da parte dei cittadini che, rivolgendosi all'organo disciplinare di un Ordine professionale, sono costretti poi a constatare la mitezza con la quale lo stesso Ente affronta la delicatissima materia del rispetto della deontologia dei propri iscritti. Il caso della riforma delle Co.re.di. (Commissioni regionali di disciplina) in seno all'ordinamento notarile, è emblematico per apprezzare a fondo l'esigenza di rinnovamento che il nostro Paese sta finalmente per esaudire. Invero, la presidenza affidata per legge ad un magistrato ordinario ha fatto sì che anche la "casta" dei notai inizi a trovare nella sede disciplinare interna un presidio di legalità, nel rispetto degli interessi a presidio della credibilità della intera categoria. Per carità, mi si intenda bene: non vorrei di certo essere giudicato, sotto il profilo deontologico, da un magistrato (che, pure loro, con la speciale commissione insediata presso il C.S.M., non possono di certo vantare una giurisdizione moderna ed imparziale) e, tuttavia, l'attuale assetto che si rinviene nell'Ordine forense – quando questo si erge a giudice degli iscritti – presta il fianco a mille critiche spesso fondate. Ho subìto fortemente quella Presidenza che, fatto entrare in Aula un incolpato, non esitava – davanti ai difensori od ai testi – ad assumere un tono fastidiosamente amicale con costui, con domande sul luogo di origine dei suoi avi o sullo stato di salute dei propri familiari, con l'istaurazione di un clima di "colleganza" che stonava in modo solare con la celebrazione di un procedimento disciplinare. Il grado di civiltà di un popolo lo si misura anche dal sano distacco (che non va disgiunto dal rispetto) e dall'imparzialità che il giudice (foss'anche appartenente alla stessa categoria professionale dell'incolpato, come avviene nel caso della giurisdizione domestica) deve mantenere nei riguardi di chi è accusato di aver violato norme giuridiche. Che si sia superato il segno, in termini di perdita di credibilità della serietà di una categoria, sotto il profilo che qui interessa, è un dato di fatto. Le decisioni di "non luogo a procedere" superano di gran lunga quelle che irrogano sanzioni; queste ultime sono, poi, di norma di tale mitezza che chiunque perderebbe fiducia in una Istituzione che ambisce ad essere attendibile agli occhi dei consociati.Un caso che molte trasmissioni televisive hanno fatto diventare un vero e proprio tormentone (quello, cioè, dell'avvocato inventore di bufale colossali, divulgate al solo scopo di procurarsi un'orrenda pubblicità personale) dimostra da sé, semmai ce ne fosse bisogno, a quale livello di degrado sia arrivata la nobilissima professione forense, dinanzi all'endemica incapacità di reagire con la doverosa severità punitiva dinanzi a fenomeni così disdicevoli. Le norme sopra menzionate non dicono "come" si dovranno formare, d'ora in avanti, i collegi istruttori e giudicanti, essendo le relative regole affidate ad un prossimo regolamento di emanazione governativa: ma sta di fatto che la nomina dei futuri giudici disciplinari, vista l'incompatibilità con i membri degli Ordini professionali, non potrà avvenire per opera di questi ultimi (che potrebbero essere portati a gratificare, per motivi di appartenenza,questo o quell'iscritto) o, comunque, senza la previsione di criteri rigidi ed oggettivi che impongano che la scelta ricada su soggetti "davvero" esperti in materia deontologica e disciplinare, capaci, credibili. Si tratta di una sorta di ultima spiaggia per gli Ordinamenti professionali (che, perduta oramai la funzione dell'opinamento sui crediti professionali – a tariffe definitivamente abolite – e sottratta loro la funzione disciplinare, rischiano di doversi limitare allo svolgimento di marginali compiti burocratici e ragionieristici): solo se sapranno davvero rinnovarsi si potrà, infatti, continuare a difendere la loro stessa esistenza.

Rodolfo Murra

Avvocato del Foro di Roma


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Stagione di riforme per la giustizia

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLONel discorso inaugurale del corrente anno giudiziario presso la Suprema Corte di Cassazione, il Primo Presidente dott. Ernesto Lupo ha rimarcato con soddisfazione il positivo risveglio d'attenzione per la giustizia-servizio, dopo che, per anni, la prevalente attenzione politica era stata rivolta ai temi della giustizia-funzione, "con la dichiarata finalità di operare un riequilibrio dei poteri, ma con il malcelato intento di ridimensionare il controllo di legalità sull'esercizio di ogni potere, di quello politico-amministrativo in particolare, che l'ordinamento affida alla giurisdizione indipendente, nel rispetto dei principi di uguaglianza, di legalità e di obbligatorietà dell'azione penale". Il mutamento di rotta si è palesato con l'approvazione della legge delega 14 settembre 2011, n. 148 di revisione della geografia giudiziaria e la conseguente recente emissione dello schema di Decreto Legislativo recante: "Revisione delle circoscrizioni giudiziarie – Uffici dei giudici di pace", che prevede la soppressione di 674 uffici di Giudice di pace su 846, che consentirà un recupero di personale pari a: 1.944 giudici di pace; 2.104 unità di personale amministrativo, così distinto: 184 dell'Area III; 1.350 dell'Area II; 570 dell'Area I. Si è, in buona sostanza, interrotta una più che decennale inerzia del Governo e del Parlamento di fronte allo spreco di risorse disperse sul territorio, che potrebbero meglio essere utilizzate con la concentrazione dei presidi giudiziari. Sul mantenimento di questo impegno si misurerà la capacità di anteporre l'interesse generale alle resistenze localistiche, che non mancheranno, da parte di ambienti politici, forensi e anche giudiziari. La revisione delle circoscrizioni giudiziarie esistenti, peraltro, è tanto più improcrastinabile per prevenire ulteriori ricorsi (class action), dopo quello già avanzato dall'Ordine degli Avvocati e dall'Associazione Forense di Reggio Emilia, quali titolari di interessi giuridicamente rilevanti ed omogenei per una pluralità di utenti e consumatori, davanti al T.A.R. del Lazio, nei confronti del C.S.M. e del Ministero della Giustizia per la condanna "ciascuno per quanto di propria competenza, all'adozione di tutti gli atti necessari al fine di ripristinare un efficiente ed adeguato funzionamento dei servizi organizzativi di Giustizia". Ricorso di cui il 23 novembre u.s. ha dato comunicazione la stessa Amministrazione pubblicandolo, ex art. 1, c.2, del decreto legislativo 20 dicembre 2009, n. 198, "Attuazione dell'articolo 4 della legge 4 marzo 2009, n. 15, in materia di ricorso per l'efficienza delle amministrazioni e dei concessionari di servizi pubblici", nel sito istituzionale http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_27.wp. Sul reale bisogno di razionalizzazione organizzativa, oltre che di contenimento della spesa, anche i Dirigenti della Giustizia hanno fatto sentire la loro voce, manifestando attraverso il loro organismo associativo, il consenso pieno e convinto alla revisione della "geografia giudiziaria", per la soppressione delle attuali Sezioni Distaccate e di alcuni piccoli Tribunali. L'Associazione, anzi, ha ricordato che i primi a segnalare la necessità di riformare il sistema proprio muovendo dalla soppressione dei piccoli Uffici del Giudice di Pace, evidenziandone, già da tempo, i risparmi (finanziari e gestionali) che ne sarebbero conseguiti, sono stati proprio i Dirigenti. Essi sono consapevoli che l'efficiente funzionamento del sistema Giudiziario vale ad alimentare concretamente la crescita e la competitività del sistema, sia come possibile fattore di agevolazione dello sviluppo (attraverso il celere recupero dei crediti, tanto di quelli civilistici tra privati che dei crediti vantati dallo Stato in materia penale, ed il presidio del controllo di legalità sul territorio), sia quale rilevante centro di spesa (il quarto Ministero dopo Istruzione, Difesa e Interno) che richiede, pertanto, di essere riformato per poter costare di meno ed accrescere i livelli di servizio; e che i risparmi determinati dalle razionalizzazioni gestionali debbano essere investiti oltre che nel perseguimento dell'innovazione tecnologica, anche nel reclutamento di nuove e giovani professionalità. Così come "dieta" non può significare...smettere di alimentarsi, risparmiare sui costi del personale non deve, non può, significare abdicazione totale ad ogni politica di reclutamento. Non può significare chiudere per anni la porta in faccia a nuove generazioni, a nuove intelligenze e competenze. Perché, così facendo, le organizzazioni, sostiene l'Associazione dei Dirigenti, non "risparmiano", bensì producono sprechi. Come quelli generati dall'assumere Magistrati e poi lasciarli privi di collaboratori. O quelli determinati dal promuovere ambiziosi "piani di digitalizzazione" che poi si infrangono sulla difficoltà di innesto in un'organizzazione vecchia ed inadeguata. Nell'ottica della funzionalità del servizio-giustizia l'Associazione dei Dirigenti auspica, infine, la piena applicazione - ad oggi apparsa stentata, e che, invece, potrebbe agevolare grandemente il progetto di riforma avviato con la revisione delle circoscrizioni giudiziarie - del vigente Decreto Legislativo n°240/2006 "individuazione delle competenze dei magistrati capi e dei dirigenti amministrativi degli uffici giudiziari nonché decentramento su base regionale di talune competenze del ministero della giustizia" che recepisce un nuovo e più moderno assetto di governo degli Uffici Giudiziari. "Un anno "nuovo" di progetti realistici e impegni concreti" come recita il titolo del primo capitolo della relazione del Primo Presidente, è, dunque, iniziato. Ad esso guardiamo senza alcun scetticismo, ma, come ha affermato il Primo Presidente "con la determinazione di chi ha assunto una responsabilità verso le istituzioni repubblicane e verso la collettività".

Alfredo Rovere

*Dirigente Ispettore Ministero della Giustizia


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Mediaconciliazione: a breve l'udienza

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOL'istituto della mediaconciliazione obbligatoria, che sicuramente non è nato sotto i migliori auspici, è finito al vaglio anche della Consulta. Il TAR Lazio, infatti, sollecitato dall'Organismo Unitario dell'Avvocatura, da alcuni consigli dell'Ordine degli Avvocati e da alcune Associazioni del Foro di Roma, ha sollevato dubbi di legittimità costituzionale su alcuni punti del regolamento 180/10 attuativo del D. Lgs. 28/2010. L'udienza si terrà entro il 6 febbraio 2012. Sulla "Gazzetta Ufficiale del 28 dicembre 2011 n. 54, dedicata alle sentenze della Consulta, infatti, è stata pubblicata l'ordinanza di rinvio del Tar Lazio. Le parti dovranno costituirsi entro il 17 gennaio e l'udienza a quel punto verrà fissata nei 20 giorni successivi.


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Le sanzioni alla Giustizia

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl diritto a difendere i propri diritti ed interessi legittimi è un diritto inviolabile, al pari del diritto di libertà. Tutti possono agire per la difesa dei propri diritti e interessi legittimi, a prescindere dalla propria condizione. E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che, "limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana" (art. 3, comma 2, Cost.). Da oggiAggiungi un appuntamento per oggi non tutti hanno la stessa capacità di difendersi, viene leso il principio di uguaglianza, cade il valore e l'efficacia della legge uguale per tutti. Legge di stabilità 2012 ha così stabilito: all'art. 283 c.p.c. è stato aggiunto il secondo comma che recita "Se l'istanza prevista dal comma che precede [sulla sospensione della sentenza di primo grado] è inammissibile o manifestamente infondata il giudice, con ordinanza non impugnabile, può condannare la parte che l'ha proposta ad una pena pecuniaria non inferiore ad euro 250 e non superiore ad euro 10. 000. L'ordinanza è revocabile con la sentenza che definisce il giudizio". Stessa sorte è stata prevista sull'esecutorietà delle sentenze in materia di lavoro, aggiungendo un comma all'art. 431 c.p.c. Legge di stabilità 2012, che ha modificato sensibilmente anche altre norme del codice di procedura, il cui art. 27 è (significativamente) rubricato "Modifiche al codice di procedura civile per l'accelerazione del contenzioso civile pendente in grado di appello". Sulla stessa linea, è stato ritoccato il Codice del Processo Amministrativo - D. Lgs. n. 195 del 15.11.2011 con decorrenza dall' 8. 12.2011 - dove la previsione, già gravosa, sulle spese di giudizio, di cui all'art. 26, co. 2, è stata corretta ampliandone lo spettro: "Il giudice condanna d'ufficio la parte soccombente al pagamento di una sanzione pecuniaria, in misura non inferiore al doppio e non superiore al quintuplo del contributo unificato dovuto per il ricorso introduttivo del giudizio, quando la parte soccombente ha agito o resistito temerariamente in giudizio. Al gettito delle sanzioni previste dal presente comma si applica l'articolo 15 delle norme di attuazione". Si accelerano i processi ponendo degli ostacoli a chi ritiene di esercitare un legittimo diritto; con la previsione di una sanzione pecuniaria si torna al Medioevo, quando l'accesso alla Giustizia era monopolio di pochi ricchi e nobili. L'esigenza prevalente di ridurre il carico delle cause viene ottenuta tagliando il diritto alla Giustizia con le sanzioni pecuniarie, che saranno comminate dal Magistrato. Ogni norma che tentasse di eludere (o, addirittura, eliminare) la possibilità di agire in giudizio, essendo l'esercizio dei propri diritti inserito nel quadro dei diritti inviolabili della persona, è ingiusta e il diritto ad avvalersi della giurisdizione non può essere sacrificato in vista di altre esigenze, come quella deflattiva del numero delle cause, della speditezza del processo, delle esigenze di bilancio. Quando le procedure ostacolano l'agire per la tutela dei propri diritti o interessi legittimi, determinando la sopravvivenza di situazioni lesive o la inefficacia della tutela giurisdizionale si entra nell'area pericolosa dell'illegittimo impedimento, immotivato e unilaterale, che vulnera l'uguaglianza di fronte alla legge. Un impianto normativo che non amplia il diritto in favore della persona, ma delle esigenze di riduzione del danno dai numeri dei processi (10 milioni di processi pendenti). Un orientamento punitivo nei confronti di coloro che vogliono legittimamente esercitare un loro diritto calpestato e che intendono farlo confermare dal Giudice. Dopo aver aumentato le spese per avviare una causa, impedendo ai meno abbienti di avere Giustizia, con le ulteriori nuove norme si impedisce l'accesso alla Amministrazione della Giustizia, già in gran parte incapace di rendere Giustizia.

Carlo Priolo*

Avvocato del Foro di Roma


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L'affidamento condiviso

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOE' ben noto agli operatori del diritto di famiglia che la legge 54/2006 ha avuto inadeguata applicazione. Il passaggio da una gestione monogenitoriale ad una bigenitoriale dei figli – indicata dal legislatore non solo come la più idonea a realizzare l'interesse del minore, ma come corrispondente a un suo indisponibile diritto - non si è compiuto. Prioritariamente la magistratura, ma in realtà la parte prevalente dell'intero sistema legale (avvocatura, servizi sociali, mondo accademico) si sono schierati a difesa del vecchio modello. Ciò ha reso necessario che i fautori della riforma si attivassero nuovamente per proporre al Parlamento un nuovo intervento che rendesse ineludibili le norme in vigore. A luglio 2008 veniva depositato in Senato il ddl 957. Le obiezioni al ddl in esame sono state con tutta evidenza – e come brevemente vedremo – del tutto inconsistenti e strumentali, mentre l'ansia degli oppositori, si è tradotta, a volte, in aggressività, in espressioni e toni fuori luogo e fuori misura. Da una parte varie organizzazioni di operatori del diritto di famiglia, coalizzate a favore del modello esclusivo, con secondarie differenze tra loro; dall'altra la società civile, stanca di illegittimi aggiramenti, concordemente a favore del pieno impegno per i figli di entrambi i genitori, smentendo implicitamente certe rappresentazioni di comodo ("una riforma voluta dai padri contro le madri") e soprattutto con il decisivo supporto dei figli di genitori separati che hanno finalmente potuto chiarire senza equivoci cosa vogliono e cosa meglio risponde allo strumentalizzatissimo "interesse del minore". E il muro di divisione tra le due posizioni non ha riguardato dettagli tecnici, ma l'impianto stesso della riforma del 2006, a suo tempo tenacemente avversata dagli stessi soggetti che oggi ne sostengono l'intangibilità. E' il modello monogenitoriale che piace a buona parte dell'avvocatura e della magistratura minorile; è la doppia responsabilità genitoriale che viene invocata dalla famiglia separata. Non esiste nello schieramento che rifiuta un nuovo intervento alcuna intenzione costruttiva, ma solo la volontà di bloccare un provvedimento che darebbe attuazione al modello equilibrato di affidamento, proprio per ostilità al modello stesso. Tutti gli operatori del diritto di famiglia sanno perfettamente – e di regola ammettono – che nell'attuale applicazione della legge 54/2006 sono rimaste inalterate le sostanziali differenze di ruolo e di poteri per i due genitori proprie dell'affidamento esclusivo; e sanno altrettanto bene che queste differenze accendono un pericoloso contenzioso come prima le differenze tra l'affidatario e il non affidatario. Dunque per abbatterlo è indispensabile realizzare autentiche pari opportunità, spazzando via a monte i principali oggetti del contendere. Si replica: ma questo è un approccio adulto-centrico, " significa leggere la bigenitorialità nel quadro dei principi di uguaglianza e di parità tra coniugi, ampiamente superata dal principio che è l'interesse del minore, e non la parità tra i genitori, che impone la condivisione delle responsabilità" (Osservatorio Naz. sul Dir. Fam., in "Avvocati di Famiglia", n. 2 2011, p. 2). Ma questa è solo teoria. A prescindere dalle innumerevoli positive ricadute, assolutamente apprezzabili, della uguaglianza tra i genitori, come può un figlio star bene se i suoi genitori sono in guerra? Tutto ciò che serve a ridurre, o a contenere, la loro litigiosità contribuisce, prioritariamente e imprescindibilmente, all'interesse del minore. I diversi approcci sono solo un esercizio di retorica forense, che alla famiglia separata non interessano, meno che mai ai figli. E se si vuole comprendere quanto sia abissale la distanza tra i professionisti e i principali interessati ai relativi problemi appare decisivo rileggere la relazione depositata in Senato dall'associazione "Figli per i figli", che rappresenta il punto di vista dei figli di separati. "la divergenza di valutazione tra noi e loro [i gruppi di cui sopra, N.d.A.] non riguarda dei dettagli, ma il cuore stesso del problema, ovvero la scelta del modello. E' chiarissima la loro preferenza per il vecchio sistema. Dire che l'avverbio "pariteticamente" deve essere cancellato equivale a dire che si vuole che la gestione dei figli sia squilibrata. Altrimenti che fastidio darebbe? Sostenere che il sistema migliore per organizzare le nostre giornate è che si stia sempre – o quasi – presso un genitore e che l'altro gli dia del denaro per provvedere alle nostre necessità significa non avere minimamente compreso le nostre esigenze e i motivi più profondi del nostro dolore. Significa ragionare da adulti e da adulti che hanno una visione di tipo aziendale della famiglia separata. Il criterio guida deve essere l'efficienza! Ma la famiglia non è un'azienda! Non si può dare la priorità alla stabilità logistica rispetto a quella affettiva. Forse a un certo tipo di genitori può anche convenire, ma non a noi. Per questo la cosa più grave è che questi gruppi hanno pure la pretesa di parlare a nome nostro! Per me non sarebbe stata affatto la stessa cosa che mio padre mi accompagnasse a scegliere un golfino, piuttosto che trovarmelo acquistato da mia madre insieme a tutto il resto del necessario. O che toccasse a lui portarmi a pallacanestro due volte la settimana. ........ Voler permettere a un genitore, in caso di affidamento esclusivo, di portarsi i figli dove vuole, senza né l'autorizzazione del giudice né il consenso dell'altro, significa non riuscire a ragionare in concreto né a liberarsi delle antiche gerarchie tra genitori. Si vorrebbe che il genitore possa solo rivolgersi al giudice dopo che la partenza è avvenuta. Quindi una madre che sia stata esclusa dall'affidamento perché di tanto in tanto beve dovrebbe lasciare che il padre si porti le bimbe in Marocco (o altro paese che non ha firmato la Convenzione dell'Aia). Dopo di che chi le ritrova, chi va laggiù a recuperarle? Sarebbe questo l' "interesse del minore"? No, grazie. E non ci stupisce, ma non siamo certo d'accordo, che ad alcuni operatori del diritto, abituati a giocare in tribunale con la "verità processuale", dia fastidio che si vogliano censurare e sanzionare le manipolazioni dei figli, in modo da scoraggiare i genitori dal tentarle. Noi, invece, siamo stanchi di essere assediati dalle polemiche degli adulti, alcuni dei quali si sforzano di convincerci che l'altro genitore è un mostro; in qualche caso riuscendoci, cosa che poi ci distruggerà per il rimorso. Questo secondo intervento - che renderebbe ineludibili le norme già in vigore, completandole e consolidandole, nel pieno spirito del primo intervento – è perciò da noi considerato indispensabile e ad esso l'associazione viene oggi a dare sostegno, sposando integralmente le tesi dei ddl in esame. ... In queste condizioni il Parlamento, se davvero intende realizzare l'interesse del minore, ovvero permettere ai figli di genitori separati di godere di quei diritti indisponibili che la Costituzione all'art. 30 e il codice civile agli articoli 147 e 155 riconosce loro, dando ad essi i contenuti per i quali si sono già battuti e si battono oggi, non può porsi in posizione intermedia tra ciò che chiedono i diretti interessati e ciò a cui aspirano altre categorie, per propri motivi di tornaconto". Ma allora si deve quanto meno ammettere che se passa un "vero" affidamento condiviso per gli avvocati di famiglia non c'è più lavoro? Non siamo d'accordo, è una previsione sbagliata. Indubbiamente il cambiamento legislativo avrebbe importanti ricadute sull'attività dei difensori, ma solo qualitative, non quantitative. E' con l'avvocato che si inizierà a discutere a chi assegnare la casa di comproprietà, cosa che oggi non avviene, a causa dell'automatismo della sua attribuzione al "collocatario", che non esisterà più. E' attraverso l'avvocato che si valuteranno le risorse di ciascun genitore e si individueranno e attribuiranno a ciascuno i capitoli di spesa e i compiti di cura, anziché subire pressoché ineluttabilmente, come oggi, la cifra che il giudice stabilirà. E d'altra parte non sarà più il caso di insinuare immaginari abusi, trasformare "fisiologiche" e bilaterali liti familiari in univoci comportamenti violenti, trasformare una pasticca contro il mal di testa in una costante dipendenza da psicofarmaci. Una riformulazione, quindi, per l'avvocato, che ne migliorerebbe e nobiliterebbe le prestazioni, evitandogli anche di assumere i rischi delle accuse strumentali. Pericolose soprattutto se si confermeranno ed estenderanno recenti pronunce di alcune corti di merito, per altro altamente rappresentative, come il Tribunale per i minorenni di Milano e il Tribunale civile di Roma. Dal primo (decreto del 4 marzo 2011) arriva la prima utilizzazione in cinque anni e mezzo della sanzione prevista dall'art. 155 bis comma 2 c.c., ovvero la lite temeraria per avere pretestuosamente tentato di escludere un genitore dall'affidamento. E dalla prima sezione del Tribunale civile di Roma una sanzione finalmente significativa (50.000,00 €) per danno morale inflitta a una madre "collocataria" per avere ostacolato i rapporti tra padre e figlio, anche in tal caso attivando la strategia delle denunce infondate. Si tratta di provvedimenti che indubbiamente segnalano la via da percorrere.

Avv. Matteo Santini* Pres. Centro nazionale studi e ricerche sul diritto della famiglia e dei minori

Prof. Marino Maglietta* Pres. Crescere Insieme


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