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Riforme

Opposizione al decreto di pagamento

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOAvendo l'art. 34, comma 17, del d.lgs. 150/2011 abrogato i commi 2 e 3 dell'art.170 del d.P.R. n.115/2002 e sostituito il comma 1 dello stesso d.P.R., che prevedeva il termine di 20 giorni dall'avvenuta comunicazione, per la proposizione, da parte del beneficiario e delle parti processuali (compreso il pubblico ministero), dell'opposizione avverso il decreto di pagamento emesso a favore dell'ausiliario del magistrato per l'incarico peritale, con il seguente: "...L'opposizione e' disciplinata dall'articolo 15 del d.lgs. 1 settembre 2011, n. 150"; si è naturalmente posta a seguito della novella normativa la questione del quid iuris? in ordine al termine concesso agli interessati (beneficiario, parti, P.M.) per potere "contestare" la liquidazione dell'onorario e delle spese all'ausiliario operata dal giudice. E' da escludere, prima facie, intanto, che si sia trattato di una svista del legislatore per la mancata previsione esplicita di un termine. Piuttosto, essendo rimasto inalterato l'art.168 del d.P.R. n.115/2002 che prevede la provvisoria esecuzione (comma 2) e specifica (comma 3) che, nel procedimento penale, il decreto è titolo provvisoriamente esecutivo solo se "sussiste il segreto sugli atti di indagine o sulla iscrizione della notizia di reato", non si spiegherebbe più l'esistenza di questa disposizione. C'è allora un vuoto normativo come in dottrina hanno ritenuto alcuni? Secondo i quali, facendosi ricorso all'istituto dell'analogia, il termine per proporre opposizione sarebbe ora quello di 30 giorni, mutuandolo dall'art.17, comma 3, del d.lgs. 150/2011 che, disciplinando l'impugnazione avverso il provvedimento di allontanamento dei cittadini degli altri Stati membri dell'Unione europea o dei loro familiari per motivi imperativi di pubblica sicurezza, espressamente lo prevede per la presentazione del ricorso, con decorrenza dalla notificazione del provvedimento. Tale assunto, non condivisibile, si fonderebbe sul principio che la nuova formulazione dell'art.170 non avrebbe modificato la natura del giudizio rimasta di impugnazione/opposizione (quindi con necessità di un termine) né sarebbe stato trasformato in giudizio di accertamento sull'esistenza o sull'entità del diritto al pagamento del compenso. Ma la Corte Costituzionale già con ordinanza n.38/1988 ha affermato che il giudizio di opposizione al decreto di pagamento è di cognizione piena e non di impugnazione, così come ribadito anche dal Ministero della Giustizia (circ. 11/05/2012) che ai fini del versamento del contributo unificato ha ritenuto che "non può parlarsi di impugnazione per le opposizioni proposte ex art.170 del d.P.R. n.115/2002... trattasi di provvedimenti cui è stato da sempre attribuito valore monitorio". E, ancora, più precisamente, l'art. 15 del d.lgs. 150/2011 recita, al comma 1, che "Le controversie previste dall'art. 170 del d.P.R. n.115/2002, sono regolate dal rito sommario di cognizione, ove non diversamente disposto dal presente articolo". E allora, la previsione ricavabile dal collegato disposto dell'art. 168, comma 2, ultima parte, d.P.R. n. 115/2002; dell'art. 170 dello stesso d.P.R. come modificato dall'art. 34, comma 17, lett. a, d.lgs. n. 150 del 2011; dell'art. 15 di detto d.lgs., è coerente nel senso che il decreto è titolo provvisoriamente esecutivo, salvo che tale efficacia venga fatta oggetto di sospensione ad opera del giudice dell'opposizione ai sensi dell'art. 5 del citato d.lgs. n. 150. La provvisoria esecutività dei provvedimenti in materia civile di esecuzione è, per altro, regola di sistema, che può ritenersi derogata solo ove risulti espressamente previsto. Il termine per l'opposizione, in assenza di specifica diversa normativa, si ritiene debba essere quello generale previsto in tema di impugnazione anche per il rito sommario di cognizione, cui rimanda l'art. 15 d.lgs. 150: ovverosia il termine di cui all'art. 327 c.p.c., come modificato dalla legge n. 69 del 2009 (cfr., seppure con un refuso, Cass. Civ. sez. 2, n. 6766 del 6.3.2012), che disciplina la decadenza dall'impugnazione.

ALFREDO ROVERE*

DIRIGENTE CON FUNZIONI ISPETTIVE MINISTERO DELLA GIUSTIZIA


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Legge Pinto: profili di incostituzionalità

europaIl decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, misure urgenti per la crescita del Paese, pubblicato sulla GU n. 147 del 26-6-2012 - Suppl. Ordinario n.129, apporterà delle modifiche alla legge 89/2001 c.d. legge Pinto. Tali modifiche saranno in vigore, salvo ripensamenti da parte del Legislatore, a decorrere dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (art. 55 ult. comma). Ancora una volta assistiamo all'utilizzo inappropriato degli strumenti legislativi: si approvano norme che non hanno il carattere dell'urgenza, tramite decreto-legge, che dovrebbe essere utilizzato dal Legislatore tassativamente nei casi di necessità ed urgenza. Ciò porta, inevitabilmente, a far si che gli interventi normativi spesso siano inopportuni ed inefficaci o addirittura scontati. Come nel nostro caso. Infatti, buona parte dell'art. 55 che modifica la c.d. legge Pinto, non fa altro che "normativizzare" principi oramai consolidati nella giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, quali la determinazione dei tempi di durata del processo (3 anni per il primo grado, 2 anni per il secondo grado ed 1 anno per il giudizio di legittimità) e il quantum dell'indennizzo a titolo di equa riparazione (fra € 500,00 ed € 1.500,00 per ciascun anno che eccede il termine ragionevole di durata del processo. Tralasciando aspetti importanti, quale l'entrata in vigore dal 1° dicembre 2009 del Trattato di Lisbona, che ha modificato l'art. 6, comma 3 del Trattato sull'Unione Europea (TUE): "(...) i diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comune agli stati membri, fanno parte del diritto dell'Unione in quanto principi generali", venendo, così, ad incidere profondamente sulla previgente architettura del sistema delle fonti. Le nuove disposizioni, dettate dall'art. 2-bis, pur sostituendo l'art. 2 comma 3 l. 89/2001, hanno confermato che il danno risarcibile da prendere in considerazione è quello eccedente il termine ragionevole della durata del processo e non l'intera durata del processo, come statuito dalla CEDU con varie sentenze a carico dell'Italia (sent. Apicella n. 64890/01, Cocchiarella n. 64886/01, Zullo n. 64897/01 + altre). Solo la CEDU è deputata ad interpretare le norme della Convenzione europee dei diritti dell'uomo ed è ad essa che il nostro Legislatore doveva far riferimento nel dettare le nuove norme. Prima della modifica dell'art. 6 comma 3 del TUE il problema non si poneva in quanto il previgente art. 2 comma 3, l. 89/2001 prevedeva espressamente che la risarcibilità del danno era circoscritta al termine eccedente la ragionevole durata del processo. Pertanto, i giudici nazionali non potevano disapplicare una norma interna a fronte di una norma pattizia di diritto internazionale. Ma con la "comunitarizzazione" della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, l'impianto normativo è cambiato in quanto il Giudice nazionale è tenuto a disapplicare la norma interna quando questa sia in contrasto con una norma comunitaria. La questione è già stata esaminata in una recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 1220/2010). In tale occasione, il Consiglio di Stato ha dapprima richiamato la pacifica giurisprudenza della Corte di Strasburgo (CEDU, Sez. III28/09/2006, Prisyazhnikova c. Russia; CEDU, 15/02/2006, Androsov c. Russia; CEDU, 27/12/2005, Iza c. Georgia), in materia di artt. 6 e 13 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (tal disposizioni "impongono agli Stati di rendere una giustizia effettiva e non illusoria in base al principio "the domestic remindies must be effective"). Successivamente, ha stabilito che "si deve fare applicazione dei principi sulla effettività della tutela giurisdizionale, desumibile dall'art. 24 della Costituzione e dagli articoli 6 e 13 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo (divenuti direttamente applicabili nel sistema nazionale, a seguito della modifica dell'art. 6 TUE, disposta dal Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1 Dicembre 2009)". La giurisprudenza successiva ha recepito tale principio che si basa sul fatto che, ai sensi dell'art. 117, co. 1 Cost., così come modificato con l. cost. 18/10/2001 n.3, le norme della Convenzione sono immediatamente operanti nell'ordinamento italiano: ne deriva l'obbligo, per il giudice nazionale, di interpretare le norme nazionali in maniera conforme al diritto comunitario, ovvero di procedere in modo immediato e diretto, in caso di contrasto, alla loro disapplicazione in favore del diritto comunitario, previa eventuale pronuncia del giudice comunitario, ma senza transitare per il filtro dell'accertamento della loro incostituzionalità sul piano interno. Per una visione esaustiva di tutta la problematica è necessario richiamare le sentenze "gemelle" della Corte Costituzionale, la n. 348 e la n. 349 del 2007, con le quali il Giudice delle Leggi, prima della modifica del Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1 Dicembre 2009, aveva fornito la propria interpretazione dell'art. 117, comma 1 Cost. con riferimento ai rapporti tra ordinamento giuridico interno, trattati comunitari e CEDU. Secondo la Corte "La Convenzione EDU, invece, non crea un ordinamento giuridico sopranazionale e non produce quindi norme direttamente applicabili negli Stati contraenti. Essa è configurabile come un trattato internazionale multilaterale – pur con le caratteristiche peculiari che saranno esaminate più avanti – da cui derivano "obblighi" per gli Stati contraenti, ma non l'incorporazione dell'ordinamento giuridico italiano in un sistema più vasto, dai cui organi deliberativi possano promanare norme vincolanti,, per tutte le autorità interne degli Stati membri". Ne consegue, sempre secondo i Giudici delle Leggi, che il nuovo impianto normativo dovrà essere rapportato all'art. 117, comma 1 della Costituzione, il quale condiziona l'esercizio della potestà legislativa dello Stato e delle Regioni al rispetto degli obblighi internazionali: "il nuovo testo dell'art. 117, primo comma, Cost, se da una parte rende inconfutabile la maggior forza di resistenza delle norme CEDU rispetto a leggi ordinarie successive, dall'altra attrae le stesse nella sfera di competenza di questa Corte, poiché gli eventuali contrasti non generano problemi di successione delle leggi nel tempo o valutazioni sulla rispettiva collocazione gerarchica delle norme in contrasto, ma questioni di legittimità costituzionale". C'è da augurarsi che il Legislatore intervenga prima della conversione in legge del decreto, evitando così in sede processuale il sollevarsi di questione di incostituzionalità relativamente al nuovo art. 2-bis comma 1 per violazione dell'art. 117, primo comma, Cost., o il proliferare di ricorsi in opposizione al decreto che ha deciso il ricorso, qualora il giudicante ritenesse di non dover disapplicare il nuovo art. 2-bis, non riconoscendo il carattere comunitario della Convenzione EDU, appesantendo così la macchina della giustizia. Dal punto di vista procedurale, il decreto legge introduce importanti novità di cui brevemente se ne riassumono i punti più importanti di seguito: - il ricorso depositato viene deciso con decreto inaudita altera parte da un giudice designato e non più in camera di consiglio; - i documenti allegati quali: atto di citazione, ricorso, comparse e memorie, verbali di causa, relativamente al giudizio nel cui ambito la violazione si assume violata, e il provvedimento che ha definito il giudizio devono essere allegati in copia autentica; -avverso il decreto che ha deciso la domanda di equa riparazione, l'opposizione si propone davanti all'ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto. La Corte si pronuncia con decreto impugnabile per Cassazione entro 4 mesi dal deposito del ricorso. Inoltre, non sarà più possibile proporre ricorso durante la pendenza del giudizio, ma occorrerà che la decisione divenga definitiva; - la domanda deve essere proposta, a pena di decadenza, nel termine di 6 mesi.

Paolo Franzì*

Avvocato del Foro di Tivoli


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Grido di allarme per il legislatore

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOQuando è impossibile la riscossione della pena pecuniaria (o di una rata), l'ufficio giudiziario trasmette gli atti (tramite il P.M.) al magistrato di sorveglianza che, se accerta l'effettiva insolvibilità del condannato (disp. att 182 c.p.p.), converte la pena in una sanzione sostitutiva (1), se, invece, rileva una temporanea situazione di precarietà /indisponibilità economica del debitore (insolvenza) può: A) disporre la rateizzazione della pena pecuniaria (3), ovvero, B) differire la conversione (4) (art. 660 c.p.p.). Ciò premesso si ricorda che dal 1 gennaio 2006 il servizio nazionale della riscossione è svolto direttamente all'Agenzia delle Entrate, tramite Equitalia s.p.a., essendo stato soppresso il sistema di affidamento in concessione, a cui era stato assegnato per effetto della riforma introdotta dal D.Lgs. 8.7.1997, n.237, che lo sottraeva ai cancellieri (quali agenti delle finanze) che fino allora lo avevano curato. Più specificamente, per la gestione dei crediti di giustizia è stata costituita la società Equitalia Giustizia Spa (art.1, c.367, L. 24.12.2007, n. 244), con cui il Ministero della Giustizia ha stipulato, in data 23 settembre 2010, una convenzione attualmente operativa per gli uffici giudiziari delle Corti di Appello di Milano, Brescia, Palermo, Firenze e Venezia). Negli uffici giudiziari non ancora in Convenzione, la riscossione viene esercitata mediante Equitalia s.p.a.. L'ufficio giudiziario per fare ricorso alla procedura di conversione deve ricevere, entro 3 anni dalla consegna ruolo, la comunicazione d'inesigibilità del credito. La mancata comunicazione costituisce causa di perdita del diritto al discarico (art. 19, c.2, lett. c) D. Lg.vo 112/1999). Alla locuzione "comunicazione di inesigibilità" non deve attribuirsi il significato di documentazione attestante il completo svolgimento, con esito negativo o infruttuoso, dell'attività esecutiva su tutti i beni risultanti dall'effettuazione dell'accesso all'anagrafe tributaria, bensì quello di documentazione comprovante l'avvenuto infruttuoso inizio, quantomeno, dell'attività di riscossione (Circolare M.Fin. del 27/11/00, n. 215). Equitalia quindi deve notiziare l'Ente creditore circa le somme non riscosse e tale comunicazione è dovuta anche in presenza di vendita forzosa o fallimentare. Agli uffici giudiziari, però, che chiedono di conoscere l'esito dell'attività posta in essere, per i ruoli ormai consegnati da anni, Equitalia S.p.A eccepisce la proroga del termine per la comunicazione di inesigibilità e, pertanto, è di fatto inibita la possibilità di attivare la procedura di conversione della pena. Ciò perchè il Legislatore ha reiteramente prorogato i termini di trasmissione (anche per via informatica) delle comunicazioni di inesigibilità. Da ultimo l'ultima proroga al 31 dicembre 2013 per tutti i ruoli consegnati dagli uffici giudiziari dal 1 luglio 2002 al 31 dicembre 2010, è stata introdotta con D.L. 29.12.2011, n.216; conv. in L. 24.2.2012, n.14. Il quadro normativo in proposito è complesso, e si vuole risparmiare al lettore la lunga lista di disposizioni succedutesi nel tempo in materia. Fermo restando, che: a) per le pene pecuniarie in costanza di attività di esecuzione la prescrizione non è operante (e la stessa conversione della pena pecuniaria per insolvibilità già di per sè costituisce attività di esecuzione) (cfr. Cass. Pen., Sez. 4, 11464 del 2001); e b) nel caso in cui il condannato si sottragga all'esecuzione della pena, il termine di prescrizione della stessa decorre dal momento in cui si verifica tale sottrazione da ritenersi coincidente con lo scadere del termine per l'adempimento volontario assegnato al condannato con l'invito al pagamento (Cass. Pen., Sez. 6, n. 5625/2006) (art. 172, c.4, c.p.p.), tuttavia, se la comunicazione nei predetti casi perviene da Equitalia, dopo il decorso del termine per la prescrizione della pena pecuniaria (rispettivamente dieci anni per la multa e cinque per l'ammenda) decorrente dalla data di accertamento dell'insolvibilità, indubbiamente si crea un danno all'erario; a cui consegue la beffa per l'ufficio giudiziario, costretto a chiedere il discarico della pena pecuniaria per intervenuta estinzione per prescrizione, di dovere nel contempo pagare a Equitalia le spese per le procedure esecutive azionate (art. 17, D.Lgs n. 112/99 e D.M. 21.11.2000). E allora, appare chiaro, che le comunicazioni di inesigibilità dei crediti costituiti dalle pene pecuniarie non possano essere oggetto di ulteriore proroga ovvero il legislatore deve espressamente escluderli da una eventuale ulteriore proroga, essendo caratterizzati da profili di specificità rispetto alla totalità delle entrate dello Stato.

Alfredo Rovere*

Dirigente Ispettore Ministero della Giustizia

(1) sanzioni limitative della libertà personale non a carattere detentivo: libertà controllata o lavoro sostitutivo. Per i reati di competenza del giudice di pace, lo stesso giudice opera l'eventuale conversione della pena pecuniaria, in lavoro sostitutivo se richiesto dal condannato o, in mancanza, in permanenza domiciliare.

(3) rinnovabile per una sola volta se lo stato di insolvibilità perdura.

(4) per un tempo non superiore a sei mesi.


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Avvocati in sciopero

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOE' prevista una vera paralisi degli uffici giudiziari dal 15 maggio al 16 giugno per combattere le " ingiuste riforme" alla giustizia italiana.  È prevista una forte adesione degli ordini forensi allo sciopero bianco, come raccomandato dal Presidente OUA Maurizio De Tilla. Sciopero bianco significa, in sostanza, rigorosa applicazione delle procedure, il che comporterà, viste le attuali carenze di uomini e mezzi di cui soffre l'apparato giudiziario italiano, il collasso per un mese della giustizia nel nostro Paese. Intanto, Maurizio De Tilla, conferma la disponibilità al dialogo con il Governo, ma, allo stesso tempo, ricorda che rimangono irrisolte varie questioni: revisione della geografia giudiziaria, riforma con legge della professione forense, media-conciliazione obbligatoria. In realtà, OUA e CNF, già nel recente congresso straordinario di Milano, avevano insistito per avere un dialogo, tuttavia in assenza di atti concreti da parte dell'Esecutivo almeno per un confronto, l'assemblea dell'OUA ha deciso di partecipare allo sciopero proposto dagli Ordini forensi di Trani, Reggio Emilia e Forlì-Cesena. Inoltre, l'OUA ha chiesto al Ministro Severino il rinvio del termine del 13 agosto previsto per l'emanazione del regolamento governativo per la riforma professionale. L'avvocatura ha un ruolo fondamentale nel buon funzionamento della giustizia, eppure, è continuamente attaccata- ha ribadito il Presidente De Tilla affrontando, in conclusione, il tema dello spending review- si tagliano i tribunali e i giudici di pace, ma non si risparmia nulla: anzi così si rottamano i diritti dei cittadini.

Vanessa Pinato


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Nuovi orizzonti della giurisdizione domestica

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOOccorre fare un po' di chiarezza sul tema della imminente riforma degli Ordini professionali, ed in particolare in materia disciplinare, imposta da una serie di norme succedutesi nel breve giro di poche settimane. Uno degli ultimi atti del Governo Berlusconi (la c.d. Manovra bis), e cioè il D.L. 13 agosto 2011 n. 138 (convertito dalla L. 14 settembre 2011 n. 148) ha obbligato, infatti, tutti gli ordinamenti delle libere professioni (con esclusione di quelle sanitarie) a "prevedere l'istituzione di organi a livello territoriale, diversi da quelli aventi funzioni amministrative, ai quali sono specificamente affidate l'istruzione e la decisione delle questioni disciplinari e di un organo nazionale di disciplina. La carica di consigliere dell'Ordine territoriale o di consigliere nazionale è incompatibile con quella di membro dei consigli di disciplina nazionali e territoriali". A questa disposizione, confermata pienamente dalla normazione successiva (in tema di liberalizzazioni), ha fatto seguito una ancor più stringente imposizione, introdotta dall'art. 10 comma 2 della L. 12 novembre 2011 n. 183 (c.d. legge di stabilità), in forza della quale "le norme vigenti sugli ordinamenti professionali in contrasto con i princìpi di cui al comma 5, lettere da a) a g), sono abrogate con effetto dalla data di entrata in vigore del regolamento governativo di cui al comma 5 e, in ogni caso, dalla data del 13 agosto 2012".Il D.L. 6 dicembre 2011 n. 201 convertito, con modificazioni, in L. 22 dicembre 2011, n. 214 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici: c.d. legge "Salva Italia"), ha lasciato inalterato tale impianto normativo. Ne risulta, quindi, un sistema per il quale la c.d. giurisdizione domestica degli Ordini professionali sta per entrare in una fase di profonda modificazione, che lo renderà finalmente coerente con la disciplina vigente in altri Paesi europei. Durante alcune mie missioni all'estero, in rappresentanza dell'Ordine forense romano, ho infatti registrato da più parti lo stupore dei colleghi stranieri nell'apprendere che negli organismi di disciplina nostrani continuavano a militare esclusivamente esponenti della categoria professionale senza l'inserimento di alcun membro laico. "Tra cani non si mordono" è il leit motiv che si ascolta da parte dei cittadini che, rivolgendosi all'organo disciplinare di un Ordine professionale, sono costretti poi a constatare la mitezza con la quale lo stesso Ente affronta la delicatissima materia del rispetto della deontologia dei propri iscritti. Il caso della riforma delle Co.re.di. (Commissioni regionali di disciplina) in seno all'ordinamento notarile, è emblematico per apprezzare a fondo l'esigenza di rinnovamento che il nostro Paese sta finalmente per esaudire. Invero, la presidenza affidata per legge ad un magistrato ordinario ha fatto sì che anche la "casta" dei notai inizi a trovare nella sede disciplinare interna un presidio di legalità, nel rispetto degli interessi a presidio della credibilità della intera categoria. Per carità, mi si intenda bene: non vorrei di certo essere giudicato, sotto il profilo deontologico, da un magistrato (che, pure loro, con la speciale commissione insediata presso il C.S.M., non possono di certo vantare una giurisdizione moderna ed imparziale) e, tuttavia, l'attuale assetto che si rinviene nell'Ordine forense – quando questo si erge a giudice degli iscritti – presta il fianco a mille critiche spesso fondate. Ho subìto fortemente quella Presidenza che, fatto entrare in Aula un incolpato, non esitava – davanti ai difensori od ai testi – ad assumere un tono fastidiosamente amicale con costui, con domande sul luogo di origine dei suoi avi o sullo stato di salute dei propri familiari, con l'istaurazione di un clima di "colleganza" che stonava in modo solare con la celebrazione di un procedimento disciplinare. Il grado di civiltà di un popolo lo si misura anche dal sano distacco (che non va disgiunto dal rispetto) e dall'imparzialità che il giudice (foss'anche appartenente alla stessa categoria professionale dell'incolpato, come avviene nel caso della giurisdizione domestica) deve mantenere nei riguardi di chi è accusato di aver violato norme giuridiche. Che si sia superato il segno, in termini di perdita di credibilità della serietà di una categoria, sotto il profilo che qui interessa, è un dato di fatto. Le decisioni di "non luogo a procedere" superano di gran lunga quelle che irrogano sanzioni; queste ultime sono, poi, di norma di tale mitezza che chiunque perderebbe fiducia in una Istituzione che ambisce ad essere attendibile agli occhi dei consociati.Un caso che molte trasmissioni televisive hanno fatto diventare un vero e proprio tormentone (quello, cioè, dell'avvocato inventore di bufale colossali, divulgate al solo scopo di procurarsi un'orrenda pubblicità personale) dimostra da sé, semmai ce ne fosse bisogno, a quale livello di degrado sia arrivata la nobilissima professione forense, dinanzi all'endemica incapacità di reagire con la doverosa severità punitiva dinanzi a fenomeni così disdicevoli. Le norme sopra menzionate non dicono "come" si dovranno formare, d'ora in avanti, i collegi istruttori e giudicanti, essendo le relative regole affidate ad un prossimo regolamento di emanazione governativa: ma sta di fatto che la nomina dei futuri giudici disciplinari, vista l'incompatibilità con i membri degli Ordini professionali, non potrà avvenire per opera di questi ultimi (che potrebbero essere portati a gratificare, per motivi di appartenenza,questo o quell'iscritto) o, comunque, senza la previsione di criteri rigidi ed oggettivi che impongano che la scelta ricada su soggetti "davvero" esperti in materia deontologica e disciplinare, capaci, credibili. Si tratta di una sorta di ultima spiaggia per gli Ordinamenti professionali (che, perduta oramai la funzione dell'opinamento sui crediti professionali – a tariffe definitivamente abolite – e sottratta loro la funzione disciplinare, rischiano di doversi limitare allo svolgimento di marginali compiti burocratici e ragionieristici): solo se sapranno davvero rinnovarsi si potrà, infatti, continuare a difendere la loro stessa esistenza.

Rodolfo Murra

Avvocato del Foro di Roma


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