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Roma (foro)

Il processo: medium della tutela giurisdizionale dei diritti

Per agire o resistere in giudizio occorre avervi interesse, così l’art. 100 c.p.c..

Non potendosi ritenere che l’interesse ad agire ricomprenda anche l’abuso del processo; il requisito dell’interesse conduce direttamente alle situazioni giuridiche soggettive sostanziali; ma non nella loro astratta individualità, piuttosto nella loro struttura intersoggettiva; in breve l’ottica si focalizza sul rapporto giuridico che si può definire: “la relazione tra due soggetti regolata dal diritto” (Torrente: Manuale §5 - Giuffrè 2004).

Il processo dunque è il medium per la tutela giurisdizionale dei diritti (artt. 24 Cost., 2907 c.c., 99 c.p.c.) il che ci conduce a collegare il processo alla situazione giuridica soggettiva lesa e quindi al rapporto leso; poiché infatti il processo si introduce bensì a domanda, ma è regolato dal principio contraddittorio (artt. 111 Cost., 101 e 105 c.p.c.). La teoria classica dell’atto giurisdizionale quale “ripristino” dell’ordinamento, non avrebbe altrimenti senso se questo si risolvesse in mero fatto di punizione. In conclusione pare legittimo concludere che il conflitto è l’aspetto patologico del rapporto; e che il processo è dunque il mezzo di risoluzione dal conflitto.

Ma l’esperienza ci mostra come il conflitto in realtà si risolva, e legittimamente; non solo efficacemente anche con media diversi dal processo. Anche dal punto di visto lessicale balza evidente le differenza tra processo ed ADR; il primo è autoreferente le seconde pongono in evidenza in modo diretto la “disputa” e cioè il conflitto.

Non intendiamo in questa sede approfondire il tema del monopolio statale della giurisdizione. (Satta: “la giurisdizione non presuppone affatto la legislazione" Commentario Vallardi 1959 Vol. 1, pag. 18 - N. Picardi Extrastatualità della giurisdizione, studi in memoria di A. Attardi); ci basta affermare che il sistema di ADR, con il suo riferirsi nel merito: all’arbitraggio ed alla perizia contrattuale ed alla transazione; è un medium alternativo (ma non nel senso dei ristoranti post 68) o se volete “diverso” (ma non nel senso ermafrodito d’attualità); il cui esito positivo vale a risolvere il conflitto.

Con il mezzo semplificato del giusto processo necessario di cui serve Piero Sandulli.

Ovviamente questo confligge con la teoria ripristinatoria dell’atto giurisidizionale, ma questa sembra comunque contraddetta in radice dalla transazione, che presuppone le reciproche concessioni e quindi dà per presupposto che l’esito non sia mai “ripristinatorio dell’ordinamento”; ma solo riequilibra tori di interessi giuridici e metagiuridici.

La risoluzione del conflitto porta comunque alla pace sociale; valore massimo della convivenza civile; e vedremo come tale effetto dipenda proprio dalla tipologia del conflitto (questa funzione del metodo ADR è sottolineato in particolar modo dal Cappelletti)..

Diversa poi la funzione del conflitto nell’ambito del processo da quella nel sistema ADR. Nel processo il conflitto, per la correlazione alla domanda ed al rapporto giuridico, determina infatti la competenza; il contenuto della tutela, identifica la tipologia del rito; determina anche l’antropologia del giudicante e soprattutto i limiti della sua potestà e del suo modus operandi; il limite della domanda, il divieto di anticipare il giudizio ecc….

Il processo civile, in quanto rito; astrae dal conflitto quale fatto personale e sociale lo assume per ricondurlo alla legittimità; che poi Pasquale sia uomo debole ed inesperto non rileva più di tanto. Pasquale sarà obbligato all’atto o al risarcimento, ma Pasquale sarà però sempre convinto, e parzialmente a ragione, di aver subito un “ingiustizia” e non solo dalla controparte, ma quel che è peggio dell’ordinamento.

Il metodo ADR invece, fermo il principio del giusto procedimento, tenta di realizzare non il giusto processo, ma il processo giusto. E qui è la radice del conflitto tra i due media: il sistema ADR inquina il modello positivista; sovranità, fonti-giurisdizione; sia inserendo quote di equità, valorizzando i motivi altrimenti estranei aldecidere; sia consentendo soluzioni innovative, compensazioni irrituali, ecc. Traspare evidente a questo punto che il conflitto, - an et quantum - assunto come dato “anche” meta-giuridico; può anzi deve, per ottimizzare la tutela, essere riguardato in relazione ai configgenti.

Un modello unico di procedimento comporterebbe infatti un processo di astrazione del conflitto come avvenimento; rendendolo inefficiente ed anelastico; riproponendo le strettoie del processo.

I rapporti giuridici coprono invece tutto lo spettro dell’ordinamento dai diritti assoluti, alla filiazione alla famiglia alla responsabilità aquiliana, ai rapporti civili e commerciali, alle nugae.

Ed ancora l’apprezzamento della lite da parte del tecnico del diritto, nel suo tentativo di obbiettivizzazione o nelle sua esperienza, non coincidono con l’apprezzamento marcatamente emotivo del congliggente, e questo varia anche tra soggetti coinvolti da conflitti omogenei.

È nota la sindrome da risarcimento; è dato d’esperienza la frase: “Avvocato è una questione di principio”; specola di quanto diciamo sono le liti condominiali.

Vi sono dunque conflitti non conciliabili a ragione del loro inpingere in interessi pubblici; ma tutti gli altri richiedono “riti” e tecniche suasive diverse. In alcuni casi avrà aggio un lungo approccio separato, in altri la fantasia propositiva di un terzo proponente.

Residuano poi conflitti minimali, al limite stesso del concreto danno e dell’interesse alla tutela.

In questi casi la tutela diventa un fatto di etica collettiva; non può consentirsi infatti ad una delle parti di locupletare giocando sui “grandi numeri” di microdanni.

È questa l’area delle class action, se e quando ne avremo una efficiente; e della conciliazione cosiddetta negoziale; che opera tra soggetti collettori di interessi. L’approfondimento di tali articolazioni è lo scopo di questo convegno.

Ponendo il conflitto al centro del sistema delle tutele si attengono poi due conseguenze ulteriori. Ci supera, infatti lo schema originario, che nato per soddisfare le esigenze dell’economia nel quale i configgenti sono in grado di effettuare il calcolo economico della lite; specie internazionale; e si estende il medium ad ogni possibile conflitto. Dal conflitto nasce poi il criterio di identificazione della terzietà dei soggetti amministratori del sistema ADR che oggi appare frazionato e sotto il profilo di terzietà non limpido.

La filosofia di questa modesta relazione si può sintetizzare nell’ecogla IV° di Virgilio: “non omnes invant arbusta umilesqae myiricae; si caninus silvas silvae; sint consule digne”; il suo fine riportare la risoluzione del conflitto vicino ai configgenti. Per dirla in termini giuridici; l’ottica del conflitto fa emergere una nuova categoria ordinante; quella delle tutele, nell’ambito delle quali, la Giurisdizione Pubblica Statale è solo una delle opzioni, accanto all’arbitrato, al sistema ADR; che l’ordinamento pone a disposizione del cittadino per la pax piuttosto che per la legittimità.

Avv. Roberto Zazza *

PRESIDENTE FORUM DELLE PROFESSIONI

 


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Speciale Elezioni Consiglio ordine Avvocati 2010

Continuano le polemiche post elettorali.

 

Ancora polemiche sia sul piano personale e giuridico, tra pronuncia di sospensiva del TAR Lazio, reiterazione di atti e pronuncia di merito fissata per il 25 marzo p. v.

Questa Testata, nell’esprimere il proprio sconcerto per il fatto che gli Avvocati non riescano a fare a meno dei giudici per risolvere le proprie questioni di potere e sottopotere, intende informare i propri lettori della vicenda, con la massima obiettività, pubblicando una sintesi delle tesi delle due parti in causa, affinché la categoria possa valutare oggettivamente l’intera vicenda. All’uopo si riportano le tesi sostenute dai ricorrenti e dal resistente, nonché la parte motiva dell’ordinanza n°1125/10.

Ad colorandum, pubblichiamo anche le polemiche personali tra gli Avvocati Cassiani e Cipollone, i quali, pur contendendosi la palma di “Consigliere Anziano” dimostrano di avere un ardore giovanile fuori dal comune!

 


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Diario di un povero scrutatore

Avv. Alessandro Cassiani, avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOQuando Ti arriva una comunicazione dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati sono sempre cattive notizie. Il 14 dicembre arriva un fax intestato C.d.O. di Roma.
Il già Presidente Cassiani mi comunica, con la solita affettuosità, che sono stato nominato scrutatore alle imminenti elezioni per il rinnovo del Consiglio. La convocazione (la seconda, quella buona, come per le assemblee condominiali) è prevista da sabato 30 gennaio a martedì 2 febbraio: quattro - dicasi quattro - dalle ore 8,30 alle ore 13,30. Non basta! C’è poi l’inevitabile ballottaggio: altri quattro – dicasi quattro – giorni, da sabato 6 a martedì 9 febbraio più il micidiale, lunghissimo, faticosissimo scrutinio finale che potrebbe spingersi fino alle prime luci mio seggio: donna, tedesca, severissima. Si elabora una sorta di turnazione.
Mi presento sabato mattina al mio seggio visibilmente assonnato, anzi forse in fase R.E.M. Ovviamente ho saltato le lezioni-dimostrazioni sulle meraviglie del voto elettronico che verrà sperimentato per l’occasione.
Grazie al Cielo “Das Prezident” conosce il fatto suo e mi rassicura materna. Iniziano le operazioni di voto, e già il primo giorno, alle ore 8,31 esatte c’è un collega - più anziano del Codice Rocco - che sente il bisogno di votare con urgenza. Cerchiamo di dirottare i colleghi-elettori sul voto elettronico, perché pensiamo che siano meno schede da scrutare per noi alla fine delle fiere, ma veniamo immediatamente rimbrottati.
Dei quindici componenti del seggio fra scrutatori, vice-presidente e presidente se ne presenta solo la metà. Tuttavia siamo coadiuvati dai tecnici della società che ha realizzato il voto elettronico (bravi ragazzi) e soprattutto dagli impiegati del Consiglio dell’Ordine (bravissimi ragazzi, che Dio li benedica). Siamo confortati dal buffet che viene allestito nei grigi corridoi del “Palazzaccio” (per lo scrutinio finale arriva addirittura la pizza). I colleghi- questori faticano a tenere l’ordine pubblico e l’esuberanza di taluni candidati, i quali cercano di convincere lo svogliato elettore a dar loro l’agognata preferenza fino alla porta della tenebrosa aula avvocati della Cassazione (qui – mi dicono - venivano giudicati gli dell’alba. Non basta ancora: il Presidente Cassiani prolunga manu militari l’orario dei seggi fino alle 16,00 gli ultimi due giorni (lunedì 8 e martedì 9 febbraio). Insomma, neanche fossero le elezioni in Iraq e in Afghanistan post-occupazione…due week-end rovinati. Chi ha il coraggio di dirlo alla fidanzata?
Scattano immediatamente febbrili consultazioni con i colleghi di studio per risparmiarsi l’indesiderata corvé.
Tante domande si affollano nella mente: fare lo scrutatore è un obbligo deontologico? Se non ci vado che mi succede? Ma … se mi facessi fare un certificatino medico che attesta che soffro del “gomito dello scrutatore” e devo stare a casa? Alla fine prevale il senso del dovere, anzi no, forse la curiosità. Vengo contattato dal Presidente del Elezioni COA 2010 antifascisti durante il Ventennio), dove sono allestiti i seggi. Qualche collega di vecchio stampo si indigna e protesta per l’entusiasmo per i candidati. Ma non c’erano le severissime disposizioni del Presidente Cassiani in materia? Il pavimento è cosparso di “santini” elettorali. Attraversare il corridoio che porta a destinazione per gli avvocati che vogliono recarsi è – come di consueto – impresa ardua.
Mille mani vogliono stringere le tue, e ancora: pacche sulle spalle, sorrisi, strizzatine d’occhio. Imparo subito a fare il giro più lungo per saltare l’assedio elettorale.
Nonostante la fatica e il freddo, le articolate e puntuali domande dei colleghi/elettori che Ti mettono in crisi, le diatribe infinite sulle sintetiche norme elettorali, si va avanti. Anzi diventa quasi una lieta occasione per incontrare amici, nemici conoscenti e parenti.
Prevale comunque il buon umore e la simpatia. Al ballottaggio siamo più rodati e organizzati e tutto sembra filare più liscio. Occorre ora lo sprint finale per lo scrutinio finale (il voto elettronico non ha sfondato, diciamo così, quindi ci sono tante schede cartacee da esaminare). Una fatica improba, complicata dalla circostanza che le preferenze espresse nella maggior parte dei casi pescano indiscriminatamente in tutte le liste presentate, e dunque il lavoro risulta più complesso.
Ora la stanchezza si fa sentire. Tutte quelle crocette sui nomi dei candidati fanno strabuzzare gli occhi: qualche battuta, la pizza e un paio di volenterosi questori ci aiutano. Finalmente tutti i seggi consegnano i risultati. Partono persino gli applausi (ormai in Italia si applaude in tutte le occasioni, anche ai funerali). La tensione si allenta, e la sala avvocati sembra improvvisamente più grande e meno triste. Neanche troppo tardi Giovanni Cipollone annuncia i nomi degli eletti (ma sapete bene che, mai come quest’anno, i risultati non possono considerarsi definitivi). Chi ha vinto festeggia e chi ha perso si amareggia. Scorrono fiumi di spumante fra vincitori e vinti. Baci, saluti e abbracci fra scrutatori dello stesso seggi(pare che in questa sede nascano spesso amicizie, e persino storie d’amore sfociate in matrimoni). Sapete che vi dico? Io alla fine mi sono pure divertito!

Rodolfo Capozzi *

Avvocato del Foro di Roma


 


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Tensioni e polemiche alla Camera Penale di Roma

Polemiche e tensioni per il prossimo Caizza.

La Camera Penale di Roma (C.P.R.) è una associazione non riconosciuta «di avvocati che esercitano la professione forense nel campo penale», fondata nel 1960 che conta attualmente circa 400 membri, ed aderisce all’Unione delle Camere Penali (U.C.P.I.). Essa è percepita, persino dalla magistratura, come il sindacato non ufficiale degli avvocati penalisti. La C.P.R. è attualmente presieduta dall’avv. Gian Domenico Caiazza, il quale ha saputo darle un rinnovato vigore, portandola sovente all’attenzione della stampa. Ma non mancano le critiche. Innanzitutto dall’esterno: le altre associazioni forensi contestano da tempo il solipsismo e lo scarso spirito di collaborazione della C.P.R.. Non basta: ultimamente all’interno della C.P.R. vi sono stati sommovimenti interni degni di nota, anzi quasi una fronda interna. Ma andiamo per ordine. Tutto inizia nel novembre dell’anno scorso, con le dimissioni di quattro membri del Consiglio direttivo della Camera Penale capitolina: gli Avv.ti Massimo Amoroso, Francesco Romeo, Eugenio Spinelli e Livia Lo Turco (che alle scorse elezioni racimolò più voti di preferenza dello stesso Caiazza, poi eletto Presidente). I dimissionari pubblicizzavano, tramite posta elettronica, un articolato documento in cui spiegavano le ragioni del loro gesto. Si denunciava un «insanabile dissenso politico» creatosi all’interno della C.P.R., per via del «venir meno del rispetto del principio di collegialità nella formazione della volontà del Consiglio direttivo della Camera Penale di Roma». Lo stesso Consiglio direttivo veniva – secondo i “frondisti” - «messo di fronte a decisioni già prese ed a fatti compiuti» da parte di Caiazza, inerenti alle dimissioni dello stesso Presidente della C.P.R. da un organismo dell’U.C.P.I. (l’Osservatorio Banca dati della stessa), per dissensi con la giunta esecutiva della stessa Unione, e dalla parallela sua assunzione della presidenza del Comitato Radicale per la Giustizia “Pietro Calamandrei” (noto – e meritorio - ente “politico” e politicizzato).
Le spiegazioni di Caiazza ai futuri dimissionari risultavano insoddisfacenti: in particolare, gli si rimproveravano le dimissioni dall’Osservatorio di cui sopra, la cui stessa istituzione aveva pure sancito il “successo” della riuscita celebrazione della “contro-inaugurazione” dell’anno giudiziario dei penalisti, tenutasi proprio qui a Roma, a cura della C.P.R. Ancora, si percepiva come una minaccia all’autonomia politica della C.P.R. l’assunta presidenza del citato Comitato “Pietro Calamandrei” da parte del Caiazza, tale da poter far «generare una possibile “confusione” fra le due associazioni». Invero, l’attuale linea politica della C.P.R. si può certamente definire aprioristicamente “anti-governativa” (le politiche sulla sicurezza e sulla giustizia del Governo Berlusconi sono state definite sprezzantemente “securiste”, se non peggio) e certamente “radicale” nei modi e nelle argomentazioni.
Ma non divaghiamo: le condotte di cui sopra del Presidente Caiazza attentavamo,sempre secondo la “banda dei quattro”, al principio di collegialità che avrebbe sempre contraddistinto la Camera Penale, per via della sua (di Caiazza)«visione personalistica della carica».
Ma il conflitto fra il Presidente e i suoi contestatori esplodeva fragoroso in occasione dell’esame del rinnovo del regolamento dellescuole di formazione dell’Unione delle CamerePenali. Il dissenso verteva sulla presentazione di emendamenti da parte delle Camere penali territoriali sul nuovo regolamento, occasione - a dire di Caiazza - di un boicottaggio da parte della Giunta dell’U.C.P.I.. Anzi, il Presidentelamentava un vero e proprio attacco ai suoi danni da parte della stessa Giunta: il Consiglio direttivo – in difesa dell’attaccato - deliberava di rispondere per le rime all’indirizzo del chiarissimo Avv. Renato Borzone. Quest’ultimo replicava denunciando l’avvenuta opera di disinformazione di Caiazza nei confronti del Consiglio direttivo capitolino e delle Camere penali territoriali.
Ancora, i “magnifici quattro” accusavano Caiazza di aver filtrato il flusso di informazioni proveniente dall’Unione in base a sua discutibile «soggettiva interpretazione» e, soprattutto, di aver comunicato alla stessa Unione un voto unanime (sui famosi emendamenti al regolamento) in realtà mai avvenuto!
Insomma: dimissioni dei colleghi Amoroso, Lo Turco, Romeo e Spinelli. Caiazza, accusato – seppur con calcolata eleganza e rara pacatezza - di essere un autocrate “pannelliano” e un manipolatore, replicava ufficialmente a tutti gli addebiti producendo ricca documentazione.
La versione del Presidente è ben diversa da quella dei contestatori, le cui affermazioni egli censura punto per punto.
In sintesi, Caiazza rivendica il merito di aver costretto l’Unione ad accettare gli emendamenti delle Camere penali territoriali, e soprattutto insiste di aver informato dettagliatamente il Consiglio direttivo di tutta l’annosa questione sottolineando che «nessuno dei dimissionari, in nessun momento, ed in nessun documento, revocherà in dubbio, la consapevolezza e la responsabilità del proprio voto favorevole al documento emendativo del regolamento» di cui sopra. Ma la storia continua: l’8 marzo scorso un «un gruppo di soci della C.P.R.» (tra i firmatari Livia Lo Turco, Eugenio Spinelli, Francesco Romeo e Giuliano Dominici, che lamenta di essere stato defenestrato dalla guida della scuola di I livello della C.P.R. dopo anni e anni di onorato - e gratuito - servizio) chiama a raccolta delusi&scontenti della gestione Caiazza. «Quello che vediamo non ci piace» scrivono, al grido di: «Viva la Camera Penale!». Bisogna incontrarsi e parlarne. Nell’appello non mancano aspre critiche contro i presunti e non dimostrati «straordinari successi» della C.P.R.: dalla chiusura anticipata dell’orario delle cancellerie dibattimentali e G.I.P. in Tribunale (alla faccia dei blasonati ed idilliaci rapporti C.P.R./Presidenza del Tribunale), alle strombazzate copie digitali, che si sarebbero rivelate più un guadagno per l’amministrazione giudiziaria che un buon affare per gli avvocati. Tutto questo mentre la Camera Penale (dove «da tempo si registra una tendenza all’esclusione, invece che al coinvolgimento, senza spazio alcuno per i “nonfidelizzati” ») si apprestava ad autocelebrarsi in vista del quarantennale della propria fondazione. Un altro gruppo di iscritti della C.P.R. (tra cui Cesare Placanica, Gianluca Tognozzi, Antonello Patanè e altri) replicava a questo pamphlet elettronico con un’altra e-mail intitolata “Chi di spada ferisce di spada perisce”. Questo secondo gruppo (invero più dialogante con la C.P.R. ufficiale) concorda, però, con il primo sul fatto che l’iniziativa della Camera penale è «ingabbiata» e che vi dominano le «logiche di appartenenza», rilanciando l’invito al confronto. Detto, fatto. Si organizza, per il 31 marzo, un affollato incontro in un pub al rione Prati, nel quale effettivamente si parla e si discute delle problematiche di cui sopra, seppur con posizioni diverse e variegate ma con un comune sentimento di affetto nei confronti della Camera Penale.
Non nasce ufficialmente alcuna “anti-Camera Penale” ma spira un venticello di fronda; si registrano civili e velate critiche nei confronti di Caiazza (vero e proprio convitato di pietra) ed ai suoi “fidelizzati”, critiche di metodo e di merito, ma non si intraprende alcuna iniziativa concreta.
La verità è che, al momento, l’astuto e imperturbabile Gian Domenico ha messo fuori dalla Camera Penale tutti quelli che erano contro di lui. Come finirà?
Vedremo … in ogni caso domani e sempre: «Viva la Camera Penale!».

Rodolfo Capozzi *

Avvocato del Foro di Roma

 


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COA Roma: il responso del CNF

Il CNF passa la parola alla Consulta.

Il 26 aprile 2010 è stata pubblicata l’ordinanza con cui il CNF, nell’esercizio dei suoi poteri giurisdizionali, si è espresso in merito alla questione della eleggibilità al Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma dell’avv. Alessandro Graziani.
Come noto, i ballottaggi svoltisi il 10 febbraio 2010 hanno visto come ultimo tra i vincitori l’avv. Graziani, mentre primo tra i non eletti è risultato l’avv. Carlo Testa.
Ora quest’ultimo ha contestato la validità dei suddetti risultati proponendo reclamo innanzi al Consiglio Nazionale Forense, ai sensi d e l l ’ a r t . 6 D . L g t . 23.11.1944 n. 382, deducendo la violazione dell’art. 22 RD 27.11.33 n. 1578 come modificato dall’art. 1 bis DL 21.5.03 convertito nella L. 18.7.03 n. 180.
In sostanza l’avv. Graziani si troverebbe in una condizione di ineleggibilità derivante dall’aver svolto la funzione di commissario agli esami di avvocato per l’anno 2006 (conclusisi in data 3 luglio 2008). In virtù del tenore letterale della norma, infatti, la preclusione si estenderebbe fino alle elezioni immediatamente successive all’incarico di commissario d’esame, e nella fattispecie le elezioni appena svolte a gennaio/ febbraio per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine, rientrerebbero nel divieto, con la conseguente causa di ineleggibilità, eccepita dall’avv. Testa, che per l’effetto ha chiesto di essere dichiarato direttamente eletto in sostituzione del candidato ineleggibile.
Nel resistere al reclamo l’avv. Graziani ha esposto una serie di motivazioni impeditive del provvedimento invocato dal ricorrente, facendo notare comunque per un verso la necessità di elezioni suppletive, per altro verso che medio tempore si erano svolte le elezioni del Comitato dei delegati alla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense (svoltesi nel febbraio 2009), e che inoltre il medesimo resistente aveva ricoperto il ruolo di commissario suppletivo e non effettivo della commissione d’esame.
Il resistente si è poi soffermato sulla ratio della norma, evidenziando molteplici profili di illegittimità costituzionale che la vizierebbero, in particolare rispetto al diritto di elettorato passivo di cui all’art. 51 Cost. e al principio di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost. Svoltasi l’udienza del 20 marzo 2010, con il contraddittorio esteso al COA di Roma e al Procuratore Generale, il CNF in seduta giurisdizionale ha deciso di ritenere rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 22 RD 27.11.33 n. 1578, nella parte in cui “rimuovendo l’impedimento alla elezione passiva ai consigli degli ordini forensi e agli organi della Cassa di previdenza e assistenza forense per gli avvocati che abbiano fatto parte delle commissioni dell’esame di abilitazione forense, solo dopo che siano state espletate le elezioni immediatamente successive all’incarico ricoperto per entrambe le elezioni, è in contrasto con gli artt. 2, 3 e 51 Cost. nonché con gli artt. 52 della Carta dei diritti fondamentali e l’art. 11 CEDU”.
In particolare il CNF ha ritenuto la norma in oggetto eccessivamente discrezionale e certamente equivoca, per ciò che concerne il periodo di durata di tale causa di ineleggibilità, capace di estendere i propri effetti sia sul biennio di durata dei consigli degli ordini, sia sul quadriennio dei comitati alla Cassa, e ciò in contrasto con la regola posta dall’art. 51 Cost. Si è soffermato, poi, il CNF, sulla disparità di trattamento che si viene a creare tra chi ha svolto la funzione di commissario d’esame e chi invece tale ufficio non lo ha voluto svolgere. Viene evidenziato che, contrariamente all’aura di sospetto da cui muove il legislatore (che sembra assumere l’esistenza di una malafede da parte di chi svolge le funzioni di commissario d’esame volta alla captatio benevolentiae dei candidati, futuri elettori), v’è in realtà una gravosità dell’incombente che non può diventare motivo di discriminazione, per lo meno non per un tempo indefinito o eccessivamente lungo, pena la violazione dell’art. 3 Cost. oltre che dell’art. 52 Carta dei diritti fondamentali e dell’art. 11 C.E.D.U.

Giorgio Ciccarelli*

Avvocato del Foro di Roma

 


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