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Roma (foro)

Speciale Elezioni Consiglio ordine Avvocati 2010

Continuano le polemiche post elettorali.

 

Ancora polemiche sia sul piano personale e giuridico, tra pronuncia di sospensiva del TAR Lazio, reiterazione di atti e pronuncia di merito fissata per il 25 marzo p. v.

Questa Testata, nell’esprimere il proprio sconcerto per il fatto che gli Avvocati non riescano a fare a meno dei giudici per risolvere le proprie questioni di potere e sottopotere, intende informare i propri lettori della vicenda, con la massima obiettività, pubblicando una sintesi delle tesi delle due parti in causa, affinché la categoria possa valutare oggettivamente l’intera vicenda. All’uopo si riportano le tesi sostenute dai ricorrenti e dal resistente, nonché la parte motiva dell’ordinanza n°1125/10.

Ad colorandum, pubblichiamo anche le polemiche personali tra gli Avvocati Cassiani e Cipollone, i quali, pur contendendosi la palma di “Consigliere Anziano” dimostrano di avere un ardore giovanile fuori dal comune!

 


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Diario di un povero scrutatore

Avv. Alessandro Cassiani, avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOQuando Ti arriva una comunicazione dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati sono sempre cattive notizie. Il 14 dicembre arriva un fax intestato C.d.O. di Roma.
Il già Presidente Cassiani mi comunica, con la solita affettuosità, che sono stato nominato scrutatore alle imminenti elezioni per il rinnovo del Consiglio. La convocazione (la seconda, quella buona, come per le assemblee condominiali) è prevista da sabato 30 gennaio a martedì 2 febbraio: quattro - dicasi quattro - dalle ore 8,30 alle ore 13,30. Non basta! C’è poi l’inevitabile ballottaggio: altri quattro – dicasi quattro – giorni, da sabato 6 a martedì 9 febbraio più il micidiale, lunghissimo, faticosissimo scrutinio finale che potrebbe spingersi fino alle prime luci mio seggio: donna, tedesca, severissima. Si elabora una sorta di turnazione.
Mi presento sabato mattina al mio seggio visibilmente assonnato, anzi forse in fase R.E.M. Ovviamente ho saltato le lezioni-dimostrazioni sulle meraviglie del voto elettronico che verrà sperimentato per l’occasione.
Grazie al Cielo “Das Prezident” conosce il fatto suo e mi rassicura materna. Iniziano le operazioni di voto, e già il primo giorno, alle ore 8,31 esatte c’è un collega - più anziano del Codice Rocco - che sente il bisogno di votare con urgenza. Cerchiamo di dirottare i colleghi-elettori sul voto elettronico, perché pensiamo che siano meno schede da scrutare per noi alla fine delle fiere, ma veniamo immediatamente rimbrottati.
Dei quindici componenti del seggio fra scrutatori, vice-presidente e presidente se ne presenta solo la metà. Tuttavia siamo coadiuvati dai tecnici della società che ha realizzato il voto elettronico (bravi ragazzi) e soprattutto dagli impiegati del Consiglio dell’Ordine (bravissimi ragazzi, che Dio li benedica). Siamo confortati dal buffet che viene allestito nei grigi corridoi del “Palazzaccio” (per lo scrutinio finale arriva addirittura la pizza). I colleghi- questori faticano a tenere l’ordine pubblico e l’esuberanza di taluni candidati, i quali cercano di convincere lo svogliato elettore a dar loro l’agognata preferenza fino alla porta della tenebrosa aula avvocati della Cassazione (qui – mi dicono - venivano giudicati gli dell’alba. Non basta ancora: il Presidente Cassiani prolunga manu militari l’orario dei seggi fino alle 16,00 gli ultimi due giorni (lunedì 8 e martedì 9 febbraio). Insomma, neanche fossero le elezioni in Iraq e in Afghanistan post-occupazione…due week-end rovinati. Chi ha il coraggio di dirlo alla fidanzata?
Scattano immediatamente febbrili consultazioni con i colleghi di studio per risparmiarsi l’indesiderata corvé.
Tante domande si affollano nella mente: fare lo scrutatore è un obbligo deontologico? Se non ci vado che mi succede? Ma … se mi facessi fare un certificatino medico che attesta che soffro del “gomito dello scrutatore” e devo stare a casa? Alla fine prevale il senso del dovere, anzi no, forse la curiosità. Vengo contattato dal Presidente del Elezioni COA 2010 antifascisti durante il Ventennio), dove sono allestiti i seggi. Qualche collega di vecchio stampo si indigna e protesta per l’entusiasmo per i candidati. Ma non c’erano le severissime disposizioni del Presidente Cassiani in materia? Il pavimento è cosparso di “santini” elettorali. Attraversare il corridoio che porta a destinazione per gli avvocati che vogliono recarsi è – come di consueto – impresa ardua.
Mille mani vogliono stringere le tue, e ancora: pacche sulle spalle, sorrisi, strizzatine d’occhio. Imparo subito a fare il giro più lungo per saltare l’assedio elettorale.
Nonostante la fatica e il freddo, le articolate e puntuali domande dei colleghi/elettori che Ti mettono in crisi, le diatribe infinite sulle sintetiche norme elettorali, si va avanti. Anzi diventa quasi una lieta occasione per incontrare amici, nemici conoscenti e parenti.
Prevale comunque il buon umore e la simpatia. Al ballottaggio siamo più rodati e organizzati e tutto sembra filare più liscio. Occorre ora lo sprint finale per lo scrutinio finale (il voto elettronico non ha sfondato, diciamo così, quindi ci sono tante schede cartacee da esaminare). Una fatica improba, complicata dalla circostanza che le preferenze espresse nella maggior parte dei casi pescano indiscriminatamente in tutte le liste presentate, e dunque il lavoro risulta più complesso.
Ora la stanchezza si fa sentire. Tutte quelle crocette sui nomi dei candidati fanno strabuzzare gli occhi: qualche battuta, la pizza e un paio di volenterosi questori ci aiutano. Finalmente tutti i seggi consegnano i risultati. Partono persino gli applausi (ormai in Italia si applaude in tutte le occasioni, anche ai funerali). La tensione si allenta, e la sala avvocati sembra improvvisamente più grande e meno triste. Neanche troppo tardi Giovanni Cipollone annuncia i nomi degli eletti (ma sapete bene che, mai come quest’anno, i risultati non possono considerarsi definitivi). Chi ha vinto festeggia e chi ha perso si amareggia. Scorrono fiumi di spumante fra vincitori e vinti. Baci, saluti e abbracci fra scrutatori dello stesso seggi(pare che in questa sede nascano spesso amicizie, e persino storie d’amore sfociate in matrimoni). Sapete che vi dico? Io alla fine mi sono pure divertito!

Rodolfo Capozzi *

Avvocato del Foro di Roma


 


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Tensioni e polemiche alla Camera Penale di Roma

Polemiche e tensioni per il prossimo Caizza.

La Camera Penale di Roma (C.P.R.) è una associazione non riconosciuta «di avvocati che esercitano la professione forense nel campo penale», fondata nel 1960 che conta attualmente circa 400 membri, ed aderisce all’Unione delle Camere Penali (U.C.P.I.). Essa è percepita, persino dalla magistratura, come il sindacato non ufficiale degli avvocati penalisti. La C.P.R. è attualmente presieduta dall’avv. Gian Domenico Caiazza, il quale ha saputo darle un rinnovato vigore, portandola sovente all’attenzione della stampa. Ma non mancano le critiche. Innanzitutto dall’esterno: le altre associazioni forensi contestano da tempo il solipsismo e lo scarso spirito di collaborazione della C.P.R.. Non basta: ultimamente all’interno della C.P.R. vi sono stati sommovimenti interni degni di nota, anzi quasi una fronda interna. Ma andiamo per ordine. Tutto inizia nel novembre dell’anno scorso, con le dimissioni di quattro membri del Consiglio direttivo della Camera Penale capitolina: gli Avv.ti Massimo Amoroso, Francesco Romeo, Eugenio Spinelli e Livia Lo Turco (che alle scorse elezioni racimolò più voti di preferenza dello stesso Caiazza, poi eletto Presidente). I dimissionari pubblicizzavano, tramite posta elettronica, un articolato documento in cui spiegavano le ragioni del loro gesto. Si denunciava un «insanabile dissenso politico» creatosi all’interno della C.P.R., per via del «venir meno del rispetto del principio di collegialità nella formazione della volontà del Consiglio direttivo della Camera Penale di Roma». Lo stesso Consiglio direttivo veniva – secondo i “frondisti” - «messo di fronte a decisioni già prese ed a fatti compiuti» da parte di Caiazza, inerenti alle dimissioni dello stesso Presidente della C.P.R. da un organismo dell’U.C.P.I. (l’Osservatorio Banca dati della stessa), per dissensi con la giunta esecutiva della stessa Unione, e dalla parallela sua assunzione della presidenza del Comitato Radicale per la Giustizia “Pietro Calamandrei” (noto – e meritorio - ente “politico” e politicizzato).
Le spiegazioni di Caiazza ai futuri dimissionari risultavano insoddisfacenti: in particolare, gli si rimproveravano le dimissioni dall’Osservatorio di cui sopra, la cui stessa istituzione aveva pure sancito il “successo” della riuscita celebrazione della “contro-inaugurazione” dell’anno giudiziario dei penalisti, tenutasi proprio qui a Roma, a cura della C.P.R. Ancora, si percepiva come una minaccia all’autonomia politica della C.P.R. l’assunta presidenza del citato Comitato “Pietro Calamandrei” da parte del Caiazza, tale da poter far «generare una possibile “confusione” fra le due associazioni». Invero, l’attuale linea politica della C.P.R. si può certamente definire aprioristicamente “anti-governativa” (le politiche sulla sicurezza e sulla giustizia del Governo Berlusconi sono state definite sprezzantemente “securiste”, se non peggio) e certamente “radicale” nei modi e nelle argomentazioni.
Ma non divaghiamo: le condotte di cui sopra del Presidente Caiazza attentavamo,sempre secondo la “banda dei quattro”, al principio di collegialità che avrebbe sempre contraddistinto la Camera Penale, per via della sua (di Caiazza)«visione personalistica della carica».
Ma il conflitto fra il Presidente e i suoi contestatori esplodeva fragoroso in occasione dell’esame del rinnovo del regolamento dellescuole di formazione dell’Unione delle CamerePenali. Il dissenso verteva sulla presentazione di emendamenti da parte delle Camere penali territoriali sul nuovo regolamento, occasione - a dire di Caiazza - di un boicottaggio da parte della Giunta dell’U.C.P.I.. Anzi, il Presidentelamentava un vero e proprio attacco ai suoi danni da parte della stessa Giunta: il Consiglio direttivo – in difesa dell’attaccato - deliberava di rispondere per le rime all’indirizzo del chiarissimo Avv. Renato Borzone. Quest’ultimo replicava denunciando l’avvenuta opera di disinformazione di Caiazza nei confronti del Consiglio direttivo capitolino e delle Camere penali territoriali.
Ancora, i “magnifici quattro” accusavano Caiazza di aver filtrato il flusso di informazioni proveniente dall’Unione in base a sua discutibile «soggettiva interpretazione» e, soprattutto, di aver comunicato alla stessa Unione un voto unanime (sui famosi emendamenti al regolamento) in realtà mai avvenuto!
Insomma: dimissioni dei colleghi Amoroso, Lo Turco, Romeo e Spinelli. Caiazza, accusato – seppur con calcolata eleganza e rara pacatezza - di essere un autocrate “pannelliano” e un manipolatore, replicava ufficialmente a tutti gli addebiti producendo ricca documentazione.
La versione del Presidente è ben diversa da quella dei contestatori, le cui affermazioni egli censura punto per punto.
In sintesi, Caiazza rivendica il merito di aver costretto l’Unione ad accettare gli emendamenti delle Camere penali territoriali, e soprattutto insiste di aver informato dettagliatamente il Consiglio direttivo di tutta l’annosa questione sottolineando che «nessuno dei dimissionari, in nessun momento, ed in nessun documento, revocherà in dubbio, la consapevolezza e la responsabilità del proprio voto favorevole al documento emendativo del regolamento» di cui sopra. Ma la storia continua: l’8 marzo scorso un «un gruppo di soci della C.P.R.» (tra i firmatari Livia Lo Turco, Eugenio Spinelli, Francesco Romeo e Giuliano Dominici, che lamenta di essere stato defenestrato dalla guida della scuola di I livello della C.P.R. dopo anni e anni di onorato - e gratuito - servizio) chiama a raccolta delusi&scontenti della gestione Caiazza. «Quello che vediamo non ci piace» scrivono, al grido di: «Viva la Camera Penale!». Bisogna incontrarsi e parlarne. Nell’appello non mancano aspre critiche contro i presunti e non dimostrati «straordinari successi» della C.P.R.: dalla chiusura anticipata dell’orario delle cancellerie dibattimentali e G.I.P. in Tribunale (alla faccia dei blasonati ed idilliaci rapporti C.P.R./Presidenza del Tribunale), alle strombazzate copie digitali, che si sarebbero rivelate più un guadagno per l’amministrazione giudiziaria che un buon affare per gli avvocati. Tutto questo mentre la Camera Penale (dove «da tempo si registra una tendenza all’esclusione, invece che al coinvolgimento, senza spazio alcuno per i “nonfidelizzati” ») si apprestava ad autocelebrarsi in vista del quarantennale della propria fondazione. Un altro gruppo di iscritti della C.P.R. (tra cui Cesare Placanica, Gianluca Tognozzi, Antonello Patanè e altri) replicava a questo pamphlet elettronico con un’altra e-mail intitolata “Chi di spada ferisce di spada perisce”. Questo secondo gruppo (invero più dialogante con la C.P.R. ufficiale) concorda, però, con il primo sul fatto che l’iniziativa della Camera penale è «ingabbiata» e che vi dominano le «logiche di appartenenza», rilanciando l’invito al confronto. Detto, fatto. Si organizza, per il 31 marzo, un affollato incontro in un pub al rione Prati, nel quale effettivamente si parla e si discute delle problematiche di cui sopra, seppur con posizioni diverse e variegate ma con un comune sentimento di affetto nei confronti della Camera Penale.
Non nasce ufficialmente alcuna “anti-Camera Penale” ma spira un venticello di fronda; si registrano civili e velate critiche nei confronti di Caiazza (vero e proprio convitato di pietra) ed ai suoi “fidelizzati”, critiche di metodo e di merito, ma non si intraprende alcuna iniziativa concreta.
La verità è che, al momento, l’astuto e imperturbabile Gian Domenico ha messo fuori dalla Camera Penale tutti quelli che erano contro di lui. Come finirà?
Vedremo … in ogni caso domani e sempre: «Viva la Camera Penale!».

Rodolfo Capozzi *

Avvocato del Foro di Roma

 


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COA Roma: il responso del CNF

Il CNF passa la parola alla Consulta.

Il 26 aprile 2010 è stata pubblicata l’ordinanza con cui il CNF, nell’esercizio dei suoi poteri giurisdizionali, si è espresso in merito alla questione della eleggibilità al Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma dell’avv. Alessandro Graziani.
Come noto, i ballottaggi svoltisi il 10 febbraio 2010 hanno visto come ultimo tra i vincitori l’avv. Graziani, mentre primo tra i non eletti è risultato l’avv. Carlo Testa.
Ora quest’ultimo ha contestato la validità dei suddetti risultati proponendo reclamo innanzi al Consiglio Nazionale Forense, ai sensi d e l l ’ a r t . 6 D . L g t . 23.11.1944 n. 382, deducendo la violazione dell’art. 22 RD 27.11.33 n. 1578 come modificato dall’art. 1 bis DL 21.5.03 convertito nella L. 18.7.03 n. 180.
In sostanza l’avv. Graziani si troverebbe in una condizione di ineleggibilità derivante dall’aver svolto la funzione di commissario agli esami di avvocato per l’anno 2006 (conclusisi in data 3 luglio 2008). In virtù del tenore letterale della norma, infatti, la preclusione si estenderebbe fino alle elezioni immediatamente successive all’incarico di commissario d’esame, e nella fattispecie le elezioni appena svolte a gennaio/ febbraio per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine, rientrerebbero nel divieto, con la conseguente causa di ineleggibilità, eccepita dall’avv. Testa, che per l’effetto ha chiesto di essere dichiarato direttamente eletto in sostituzione del candidato ineleggibile.
Nel resistere al reclamo l’avv. Graziani ha esposto una serie di motivazioni impeditive del provvedimento invocato dal ricorrente, facendo notare comunque per un verso la necessità di elezioni suppletive, per altro verso che medio tempore si erano svolte le elezioni del Comitato dei delegati alla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense (svoltesi nel febbraio 2009), e che inoltre il medesimo resistente aveva ricoperto il ruolo di commissario suppletivo e non effettivo della commissione d’esame.
Il resistente si è poi soffermato sulla ratio della norma, evidenziando molteplici profili di illegittimità costituzionale che la vizierebbero, in particolare rispetto al diritto di elettorato passivo di cui all’art. 51 Cost. e al principio di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost. Svoltasi l’udienza del 20 marzo 2010, con il contraddittorio esteso al COA di Roma e al Procuratore Generale, il CNF in seduta giurisdizionale ha deciso di ritenere rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 22 RD 27.11.33 n. 1578, nella parte in cui “rimuovendo l’impedimento alla elezione passiva ai consigli degli ordini forensi e agli organi della Cassa di previdenza e assistenza forense per gli avvocati che abbiano fatto parte delle commissioni dell’esame di abilitazione forense, solo dopo che siano state espletate le elezioni immediatamente successive all’incarico ricoperto per entrambe le elezioni, è in contrasto con gli artt. 2, 3 e 51 Cost. nonché con gli artt. 52 della Carta dei diritti fondamentali e l’art. 11 CEDU”.
In particolare il CNF ha ritenuto la norma in oggetto eccessivamente discrezionale e certamente equivoca, per ciò che concerne il periodo di durata di tale causa di ineleggibilità, capace di estendere i propri effetti sia sul biennio di durata dei consigli degli ordini, sia sul quadriennio dei comitati alla Cassa, e ciò in contrasto con la regola posta dall’art. 51 Cost. Si è soffermato, poi, il CNF, sulla disparità di trattamento che si viene a creare tra chi ha svolto la funzione di commissario d’esame e chi invece tale ufficio non lo ha voluto svolgere. Viene evidenziato che, contrariamente all’aura di sospetto da cui muove il legislatore (che sembra assumere l’esistenza di una malafede da parte di chi svolge le funzioni di commissario d’esame volta alla captatio benevolentiae dei candidati, futuri elettori), v’è in realtà una gravosità dell’incombente che non può diventare motivo di discriminazione, per lo meno non per un tempo indefinito o eccessivamente lungo, pena la violazione dell’art. 3 Cost. oltre che dell’art. 52 Carta dei diritti fondamentali e dell’art. 11 C.E.D.U.

Giorgio Ciccarelli*

Avvocato del Foro di Roma

 


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Il soggolo del pupazzo

Avv. Rodolfo Murra, avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOQuella sotterranea mai sopita, sfiducia verso gli avvocati.

Quando superai l’esame di abilitazione alla professione forense gli amici di infanzia mi regalarono un pupazzo, raffigurante un avvocato in toga, sul cui soggolo compariva la scritta: “Il primo atto di una causa è l’acconto”. Il motto, sarcasticamente ed in modo simpatico, stava a significare quel comportamento dell’avvocato che, senza tanti giri di parole, enuncia al cliente che se intende avvalersi della propria opera deve intanto versare un anticipo in denaro. A ben vedere si tratta di un contegno che, insieme a molti altri, l’uomo comune attribuisce alla categoria forense come se si trattasse di un fatto disdicevole. Tuttavia la lex Cincia è da secoli che non esiste più. E, del resto, nei riguardi degli avvocati – come comunque avviene per molte altre categorie professionali – esistono svariate barzellette che servono a dipingere, in modo ironico, taluni luoghi comuni dello svolgimento dell’incarico difensivo. Nulla di anormale, se si resta nel campo della satira.
Ma se, dopo che finanche alcune cariche istituzionali si sono permesse di alimentare un clima di “dalli al togato” con interviste e commenti di sgradevolissimo sapore, ci si mette anche il legislatore patrio a far intendere che gli avvocati sono una massa di furfantelli, le cose si mettono davvero male.
E’ il caso del decreto legislativo sulla mediazione civile, n. 28 del 2010, che all’art. 4 comma 3 disciplina gli obblighi di informazione che gravano sull’avvocato.
Il legale, infatti, in forza di detta regola, è tenuto ad informare il proprio l’assistito dei casi in cui l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale. L’informazione, dice la norma, deve essere fornita chiaramente e per iscritto ed il documento che contiene l’informazione, sottoscritto dall’assistito, deve essere allegato all’atto introduttivo dell’eventuale giudizio.
Se dunque è richiesta la forma scritta per sancire l’assolvimento dell’obbligo di informativa, la norma poteva ben finire qui, tenuto altresì conto che l’ultima parte del comma 3 stabilisce che “il giudice che verifica la mancata allegazione del documento informa la parte della facoltà di chiedere la mediazione”.
Non bastava. Si voleva a tutti costi dare un segnale di vera e propria umiliazione.
Si è infatti aggiunto, nella stessa disposizione, che “in caso di violazione degli obblighi di informazione, il contratto tra l’avvocato e l’assistito è annullabile”. Si tratta, in tutta evidenza, di una prova di clamorosa ed innegabile sfiducia che si nutre verso il professionista forense, rispetto al quale il legislatore alimenta una inammissibile diffidenza.
Si vuol presupporre, cioè, che il difensore possa aver sottaciuto al proprio cliente la possibilità (oggi) o doverosità (domani), e si introduce un’azione di annullamento del negozio di assistenza che di fatto espone il professionista a rischi enormi, che giungono sino al punto di poterlo considerare, processualmente, la vera parte nel giudizio (se il mandato è annullato egli potrebbe essere accusato di essere stato, in causa, di persona).
Le associazioni forensi hanno criticato molto alcuni punti fondamentali del decreto legislativo, primo fra tutti quello che non prevede l’obbligo di difesa tecnica nel procedimento di mediazione.
La pretesa che l’avvocato debba essere presente, a fianco della parte, nella mediazione, può anche dare vita ad una vera e propria battaglia di classe in senso rivendicativo, ma i detrattori diranno che tale richiesta nasconde pur sempre quel desiderio di remunerazione che stava scritto sul soggolo del mio pupazzo. Ciò che invece, a mio parere, non può proprio passare, è quel sentimento di sfiducia, di perenne sospetto, nei riguardi del contegno dell’avvocato che colloquia col proprio assistito, che indebolisce l’intera categoria nell’immaginario collettivo.
Poco tempo fa ho scoperto che su un sito di un’Associazione di tutela di consumatori c’era un vademecum, intitolato “come difendersi dagli avvocati infedeli”, nel quale la figura dell’avvocato veniva dipinta – con generalizzazione disarmante – come quella di un mascalzone truffatore, che profitta dell’ingenuo assistito.
Una volta, esibire il tesserino di appartenenza all’Ordine degli Avvocati costituiva motivo di fierezza e di orgoglio: con il tempo che passa sembra che ci si debba vergognare di indossare la toga. Così ho deciso di sostituire il soggolo del mio caro pupazzo. E ci ho scritto: “Il primo atto di una causa è informare il cliente che ci potrà fare causa”.

Rodolfo Murra*

Avvocato del Foro di Roma e Segretario Ordine Avvocati

 

 


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