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Roma (foro)

Continua la protesta dell'Avvocatura

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOL'assemblea dell'Avvocatura è finalmente unita e dopo aver raggruppato a Roma, presso la Cassa Forense, le rappresentanze del CNF, della stessa Cassa Forense, degli ordini e delle associazioni forensi di tutta Italia, ha approvato una delibera in cui si respingono i provvedimenti sulle liberalizzazioni e sulla giustizia varati dall'attuale Esecutivo, ma anche gli altri interventi già licenziati dal precedente Governo. Al riguardo, sono state decise ben due giornate di astensione dalle udienze per il 23 e 24 febbraio e per l' intera settimana coincidente con il Congresso Straordinario Forense indicata dall'Oua per marzo, oltre l'occupazione "simbolica" degli uffici giudiziari con manifestazioni territoriali e conferenze stampa in cento uffici giudiziari e proteste nelle manifestazioni di inaugurazione dell'anno giudiziario. Queste, le parole del Presiedente dell'OUA Maurizio De Tilla poco prima della Manifestazione indetta a Roma il 23 Febbraio presso il cinema Adriano: "I tribunali si fermeranno. È sempre più forte la protesta degli avvocati contro le liberalizzazioni selvagge e la "rottamazione della Giustizia". Sono state annunciate delle iniziative clamorose e i primi a scendere nelle piazze di tutta Italia sono stati proprio gli avvocati con la ferma intenzione di chiedere l'abrogazione dell'articolo 9 del decreto Cresci Italia che abolisce le tariffe; il rinvio dell'entrata in vigore dell'obbligatorietà della media conciliazione per gli incidenti stradali e le vertenze condominiali; l'eliminazione della norma che introduce la presenza di soci di capitale negli studi professionali; nonché l'istituzione del Tribunale delle Imprese, la revisione indiscriminata della geografia giudiziaria e l'accorpamento - eliminazione degli uffici dei giudici di pace. Moltissime le adesioni e le presenze che hanno preso parte a questa nuova battaglia dell'avvocatura per tutelare il bene pubblico più importante: la giustizia. E, specie il 23 Febbraio, proprio di una battaglia si è trattato; gli avvocati sembrano ormai decisi a non accettare nessun compromesso e a farsi sentire da un Governo che non vuole ascoltare. Durante la manifestazione l'atmosfera si è fatta calda in più momenti, ma come hanno precisato il Presidente del CNF Guido Alpa, il Presidente della Cassa Forense Alberto Bagnoli, il neo eletto Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma Mauro Vaglio e, non ultimo, il Presiedente OUA Maurizio De Tilla, nelle sue conclusioni: " Bisogna restare uniti per essere più forti." Al riguardo, l'Assemblea, che i presenti hanno definito indimenticabile e ricca di valori, si è conclusa con l'approvazione per consenso all'unanimità, di un documento elaborato all'istante e reso noto proprio dal Presidente Oua: "Se il Governo non dialoga, andremo avanti con ancora più decisione: dal 14 al 24 marzo un ulteriore sciopero e Congresso straordinario a Milano (23-24), blocco totale della Giustizia con sciopero bianco, stop alle difese d'ufficio e al gratuito patrocinio. Protesta unitaria con tutte le altre professioni e restituzione dei tesserini. La guerra continua e, mentre ci si avvicina al Congresso straordinario in uno stato di agitazione permanente, ulteriori iniziative sono già pronte per arrivarci ancora più preparati: fondamentale l'appuntamento a Napoli, il 1 Marzo, con le altre professioni per dare attuazione in tutte le forme consentite, al tema principale: "la professionalità non è una merce". Dalle forze politiche si attendono risposte chiare, come in parte è già avvenuto dall'Udc per il Terzo Polo.

Vanessa Pinato


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VII Conferenza Nazionale dell'Avvocatura

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl 25 e 26 Novembre 2011 si è tenuta a Roma, presso il Cavalieri Waldorf Astoria Hotels & Resort, la VII Conferenza Nazionale dell'Avvocatura Italiana, organizzata dall'Organismo Unitario dell'Avvocatura, per discutere della "Riforma della Giustizia civile e penale: il ruolo essenziale dell'Avvocatura". Due giorni di confronto serrato tra i protagonisti del mondo giuridico che, invece di gridare per il dolore di fronte a quanto sta accadendo, hanno tirato fuori la voce più che altro per dichiararsi pronti a combattere le nuove riforme adottate dal governo. Presenti i massimi vertici degli organismi dell'avvocatura più rappresentativi a livello nazionale (OUA, CNF, Cassa Forense, AIGA, ecc.); 160 Presidenti degli Ordini, oltre 800 consiglieri degli Ordini, nonché più di 2000 Avvocati provenienti da ogni parte d'Italia, in rappresentanza delle varie associazioni, o semplicemente giunti per rappresentare se stessi, preoccupati e arrabbiati per le molteplici decisioni che ogni giorno, ormai da un bel po' di tempo, vengono prese e poi rimesse in discussione con maggiore o minore pubblicità da una legislazione sempre più confusa. Non sono mancati nemmeno diversi esponenti politici, in rappresentanza dell'intero arco parlamentare, tutti ansiosi di sottolineare il loro sostegno nei confronti dell'avvocatura e pronti a giurare di avere ostacolato l'approvazione della legge sulla media conciliazione, di avere osteggiato la politica sulla liberalizzazione degli Ordini, di avere favorito e difeso la categoria, attraverso interventi piuttosto goffi e imbarazzanti come hanno confermato i fischi dalla platea. In totale, comunque, più di 1200 i presenti sia il venerdì che il sabato- dato importantissimo- come ha voluto sottolineare Maurizio De Tilla presidente OUA. Sin dall'inizio l'atmosfera si è fatta incandescente; il programma inizialmente previsto è stato stravolto e la Conferenza si è trasformata in un evento pieno di colpi di scena degni di nota: interventi appassionati, notizie che giungevano dal Parlamento piuttosto che dal Ministero della Giustizia e finanche da fonti giornalistiche, riferendo di un'imminente abolizione degli Ordini, di integrale liberalizzazione della professione, di abolizione dell'esame di abilitazione, di accorpamento della Cassa Forense all'Inps, di abolizione della difesa tecnica per i giudizi di primo grado, di abolizione dei casi di incompatibilità della professione e altre aberrazioni del genere. Persino il messaggio fatto pervenire dal Capo dello Stato, il Presidente Giorgio Napolitano ha sollevato dubbi e polemiche :«nell'attuale fase di difficoltà per il consolidamento degli equilibri della finanza pubblica e per il conseguimento di un elevato ritmo di crescita economica la modernizzazione del sistema giustizia costituisce obiettivo indifferibile imposto sia dall'esigenza di assicurare al cittadino procedure giudiziarie di ragionevole durata sia dalle gravi conseguenze che le odierne inefficienze comportano per la competitività del Paese»; per questo occorrono riforme di ampia portata «che razionalizzino l'organizzazione giudiziaria, snelliscano i processi, assicurino la certezza del diritto e corrispondano alle esigenze collettive di sicurezza»; proprio per individuare e realizzare i «necessari interventi normativi e organizzativi, secondo criteri ispirati solo all'interesse generale, il contributo dell'avvocatura - osserva il Presidente della Repubblica - è certamente essenziale in ragione del fondamentale ruolo di tutela dei diritti dei cittadini che ad essa affida la Costituzione»; ruolo che «impone anche la pronta definizione di un organico e condiviso progetto di riforma dell'ordinamento forense». Parole importanti, ma difficili da applicare fintanto che l'avvocatura viene privata del suo ruolo di pilastro della giustizia. Applauditissimo dalla platea, infine, l'intervento da parte del Presidente OUA, Maurizio De Tilla che, senza mezze misure, ha sintetizzato il pensiero comune ribadendo con fierezza che quella dell'Avvocato è una professione speciale, intellettuale, di rilievo costituzionale e ogni attacco ad essa è un attacco diretto ai cittadini. Soprattutto però, d'ora in poi, l'avvocatura dovrà essere unita anche se in passato, non sempre lo è stata e, se necessario, dovrà adottare la linea più dura. A conferma di queste parole il Presidente dell'OUA ha proposto l'approvazione di un documento approvato con acclamazione in cui si è chiesto alle istituzioni di convocare un congresso straordinario dell'Avvocatura e a tutti i parlamentari di opporsi ai provvedimenti che stanno mettendo in ginocchio la giustizia. Ma soprattutto un incontro con il governo e i Presidenti di Camera e Senato perchè finalmente ascoltino il grido d'allarme lanciato dagli avvocati.

"le bombe passano, ma l'avvocatura resta".

Vanessa Pinato


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Avvocatura: chi difende gli avvocati?

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOA fronte della drammatica situazione che sta attraversando l'Avvocatura, anche alla luce della crisi economico/politica del nostro Paese, il Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Roma, Avv. Antonio Conte, ha ritenuto necessario rivolgersi ai colleghi, indirizzando loro una lettera, nella quale viene sottolineato l'azione di sollecito dell'Ordine di Roma affinchè gli organi competenti scongiurassero «un'abnormità legislativa che nulla aveva a che vedere con una politica di vantaggio per il cittadino e di riduzione della spesa pubblica». A tal proposito, il Presidente Conte, nel ribadire che quella degli avvocati non è affatto una casta, ricorda che «l'Ordine degli Avvocati è un ente pubblico non economico a base associativa, che si autofinanzia ... senza alcun peso economico per il cittadino e con soli oneri a carico degli Iscritti all'Albo». Pertanto, ritenendo che il CNF e l'OUA debbano «prendere consapevolezza che non ci sarà altro tempo e che la rappresentanza dell'Avvocatura è all'ultima chiamata», il Presidente Conte invita i due organismi a trovare una linea condivisa poiché «il rischio è che la "Base" si distacchi e si allontani completamente dagli organismi di rappresentanza della stessa» e «la Categoria non concederà altre "cambiali in bianco" in futuro. In caso contrario, gli Ordini non potranno che agire con determinazioni autonome». Del resto, l'Ordine di Roma, conscio di dover assumere un proprio ruolo politico, ha già preso autonoma posizione in tema di Mediaconciliazione e di formazione obbligatoria, con la riduzione dei crediti annuali «al fine di aiutare e tutelare i Colleghi strangolati dalle pressanti difficoltà legate alla drammatica quotidianità della nostra Professione». Si è inoltre distinto ritenendo «perfettamente inutile lo strumento dell'astensione dalle udienza, non solo perché sovente ... si è rilevato un clamoroso e controproducente insuccesso, ma anche perché creava il risultato di accreditare,a gli occhi dell'opinione pubblica, un'immagine distorta dell'Avvocatura». All'uopo, l'avv. Conte invita i colleghi a ritrovare la "coscienza di classe" ed il "senso di appartenenza", anche attraverso l'opera delle associazioni forensi. Tuttavia, il Presidente critica quelle associazioni forensi, costituite da "qualche carneade", il cui vero scopo è quello di candidarsi alle imminenti elezioni del Consiglio dell'Ordine, facendo promesse, come quella di eliminare i crediti formativi, salvo poi non mantenerle. Infatti, «tutto questo priva di credibilità l'associazionismo e la politica "ordinistica" in genere ... Nondimeno ciò agevola le dolorose "scudisciate" affibbiateci impunemente dal mondo politico/economico che ha al proprio interno aggregazioni unitarie pronte a competere con un'Avvocatura, viceversa, priva di rappresentanza e polverizzata in mille sigle inutili. E la pubblica opinione, "drogata dai media" contro di noi, sfrutta le nostre "mele marce" per convincere che l'Avvocatura in generale sia di ostacolo, più che di giovamento, al trionfo della giustizia, ed esclusivamente interessata ad un basso fine di casta e di lucro». Tutto ciò a discapito di «un esercito di Avvocati degni di questo nome che con dignità, preparazione, onestà, conducono una quotidiana lotta contro le ingiustizie ed il malgoverno; come veri e qualificati tutori della libertà, della dignità e dell'uguaglianza di tutti. Vogliamo, quindi, un'Avvocatura che sappia difendersi e sappia trovare tutele, rispetto alla reale situazione sociale in cui versano i liberi professionisti ai quali, da parte di tutti i Governi, non si è riservato alcun sostegno, incentivo, agevolazione, nonostante i danni subiti per effetto della crisi economica». Per questo l'Ordine di Roma «non abdicherà e mai opterà per l'ammaina-bandiera».

Valeria Noccioli*

Avvocato del Foro di Roma


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avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOGuido Alpa, per la sua vasta cultura e frequentazione “british”, conosce certamente quell’espressione proverbiale “to go the way of the dodo” (fare la fine del dodo). Rispetto a tale prospettiva, perfino i cefali braccati dai serra hanno più speranze. E infatti condivido, su taluni aspetti, le critiche di metodo e di merito svolte da Ester Perifano sulla riforma forense, benché poi ella non tragga le conseguenze ultime della critica in una pars construens compiuta e sistematica. Ma andiamo con ordine. Preliminarmente: difetto di legittimazione.
Ho un grande rispetto per il CNF, e, sul piano personale, un grande affetto per il suo presidente; inoltre posso comprendere che la caduta di ruolo dell’OUA, incastrato su posizioni massimaliste, sterili e indifendibili, abbia indotto una figura pacata come Guido Alpa a tentare di uscire dallo stallo. Tuttavia sia ai sensi della vigente legge professionale che nelle intenzioni dell’avvocatura riunita in congresso, il CNF non ha funzioni di rappresentanza, ma di giudice speciale “domestico” in materia deontologica, di tenuta amministrativa dell’albo dei cassazionisti, e di consigliere giuridico del ministro di giustizia laddove sia richiesto. La “rappresentanza istituzionale”, è un’espressione enfatica travisata. Nemmeno in uno stato corporativo un soggetto giurisdizionale come il CNF potrebbe rivendicare funzioni di rappresentanza nella dialettica con la politica o la società, sicché ogni intervento politico del suo presidente, rispettabile come autorevole opinione dell’esponente, è da considerarsi istituzionalmente extra ordinem, esattamente come il CSM quando esterna “de jure condendo” le sue non richieste opinioni su provvedimenti legislativi. Di fronte al temporaneo default dell’OUA, soggetto legittimato da un congresso composto proporzionalmente agli iscritti all’albo, avrei se mai ritenuto opportuno un approccio multilaterale, che rinsaldasse la categoria intorno ad alcune priorità condivise e possibili, trasmettendole agli interlocutori.
Ma in realtà il 26 luglio non è accaduto nulla: ognuno dei partecipanti ha espresso i propri punti di vista, e poi tutti se ne sono andati al mare. Non mi risultano votazioni o deliberati ivi assunti. Tuttavia il giorno dopo, con un comunicato stampa, le posizioni del presidente del CNF sono diventate quelle unanimi dell’avvocatura (unanimi un dodo, visto  che sono state subito smentite dal contro comunicato del presidente dell’OUA e dalla nota di Ester Perifano per l’ANF), e qui non ci stiamo più. Insomma, una cosa è dare impulso alla supplenza, altra è occupare in nome proprio il ruolo politico altrui, ruolo che peraltro si è consci di non poter interpretare appieno, se non previa rinuncia alla funzione istituzionale più pregnante. Lo sapeva bene Nicola Buccico, che nei sui ultimi interventi tuonava contro la giurisdizione domestica, proprio perché lui aveva una concezione corporativa dell’ordine professionale, e la soppressione della funzione giurisdizionale del CNF era presupposto funzionale indispensabile per trasformarlo in un organo corporativo esponenziale, insieme, ad esempio, alla modifica dei criteri di nomina in senso proporzionalista, onde giustificare la rappresentatività dell’ente. Ma d’altro canto se il presidente del CNF, convocati i soggetti del congresso (ordini e associazioni accreditate), avesse messo ai voti un documento, avrebbe implicitamente riconosciuto che il congresso nazionale forense è la fonte di ogni legittimazione sulle linee di politica forense. Fatto che lui denega. Perciò va fuori sulla stampa e lì trova chi lo impallina per difetto di legittimazione politica. Con modalità forse non proprio opportune in questo momento critico, ma certamente non peregrine nella sostanza.
E veniamo quindi al merito. Mai come questa volta il metodo è il merito. Da circa un ventennio si è stabilito che il congresso è l’assemblea generale della categoria, il luogo in cui si discutono i temi e si assumono gli indirizzi di politica forense e ove, secondo lo statuto, si elegge un organismo rappresentativo per darvi attuazione concreta tra un congresso e il successivo. Nel 2006 questo modello alla Santi Romano era addirittura assurto ad architettura base per la riforma delle professioni (cfr. ddl AC 867 - legge quadro sulle professioni - Siliquini ed altri), che all’art 64 recitava: “1. Il Congresso nazionale è l’assemblea generale di ogni professione organizzata in Ordine, ne esprime la rappresentanza unitaria e ne formula gli indirizzi e le valutazioni per il perseguimento della finalità di valorizzare la rilevanza sociale ed economica della professione, favorendo la partecipazione all’organizzazione politica, sociale ed economica del Paese, onde garantire in ogni sede l’indipendenza e l’autonomia dei professionisti e tutelare l’affidamento della collettività e della clientela, onde assicurare correttezza nei  comportamenti e qualità della prestazione professionale. 2. Il Congresso nazionale è formato dai delegati eletti in ciascun Ordine territoriale in proporzione al numero degli iscritti. 3. Il Congresso nazionale elegge un organismo di rappresentanza politica per l’attuazione degli indirizzi e delle risoluzioni programmatiche da esso espresse, secondo lo statuto approvato dal medesimo Congresso. 4. Il Congresso nazionale delibera sul codice deontologico proposto dal consiglio nazionale. 5. Il Congresso nazionale è convocato, si celebra e delibera ogni tre anni, con le modalità previste dallo statuto di cui al comma 3.” Poi è arrivato il pomo del peccato, peccato di vanità e vanagloria. Vanità di passare ai posteri come quello che incassa facilmente una riforma attesa da decenni, vanagloria di chi, come i maiali di Animal Farm, ritiene di poter essere “più uguale degli altri” (professionisti). Il pomo l’ha lanciato il ministro Alfano dicendo: venite con un testo condiviso. E qui spunta il Mugnai, cioè, per quelli che come me hanno qualche congresso alle spalle, il rimpannucciamento di un progetto CNF già bocciato dal congresso nazionale forense nel 2003 perché ritenuto superato. Perché? Per fare subito, perché il CNF non intendeva convenire sulle società professionali, sulle specializzazioni, ma soprattutto non intendeva accettare né il congresso come assemblea generale degli iscritti, né l’idea che codice deontologico e regolamenti vari, pur redatti e proposti dal consiglio nazionale, dovessero essere approvati dal congresso. Resistendo, il CNF riteneva di sfuggire, con l’alibi della specificità, alle previsioni della legge quadro, che lo avrebbe limitato al ruolo istituzionale di custode e interprete della deontologia e della formazione professionale, affermando però chiaramente che la rappresentanza collettiva risiedeva e promanava dal congresso nazionale. Ma alla gatta vanitosa non importava di cedere su tutto: il popolo reclamava una riforma e lei glie l’avrebbe data subito, ditemi dove devo firmare. Così nella originaria stesura del ddl S 1198 il congresso è meno che consultivo: una palestra per esercitarsi a fare proposte, non si capisce a chi e con quale vincolatività, tant’è che la commissione affari costituzionali s’è accorta dell’anacoluto e, nel suo parere, ha aggiunto alla fine dell’art. 37 le parole “ed elegge l’organismo chiamato a dare attuazione ai suoi deliberati.”(cfr. i testi su http://parlamento.openpolis.it/atto/documento/id/41742). Sotto questo profilo la preoccupazione di evitare emendamenti recentemente espressa dal presidente Alpa appare rivelatrice del timore di evoluzioni demoassembleari. Ora De Tilla si straccia le vesti sull’anacronismo della riforma, sia pure prendendo spunto da aspetti non strutturali, per quanto delicati sotto il profilo simbolico, come il requisito reddituale. Meglio tardi che mai, tuttavia vorrei capire i contenuti concreti di questa sua nuova stagione. Contraddittoria e controproducente, infatti, mi pare la polemica aperta con Siciliotti, i cui concetti – minimi tariffari a parte – sembrano essere un distillato dei principi guida della legge quadro sulle professioni, se non addirittura di quelli sanciti dall’avvocatura nella conferenza nazionale di Napoli del 2005.
Bisogna che l’OUA si decida, non è questo il momento per tatticismi e ambiguità. Infatti, benché non vi sia oggettivo interesse o volontà politica di questo governo di sparare sulle professioni ordinistiche, il partito trasversale della deregulation ha tecnocrati pronti a infilzare il toro appena abbassa la guardia. Noi, frantumando il fronte delle professioni con richieste particolari e talvolta velleitarie (dal Mugnai all’atteggiamento sulla mediazione) abbiamo offerto loro il fianco di tutto il mondo professionale, ed oggi non abbiamo alcuna riforma, mentre se avessimo tutti spinto e difeso la legge-quadro oggi avremmo un ordinamento più moderno e il riconoscimento dei professionisti come parte sociale autonoma. Non è poco, è tutto, come le recenti fibrillazioni sull’emendamento fantasma hanno dimostrato. Puoi avere gli applausi di mille avvocati concionando sulla specificità del ruolo costituzionale della difesa, ma poi, nella brutale ragioneria della politica, duecentomila e rotti avvocati non fanno massa critica, due milioni e passa di professionisti sì. Solo l’approvazione della legge quadro chiuderebbe la partita, mentre l’esasperazione della specificità rischia di fornire armi e argomenti ai nemici delle professioni. In questo senso la difesa di Siciliotti è assai più intelligente. A salvaguardia della nostra specificità basterebbe la conservazione della giurisdizione domestica, con i dovuti correttivi nella fase di prima istanza, attualmente indifendibile (il c.d. giusto procedimento disciplinare). Per questo contesto il ddl Mugnai come riforma forense is dead as a dodo. A meno che l’avvocatura non aspiri a fare la fine del dodo.

Giuseppe M. Valenti*

Avvocato del Foro di Cassino

 


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La disastrosa situazione della Giustizia

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOLa causa principale della disastrosa situazione della Giustizia italiana, in particolare quella della Giustizia civile, è dovuta al numero troppo elevato degli avvocati e delle loro parcelle…
La replica ai Professori Giavazzi ed Alesina. 
La causa principale della disastrosa situazione della Giustizia italiana, in particolare quella della Giustizia civile, è dovuta al numero troppo elevato degli avvocati e delle loro parcelle. L’8 giugno sul Corriere della Sera, Francesco Giavazzi (laureato in Ingegneria elettronica presso il Politecnico di Milano. PhD in Economia, MIT - Professore ordinario di Economia politica)  e Alberto Alesina (Harvard University, professore di economia ed editorialista del Sole 24 Ore, si è laureato alla Bocconi di Milano)  hanno analizzato i perché della lentezza della giustizia civile in Italia. Per i due economisti le cause principali sono l'elevato numero di avvocati, che sono un incentivo alla proliferazione di cause, e il modo in cui sono strutturate le loro parcelle, con il conseguente prolungamento della durata delle stesse. Le soluzioni proposte da Giavazzi e Alesina sono due: introdurre il numero chiuso alla Facoltà di Giurisprudenza e liberalizzare le tariffe delle parcelle.  L’ennesima sciocchezza, ormai consolidata nell’immaginario collettivo. Una coazione a ripetere di luoghi comuni, alimentati da una informazione superficiale e ontologicamente analfabeta. La prima replica fu all’articolo del Prof. Pietro Ichino pubblicato sul Corriere della Sera del 12 luglio 2006. Una vera offesa gratuita a tutta la categoria degli avvocati: “uno sciopero che fa danno soltanto a soggetti terzi e al corso della giustizia” “l’avvocato in sciopero continua a lavorare e a guadagnare nel chiuso del suo studio, con la possibilità straordinaria di scegliere le udienze dalle quali astenersi, cioè quelle in cui ha interesse alla dilazione, dove invece l’interesse non c’è l’avvocato può sospendere lo sciopero per la durata della singola udienza”.  Poi il Prof. aggiunse che il divieto alla pubblicità “impedisce la circolazione di informazioni necessarie agli utenti per orientarsi tra le numerose specializzazioni ormai indispensabili per una assistenza legale efficace e favorisce i professionisti anziani rispetto ai giovani”. Osservai che per informare sulle specializzazioni bastano le pagine gialle, come ricercare un ortopedico, un cardiologo, un elettricista o un idraulico. La pubblicità è un’altra cosa, serve a reclamizzare un prodotto, ad esaltare il fenomeno del consumismo. L’avvocato, con notevoli disponibilità economiche, affronterà una campagna pubblicitaria (la pubblicità costa cara) per orientare il cittadino-consumatore verso il proprio studio legale. Aggiunsi, professore, non ci faccia ridere! Lei lamenta nell’articolo la perdita di prestigio del ceto forense e la moltiplicazione di avvocati “che badano principalmente al proprio tornaconto, considerando ogni pratica occasione per tosare il malcapitato cliente”. Dica che il provvedimento contro gli avvocati non farà diminuire il costo del servizio, che i mercati non saranno meglio liberalizzati, che non ci sarà maggiore concorrenza e che i giovani non  troveranno migliori occasioni di lavoro. Dica agli italiani che saranno di nuovo gabbati, che ci sono 10 milioni di processi da decidere (con almeno due parti, 20 milioni di cittadini in attesa di giudizio). Con sentenze che giungono fuori tempo massimo. Costi sociali, economici e morali incalcolabili. Poi fu la volta del Prof.  Antonio Catricalà (l’unico che correttamente ha risposto). Una lettera aperta:
Carissimo Presidente Catricalà, sarà pure figlio di un avvocato e nipote di un notaio, ma questo non gli ha vietato di lanciare dalla TV di Ballarò un messaggio sulla condizione degli avvocati, come si dice, infondato e privo di pregio. Ma di quali corporazioni parla, di quali rendite di posizione, di quale difficoltà di accesso alla professione, di quale casta. L’accesso alla professione è avvenuto sino ad oggi senza penalizzare alcuno, tanto meno i giovani. L’abolizione delle tariffe minime ha generato un dumping della manodopera intellettuale, con benefici per le banche, assicurazioni, grandi imprese, sindacati, associazione dei consumatori. E’ facile ingannare i cittadini-consumatori. Basta far credere che ci saranno dei risparmi, che si potrà pagare di meno. La difesa del cittadino che è indagato di un reato, che vanta un diritto disatteso, che vuol far eseguire un titolo esecutivo, che chiede una tutela, non è una merce o un servizio che si colloca sul mercato per essere scambiato con l’incontro della domanda e dell’offerta, la fissazione di un prezzo di equilibrio e l’allocazione ottimale delle risorse. Bisogna garantire al cliente-consumatore uno standard minimo di prestazione per eseguire un delicato lavoro, che in ogni caso viene giudicato non dal cliente, ma da un soggetto terzo, il Magistrato.  Inoltre, l’acquisizione dei clienti, per il 60 % dei casi, avviene fuori dai meccanismi del mercato, grazie ad amicizie e legami con banche, assicurazioni, sindacati, unioni industriali, grandi imprese, enti pubblici. Sostenere che gli avvocati sono una corporazione, una casta è francamente una sciocchezza. Pensi non hanno neppure un sindacato che li possa un minimo tutelare: camere penali, camere civili, una pletora di associazioni forensi, sparse in tutta Italia, solo a Roma sono circa 40, l’OUA (organismo unitario della avvocatura), costituito nel 1994. Caro professore, ma quale casta, qui lottiamo per la sopravvivenza, ci siamo inventati il servizio legale su strada, le parcelle low cost, subiamo la concorrenza di agenti immobiliari, amministratori di condominio, i cugini commercialisti, geometri e periti vari, per non parlare dei notai. Ma Lei penserebbe seriamente di affrontare una causa in Italia, per vedersi riconosciuto un diritto dopo 12 anni, quando il debitore è morto?
La replica ai Professori è più facile, loro dovrebbero sapere che il fenomeno Giustizia deve essere studiato e affrontato secondo la Teoria dei Sistemi ed che il problema dei giovani avvocati si risolve ampliando le aree di lavoro, come più volte ho proposto inascoltato. La scelta di un insieme di metodi che potremmo chiamare empirico-analitici o di inferenza induttiva, equazioni e modelli matematici, possono risultare utili per affrontare il grande fenomeno sociale conosciuto come malfunzionamento dell’Amministrazione della Giustizia. Un metodo che introduca in una cultura giuridica prevalentemente logico deduttiva coefficienti, equazioni, modelli matematici, e soprattutto metodi di tipo induttivo alla ricerca di inferenze e soluzioni fornite dai dati oggettivi acquisiti sul campo, in breve affrontando il come è  e non il come dovrebbe essere, viziato dalla lontananza dai dati. Ovviamente per una indagine di tipo sociale non c’è un solo paradigma, ma ce ne sono tanti. Va quindi individuato quello o quelli più utili per raggiungere l’obiettivo prefigurato.  Si tratta di utilizzare un metodo empirico-analitico;  un paradigma di inferenza induttiva; una  analisi: costi benefici. Assumere come variabili indipendenti: Legislazione in vigore, Risorse impiegate, Organizzazione servizi amministrativi giudiziari, Riti processuali, Requisiti e condizioni per la decisione finale  e come  variabili dipendenti 10 milioni di processi pendenti, Decadenze e prescrizioni, Effetti della durata del processo, Diseconomie della variabile tempo, Disaffezione nei confronti del servizio giustizia.
                                                                                                                                                                Carlo Priolo*

Avvocato del Foro di Roma


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Convegno: Magistrati scrittori

Il 2 ottobre 2011 si è tenuta presso la Pinacoteca Palacultura di Latina la quarta edizione del Convegno dei magistrati-scrittori,realizzato da Eugius, Unione Giudici Scrittori d’Europa, nell’ambito della kermesse “Giallolatino”, Leggi tutto

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35 anni tra i protagonisti al "Canottieri Roma"

Festeggiato il compleanno della fondazione del giornale con la presentazione del libro "Da Piazzale Appio a Piazzale Clodio" Martedì 14 dicembre 2010, presso il “Circolo Canottieri di Roma”, si è svolta Leggi tutto

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"Per i diritti degli ultimi"

La tradizionale serata di fine anno della rivista Venerdì 16 dicembre 2011 la nostra Capitale ha cambiato aspetto, o almeno così è stato in via Flaminia 213 dove, presso lo Studio Leggi tutto