Messaggio
  • EU e-Privacy Directive

    Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Continuando a navigare nel sito accetti il loro utilizzo.

    Guarda la Cookie Policy

Diritto

Riforma forense: "Quo vadis"?

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOCari amici, in questi ultimi tempi non si fa che un gran parlare tra crisi politica, crisi economica, Cassazione ecc., riforma elettorale, funzionamento della giustizia ecc., dimenticando argomenti che, seppur più tecnici, pesano sulle spalle di noi avvocati. Uno tra i tanti la riforma forense: ricordate le dispute, le polemiche, le domande e quant'altro di mesi fa? Personalmente mi viene da chiedermi "Che fine ha fatto baby Jane?". Tante, come sappiamo, sono state le novità introdotte dalla riforma e una di esse era, appunto, l'esercizio della professione forense mediante l'obbligatoria costituzione di società di capitali esclusivamente tra professionisti. A distanza di nove mesi dall'approvazione della riforma forense, come un vero parto, la società tra avvocati pare "non s'ha da fare", perché la legge che ha riformato l'ordinamento professionale, dal 4 agosto ultimo scorso non ha ufficialmente avuto seguito per quanto concerne i sodalizi professionali tra avvocati. Infatti, la riforma ha affidato all'esecutivo una delega puntuale in materia, scaduta agli inizi del mese di agosto 2013: il governo, secondo la riforma forense, avrebbe dovuto emanare entro sei mesi dall'entrata in vigore della stessa un decreto legislativo per determinare l'esercizio della professione di avvocato in forma societaria. Tuttavia, per una precisa scelta, l'esecutivo non ha dato attuazione alla delega in questione trattandosi, secondo quanto affermato dal sottosegretario di turno, di una esplicita scelta politica del governo per non incorrere in nuove condanne da parte della UE con la "creazione di una disciplina speciale". Secondo quanto indicato nel testo di legge, lo svolgimento dell'attività forense era consentito in maniera esclusiva ad unioni in forma societaria partecipate da avvocati iscritti all'albo professionale dell'Ordine di appartenenza. Se ne ricavava, a contrario, un divieto per gli avvocati di dare vita a gruppi interprofessionali, costituiti da avvocati ed altri professionisti. Del resto, la legge n. 247/2012 aveva modificato la legge 183/2011, nella parte in cui quest'ultima introduceva "la facoltà" pe ogni tipologia di professione di dar vita ad una società di professionisti iscritti nei rispettivi ordini. La riforma forense del 2012 aveva, invece, introdotto una vera restrizione che, a seguito del mancato esercizio della delega, è rimasta solo scritta su carta. Le reazioni ad una simile scelta politica sono, come è ovvio, diverse e contrastanti. All'atto pratico, le conseguenze di tale indirizzo sull'avvocatura quali sono? Innanzi tutto non c'è più l' "obbligo" di esercitare la professione mediante la costituzione di società di capitali ma, una tale soluzione resta nella libertà di scelta degli avvocati e dei singoli studi. E laddove le soluzioni e le modalità di azione sono poste sotto forma di libertà di scelta, resta senza dubbio salvaguardata, appunto, la libertà, l'indipendenza e l'autonomia della professione forense, nel rispetto assoluto delle caratteristiche fondamentali che contraddistinguono il quotidiano lavoro dell'avvocato. Al di là dei dibattiti, delle scelte che si fanno e delle condivisioni o meno della non attuazione dell'obbligatoria costituzione delle società di capitali, allo stato dei fatti, riflettendoci, resta salvaguardata effettivamente la libertà dell'avvocato. Non si può imprigionare come una corda al collo l'attività dell'avvocato a situazioni e realtà che con il senso profondo della professione forense non hanno nulla a che vedere, come, appunto, la forma di società di capitali. La prima cosa che si apprende già dall'università è che, al di là delle aspirazioni di ciascuno, l'avvocato è un "libero" professionista e, se il vocabolario non tradisce, in quanto tale scevro da forme di dipendenze da qualsivoglia struttura o potere forte. Ebbene è questa "libertà" che costituisce l'essenza primaria del lavoro dell'avvocato, che sarebbe stata "contraddetta" con l'istituzione obbligatoria di società di professionisti, anche a scapito della tutela del cittadino.

Paola Tullio

Avvocato del foro di Roma

Addetto stampa di A.T.R.


Add a comment

Agonisti o amatori: chi decide?

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOE' nozione ben nota che nel nostro ordinamento giuridico le pronunce della Corte di Cassazione sono inoppugnabili, ma è altrettanto pacifico che esse, pur rappresentando un autorevole precedente giurisprudenziale, non vincolano i giudici di merito nelle loro successive determinazioni. Quindi non vi è alcun obbligo giuridico di attenersi ai principi espressi dalla Suprema Corte, anche se poi raramente Tribunali e Corti d'Appello se ne discostano, almeno fino a che nel tempo i giudici di piazza Cavour non modificano il loro indirizzo giurisprudenziale. Questa premessa si è resa necessaria perché in questi giorni si parla molto della sentenza n° 15394/2011 emessa appunto dalla Corte di Cassazione nell'ambito di un giudizio intentato nei confronti di un Ente di Promozione Sportiva. Con tale decisione, tra l'altro, l'EPS nazionale si è visto condannare al risarcimento dei danni derivati dalla morte di un giocatore nell'ambito di un torneo organizzato da un suo Comitato Provinciale, mentre nel contempo è stata valutata come attività agonistica la partecipazione al suddetto evento. Tralasciando di valutare l'ambito sostanziale del relativo giudizio, in questa sede preme evidenziare due pericolosi principi di diritto che scaturiscono dalla decisione della Suprema Corte, principi che minano l'autonomia dei nostri enti. Innanzitutto un forte attacco viene portato alla previsione dell'autonomia gestionale ed amministrativa dei Comitati periferici nel momento in cui la Suprema Corte afferma che tale autonomia deve essere interpretata in maniera oltremodo restrittiva quando i terzi non hanno a disposizione un sufficiente patrimonio di riferimento da attaccare al fine di tutelare i propri eventuali diritti. Vogliamo semplificare al limite del paradosso? Questo principio se allargato a dismisura potrebbe condurre a ritenere i padri tenuti al risarcimento dei danni provocati dai figli maggiorenni! Tornando a noi, seppur legittima appare la volontà di offrire la massima tutela ai terzi danneggiati, di certo non si può invocare, come fa la Cassazione, l'applicabilità alla fattispecie dell'art. 2049 del codice civile, cioè di quella norma che sancisce la "responsabilità dei padroni e dei committenti" per i danni arrecati dai fatti illeciti commessi dai loro sottoposti nell'esercizio delle proprie funzioni. Appare infatti evidente che nessun rapporto di subordinazione, se non gerarchico ma di contenuto politico/associativo, lega struttura centrale ed organi periferici di un EPS e quindi i responsabili di questi ultimi non sono legati alla dirigenza nazionale da un rapporto di lavoro subordinato. Tornando alla sentenza anche un altro aspetto di essa appare poco convincente, quando cioè la Cassazione denuncia la scarsa chiarezza delle norme regolamentari interne. Quasi tutti gli statuti degli EPS sanciscono in maniera netta e precisa l'autonomia gestionale ed amministrativa della periferia rispetto al centro, e pertanto il terzo ha elementi più che esaustivi per comprendere che l'organizzazione, e quindi la responsabilità, di un evento promosso da una struttura locale non coinvolge l'EPS nazionale. Altro aspetto "pericoloso" della sentenza risiede nel principio, espresso in guisa forse un po' semplicistica, in base al quale in ogni occasione in cui lo scopo del gioco è la vittoria ci si trova alla presenza di una attività agonistica, con tutte le conseguenze di natura sanitaria. Anche qui per un attimo lasciamoci andare alla ricerca del paradosso: se dieci ragazzini organizzano una partitella di pallone in cortile lo fanno per perdere? No di certo, ed allora i genitori devono procurarsi un certificato di sana e robusta costituzione? E se quei dieci ragazzini aderiscono ad una ASD per partecipare ad un torneo amatoriale, quale certificazione sanitaria deve pretendere la società, quella relativa all'attività amatoriale o agonistica? E se quei ragazzini crescendo vengono impegnati in campionati ufficiali diventano o meno agonisti? In tutte queste fasi giocano per vincere, come lo fanno gli adulti che partecipano a tornei amatoriali, ma ciò non vuol dire che si trasformino in agonisti. Peraltro la Cassazione nella sua sentenza omette nella maniera più assoluta di prendere in considerazione il DM 18/2/1982 inerente la tutela sanitaria dell'attività sportiva. Detto decreto infatti sancisce la competenza di FSN ed EPS in ordine alla definizione dell'attività agonistica e di quella amatoriale, con le conseguenze del caso per quanto attiene gli aspetti di tutela sanitaria. Ben venga il potenziamento di quest'ultima, ed il Parlamento è impegnato proprio a ricercare l'emissione di norme più efficaci, ma senza farsi coinvolgere, nei deprecati casi di eventi luttuosi, dall'emotività, rimanendo in sintonia con le leggi vigenti.

Alessandro M. Levanti

Avvocato del Foro di Roma

Vice Presidente ASI


Add a comment

Dov'è lecito consumare i pasti in missione?

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLONella gerarchia delle fonti le circolari ministeriali e le note circolari dirigenziali non hanno in genere valore normativo alcuno, ad esse non potendosi annettersi l'effetto di produrre diritto, neppure a livello integrativo. Le circolari possono avere anche contenuto ordinatorio, ma nei soli limiti in cui un potere d'ordine effettivamente configurabile alla luce del rapporto di stretta gerarchia istituito dall'ordinamento superiore e tanto con effetti nei soli riguardi dei sottoposti e purché esista una norma primaria che legittimi la disposizione impartita. Difettando tali condizioni, alle note richiamate deve riconoscersi valenza di mere sollecitazioni a seguire una determinata interpretazione, senza che le stesse possano ritenersi in alcun modo suscettibili di incidere su situazioni giuridiche soggettive derivanti dalle disposizioni di rango primario o regolamentare (come ribadito in varie occasioni dalla giurisprudenza di legittimità, Cass., 9 marzo 2012, n.3757, RV.621927, Cass., 14 febbraio 2002, n.2133, RV.552288). Alla luce di ciò, è lecito domandarsi se una circolare del Tesoro/Finanze, Ragioneria Generale dello Stato (la n. 71 dell'11.9.1992 e altra analoga n. 3 dell'11.7.2003) possa imporre al dipendente statale in missione la consumazione del pasto, per cui è previsto il rimborso della spesa, nella sola località di missione e non in una viciniore, fuori dall'orario di lavoro e senza pregiudizio o limitazione alcuna per la prestazione dell'attività lavorativa medesima. Soccorre al chiarimento l'accoglimento (d.P.R. 7.11.2001), pubblicato nel Bollettino del Ministero della Giustizia (anno 2002, n.3, pag.82), del ricorso straordinario al Capo dello Stato, avanzato da un dirigente ispettore dell'amministrazione giudiziaria, contro il diniego di rimborso delle somme erogate dal ricorrente per la consumazione di alcuni pasti in ristoranti siti in località limitrofe al luogo in cui è stato inviato in missione, diniego conseguente ad un rilievo della ragioneria centrale. Con il ricorso è stata dedotta la violazione delle disposizioni in materia di trattamento economico di missione, che, come risulta dal parere espresso nell'adunanza del 19 dicembre 2000, dalla Terza Sezione del Consiglio di Stato, non prevedono alcun divieto di consumazione pasti in località diverse da quella della missione, mentre la circolare interpretativa della ragioneria viola la suddetta normativa. Nessuna disposizione del d.P.R. 16 gennaio 1978 n. 513 né delle leggi 18 dicembre 1973 n. 836 e 26 luglio 1978 n. 417, sul trattamento di missione, esclude dal rimborso le spese sostenute in località viciniori a quella di missione o impone al dipendente di soggiornare o consumare i pasti esclusivamente nella località di missione; ne consegue che il diritto al rimborso non può essere escluso da una circolare ministeriale (la n. 71 del 1992), che non può in alcun modo incidere su un diritto patrimoniale del dipendente. In relazione alle motivazioni addotte in detta circolare va osservato, che la circostanza che il personale inviato in trasferta debba considerarsi in servizio nella sede di missione per tutta la durata dell'incarico non implica che il dipendente debba necessariamente ed esclusivamente soggiornare nella località della missione, poiché ciò che rileva è la strumenta1ità della spesa rispetto all'incarico espletato, strumentalità che nella specie non è contestata. Quanto all'eventualità di infortuni in itinere va osservato che lo spostamento in località limitrofe a quella di missione concretizzerebbe una tipica ipotesi di rischio elettivo ("quello cioè che, estraneo e non attinente alla attività lavorativa, sia dovuto ad una scelta arbitraria del lavoratore, il quale crei ed affronti volutamente, in base a ragioni o ad impulsi personali, una situazione diversa da quella inerente alla attività lavorativa, ponendo così in essere una causa interruttiva di ogni nesso tra lavoro, rischio ed evento" (cfr., ex plurimis, Cass. 22.2.2012, n. 2642)), non indennizzabile e dunque non gravante sull'erario. In buona sostanza, ritengo che non possa essere limitato, salvo che per il tempo strettamente lavorativo, il diritto del dipendente pubblico inviato in missione continuativa, a potersi liberamente muovere, secondo le personali esigenze, fuori dal territorio del comune di missione.

Alfredo Rovere*

Dirigente Ispettore Ministero della Giustizia


Add a comment

Liquidazione dei difensori d'ufficio

uffavv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLO"La difesa tecnica nel processo penale è obbligatoria". Questa è l'interpretazione principale del testo dell'art. 24 della Costituzione della Repubblica Italiana. Un principio basilare di democrazia ed assistenza, nonché di garantismo che mira a tutelare il soggetto primo dei rapporti sociali: il cittadino. Su questo assunto costituzionale nasce il ruolo del difensore d'ufficio che non è, come sembra esser considerato dai più (anche tra i cittadini) un difensore di seconda categoria od un giovanotto in cerca di formazione pratica e clientela facile, bensì un libero professionista qualificato che garantisce al cittadino una corretta e completa difesa in sede processuale. Molto spesso questa considerazione dei difensori d'ufficio appare però purtroppo condivisa da una larga parte della magistratura giudicante che invece dovrebbe per prima riconoscerne il fondamentale apporto che anche ad essa stessa ne deriva: quanti rinvii evitati, quanti fatti perché in aula, nel momento del bisogno un avvocato iscritto alle liste dei difensori d'ufficio ha prestato la propria opera professionale! Un avvocato! Una persona che ha studiato per anni all'Università, ha svolto il tirocinio formativo, spesse volte a titolo totalmente gratuito, ha sostenuto un complicato, anche sotto il profilo fisico e psicologico, esame di Stato, ha prestato un giuramento ed infine ha seguito un corso di abilitazione all'esercizio della difesa d'ufficio sostenendo un esame finale di valutazione e costantemente si mantiene aggiornato grazie all'offerta formativa di ordini forensi ed associazioni. Eppure, quando si tratta di riconoscere il ruolo del difensore d'ufficio e di rispettare la Carta Costituzionale ove afferma l'inviolabilità del principio di remunerazione sì rapportata all'apporto prestato,ma sempre e comunque obbligatoria ove svolta un'attività professionale o di altra natura, ecco che il rispetto per la formazione di questo professionista passa al vaglio esclusivo di quella stessa magistratura, che pur avvalendosene si permette di rigettare l'istanza formulata dal citato professionista "stante la scarsa attività prestata". Insomma:

- dopo esser stati giudicati dai professori, dai dominus, dai commissari in sede di abilitazione, dai componenti del Consiglio dell'Ordine di appartenenza per poter essere iscritti nelle liste dei difensori d'ufficio;

- dopo aver prestato la propria attività come difensore di ufficio garantendo una difesa "tecnica" del cittadino e quindi consentendo al processo di seguire il proprio percorso;

- dopo aver esperito le – spesso vane- ricerche del proprio assistito avendo cura di:

- inviare raccomandata con ricevuta di ritorno all'indirizzo di residenza;

- inviare raccomandata con ricevuta di ritorno all'eventuale domicilio dichiarato;

- aver esperito i controlli su residenza, matrimoni, separazione dei beni, presso i servizi anagrafici;

- aver esperito gli ulteriori controlli sulla capacità economica, se straniero, all'estero;

- dopo aver ricercato, richiesto e ritirato l'intera documentazione probante l'attività svolta in aula;

- dopo aver inoltrato un fax al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per scoprire se il proprio assistito sia detenuto presso un carcere nazionale;

- dopo aver redatto un'istanza per l'emissione del decreto di irreperibilità di fatto, qualora tutte le precedenti ricerche siano risultate vane;

- dopo aver esperito ogni tentativo di recupero, anche in sede giudiziale, del proprio credito ove reperito l'assistito (che, spesse volte, se risponde, candidamente dichiara "io non le ho conferito alcun mandato perché ora dovrei pagarla?");

- dopo aver redatto la parcella di liquidazione degli onorari avendo cura di stare attenti se l'attività sia stata prestata durante la vigenza del c.d. "tariffario forense" ovvero durante quella dei nuovi parametri;

- dopo aver presentato l' istanza per l'emissione del decreto di irreperibilità e la contestuale istanza per l'emissione del decreto di liquidazione degli onorari;

- dopo aver atteso un tempo variabile tra i 3 mesi ed i 2 anni da tale deposito;

- dopo aver dedicato un tempo quindi nettamente superiore al valore dello stesso ove si fosse operato per conto di un assistito di fiducia;  

Dopo tutte queste attività (non rimborsate), si scopre che si è giudicati dai magistrati che magari hanno pronunciato la fatidica frase "avvocato è iscritto alle liste d'ufficio? Me la da una mano, così andiamo avanti con il ruolo?" e poi quella mano diventa una "scarsa attività prestata" che giustifica il rigetto integrale della istanza di liquidazione. Ma non va meglio a coloro che se la vedono accogliere. Nella migliore delle ipotesi, infatti, l'intero importo richiesto viene decurtato in ragione di una media del 50% secondo i nuovi parametri e la somma così conseguita viene, spesso immotivatamente, ridotta di un ulteriore 50%. È questa la Giustizia che noi avvocati quotidianamente difendiamo dagli attacchi dei più critici accettando anche di esser visti sempre come la "mela marcia" della Giustizia italiana? Sappiano quei critici che a seguito di decisioni di rigetto come quelle esposte, così come in ipotesi di accoglimento con immotivata riduzione dei compensi per l'attività svolta dagli avvocati, quegli stessi avvocati sono costretti a ricorrere presso altri magistrati che, forse, daranno loro ragione oppure confermeranno la ragione dei loro colleghi. Chissà,magari di quello stesso collega con cui hanno condiviso un comune passato in qualche remota sezione distaccata di altro ufficio giudiziario o con cui un domani potrebbero trovarsi a dover collaborare. Ma questo è un altro discorso ed a me rimane ancora la speranza di far bene a confidare nell'imparzialità della magistratura quando si tratta di giudicare l'operato di loro colleghi.

Roberto Maria Meola*

Avvocato del Foro di Roma


Add a comment

Ingente quantità di stupefacenti

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOSin dall'entrata in vigore del Testo Unico sugli stupefacenti (d.lgs.309/90) si è discusso circa la necessità di definire l'ambito di applicazione della circostanza aggravante ad effetto speciale, comunemente ricordata, dell' "ingente quantità". Ed invero, l'art. 80 del T.U., (rubricato "Aggravanti Specifiche"), prevede la pena di anni trenta di reclusione nell'ipotesi in cui l'ingente quantità della partita illecita sequestrata, presumibilmente finalizzata allo spaccio, contenga, oltre la quantità di principio attivo vietata, anche sostanze che ne accentuino la potenzialità lesiva; in caso contrario la pena è aumentata dalla metà a due terzi. La genericità del dettato normativo, l'importanza dell'interesse tutelato e l'attenzione al principio di tassatività e determinatezza di ogni fattispecie penale, hanno imposto l'intervento sia della dottrina che della giurisprudenza e la conseguente elaborazione di diversi parametri di riferimento, entro i quali coordinare il concetto di ingente quantità. Sul punto, le teorie che, storicamente, hanno riscontrato maggiore aderenza, nonostante altri orientamenti "minoritari", sono state quelle della Saturazione e quella Nominalistica. In linea con la prima si pone la Sent. della Corte di Cassazione, IV sez. Penale, 10/04/2003 n. 29072, che, facendo proprio il principio della idoneità di ogni singola partita di droga rinvenuta a saturare una determinata area di mercato, estende l'intervento discrezionale del giudice di merito alla specificazione tassativa dei parametri territoriali, sociali, economici nonché temporali razionalmente seguiti per addivenire a quella pronuncia. Parametri che, intersecandosi tra loro, hanno dato vita ad un mercato illecito di sostanze stupefacenti, finalizzato allo spaccio, protratto per un cospicuo lasso di tempo, capace di soddisfare un numero elevato di fruitori. La teoria nominalistica, invece, fa riferimento alla attitudine della singola partita di droga, caratterizzata da un'eccezionale quantitativo rispetto a transazioni simili, a soddisfare un elevato numero di tossicomani. Anche se la teoria nominalistica, rispetto a quella della saturazione, è risultata, negli anni, quella maggiormente seguita, non si possono negare evidenti punti di interferenze reciproche; cosicché, essa, pur cercando di disancorarsi da criteri geo-economici, non ne prescinde totalmente; tanto è che arriva a fare riferimento a criteri costitutivi della teoria concorrente, quale l'ambito territoriale nel quale il giudice del fatto opera e l'eccezionalità della situazione concreta rispetto ad usuali transazioni, seppure illecite (in tal senso, Corte d'Appello di Milano, sez. II, 29 giugno 2006). Probabilmente, se si pensa al presupposto di ogni norma penale, la tutela di interessi costituzionalmente protetti, punti di contatto, non potevano mancare. Così, nella fattispecie considerata dal legislatore della droga, la tutela della salute pubblica, richiede una costante considerazione della pericolosità sociale connessa all'effetto diffusivo di una sostanza vietata su una determinata area di mercato. La contraddittorietà dei risultati raggiunti rispetto a fattispecie concrete pressoché identiche e la costante tendenza, sia legislativa che giurisprudenziale, a trattare e a risolvere con maggiore rigore questioni inerenti la produzione, il traffico e la detenzione di sostanze stupefacenti, rispetto a questioni relative a reati diversi seppure di eguale gravità o allarme sociale, hanno stimolato l'intervento, a più riprese, della Suprema Corte di Cassazione. In particolare, con Sent. 26/05/2010 le SS.UU della Corte di Cassazione, nel tentativo di fornire una esaustiva soluzione al problema, cristallizzano in termini aritmetici e scientifici i parametri di riferimento arrivando a ritiene realizzata, in concreto, la fattispecie di produzione, traffico e detenzione di sostanze illecite, aggravata dall'ingente quantità, tutte le volte in cui il valore ponderale di sostanze stupefacenti sequestrate superi il limite di kg due o di kg cinquanta se trattasi, rispettivamente, di hashish e/o marijuana ovvero di cocaina e/o eroina. Peraltro, nel rispetto delle indicazioni fornite, nel D.M. dell' 11/04/2006, cd. legge Fini, dalla Commissione istituita con decreto del Ministero della Salute, la pronuncia delle SS.UU. si sofferma anche sull' imprescindibile interdipendenza tra peso della sostanza e quantitativo di principio attivo presente nella stessa, idonea a qualificare quella partita come realmente lesiva delle capacità psicomotorie o comportamentali, quindi illecita. Nonostante il richiamo a concetti logicamente esatti, non sono mancate soluzioni di merito antitetiche e difficoltà applicative. Del citato dettato normativo ed orientamento giurisprudenziale. Del resto, la stessa Commissione, nell'accingersi a ridefinire le Tabelle delle sostanze stupefacenti e psicotrope, allegate al T.U. 309/1990, aveva evidenziato la necessità di un approfondimento scientifico del concetto di principio attivo in rapporto alle caratteristiche e ai bisogni specifici di ogni singolo assuntore. Le SS.UU. della Corte di Cassazione, con Sentenza 24/05/2012, chiamate a risolvere il prospettato contrasto della disciplina in esame con il dettato costituzionale ed a coordinare lo stesso con l'art 112 c.p., se, per un verso, confermano il precedente indirizzo giurisprudenziale, ribadendo il limite quantitativo espresso in kg 2 e kg 50, a ridosso del quale si delinea la fattispecie semplice od aggravata, per altro verso, attribuiscono alla discrezionalità del giudice del merito ogni idonea considerazione quando tale quantità venga superata. Sembrerebbe opportuno concludere che, a più di vent' anni dall'entrata in vigore del Testo Unico in materia di stupefacenti e sostanze psicotrope, nonostante i meritevoli tentativi offerti dalla dottrina di fornire adeguati parametri direttivi e l'intenzione della giurisprudenza di approdare ad una condivisa soluzione definitiva, permane il senso di incertezza o di smarrimento dell'interprete. Pertanto, sarebbe necessario l'intervento del legislatore che, muovendo dalla importanza degli interessi in gioco, tassativizzi i parametri dell'ingente quantità e cristallizzi l'ambito di intervento dell'organo giudicante, non affidando la risoluzione della "questione" alla giurisprudenza della Suprema Corte, chiamata – come visto – a colmare le lacune normative mediante interventi "ortopedici".

Francesca Guerriero


Add a comment
Banner

Newsletter

Newsletter

Immagini da In-giustizia 

http://in-giustizia.eu/components/com_gk3_photoslide/thumbs_big/348377IMG_2330.JPG

404

404: Not Found Sorry, but the content you requested could not be found Leggi tutto

http://in-giustizia.eu/components/com_gk3_photoslide/thumbs_big/466707Antonio_Di_Pietro.JPG

La riforma organica della magistratura onoraria

 Nell’ultimo decennio, per contenere l’arretrato giudiziario e alleggerire il carico di lavoro dei magistrati togati, la giurisdizione é stata devoluta sempre più ai magistrati onorari, sia aumentando progressivamente la competenza Leggi tutto

http://in-giustizia.eu/components/com_gk3_photoslide/thumbs_big/653028Immagine_015.jpg

Convegno: Magistrati scrittori

Il 2 ottobre 2011 si è tenuta presso la Pinacoteca Palacultura di Latina la quarta edizione del Convegno dei magistrati-scrittori,realizzato da Eugius, Unione Giudici Scrittori d’Europa, nell’ambito della kermesse “Giallolatino”, Leggi tutto

http://in-giustizia.eu/components/com_gk3_photoslide/thumbs_big/576096Romolo_Reboa_078.JPG

35 anni tra i protagonisti al "Canottieri Roma"

Festeggiato il compleanno della fondazione del giornale con la presentazione del libro "Da Piazzale Appio a Piazzale Clodio" Martedì 14 dicembre 2010, presso il “Circolo Canottieri di Roma”, si è svolta Leggi tutto

http://in-giustizia.eu/components/com_gk3_photoslide/thumbs_big/585707NI2_4866.jpg

Ricadute sugli uffici e sul personale giudiziario della riforma

La parola a Paola Saraceni, Segretario nazionale UGL Ministeri.   Le modifiche apportate dalla riforma del processo civile a detta di molti determinerà un eccezionale aggravio per l’attività giudiziaria in generale ed Leggi tutto

http://in-giustizia.eu/components/com_gk3_photoslide/thumbs_big/221145Immagine_008.JPG

Il sistema giustizia per Santacroce

Incontro con il Presidente della Corte di Appello di Roma   Questo doveva essere il resoconto di un’intervista a tu per tu con il Presidente della Corte d’Appello di Roma, Dott. Leggi tutto

http://in-giustizia.eu/components/com_gk3_photoslide/thumbs_big/447772Immagine_007.jpg

Convegno: Magistrati scrittori

Il 2 ottobre 2011 si è tenuta presso la Pinacoteca Palacultura di Latina la quarta edizione del Convegno dei magistrati-scrittori,realizzato da Eugius, Unione Giudici Scrittori d’Europa, nell’ambito della kermesse “Giallolatino”, Leggi tutto

http://in-giustizia.eu/components/com_gk3_photoslide/thumbs_big/975780Distribuzione_giornale_1993_33.jfif

35 anni tra i protagonisti al "Canottieri Roma"

Festeggiato il compleanno della fondazione del giornale con la presentazione del libro "Da Piazzale Appio a Piazzale Clodio" Martedì 14 dicembre 2010, presso il “Circolo Canottieri di Roma”, si è svolta Leggi tutto

http://in-giustizia.eu/components/com_gk3_photoslide/thumbs_big/97025316_dicembre.JPG

"Per i diritti degli ultimi"

La tradizionale serata di fine anno della rivista Venerdì 16 dicembre 2011 la nostra Capitale ha cambiato aspetto, o almeno così è stato in via Flaminia 213 dove, presso lo Studio Leggi tutto