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Diritto

Il ladro che ruba al ladro è punibile?

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLODi fronte l'apparente uniformità del concetto di possesso nel diritto penale, l'interprete si trova a dover analizzare tutta una serie di situazioni di fatto che, facendo perno sull'elemento oggettivo della "relazione materiale con la cosa" propria di un soggetto (volta a volta autore del reato, terzo rispetto a questo od oggetto materiale o soggetto passivo) o, sulla terminologia di recente dottrina, sul rapporto fisico con la "cosa" (Pagliaro), si differenziano tra loro per caratteristiche non solo quantitative. L'intuizione costante, in dottrina e giurisprudenza, è quella della necessità di accertare l'esistenza di una relazione materiale (mediata o immediata) tra il soggetto (non importa se attivo o passivo o terzo rispetto all' illecito) e la res.
Ai fini della sussitenza del possesso, occorre sempre la relazione materiale - sia questa diretta ed immediata od esercitabile tramite un altro soggetto – ma si richiede, anche, un minimum psichico che renda il soggetto consapevole del rapporto intercorrente tra se stesso e la cosa (mobile o immobile) altrui. Ed invero, due sono gli elementi che interessano il furto: l'uno oggettivo, la relazione tra soggetto e cosa (c.d. relazione materiale), ossia il potere di fatto caratterizzato dall'autonomia della sfera  di signoria del dominus; l'altro soggettivo, ossia il coefficente psichico consistente "nella mera rappresentazione che il soggetto ha della propria relazione materiale con la cosa, attuata in modo autonomo" (Ferrando Mantovani). Ciò posto, un'analisi funditus dell'istituto del possesso nel diritto penale e delle conseguenze ermeneutiche che possono interessare il caso concreto, non può prescindere dalla comprensione anche del concetto di "altruità" che interessa non solo l'art. 624 c.p., ma numerose fattispecie di parte speciale. Come sostiene Ferrando Mantovani, l'altruità svolge una funzione soltanto negativa. Sta ad indicare, che la "cosa" non deve essere a) nè nullius o communis omnium nè b) propria, ossia nella piena ed esclusiva proprietà dell'agente: la res oggetto di sottrazione e di impossessamento deve essere legata da una relazione di interesse con altro soggetto. Nell'ambito della naturale capacità offensiva della condotta possono, infatti, rientrare non solo le relazioni "altrui" di diritto, ma anche quelle di mero fatto. Di talché, l'interprete si interroga: il ladro, cui viene sottratta o distrutta la cosa rubata, subisce sicuramente un'offesa in senso materiale,  ma anche in senso giuridico? La risposta ad un quesito di tal guisa, dipende solamente dalla qualificazione giuridica del concetto di possesso. A tal proposito, parte della dottrina esclude dall'oggetto di tutela penale quanto meno le relazioni di fatto con la cosa, acquisite attraverso reati offensivi del patrimonio.
Ferrando Mantovani esclude una concezione fattuale del possesso, anche di matrice illecita, perché "tale limite appare imposto dallo stesso principio di non contraddizione dell'ordinamento giuridico": perseguire il ladro che sottrae e si impossessa di un bene di un altro ladro vorrebbe dire "perseguire l'illecito per poi tutelarne il prodotto come valore patrimoniale del reo..è consacrare l'assurdo etico, prima che giuridico, di un ordinamento che ad un tempo punisca e favorisca, che vieti il maleficio e ne consideri meritevole di tutela il profitto". Ed è invocato, a tal proposito, il principio di non contraddizione dell'ordinamente giuridico.
Pietro Nuvolone, sviluppando la teoria dell'apparentia iuris del possesso, ritiene che il ladro non possa essere soggetto passivo di un furto della cosa da lui rubata: "il furto c'è effettivamente; ma non un furto rispetto al ladro, bensì sempre rispetto al titolare del diritto sulla cosa. Il quale soltanto potrà ritenersi persona offesa agli effetti processuali". Il ladro derubato, ad onor del vero, può pretendere solo la tutela civile perchè, comunque, ha posseduto il bene. Altra dottrina (Manzini, De Marsico), diversamente, ritiene che il ladro derubato non sia solo "un semplice punto di incidenza dell'azione materiale di spossessamento", ma possa essere ritenuto soggetto passivo poichè ha posseduto il bene iure. Di quest'ultimo avviso è la Suprema Corte (Cassazione penale, Sez. IV, 16 novembre 2010, n. 41592): "...con l'incriminazione del furto si protegge la detenzione delle cose mobili come mera relazione di fatto dovendosi ritenere compresa nella sua più ampia portata qualunque relazione di mero fatto, quindi anche quella costituitasi senza un titolo legittimo o in modo clandestino, persino "il ladro può divenire soggetto passivo del reato del delitto di furto, quando altri si impossessi della cosa da lui precedentemente sottratta (Cassazione penale, Sez. 2, 9 febbraio 1966, n. 2)”.

Lorenzo Simonetti  

*Avvocato del Foro di Roma


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Il fenomeno del bullismo

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLONecessario un intervento normativo

 Il termine bullismo viene coniato dall’inglese “bullying” e acquisisce, nella lingua italiana, un’accezione che identifica una generica situazione di violenza a cui viene sottoposto un soggetto da parte di altri. Il termine inglese, invece, aiuta ad identificare le sfaccettature più ampie del fenomeno; infatti, la definizione fornita dall’Oxford Dictionary …a person who uses strength or influence to harm or intimidate those who are weaker…”individua una persona che usa la propria forza o violenza per danneggiare o intimidire un soggetto più debole. Questo inquadramento consente da una parte di identificare una serie di comportamenti che, al di là della sola violenza fisica, possono costituire cd. atti di bullismo nonché di individuare una matrice relazionale alla base del fenomeno. Pertanto per definire un atto di bullismo occorre l’esistenza di diversi elementi: Uno o più soggetti che pongono in essere azioni di intimidazione o danneggiamento a carico di una vittima che le subisce, perduranti nel tempo; l’esistenza di uno squilibrio nel rapporto tra la persona che agisce e quella che subisce (asimmetria); disagio della vittima. Fatta questa breve premessa e, individuati i caratteri che identificano il bullismo dal punto di vista sociologico, occorre individuare gli elementi che consentano una qualificazione del fenomeno in termini giuridici, anticipando già da ora, da parte degli scriventi, la ritenuta necessità di una disciplina propria ed esclusiva. Sotto un profilo prettamente giuridico si conoscono e possono identificarsi le espressioni e le conseguenze degli atti di bullismo, ma non si è ancora incardinata nel nostro ordinamento una fattispecie autonoma del fenomeno. Il bullismo, infatti, si configura mediante una condotta di prevaricazione che porta un soggetto a comportarsi in modo illegittimo (o illecito) verso un altro, provocando un danno ingiusto. Generalmente si qualifica come fenomeno “orizzontale”, in quanto si attua nell’ambito di rapporti tra soggetti formalmente appartenenti al medesimo contesto relazionale (es. scuola). I primi passi compiuti dalla giurisprudenza e da una parte della dottrina per l’inquadramento del fenomeno, si sono incentrati sulle caratteristiche proprie della condotta. Tali elementi, per i risvolti psicologi che provocano sulla vittima, hanno determinato l’accostamento al fenomeno del mobbing, in cui il mobber (datore di lavoro o collega) pone in essere comportamenti che vanno dalla diffusione di maldicenze all’emarginazione del soggetto, creando un ambiente di lavoro ostile ed ostacolandone il percorso professionale. Tale similitudine ha generato il concetto di bullismo come forma di “mobbing in età evolutiva”. Se pur, apparentemente, assimilabili per gli aspetti indicati, emergono tra i due fenomeni delle differenze sostanziali che induce altra parte della dottrina ad affermare l’unicità della condotta del bullo: l’elemento soggettivo, come condotta del bullo mossa dalla volontà di gratificare sé stesso per sentirsi forte, inattaccabile e punto di riferimento agli occhi degli altri; quella del mobber, invece, mira a danneggiare direttamente o indirettamente l’altro soggetto; la minore età, elemento sostanziale in quanto il fenomeno del bullismo è generalmente diffuso tra soggetti minorenni. E’ proprio da quest’ultimo elemento che può delinearsi il contesto in cui inserire il fenomeno, sia sotto gli aspetti civili sia sotto gli aspetti penali. Il punto di partenza della nostra analisi si incardina attorno al rapporto tra responsabilità civile, penale e minore età. I concetti di capacità giuridica, capacità di agire e capacità naturale consentono di considerare il minore di età come un soggetto naturalmente capace, salvo che non vi sia prova contraria di tale status. Nel nostro ordinamento possiamo individuare come capisaldi, rispettivamente del sistema civile e del sistema penale, gli artt. 2043, 2046, 2047 c.c., 85 e 97 c.p. La lettura coordinata delle norme citate consente di individuare due principi di carattere generale imperniati, entrambi, sul concetto di capacità di intendere e di volere del soggetto. In ambito civilistico l’art. 2043 c.c. prevede che Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”;  e precisa con gli artt. 2046 e 2047 che “non risponde delle conseguenze dal fatto dannoso chi non aveva la capacità d’intendere o di volere al momento in cui lo ha commesso, a meno che lo stato d’incapacità derivi da sua colpa” e che “in caso di danno cagionato da persona incapace d’intendere o di volere, il risarcimento è dovuto da chi e tenuto alla sorveglianza dell’incapace, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto”. Con tali disposizioni il Legislatore fissa un principio di ordine generale fondando la ratio della previsione sul ristoro delle conseguenze dannose prodotte, e, detta, specifiche conseguenze circa la produzione del danno a carico di un soggetto incapace di intendere e di volere, compiendo un richiamo alla disciplina penalistica dettata dall’art. 85 c.p. In ambito penalistico, infatti, da un lato l’art. 85 c.p. dispone che “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se al momento in cui l'ha commesso, non era imputabile. E' imputabile chi ha la capacità d'intendere e volere”, dall’altro con l’art. 97 c.p. prevede la non imputabilità di chi al momento della commissione del fatto non aveva compiuto i 14 anni. Alla luce dei principi illustrati è evidente che il Legislatore ha escluso l'imputabilità del minore di quattordici anni proprio perché è ragionevole pensare che questi, in ragione della sua giovanissima età, sia sfornito di detta capacità ma certamente non esclude che le conseguenze dannose comunque prodotte debbano trovare un ristoro. A tal proposito, si richiama un Disegno di Legge predisposto nel 2007 – poi stralciato - recante “Misure di sensibilizzazione e prevenzione, nonché repressione dei delitti contro la persona e nell’ambito della famiglia, per l’orientamento sessuale, l’identità di genere ed ogni altra causa di discriminazione”. Tale provvedimento prevedeva una nuova figura delittuosa, ossia il reato di “atti persecutori”, che aveva quindi il compito di punire quelle condotte bullistiche costituite da minacce e molestie reiterate nel tempo, in modo assillante, che oggi non sono penalmente rilevanti. Con queste brevi considerazioni si evidenziano alcune delle criticità che il Legislatore incontrerebbe nella creazione di una nuova ipotesi di reato, quale il bullismo può rappresentare data l’estensione del fenomeno tra i giovani e i giovanissimi.

Fabio Di Marco, Alessandra Malaspina, Simona Testa     

*Avvocati del Foro di Roma


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La Giustizia, per grazia ricevuta

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIn occasione dell’inaugurazione dell’Anno giudiziario in Vaticano si svelano i problemi della giustizia del piccolo Stato. Più processi in corso che abitanti: 1005 contro 455.

 

Con la relazione del “Promotore di Giustizia” Nicola Picardi si è aperto l’Anno giudiziario del Tribunale della Città del Vaticano.

Per la prima volta dopo 74 anni di attività, la cerimonia è avvenuta in forma pubblica. A rappresentare la magistratura italiana il Presidente di sezione della Corte di Cassazione Carbone, il Procuratore Generale della Cassazione Favara, il Presidente della Corte d’Appello Lo Turco, il Procuratore Generale della Corte dei Conti Apicella.

Non senza sorpresa si è appreso che il numero di procedimenti in corso nel piccolo Stato, 397 civili e 608 penali, è superiore al numero dei suoi abitanti, 455 in tutto. Questo perché gran parte delle infrazioni e delle richieste di giustizia provengono da turisti o comunque da persone estranee alla Città che accedono alla Basilica, agli spacci e al magazzino del Governatorato e che semplicemente commettono infrazioni al codice della strada.

Altro dato rilevante è la durata dei processi, che in Vaticano è biblica non meno che in Italia. A decidere nel doppio grado di giudizio che vi si svolge sono solo tre giudici (Dalla Torre, presidente, Bonnet e Marrone, giudici) e il Promotore di Giustizia, figura analoga per funzioni al nostro procuratore capo. Uno dei componenti del Tribunale, Marrone, svolge anche funzione di giudice unico. Per alleggerire il lavoro dei magistrati, Picardi auspica la devoluzione di molte delle funzioni attualmente svolte dal giudice unico al cosiddetto notario attuario, nonché un potenziamento dei supporti informatici, dal momento che gran parte delle attività d’ufficio vengono ancora svolte “a mano” dal cancelliere.

Positivo, però, il bilancio per quanto riguarda la collaborazione con le altre autorità giudiziarie ed in particolare con quelle italiane. Nel 2002 ci sono state ben 10 richieste di rogatorie internazionali, tutte concluse con piena soddisfazione dei magistrati che ne avevano fatto richiesta.

 

Raffaella De Angelis*

Avvocato del Foro di Roma

 


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Il delitto di atti persecutori

Il reato di stalking.

 

Il legislatore con la Legge 23 Aprile 2009, n. 38, ha introdotto nel codice penale, all’art. 612 bis, la nuova fattispecie del reato di “atti persecutori” uniformandosi, in tal modo a molti altri ordinamenti stranieri. La nuova fattispecie di stalking si individua nella condotta di colui che con minacce e molestie reiterate reca un pregiudizio, di carattere psicologico, alla persona offesa. A ben vedere la novella del legislatore non colma una lacuna legislativa, ma si limita a dare una disciplina più articolata e severa alla tutela del bene giuridico della c.d. “serenità psichica” già in precedenza protetto dalla fattispecie delittuosa delle minaccie (art. 612 c.p.) e da quella contravvenzionale della molestia o distrurbo alle persone (art. 660). La condotta tipica dello stalker è identificabile in un’arbitraria e reiterata intromissione nella vita della propria vittima, realizzata per il mezzo di comunicazioni indesiderate, quali telefonate, sms, lettere, biglietti, ovvero di contatti indesiderati, come pedinamenti, appostamenti e frequentazione dei medesimi luoghi. La mera reiterata condotta minacciosa o molesta, tuttavia, non è da sola sufficiente ad integrare la nuova fattispecie criminosa. Tale fattispecie richiede infatti il verificarsi di uno specifico evento in danno della vittima quale – a) “cagionare un perdurante e grave stato di ansia e di paura”; b) “ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di una persona al medesimo legata da relazione affettiva”; c) “costringere ad alterare le proprie abitudini di vita”. Tuttavia la condotta dello stalker, anche in assenza dell’evento dannoso, qualora dovesse in concreto essere considerata idonea e diretta in modo non equivoco alla realizzazione dello stesso, potrà ragionevolmente comportare un riconoscimento della responsabilità penale a titolo di tentativo. Sotto il profilo dell’elemento psicologico, tenuto conto della natura di reato abituale del delitto di atti persecutori, l’intenzione dovrà necessariamente travalicare la realizzazione dei singoli atti che compongono la condotta tipica, dovendosi necessariamente rivolgere alla esecuzione di un più complesso disegno criminoso. L’elemento psicologico, peraltro, non dovrà ricoprire esclusivamente la condotta tipica dell’agente, ma anche la realizzazione dell’evento dannoso prodottosi in capo alla persona offesa, con non poche difficoltà, in sede di giudizio, in ordine al raggiungimento della prova di tale specifico elemento. E di fatti, mentre in astratto sarà ben sostenibile la consapevolezza e volontà con la quale l’agente abbia posto in essere la propria condotta molesta o minatoria, ben più arduo sarà rintracciare elementi probatori idonei ad affermare che il medesimo abbia agito al fine di provocare nella propria vittima uno stato d’ansia, di paura per la propria o altrui incolumità, ovvero una modifica delle sue abitudini di vita. Il legislatore nell’introdurre il nuovo reato di stalking ha inoltre individuato alcune tipologie di soggetti deboli potenzialmente più esposti a subire la commissione di atti persecutori, cui vengono ricondotte alcune aggravanti speciali. In particolare il comma 2 dell’art. 612 bis prevede come circostanza aggravante il caso in cui il fatto sia commesso “dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa”. Il comma 3 prevede invece una tutela rafforzata per altri soggetti deboli quali minori, donne in stato di gravidanza e persone con disabilità. Il legislatore, dunque, con la novella in materia di atti persecutori, e ancor più esplicitamente con l’individuazione di una serie di c.d. soggetti deboli ha messo in luce un fenomeno certo non nuovo, poiché già da tempo posto in evidenza dalla cronaca, ma spesso sottovalutato, provvedendo, al contemL’elemento psicologico, peraltro, non dovrà ricoprire esclusivamente la condotta tipica dell’agente, ma anche la realizzazione dell’evento dannoso prodottosi in capo alla persona offesa, con non poche difficoltà, in sede di giudizio, in ordine al raggiungimento della prova di tale specifico elemento. E di fatti, mentre in astratto sarà ben sostenibile la consapevolezza e volontà con la quale l’agente abbia posto in essere la propria condotta molesta o minatoria, ben più arduo sarà rintracciare elementi probatori idonei ad affermare che il medesimo abbia agito al fine di provocare nella propria vittima uno stato d’ansia, di paura per la propria o altrui incolumità, ovvero una modifica delle sue abitudini di vita. Il legislatore nell’introdurre il nuovo reato di stalking ha inoltre individuato alcune tipologie di soggetti deboli potenzialmente più esposti a subire la commissione di atti persecutori, cui vengono ricondotte alcune aggravanti speciali. In particolare il comma 2 dell’art. 612 bis prevede come circostanza aggravante il caso in cui il fatto sia commesso “dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa”. Il comma 3 prevede invece una tutela rafforzata per altri soggetti deboli quali minori, donne in stato di gravidanza e persone con disabilità. Il legislatore, dunque, con la novella in materia di atti persecutori, e ancor più esplicitamente con l’individuazione di una serie di c.d. soggetti deboli ha messo in luce un fenomeno certo non nuovo, poiché già da tempo posto in evidenza dalla cronaca, ma spesso sottovalutato, provvedendo, al contempo a mettere l’Italia in linea con i più moderni ordinamenti penali stranieri.

 

Roberto Gallucci*

Avvocato del Foro di Roma  


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Analisi di una fattispecie del processo penale

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOPrescrizione e contestazioni dibattimentali.

 

Nel corso del processo penale, accade assai di frequente che, nello svilupparsi del dibattimento, l’Ufficio dell’Accusa proceda alla riformulazione dei capi d’imputazione, mediante – ad esempio - la contestazione di nuove circostanze aggravanti che comportino un aumento della pena superiore ad 1/3 (le cd. circostanze “ad effetto speciale”), determinando in tal modo – ai sensi dell’art. 157 c.p. – un nuovo (più lungo) termine di prescrizione del reato.

Esempio classico è quello della contestazione dell’aggravante, in materia di reati fallimentari, prevista dall’art. 219 r.d. 267/42, che determina un aumento della pena fino alla metà della sanzione contemplata dagli artt. 216 e ss. della stessa legge. In particolare, con riferimento a tale ipotesi di modifica dell’imputazione, appare opportuno soffermarsi su due distinti aspetti. Il primo concerne la contestazione di una circostanza aggravante fondata su elementi già noti e ampiamente valutati dalla Pubblica Accusa.

Il secondo, attiene ad una contestazione effettuata in epoca successiva al decorso del termine massimo di prescrizione del reato contestato. Ed invero, in relazione al primo punto, giova chiarire che, ai fini di una corretta applicazione degli artt. 516 e 517 c.p.p., è necessario che le contestazioni scaturiscano da conoscenze “sopravvenute” all’emissione del decreto che dispone il giudizio ed emergenti nel corso dell’istruttoria dibattimentale.

Pertanto, la preesistenza al dibattimento delle aggravanti contestate (ad es., tornando all’ipotesi dei reati fallimentari, il danno patrimoniale di rilevante entità e la pluralità di azioni criminose) è palese laddove si consideri che la loro contestazione si fonda su documenti, come il numero di fatture ed il relativo importo, già in possesso dall’Accusa sin dal momento dell’esercizio dell’azione penale. In presenza di siffatta situazione, il Pubblico Ministero non fa dunque altro che effettuare una mera rielaborazione di elementi già nella sua disponibilità, ponendo in essere con tale comportamento una vera e propria violazione della ratio della disciplina delle nuove contestazioni, le quali, presupponendo un corretto esercizio dell’azione penale, non possono rappresentare lo strumento per sanare patologie insite nell’errato esercizio dell’azione penale. Ne discende quindi che, in tale ipotesi, la contestazione fatta dal P.M. sia da considerarsi esorbitante (nonché irrituale) rispetto alla ratio del dettato normativo. Quanto, invece, al secondo punto, salvo qualche opinione dottrinale di segno opposto (Pisa), parrebbe esservi concordia nel senso di ritenere che - allorquando la prescrizione si sia già verificata in relazione alla contestazione originaria - debba pronunciarsi l'estinzione del reato la prescrizione.

In altri termini, anche a nostro parere, la prescrizione – in una lettura costituzionalmente orientata dell’istituto - opererebbe come una saetta (quam sagitta): nel momento in cui essa si verifica deve essere dichiarata, a nulla valendo eventuali contestazioni, successive all’originario decorso del termine prescrizionale. A favore di tale conclusione parrebbero peraltro militare sia il dettato normativo che la consolidata giurisprudenza di legittimità. In tal senso, fra le fonti normative, depongono, in particolare, l’art. 183 c.p., che prevede che “le cause di estinzione del reato [...] operano nel momento in cui esse intervengono”, nonché l’art. 129 c.p.p., ai sensi del quale “il giudice, il quale riconosce [...] che il reato è estinto lo dichiara d’ufficio con sentenza”.

Anche l’orientamento giurisprudenziale si pone perfettamente in linea con quanto sin qui chiarito, laddove si statuisce che “non può tenersi conto dell'aumento di pena ai fini della prescrizione ove la circostanza non sia stata contestata anteriormente allo spirare del tempo necessario a prescrivere, calcolato secondo la originaria configurazione del fattoreato” (Cass. pen., 03.11.87).

Ed invero, secondo la Corte, tale conclusione si impone anche in ragione della “natura costitutiva” della contestazione dell'accusa.

Pertanto – parafrasando il ragionamento del Giudice di legittimità - quando la prescrizione si sia già verificata in relazione alla contestazione originaria, non potrebbe esservi altra soluzione che una pronunzia di non doversi procedere per estinzione del reato, non potendo valere la contestazione di altra circostanza aggravante, avvenuta successivamente alla scadenza del termine di prescrizione.

 

Francesco Salamone*

DOTTORANDO DI RICERCA PRESSO L’UNIVERSITÀ DI SIENA E CULTORE DI DIRITTO DELL’ECONOMIA PRESSO L’UNIVERSITÀ DI REGGIO EMILIA


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