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Diritto

Il ruolo sociale dell'avvocatura

avvokatiCon la sentenza 18 ottobre 2011(Graziani-Weiss contro Austria), la Corte europea dei diritti dell'uomo ha confermato la propria costante giurisprudenza che, nel distinguere la professione forense dalle altre attività di prestazione di servizi, sottolinea il valore sociale della professione, che impone all'avvocato di assumere funzioni pubbliche quali quelle di tutela e curatela di soggetti incapaci, proprio in ragione della particolare qualificazione professionale acquisita, del superamento dell'esame di abilitazione, e dei doveri deontologici che gravano sul legale. La sentenza accosta pertanto gli avvocati ai notai ed ai magistrati, sottolineando il rilievo pubblico delle professioni giuridiche, che le distingue nettamente - dice la Corte - da gruppi di altre persone che, pur avendo studiato legge, e pur avendo ricevuto una qualche forma di "legal training" non presentano quel complesso universo deontico di diritti e di doveri che connotano invece "lawyers, public notaries, and judges".

Stefano Galeoni

* Avvocato del Foro di Roma


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La mediazione familiare

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOLa società contemporanea -definita non a caso liquida- è caratterizzata da un diffuso senso di insicurezza, frutto di valori plurimi ma molto poco precisi e definiti, ed in questo contesto anche il matrimonio tende a trasformarsi in un contratto a termine. Indipendentemente dalle cause, comunque, la crisi della famiglia, che è fenomeno sociale e non naturale, è un dato di fatto. E' evidente, quindi, la necessità per lo Stato di approntare nuovi strumenti idonei ad aiutare cittadini in difficoltà e per noi operatori del diritto di acquisire sempre più ampie competenze che ci consentano di svolgere al meglio la nostra attività professionale. La Mediazione Familiare può costituire un'opportunità altamente qualificante per chi si occupa di diritto di famiglia, perché fornisce gli strumenti per gestire il conflitto in maniera costruttiva -anzitutto attraverso il ripristino dei canali comunicativi della coppia- favorendo il cambio di prospettiva necessario per affrontare con spirito collaborativo, anziché antagonista e spesso autodistruttivo, il drammatico passaggio verso la riorganizzazione familiare. Contribuisce a scindere il rapporto di coppia da quello genitoriale e rende concretamente realizzabile -anche in presenza di una iniziale alta conflittualità- il diritto dei minori a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, così come chiaramente disposto dalla L. 54/06. Proprio in tale normativa, a tutti nota come legge sull'affido condiviso, si trova il primo riferimento in Italia -a livello nazionale- alla Mediazione Familiare, già ampiamente praticata con successo in Europa fin dagli anni '70. Nel 1995 il documento fondativo della SIMeF, Società Italiana di Mediazione Familiare, www.simef.net, la definisce come un percorso finalizzato alla riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o a seguito della separazione o divorzio in cui, in un contesto strutturato, un professionista terzo neutrale, con una preparazione specifica, sollecitato dalle parti, nella garanzia del segreto professionale e in autonomia dall'ambito giudiziario, favorisce la ricerca di soluzioni condivise. Già in questa definizione sono evidenti le peculiarità distintive da altri metodi di gestione della crisi, più noti e talvolta osteggiati (vedi media conciliazione). E' un percorso volontario: nessuno può imporlo, il Giudice può solo invitare la coppia ad avvalersene, senza alcun potere sanzionatorio in caso contrario; si svolge in totale riservatezza ed autonomia; il mediatore è tenuto al segreto professionale e non relaziona ad alcuna persona o Autorità; è diretto ad attivare la competenza di entrambi i genitori perché, attraverso un riequilibrio dei rapporti interni, siano loro stessi a trovare le soluzioni più idonee; è finalizzato all'acquisizione di un metodo di gestione del conflitto con lo sguardo diretto al futuro, perché la genitorialità è un rapporto continuativo nel tempo. Eventuali accordi presi in mediazione sulle modalità di affidamento, collocamento, mantenimento della prole ecc... sono sempre sottoposti dai genitori ai rispettivi Legali, che li rielaboreranno in condizioni di separazione, divorzio o proposta al TM. La formazione del mediatore familiare prevede la frequenza di un corso biennale di natura interdisciplinare, per complessive 240 ore comprensive di tirocinio e supervisione, oltre alla trattazione di almeno un caso in prima persona. In Roma, il Servizio è effettuato in strutture pubbliche presso quasi tutti i Municipi, in centri privati o singoli professionisti. Invito tutti gli interessati, potenziali utenti o professionisti, ad approfondire la conoscenza di questo nuovo strumento che avrà di certo sempre maggiore diffusione, perchè in grado di favorire l'esercizio condiviso della genitorialità e, contemporaneamente, rispondere all'attuale scelta politica di incoraggiare metodi alternativi al contenzioso giudiziario, soprattutto a fini deflattivi.

Rita Della Lena *

Avvocato del Foro di Roma


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Disciplina in materia di liberazione anticipata

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLO Prima di essere applicate le norme giuridiche devono essere interpretate per potere esplicare l'effettivo volere del legislatore. L'interpretazione dottrinale, come appreso nei primi anni di università, è tipica dei giuristi e del mondo accademico, in estrema sintesi di chi studia la legge. Quella giudiziale è tipica dei giudici e di chi applica la norma giuridica nelle sentenze. Infine, l'autentica, è fornita dallo stesso legislatore che ha emanato la norma giuridica. Con una apposita legge, se necessario, il legislatore può attribuire l'interpretazione vincolante di una legge precedente. Dal momento dell'entrata in vigore della legge interpretativa, tutti i soggetti giuridici dovranno attenervisi. L'art. 69-bis della L. 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), introdotto dall'art. 1, comma 2, L. 19 dicembre 2002, n. 277, disciplina il procedimento in materia di liberazione anticipata, stabilendo, al comma 1, che: "Sull'istanza di concessione della liberazione anticipata, il magistrato di sorveglianza provvede con ordinanza, adottata in camera di consiglio senza la presenza delle parti, che è comunicata o notificata senza ritardo ai soggetti indicati nell'articolo 127 del codice di procedura penale" (il quale articolo 127 contempla il procedimento in camera di consiglio e, al comma 7, recita: "Il giudice provvede con ordinanza comunicata o notificata senza ritardo ai soggetti indicati nel comma 1", vale a dire quelli a cui va dato avviso di fissazione d'udienza, cioè "alle parti, alle altre persone interessate e ai difensori....Se l'imputato è privo di difensore, l'avviso è dato a quello di ufficio"). Sembrerebbe di primo acchito tutto chiaro, ma così non è; tant'è vero che l'interpretazione/applicazione della norma richiamata avviene sul territorio in modo differente. L'ufficio del magistrato di sorveglianza di XY (leggi nord Italia) opera in tutt'altro modo da quello WZ (leggi sud Italia). E la cosa non è del tutto priva di conseguenze in ordine all'efficacia, l'efficienza e l'economicità della Pubblica Amministrazione, principi basilari che non possono non valere anche per gli uffici giudiziari. Più specificamente, uscendo fuori dalla metafora, può verificarsi, per esempio, che, al nord, se l'istante del beneficio della liberazione anticipata è privo di difensore di fiducia, il magistrato di sorveglianza competente, gliene nomini uno di ufficio nel caso di rigetto dell'istanza; mentre al sud il magistrato di sorveglianza ritenga di non doverglielo nominare. In subiecta materia è intervenuta la Corte Costituzionale la quale già con ordinanza 352/2003 (richiamata da altra n.291/2005 con la quale è stata dichiarata la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 69-bis citato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 27 della Costituzione, sollevata dal magistrato di sorveglianza di Napoli), aveva osservato come la nuova disciplina in materia di liberazione anticipata – disciplina in forza della quale il magistrato di sorveglianza decide sull'istanza dell'interessato de plano, salva una fase successiva di reclamo, a contraddittorio pieno, davanti al tribunale di sorveglianza – sia stata introdotta dalla legge 277/02 in risposta ad esigenze di snellimento procedurale fortemente sentite nella prassi, tenuto conto anche dell'elevato numero delle istanze di cui si discute. Inoltre, veniva avvertita come fonte di ingiustificato aggravio (e ritardo nella decisione) la previsione di un procedimento in contraddittorio, in vista dell'adozione di un provvedimento che ben poteva essere – ed in larga parte dei casi era – di accoglimento della richiesta dell'interessato: apparendo assai più ragionevole, di contro, che l'instaurazione di un contraddittorio pieno avvenisse solo nel caso di eventuale insoddisfazione del richiedente (o del P.M.) per la decisione assunta. Nonché, veniva assunta la piena compatibilità con il diritto di difesa dei modelli processuali a contraddittorio eventuale e differito: caratterizzati cioè – in ossequio a criteri di economia processuale e di massima speditezza – da una decisione de plano seguita da una fase a contraddittorio pieno, attivata dalla parte che intenda insorgere rispetto al decisum. Anche l'orientamento giurisprudenziale del giudice di legittimità appare nel senso della non necessità nella materia de qua dell'assistenza del difensore. Afferma, infatti, la Corte di Cassazione che: "l'intervento del difensore nel procedimento ex art. 69-bis L. 354/1975 non è necessario (così come – in difetto di diversa disposizione speciale – non lo è nelle procedure camerali regolate dal richiamato art. 127 c.p.p.); ne segue che il giudice procedente in mancanza di nomina fiduciaria, non è neppure tenuto a designare un difensore d'ufficio. Le comunicazioni e notifiche ai sensi del c.1 dell'art. 69-bis citato saranno in tal caso necessariamente limitate ai soggetti che allo stato risultano legittimati a reclamare (interessato e P.M.), dando luogo alla decorrenza del breve termine di dieci giorni concesso dalla legge per la proposizione del gravame" (cfr. C.Cass., I Sez. Pen., sentenza 21350/08). Ma tanto la pronuncia della Corte Costituzionale che quella della Corte di Cassazione non vincolano il giudice che dovesse ritenere di orientarsi in modo difforme dalle pronunce suddette. E allora non può non auspicarsi un intervento del legislatore per una interpretazione autentica che ponga fine al diverso modus operandi che non è soltanto di forma, stante che, ove effettivamente si riuscisse a stabilire in modo vincolante per il giudice che non deve farsi luogo alla nomina del difensore di ufficio (ove l'istante non abbia ritenuto di nominarne uno di fiducia) si realizzerebbe oltre ad un notevole risparmio di tempo e di adempimenti lavorativi per il personale amministrativo, anche, e soprattutto, una considerevole economia di spesa (perché i difensori di ufficio, ovviamente, espletate le incombenze di legge, presentano al giudice, immancabilmente, istanza di liquidazione dell'onorario che viene pagato dallo Stato quale spesa di giustizia) e anche per il risparmio di carta che ne conseguirebbe.

Alfredo Rovere

*DIRIGENTE ISPETTORE MINISTERO DELLA GIUSTIZIA


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Pubblicità informativa

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOL’articolo 3 lettera g) del decreto legge emanato dal Governo in materia di disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria per lo sviluppo contiene una disposizione che rappresenta una vera svolta in materia di pubblicità informativa effettuata dall’avvocato. La disposizione recita che “la pubblicità informativa, con ogni mezzo, avente ad oggetto l’attività professionale, le specializzazione ed i titoli professionali posseduti, la struttura dello studio ed i compensi delle prestazioni, è libera. Le informazioni  devono essere trasparenti, veritiere, corrette e non devono essere equivoche, ingannevoli, denigratorie”.
L’evoluzione verso un sistema che equipara le libere professioni alle attività commerciali è evidente. In sostanza, le limitazioni imposte agli avvocati nell’esercizio della loro attività informativa sono le stesse dettate per chi esercita un’impresa commerciale.
Si tratta a questo punto di attendere per vedere in che modo il principio espresso dal suddetto articolo 3 verrà recepito dalla legge di riforma della professione forense. Il D.D.L. 1198 dopo essere stato approvato dal Senato sarà presto esaminato dalla Camera, la quale dovrà affrontare un compito assai arduo: modificare il ddl già approvato in Senato per renderlo coerente e compatibile con i principi e con le disposizioni espresse dalla manovra finanziaria di Agosto. Una missione quasi impossibile, a meno di stravolgere completamente la struttura del disegno di legge. Nel migliore dei casi il testo, una volta emendato dalla Camera, dovrà necessariamente tornare al Senato con una inevitabile dilatazione dei tempi per l’approvazione. La soluzione alternativa e forse la più auspicabile, sarebbe quella di ritirare il DDL 1198 e presentare un nuovo disegno di legge che tenga conto dei principi espressi dalla manovra finanziaria e che dovranno essere stabiliti a breve dal regolamento sulle liberalizzazioni. In materia di pubblicità informativa degli avvocati, già dietro la spinta della direttiva Bolkestein e del decreto Bersani, abbiamo assistito ad una timida apertura. Si è trattato purtroppo di ben poca cosa considerando l’atteggiamento conservatore e restrittivo dei singoli Consigli dell’Ordine e del C.N.F. verso nuove soluzioni informative e strategie di marketing poste in essere da molti avvocati. Sanzioni comminate ai colleghi che intendevano farsi pubblicità mediante annunci su quotidiani o tramite cartelloni o paline stradali diventeranno solo un ricordo per i poveri colleghi che hanno “vissuto” e “combattuto” ai tempi dell’ancien regime. L’articolo 3 della manovra finanziaria si riferisce, a scanso di equivoci, alla pubblicità effettuata con “ogni mezzo” vale a dire nessuno escluso, ovviamente sempre con l’obbligo della trasparenza, verità e correttezza. Sparisce pertanto ogni riferimento al decoro e alla dignità, ragion  per cui si impone una modifica dell’articolo 17 del codice deontologico.
Anche il divieto imposto agli avvocati di citare i nomi dei propri clienti (pur se con il loro consenso) è destinato a venire meno, in ossequio al principio di libertà nella scelta delle forme e degli strumenti di pubblicità aventi per oggetto “l’attività professionale”.
Scompare anche ogni riferimento al divieto (oggi sancito dall’articolo 17) di effettuare pubblicità di tipo comparativo purché non in modo denigratorio. In materia di pubblicità comparativa, sulla quale non nascondo le mie forti perplessità, rilevo comunque che, a ben vedere, la soluzione per evitare una carneficina fratricida tra studi professionali risiede proprio nel testo dell’articolo 3 lettera g) della manovra finanziaria il quale si riferisce espressamente alla pubblicità “informativa”, vietando di conseguenza quella elogiativa nella cui categoria rientra certamente quella “comparativa”. E’ pur vero che spesso il limite tra pubblicità informativa ed elogiativa è pericolosamente labile e pertanto rimesso alla discrezione degli organi giudicanti e che anche ove fosse ritenuta ammissibile la pubblicità di tipo “comparativo” diverrebbe labile la linea di demarcazione tra la pubblicità di tipo comparativo e quella a contenuto denigratorio (certamente vietata).
Il vento delle liberalizzazioni spira sempre più forte e per molti si tratta di un vento minaccioso. Ritengo che il diritto di farsi pubblicità sia per un collega (specie per chi non proviene da famiglie di avvocati) un ottimo strumento per farsi conoscere dalla collettività; certamente sarebbe avvilente se ciò avvenisse a scapito di qualunque regola dettata dal buon senso e dal decoro ragion per cui ritengo che gli ordini professionali debbano sempre vigilare sul rispetto della tutela dell’affidamento della collettività. La valenza sociale della professione forense, il ruolo dell’avvocato come filtro tra il cittadino e la giustizia, la natura costituzionale del diritto di difesa (inteso anche come diritto di agire in giudizio), impongono di considerare la professione forense come un’arte sui generis da non “trattare” alla stregua di qualsiasi attività commerciale. 

Matteo Santini*

Avvocato del Foro di Roma


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Le sfide della mediazione

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOPresso il Circolo Culturale Arte & Pensieri, Bridge Mediation  con il Forum delle Professioni e Meliusform hanno presentato “I Quaderni della Conciliazione”.
Il 30 giugno 2011 presso il Circolo Culturale Arte & Pensieri in Roma, via Caracciolo 12, Bridge Mediation  con il Forum delle Professioni e Meliusform hanno presentato “I Quaderni della Conciliazione”. La prima, a quanto è dato sapere, rivista dedicata al dibattito ed all’approfondimento del nuovo istituto introdotto con il D.lgs.  28/21010. L’iniziativa appare tempestiva e necessaria per trarre il nuovo istituto di tutela dei diritti dalle secche di una improduttiva guerra di religione e ricondurlo all’analisi giuridica e sociologica. Questione centrale è se l’istituto sia o meno idoneo a  soddisfare, e si a quali condizioni, per la sua parte; la domanda di giustizia. Il D.lg 28/2010 si poteva e doveva articolare meglio definendone la funzione a breve e lungo termine non necessariamente coincidenti; inserendolo in un ampio e sistematico disegno di riforma della giustizia e delle professioni. La stessa ricognizione delle materie ex art. 5 appare incoerente; non appaiono sufficientemente scolpiti i ruoli dei soggetti, la terzietà e l’indipendenza degli organi; dubitosi i rapporti con il processo ecc….. Occorrerà poi vigilare sulla concreta attuazione dell’istituto per trarre indicazioni emeliorative ed eliminare le contraddizioni che ne minano l’efficacia. Agli organizzatori del Convegno sono apparsi in questa ottica essenziali due temi: la formazione e le regole di comportamento; che sono come l’olio per i motori; se carenti la macchina non camminerà.
Il Prof. Sandulli ha evidenziato la necessità di una “nuova cultura della lite” valorizzando la capacità della soluzione negoziata di meglio rispondere alla richiesta di pace sociale - ne cives ad armas ruant - ; nel solco dell’insegnamento del Cappelletti.
La critica di privatizzazione della giustizia, appare in questa ottica; un “idola” usato strumentalmente. A tacere della già ampia delega di funzioni amministrative e giurisdizionali all’avvocatura.
L’Avv. Cardinale forte di un ampia esperienza internazionale ha sottolineato come con lo sviluppo dell’istituto emergerà una nuova “dimensione professionale”. La mediazione come occasione di sviluppo della professione. Ovviamente il presupposto di un tale sviluppo sarà il superamento dell’attuale deficit dell’attualità dei soggetti ed un più attento sistema di controllo sugli organismi onde evitare il rischio della mercificazione della conciliazione. L’Avv. Diotallevi ha inserito l’istituto nella crisi del diritto come lex e con l’emergere invece di un nuovo jus. In breve l’emergere di una norma creata rispetto ad una legge data. Gli Avvocati così dovranno recuperare un giusto ruolo sociale connesso alla nuova funzione maieutica. Anche qui è condizione essenziale il dovere di competenza. Da ultimo il sottoscritto si è occupato degli aspetti deontologici sottolineando in particolare come le norme di correttezza debbano innanzitutto riguardare gli organismi, specie quelli di amministrazione. In particolare il rischio di cortocircuito riguarda proprio gli Ordini e si annida nella distribuzione degli incarichi.
Qualche autore ha suggerito a tal fine di applicare un sistema analogo a quello tabellare; un idea da approfondire con attenzione. Per quello che attiene il conciliatore e soprattutto gli avvocati in mediazione, già il codice deontologico forense contiene norme sufficienti e consolidate nell’interpretazione, che valgono ad orientare i comportamenti dei soggetti nei loro ruoli ed a tutelare l’interesse pubblico alla correttezza e trasparenza del procedimento.
Il sottoscritto ha informato infine l’uditorio della prossima pubblicazione dell’art. 55 bis c.d. emanando appositamente e secondo la delega normativa. Di particolare interesse è non solo l’insistenza sul dovere di competenza ma anche la norma che descrive con ampiezza di fattispecie l’incompatibilità tra funzione mediatoria, relazioni professionali anche indirette con gli avvocati in mediazione e la precedente o successiva accettazione di incarichi da una delle parti.
Una norma dunque “robusta” e di pieno valore al contrario del Codice Europeo di Condotta norma priva o di riconoscimento o di valenza consuetudinaria. Per chiudere, la Media-Conciliazione danneggerà solo chi non saprà o non vorrà relazionarsi con essa; l’impoverimento dell’Avvocatura ha ben altre e più lontane origini.

Roberto Zazza* Avvocato
Presidente del Forum delle Professioni


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