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Interviste

Siglato il ''Patto per la Giustizia e per i cittadini''

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLONella sede dell’Aula Magna della Cassazione, è stato siglato il ‘Patto Per la Giustizia e per i Cittadini' il 10 luglio scorso.

 

L'iniziativa, lanciata il 5 Maggio in occasione della "Giornata Nazionale della Giustizia", si è finalmente concretizzata con la sigla del patto, cui hanno aderito l'Associazione Nazionale Magistrati, l'Organismo Unitario dell'Avvocatura, l'Associazione Magistrati Corte dei Conti, A.N.M.A., C.O.N.M.A, l'Associazione Dirigenti Giustizia, Uilpa-UIDAG, FLP, RdBCub, e l'Associazione Avvocati e Procuratori Dello Stato. «I rappresentanti delle magistrature, dell'avvocatura, dei dirigenti e del personale amministrativo, impegnati quotidianamente nel settore-giustizia, nell'esclusivo interesse del buon funzionamento del servizio per il sistema-Paese, sottoscrivono un PATTO PER LA GIUSTIZIA E PER I CITTADINI proponendo al Governo un progetto condiviso, che dimostra la possibilità di far funzionare la giustizia in un paese civile e di fornire un servizio rapido ed efficiente, in grado di garantire agli utenti il diritto alla "ragionevole durata" dei processi civili e penali». Tra i punti qualificanti del patto quindi figurano: investimenti adeguati, riconoscimento professionale del personale e formazione, nuove assunzioni, informatizzazione del servizio e un nuovo modello organizzativo, norme che effettivamente snelliscano le procedure e una nuova geografia giudiziaria, la reinternalizzazione di tutti i servizi essenziali, come la verbalizzazione e l'assistenza tecnica informatica.

A tal proposito abbiamo intervistato il presidente Oua, Maurizio de Tilla per avere un Suo commento in merito alla sottoscrizione del Patto.

Presidente, il 10 luglio u.s. è stato siglato il “Patto per la giustizia e per i cittadini” perché e come è nato il progetto?

L’OUA ha firmato convinta, insieme all’ANM e alle altre componenti del mondo giudiziario, il Patto per la giustizia e per i cittadini. Intervenire sulle procedure è utile e necessario ma non è sufficiente: talora, anzi, le continue modifiche delle norme processuali possono produrre più danni che vantaggi. Per evitare ciò occorre intervenire subito sulle disfunzioni dell’organizzazione giudiziaria.

L’avvocatura intende cooperare positivamente per il rinnovamento dell’apparato dell’amministrazione della giustizia.

La macchina giudiziaria non fornisce purtroppo un servizio efficiente ai cittadini. Le cause sono molteplici: carenze di risorse economiche e di organici, improduttività dell’attività giudiziaria, ritardi nella informatizzazione degli uffici, remore al processo telematico, carenze di quadro ordinamentale, procedure amministrative burocratizzate, commistione di ruoli tra giudici ed avvocati, e via dicendo.

Nel passato è stato un errore grave quello di porre l’avvocatura fuori dai soggetti protagonisti degli interventi di risanamento della macchina giudiziaria.

Per risolvere i problemi dell’organizzazione giudiziaria si è fatto cenno solo ai capi e dirigenti degli uffici giudiziari, al C.S.M., ma nessun riferimento è stato fatto all’apporto positivo dell’avvocatura. Quali i punti salienti del Patto?

Nel patto per la giustizia l’OUA ha inserito espressamente la riforma dell’ordinamento forense per rendere ancora più compiuta e rigorosa la propria attività. A viva voce nel convegno di Fermo si è chiesto ai parlamentari presenti di superare le contrapposizioni e varare rapidamente una riforma bipartisan dell’ordinamento forense. Occorre una legge moderna e adeguata ai tempi ma, soprattutto, occorre modificare la Costituzione che già riconosce la parità di ruolo tra magistratura e avvocatura nel processo, senza però citare quest’ultima esplicitamente e dare concretezza a quest’affermazione.

Altri punti essenziali del Patto sono: 1) l'ammodernamento della macchina giudiziaria, attraverso nuove norme che snelliscano le procedure, come di recente avvenuto per la giustizia amministrativa, nonché un nuovo modello organizzativo che metta al centro l’efficacia del servizio offerto alla cittadinanza; 2) l’istituzione di una magistratura “non togata”, che deve essere resa uniforme e selezionata con rigore all’accesso, garantendo alla stessa dignità ed adeguato trattamento retributivo-previdenziale.

E’ molto importante, inoltre, prevedere un sistema di incompatibilità assoluta tra funzione giudiziaria e libera professione, nonché una formazione adeguata ed efficienti strutture logistico-organizzative; 3) risorse adeguate per il funzionamento degli uffici, un progetto concreto di informatizzazione – che porti allo snellimento delle procedure attraverso le notifiche telematiche ed il processo telematico completo – ed una appropriata formazione per il personale; Interventi che richiederanno un massiccio investimento di risorse economiche.

In tempi di crisi economica, ciò sarà possibile?

Il primo obiettivo è spendere meglio e bene, senza sprechi e senza improduttività. Bisogna, inoltre, reperire ulteriori risorse economiche per completare adeguatamente gli organici.

Infine, Presidente, a quando il confronto con il Governo?

A settembre è in programma un incontro di tutti i firmatari del Patto con il Governo.

 

Carmen Langellotto

 

 


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Il diritto di visita del genitore

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOFRAGALE. Il 21 di settembre scorso i media hanno divulgato una notizia inquietante: un padre una volta appresa una modifica giudiziale della riduzione dei tempi di frequentazione da due giorni a settimana a uno con la propria figlia di tre anni ha ucciso la minore e si è tolto la vita. Premesso che accerterà la Procura se esiste o meno un nesso di casualità tra l’informazione ricevuta e il tragico gesto, ammesso che la Magistratura trovi un collegamento causale come può essere inquadrabile dal punto di vista criminologico questo gesto insano?

UBALDI. Il collegamento in astratto può esistere. Si tratta di un fenomeno rispetto al quale non ci sono dati statistici se non quelli prodotti da FENBI (Federazione Nazionale Bigenitorialità) che studia questo genere di azioni criminose da più di quindici anni. Dico che la relazione esiste perché si tratta di osservare l’effetto più tragico dell’inibizione del proprio progetto educativo e del legame genitoriale che gli è proprio.

L’esclusione ingiusta da tale progetto, il confinamento a ruoli marginali, la cronica inibizione di poter rispondere alla propria funzione, la delegittimazione, la mortificazione, accompagnate dalla totale inefficacia delle contromisure giuridiche innescano la spirale di disperazione che può esitare in episodi di cronaca nera.

I Tribunali continuano a concedere un “diritto di visita”: una ragionieristica attribuzione di tempi ed orari privi di spontaneità, che si concretizza in misure standard di alcune ore due pomeriggi a settimana, due weekend al mese, una settimana durante le vacanze natalizie e due d’estate.

Questo modus operandi/vivendi si traduce in una esclusione di fatto dalla vita dei figli.

Le interpretazioni di routine rischiano di essere fuorvianti, perché si parla sempre di disperazione correlata alla gelosia, alla mancata accettazione della fine del rapporto; spesso si ricorre ad interpretazioni che attingono ai disturbi mentali. Ciò che si omette di considerare invece è la causa principale: l’interruzione giuridica del legame genitoriale, la disperazione del genitore che si vede privato immotivatamente dei sui figli.

Questi casi ormai sono all’ordine del giorno e c’è da chiedersi se quel individuo in quello stesso giorno avrebbe commesso un gesto altrettanto criminoso in qualsiasi altra circostanza.

Oppure è proprio il fatto di vedersi negare il diritto fondamentale a poter vivere accanto ai propri figli ad aver azzerato la resistenza di quel genitore?

La FENBI ed in particolare Fabio Nestola ed io crediamo che ci sia una unica chiave di lettura nella criminogenesi di questi accadimenti: un genitore allontanato ingiustamente il più delle volte accusato gravemente, limitato nella possibilità di difendersi a volte a fronte di accuse infamanti perde la volontà di continuare a lottare per ristabilire un legame sano con i propri figli. L’abbiamo definita la “lunga scia di sangue” proprio per descrivere quanto diffuso, sottovalutato e mal compreso sia questo fenomeno, possiamo dire oggettivamente che gli autori di questi gesti sono quasi esclusivamente, percentualmente uomini, ma questo ovviamente perché nella nostra cultura a fronte di una separazione i figli seguono la madre. Neppure l’introduzione della legge sull’affidamento condiviso ha prodotto un cambiamento culturale, di fatto ad esito di una separazione uno dei genitori diventa periferico. Succede che questa dinamica di esclusione possa arrivare a rendere un genitore davvero escluso dalla vita dei propri figli.

Parlavo di accuse infamanti riferendomi al correlato fenomeno dell’ ”abuso dell’abuso” e del maltrattamento: si tratta delle false accuse che molto spesso vengono usate per ottenere il risultato di allontanare ed estraniare dal contesto familiare l’ex coniuge-compagno e quindi per eliminarlo dalla vita dei figli. Abbiamo fatto una ricerca per conoscere il parere di sostituti procuratori “donne” proprio perché non ci fosse pregiudizio di genere ed abbiamo rilevato parere concordi: una altissima percentuale delle denuncie di abuso o maltrattamento sono false e strumentali, ma il successo della denuncia arriva automaticamente.

Tutto questo è materiale che rientra nella ricerca che il collega Fabio Nestola ed io presenteremo a metà ottobre al Congresso Nazionale di Criminologia sull’omicidio in famiglia.

FRAGALE. Tiberio Timperi noto giornalista della Rai sulla falsa riga di questo fatto di cronaca ha reso in questo momento molte interviste in tv. Mi è a cuore un punto in particolare ha accusato la categoria degli avvocati di suggerire capziosamente ad alcune donne con figli minori di presentare una notizia di reato costruita per lesioni o percosse, possibilmente corroborata da certificati medici di strutture pubbliche pompati ad arte. Nella sua annosa esperienza professionale le è mai capitato, da criminologa e pedagogista, di aver rilevato casi analoghi quando di supporto alle Difese, o come CTU?

UBALDI. Io posso rispondere con l’autorevole voce del Sostituto Procuratore Carmen Pugliese, che all’ inaugurazione dell’anno giudiziario 2009, (previa autorizzazione del Proc.Gen Addano Galizi, 29/1/2009) bacchettava i centri antiviolenza che non sempre verificano l’attendibilità delle denuncie che raccolgono, ricordando inoltre che non seguono l’intero iter dei casi, ragione per cui non prendono atto della mole incredibile di archiviazioni.

Dice inoltre la Dott. Pugliese: «I maltrattamenti in famiglia stanno diventando un'arma di ritorsione per i contenziosi civili durante le separazioni...», «...molte volte le versioni fornite dalle presunte vittime sono gonfiate ad arte. Solo in due casi su 10 si tratta di maltrattamenti veri, il resto sono querele enfatizzate e usate come ricatto nei confronti dei mariti durante la separazione...». «...L'impressione è che alcune mogli tendano a usare pm e polizia come strumento per perseguire i propri interessi in fase di separazione...».

Per la mia esperienza posso dire di aver assistito negli ultimi due anni almeno quattro casi di genitori falsamente accusati, che hanno subito un allontanamento “preventivo” visibilmente strumentale. Il fatto che siano stati successivamente assolti non ha però sanato la situazione di alienazione genitoriale. In realtà si è configurato un evidente quanto ingiusto accanimento giudiziario.

Questo non coinvolge categorie in generale: avvocati, consulenti, giudici, assistenti sociali, le responsabilità vanno ricercate sia nell’impreparazione di taluni, sia nel sistema che, a fronte di una falsa denuncia, da la garanzia di ottenere come minimo il risultato-base l'interruzione immediata dei rapporti fra i figli ed il genitore accusato di violenze.

FRAGALE. Quanto può reputarsi opportuno il pur necessario inserimento della giustizia in dinamiche familiari così intime? E quanto invece sarebbe forse più pregnante l’inserimento sistemico di uno specialista del conflitto in dinamiche del genere?

UBALDI. Questa è l’eterna dicotomia del Diritto, dilaniato tra l’aspetto privatistico dell’ambito familiare e quello pubblicistico. L’assetto sociale è talmente mutato e l’organizzazione familiare così variegata che il diritto da una parte è chiamato in causa per derimere i conflitti familiari, dall’altra una volta attivato assume in prima persona responsabilità che non dovrebbero teoricamente appartenergli perché attengono al potere di autodeterminazione degli individui.

Rispetto alla gestione dei conflitti familiari ho sempre pensato che nella maggior parte dei casi non dovrebbero neppure entrare nel circuito giustizia ma essere gestiti attraverso la mediazione familiare, attraverso percorsi di training genitoriale e quanti altri strumenti il sapere psicopedagogico ci fornisce.

FRAGALE. Ma nei casi nei quali proprio si deve entrare nel circuito giustizia, il sistema così come è risulta fallace o risulta satisfattorio?

UBALDI. In realtà - paradossalmente - il sistema Giustizia si muove con una dinamica paragonabile a quella della “Sindrome di Stoccolma” infatti tende inconsapevolmente a colludere con il genitore che mette in atto comportamenti alienanti attribuendogli quale unico interesse la tutela del figlio.

La Sindrome di Stoccolma per Procura (che ci appartiene simbolicamente per metafora e conio) appare la condizione pregiudiziale e quindi pregiudizievole nella quale si trova il Sistema Giustizia, con tutti gli operatori coinvolti (Giudici, Consulenti, Periti, Assistenti Sociali, Avvocati), che manifestano un favor nei confronti del genitore che ambisce a fare dei figli proprietà esclusiva, arrivando ad attribuirgli fiducia incondizionata anche talvolta in assenza di motivazioni plausibili.

E’ come se il genitore prevalente goda di un legame fiduciario, aprioristicamente acquisito, a volte collusivo, in cui il Sistema Giustizia si trova imbrigliato a sostenere insensatamente la prevalenza medesima.

Il genitore prevalente (affidatario fino al 2006, collocatario dopo la riforma dell’affido condiviso) gode quasi sempre di un credito di posizione. Capita che usi questo credito per logorare, fino ad inibirlo, il legame tra i figli ed il genitore residuo.

Le conseguenze più gravi della Sindrome di Stoccolma per Procura possono esitare in episodi di cronaca nera come quello da cui siamo partiti.

La Giustizia Riparativa deve lanciare una sfida culturale per superare la logica sterile del vincitore/vinto, perché attualmente nell’ambito particolare del conflitto separativo questo può rappresentare un pericoloso fattore di rischio sociale.

Nei casi estremi tuttavia la Giustizia dovrebbe poter contare su un sistema di tutela multidisciplinare affinché il minore coinvolto nella lite sia tutelato e con lui la effettiva realizzazione delle sue relazioni primarie e della famiglia estesa.

FRAGALE. Dottoressa la tematica è talmente interessante che possiamo riservarci se lei me lo consente di fare un approfondimento di intervista per un altro numero di In Giustizia.

UBALDI. Per me va bene.

 

Francesca Romana Fragale*

AVV. PENALISTA

PRESIDENTE DELL'ASSOCIAZIONE "FUTURO SOSTENIBILE".

MEMBRO DELLA CAMERA PENALE DI ROMA

 


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Intervista all'Avv. Borzone, vicepresidente UCPI

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLO

Tra etica e mercato la riforma dell'ordinamento forense.

La riforma della professione forense in cantiere rappresenta uno dei capisaldi dello snellimento e della razionalizzazione del nostro sistema giustizia, vittima non solo della notoria lentezza dei processi ma anche del degrado. Si presenta così una ghiotta occasione per confrontarsi e ridisegnare per il prossimo futuro la funzione sociale dell’operatore del diritto per eccellenza. Un modello, selezionando fortemente i futuri avvocati, garantirebbe l’etica e la fiducia che il comune cittadino ripone nella figura dell’avvocato, un po’ come fa con il medico; al contrario l’altro modello aprirebbe al mercato un nuovo settore dove investire ponendo anche un freno alla disoccupazione del paese, ma al costo di aumentare la competizione con conseguente penalizzazione dell’etica e del decoro dell’avvocato. Abbiamo così intervistato l’avvocato Renato Borzone, vicepresidente dell’Unione Camere Penali Italiane, le quali hanno ripetutamente preso posizione sul tema.

 

L’Antitrust ha recentemente bocciato i punti più importanti della riforma della professione forense approvata dalla Commissione Giustizia del Senato, suscitando clamore e polemiche tra i professionisti del settore. Particolari critiche si sono avute sulle questioni delle esclusive, delle tariffe, della pubblicità, dell’accesso alla professione e infine del potere regolamentare in capo al Consiglio nazionale forense. Quale direzione consiglia la Camera Penale per una giusta riforma?

Recentemente l’avvocatura unita ha preso posizione in un documento che indica 10 punti per la riforma. Su questo provvedimento chiederemo alla politica un’approvazione celere perché la situazione è ormai insostenibile.

L’Unione camere penali sottolinea in particolare come i punti principali e più urgenti di questo decalogo siano: -la riforma dell’accesso alla professione forense -l’introduzione delle specializzazioni forensi, le quali non rappresentano un vincolo per l’avvocato ad operare solo in un determinato settore ma un riferimento per i cittadini, i quali spesso si affidano ad un legale “generalista” anche quando sarebbero necessarie specifiche cognizioni in un certo settore. -una seria formazione professionale, non in un’ ottica mercantilistica ma di verifica dell’aggiornamento professionale per assicurare al cittadino una effettiva e qualificata difesa da parte di un avvocato versato nella disciplina che affronta. L’Antitrust vorrebbe addirittura semplificare l’accesso all’avvocatura perché questo richiederebbe il mercato, ma il contesto è già talmente degradato dal numero eccessivo di legali, spesso impreparati, che continuare su questa strada sarebbe la fine dell’avvocatura.

Va poi abolito nuovamente il “patto di quota lite”, per assicurare ai cittadini quella indipendenza dell’avvocato che rientra nella sua funzione e che è la garanzia della dignità della professione.

 

Il Consiglio nazionale forense, in replica alle critiche dell’Antitrust, ha evidenziato come le misure anti-crisi del governo abbiano trascurato gli avvocati e i professionisti in genere, con effetti distorsivi, questa volta sì, della concorrenza. Secondo Lei i professionisti potrebbero giovare comunque dei provvedimenti del governo in quanto indotto delle imprese?

Questo sono situazioni rispetto alle quali le camere penali non interloquiscono perché non sono competenti. Le posizioni del Consiglio nazionale forense sono comunque condivisibili e danno un segno di rinnovato vigore al fine di vedere approvata questa riforma forense.

 

Uno dei problemi dell’avvocatura italiana, praticata a volte ancora in modo poco professionale, è quello di non riuscir a tenere il passo con la concorrenza delle grandi law firm internazionali. Quale può essere la via d’uscita dal “nanismo” della professione?

Si tratta di temi che attengono a settori diversi da quello penale; in ogni caso ogni paese ha le sue peculiarità, e anche gli studi medi e piccoli hanno spesso, da noi, grande dignità.

 

Infine, cosa auspica per il futuro della professione?

Auspico meno corporativismo e più attenzione alla tutela dei cittadini. Quello che conta è che la figura dell’avvocato sia quella di un professionista preparato e affidabile, e il Consiglio nazionale forense insieme a tutta l’avvocatura sta promuovendo la riforma proprio in quest’ottica. L’avvocato deve tornare ad essere il garante rigoroso del rispetto delle regole del gioco, il cane da guardia del potere giudiziario: per questo deve essere preparato, rigoroso, rispettoso delle leggi e consapevole del proprio ruolo.

 

Massimo Reboa

 


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Intervista all'Avv. Caizza, presidente dell'UCP di Roma

Avv. Caiazza, avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOLa morte di Stefano Cucchi e di Diana Blefari Melazzi riportano alla ribalta il problema carceri, uno dei temi più scottanti della politica e che forse proprio per questo troppo spesso si sceglie di ignorare. Il problema, anche se spesso ignorato, non è di poco conto; celebre in questo senso le parole di Voltaire: «Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri poiché è da essi che si misura il grado di civiltà di una nazione».
A certificare il mancato rispetto dei diritti umani è la condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) delle carceri italiane, ritenute da terzo mondo, ma per le quali i diversi governi succedutisi negli anni non hanno saputo dare una risposta concreta, vuoi per mancanza di soldi vuoi per scarsa volontà. Nella drammaticità dei casi, le vicende di questi giorni hanno avuto se non altro il merito di aver portato a conoscenza dell’opinione pubblica il grave ed evidente stato di illegalità e violazione dei diritti umani che avviene ogni giorno nelle carceri.
La speranza è che si giunga, dopo tanti anni, ad una riforma seria e condivisa da tutta la politica perché quello della detenzione è un problema che interessa il paese, visto che presto o tardi la maggioranza dei carcerati dovrà esser reinserito nella società. Vogliamo allora dare voce all’avvocatura, considerata tanto un “potere forte” quanto ascoltato e che pure sul punto è sempre stata ferma, intervistando l’avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione Camere Penali di Roma, che si è occupato personalmente delle vicende di Cucchi e della Blefari Melazzi.
Stefano Cucchi era già visibilmente tumefatto, come racconta il padre, alla convalida del suo arresto.
Come può un carcerato far valere i suoi diritti contro violenze di questo genere?
E’ enormemente difficile.
Questo è il Paese nel quale la versione del Pubblico Ufficiale è la Verità; se poi gli si contrappone quella di un soggetto sociale difficile, un detenuto o un tossicodipendente, i margini di speranza sono ridotti al lumicino.
Il difensore ha, in questo caso, un compito difficilissimo: chiedere ed ottenere giustizia per il proprio assistito, tenendolo al riparo da ritorsioni più gravi del danno già subito.
«La droga ha svolto un ruolo determinante, perché è stata la causa della fragilità di Stefano, anoressico, tossicodipendente e soggetto a crisi di epilessia » ha dichiarato il sottosegretario Giovanardi.
Secondo lei, persone che si trovano in situazioni di così grande difficoltà sono idonee al regime di detenzione, o sono le carceri italiane che non sono adatte a detenere persone in tale stato?
Innanzitutto, chi fa dichiarazioni del genere è manifestamente inidoneo a svolgere i propri compiti, come nel caso di Giovanardi.
Detto questo, il carcere è un non senso per soggetti, come il tossicodipendente, che devono solo essere curati.
Il proibizionismo imperante, tra i suoi molti mali, determina appunto la equivalenza tra tossicodipendente e criminale.
Chiudiamo nelle carceri i problemi che non sappiamo risolvere politicamente e socialmente.
Nel caso Blefari Melazzi si sono ignorate non solo delle perizie mediche ma anche delle intercettazioni ambientali che davano la ex brigatista a rischio suicidio. Qual è il confine tra la necessità di assicurare la detenzione e quella di garantire i detenuti infermi dai loro stessi gesti estremi?
Bisogna riconoscere che non si tratta di un confine chiaro e marcato, e che dunque il problema non è facilmente gestibile. Ma non si può accettare l’idea che una problematica psichiatrica allarmante meriti o meno considerazione a seconda della gravità del reato per cui si è detenuti.
Ho l’impressione che è questo quello che è accaduto nel caso della Blefari. Il problema delle carceri è cronico e porta ogni anno suicidi tanto tra i detenuti quanto agli agenti.
Ritiene che la situazione si possa risolvere con misure alternative alla carcerazione, magari per i reati minori, o sarebbe sufficiente costruire nuove carceri? Nell’attesa di una soluzione, auspica un’amnistia o un indulto per uscire dallo stato attuale d’illegalità ed evitare ulteriori condanne della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo?
L’indulto e l’amnistia per svuotare le carceri ed alleviare il carico dei procedimenti penali pendenti è certamente una sconfitta per lo Stato, che si conferma incapace a gestire il fenomeno criminale ed il collasso del processo penale.
Ma rifiutarsi di prendere atto del fallimento, sulla pelle di decine di migliaia di persone (la metà delle quali in attesa di giudizio) che hanno comunque diritto a non vedere calpestata la propria dignità umana, è una mostruosità, un segno di debolezza, non di forza.
Indulto ed amnistia sono, ancora una volta, l’unica strada decentemente praticabile.
Circa la metà dei detenuti è in regime di carcerazione preventiva. Il problema è legato in particolar modo alla lunghezza dei processi italiani, che di fatto rendono i carceri pieni di persone non condannate e che forse mai lo saranno a causa della prescrizione.
Del resto la stessa lunghezza dei processi e il lasciare a piede libero l’indagato danno da un lato l’immagine di un paese che non punisce i suoi criminali e dall’altro stimolano la politica alla demagogia. Potrebbero queste vicende essere lo stimolo per una significativa svolta nella politica giudiziaria e carceraria del paese?
Come potrei non augurarmelo?
Da anni le Camere penali italiane indicano nelle riforme strutturali della Giustizia (separazione delle carriere, riforma del CSM, riforma della obbligatorietà dell’azione penale), l’unica strada per dare al Paese una Giustizia degna di un paese moderno e civile.
Ma il dato politico è inequivocabile: da sinistra, una avversione totale a quelle riforme, in nome di una totale subordinazione politica alla Associazione Nazionale Magistrati. A destra, 15 anni di preannunci, nessuna riforma, e agenda politica dettata dalle vicende processuali del Presidente del Consiglio. Il pessimismo è d’obbligo, direi.
“Lo Stato forte è quello che difende anzitutto i più deboli e i più indifesi” ha dichiarato l’avv. Borzone, vicepresidente dell’UCPI. Queste vicende hanno fatto scoprire all’opinione pubblica che anche dietro ad un terrorista ci può essere una persona debole.
La società potrebbe cominciare a vedere con occhi diversi i detenuti? Anche qui, vorrei poterlo sperare.
Ma viviamo anni difficili, nei quali i deboli, i dannati della terra, sono piuttosto prede braccate, mentre vengono rappresentati ossessivamente come barbari alle porte.
Non mi sembrano tempi inclini alla comprensione delle fragilità e delle debolezze: anche qui, non spero altro che di sbagliarmi.

Massimo Reboa


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L'omicidio di Gabriele Sandri

Gabriele Sandri, avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl silenzio degli innocenti ed il lanciatore di coltelli.

L’11 novembre 2007 in una area di servizio sulla Autostrada del Sole all’altezza di Civitella di Val di Chiana, un proiettile Beretta calibro 9 “Parabellum” «attingeva alla base del collo … cagionandone la morte» Gabriele Sandri, un ragazzo (classe 1981) che «amava la musica in tutte le sue sfaccettature» e la propria squadra del cuore, la S.S. Lazio.
Il colpo mortale proveniva dalla pistola di ordinanza dell’Agente Assistente di P.S. Luigi Spaccarotella, il quale è stato condannato il 14 luglio 2009 dalla Corte di Assise di Arezzo a sei anni di reclusione per omicidio colposo aggravato. Arduo sintetizzare i fatti, anche estrapolandoli dalla motivazione della sentenza di primo grado. Quel giorno c’erano le partite di calcio, e nell’area di servizio “Badia al Pino Est” un gruppo di tifosi della Juventus viene notato e poi attaccato da una altra decina di ragazzi dall’«accento marcatamente romano», distribuiti su due autoveicoli (su uno, a bordo, c’è Gabriele).
Le due fazioni entrano in contatto: si profila una rissa violenta. La scena viene notata dagli appartenenti di due pattuglie della Polstrada (tra cui Spaccarotella) che sono dall’altra parte dell’autostrada, nell’area di servizio speculare e intervengono. L’Agente Spaccarotella, nel parapiglia generale, dopo aver sparato un primo colpo in aria a scopo intimidatorio, fa nuovamente fuoco verso l’automobile dove si trova Gabriele, e lo uccide. L’Agente sul posto ripeterà, più volte, di aver sparato anche la seconda volta in aria. La Corte di Assise di Arezzo è di diverso avviso, e conclude che «l’ipotesi ricostruttiva che vede Spaccarotella puntare [l’arma, NdR] verso l’auto ferma, a lui visibile nella pressoché totale integralità, appare senz’altro ragionevolmente accettabile». Il poliziotto ha sparato, dunque, ad altezza uomo. Gabriele muore quasi subito: lascia i genitori e un fratello, Cristiano, di professione avvocato penalista. Il collega Sandri ha accettato gentilmente di rispondere alle nostre domande.

D: Luigi Spaccarotella è stato condannato alla pena di sei anni di reclusione per omicidio colposo aggravato dalla c.d. “colpa cosciente”. Il P.M. aveva chiesto 14 anni di reclusione per omicidio volontario. Come commenti oggi la sentenza a distanza di due anni dalla morte di Tuo fratello?

 R: «Rispondere è per me difficile perché oltre ad essere il fratello di Gabriele sono anche un avvocato penalista. Posso dire che, avendo vissuto l'intero processo di primo grado e conoscendo a memoria gli atti, considero la sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Arezzo un provvedimento pavido. Sin dall'inizio del procedimento eravamo consapevoli che tutto sarebbe ruotato intorno al riconoscimento da parte della Corte del dolo eventuale o della colpa con previsione nell'azione posta in essere dall'imputato. A mio avviso siamo di fronte ad un caso di scuola di dolo eventuale, senza andare a scomodare la dottrina tedesca. A tal proposito viene in soccorso di questa convinzione l'esempio che la stessa Corte ha citato nella motivazione ovvero quello del lanciatore di coltelli tanto caro ai manuali di diritto penale. Infatti, al contrario del lanciatore di coltelli che confida nella sua abilità per non colpire la propria collaboratrice, Spaccarotella nelle sue quattro differenti versioni dei fatti dice di non aver sparato intenzionalmente. Questa linea difensiva è stata completamente demolita dai testi che hanno riferito di averlo visto mirare e sparare verso l'autovettura dove viaggiava Gabriele. Un simile comportamento è sintomatico nel contesto in cui si trovava l'imputato di chi spara assumendosi unicamente il rischio di ciò che può accadere».

D: E’ iniziata e prosegue una campagna stampa “nuova” nel suo genere per tenere viva la memoria di Gabriele; c’è un sito web, manifesti, è stato pubblicato un libro, addirittura compaiono periodicamente “stickers” sui lampioni e semafori. E’ stata una iniziativa della Tua famiglia o di altri? Nel secondo caso, condividete in ogni suo aspetto questa campagna (ad esempio gli adesivi con frasi molto dure contro Spaccarotella hanno lasciato taluni un po’ perplessi …)?

 

R: «Questa “nuova” campagna stampa è stata ideata da chi, non solo a Roma ma in tutta Italia, ha avuto la forte sensazione che si volessero annacquare le responsabilità per un omicidio inaccettabile distorcendo la realtà dei fatti o peggio ancora nascondendo la polvere sotto il tappeto...».

 

D: Tuo padre ha più volte sottolineato che questo è un processo contro un singolo individuo e non contro la Polizia nel suo complesso, e che non c’entrano il calcio, le curve e il tifo. Quali provvedimenti disciplinari sono stati presi nei confronti di Spaccarotella? E, soprattutto, cosa pensi dell’atteggiamento tenuto da parte dei vertici della Polizia di Stato.  

 

R: «E' vero, l'omicidio di mio fratello con il calcio non ha nulla a che vedere, è stato comodo accostarlo ad altri episodi per confondere la vittima con il carnefice tirando in ballo la contrapposizione tra “ultras” e forze dell'ordine, questa operazione non è certamente partita da noi che abbiamo sempre condannato il singolo, riconoscendo al Capo della Polizia, dott. Manganelli, la massima onestà intellettuale nell'assunzione di responsabilità immediata e senza reticenze».

 

D: Vogliamo chiederTi anche un giudizio su quella che è stata definita “guerriglia urbana” da parte di gruppi di sedicenti “ultras” che assaltarono – l’11 novembre 2007 - diverse stazioni della Polizia nella Capitale; ricorderai che la Procura di Roma chiese per loro l’aggravante della finalità di terrorismo, e che comunque quegli episodi impressionarono molti …
 

R: «Le azioni violente sono sempre deprecabili e non ammissibili però, a tal proposito, non sapremo mai se un'informazione distorta, voluta o meno, ha influito sull'innesco della miccia. Tutti ricordiamo che dopo due giorni dall'accaduto ancora non si sapeva una versione ufficiale e si parlava di colpi sparati in aria, quando dopo mezz'ora dalla morte di mio fratello già era chiara la dinamica (ci sono le registrazioni del 118) …».

 

D: Dopo la sentenza di primo grado la sezione italiana di “Amnesty International” ha chiesto alle Autorità italiane di prendere opportuni provvedimenti sulla formazione degli agenti di polizia e sul loro comportamento, lamentando che manca in Italia un organismo indipendente di monitoraggio sull’operato degli appartenenti alle Forze dell’Ordine. Cosa pensi a riguardo?
 

R: «A mio avviso quella di Amnesty è una posizione corretta, e questo sia nell'interesse dei cittadini che nell'interesse delle stesse forze dell'ordine. Non dobbiamo mai dimenticare che chi utilizza un'arma deve essere psichicamente idoneo a farlo, ad esempio quanti casi di cronaca sentiamo nei quali viene utilizzata l'arma di ordinanza per commettere un omicidio-suicidio?»

 

D: I sindacati di Polizia dal canto loro, seppur con modi e accenti diversi, hanno denunciato nel corso del tempo nella vicenda di Gabriele un clima di “gogna mediatica” e una criminalizzazione strumentale dell’intero corpo. Qual è il tuo pensiero in proposito?
 

R: «Nel caso di Gabriele non c'è stata alcuna gogna mediatica, anzi se ne è parlato quasi esclusivamente per condannare gli incidenti scaturiti a Roma, e l'omicidio assurdo di un ragazzo di 26 anni innocente di questa Repubblica è passato in secondo piano».

 

D: Cucchi, Aldovrandi, Gabriele e altri ancora … si tratta di casi isolati, per quanto drammatici, o segnali inquietanti ma inequivocabili che le Forze dell’Ordine in Italia non siano più in grado di gestire - con il necessario equilibrio e la correlata professionalità -situazioni di ordine pubblico che pure dovrebbero essere - per degli operatori di pubblica sicurezza - all’ordine del giorno?
 

R: «Mi auguro che siano casi isolati ma un principio deve essere sempre ribadito con forza ovvero: l'impunità innanzi alla legge non è prevista per nessun cittadino, se così non fosse la giustizia diverrebbe solo un concetto filosofico …».
Gabriele non conoscerà mai il nipotino che porta il suo nome, ovvero il figlioletto di Cristiano. Ad oggi la sentenza di primo grado è stata impugnata dal difensore della famiglia Sandri e dalla Procura della Repubblica di Arezzo e dalla Procura Generale presso la Corte di Appello di Firenze.

 

Rodolfo Capozzi*

Avvocato del Foro di Roma

 


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