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Inchieste

Manifestazione avvocati: ma quanti erano?

caxOggi gli strumenti di dialogo e di diffusione delle idee non sono più quelli cari al matto Tullio Cicerone. Ma brevi frasi chiamate post su social network di vario tipo tra i quali principalmente Facebook e Twitter. Uno dei postatori più seguiti è l'avv. Massimiliano Cesali, che ha dato vita anche a Radio Tribunale ed è leader di un'associazione denominata Movimento Forense. L'essere seguiti però non è sempre un vantaggio, perché costringe a non commettere falsi passi! Nel caso della manifestazione del 14 marzo u.s tenutasi a Roma, dinanzi alla Cassazione in Piazza Cavour, dove l'Avvocatura è scesa in piazza in toga e coccarda tricolore per protestare contro la rottamazione della giustizia, e per contrastare i provvedimenti varati dal Governo, l'avv. Cesali ha twittato i seguenti post:

Detto questo vorremmo un post chiaro e senza tema di contraddizioni: .


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Fallimentare sotto inchiesta

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOLa Fallimentare di Roma di nuovo al centro di inchieste giornalistiche. Il Tribunale di Roma sotto attacco? Alla vigilia della riforma dei reati concernenti la corruzione, annunciata dal ministro Severino, la percezione dell'Italia è, ancora una volta, quella di un sistema ossidato in cui per ogni aspetto della vita sociale c'è bisogno di oliarlo. Infatti, sarà un caso od una strana coincidenza, ma proprio mentre si è in attesa di conoscere il nome del nuovo Presidente del Tribunale di Roma, che prenderà il posto del Dott. De Fiore, andato in pensione il 10 febbraio u.s., che balza alle cronache un'inchiesta dei quotidiani "Il Messaggero" ed "Il Fatto Quotidiano". L'attenzione dei mass-media si èconcentrata su una complessa indagine della Procura di Perugia inerente la gestione non del tutto cristallina delle procedure messe in atto dalla sezione Fallimentare del Tribunale di Roma. In-Giustizia, sempre attenta a ciò che la circonda, si sente in dovere, pur mantenendo una posizione neutrale, di portare all'attenzione dei propri lettori questa inchiesta giornalistica appena partita e che si presenta già dalle prime battute infuocata. L'inchiesta delle due testate si sviluppa intorno a due filoni diversi di presunte irregolarità. Il primo riguarda l'esposto presentato da un magistrato appartenente fino a poco tempo fa alla sezione fallimentare, il dr. Taurisano, contro il Presidente della sezione, dr. Cirò Monsurro, ed il Presidente del Tribunale, dr. Paolo De Fiore, che riguarda la presunta gestione di incarichi milionari inerenti le crisi aziendali gestite dal Tribunale Fallimentare di Roma. In particolare, le accuse più pesanti – che devono essere riscontrate una per una – hanno per oggetto le nomine della "procedura fallimentare più grande d'Europa", cioè la Federconsorzi e poi la gestione da parte del Tribunale di Roma del crack del gruppo Di Mario, un importante gruppo di costruzioni prima dichiarato fallito, poi rimesso in amministrazione straordinaria e poi recentemente nuovamente dichiarato fallito e infine le nomine del presidente del Tribunale Paolo de Fiore. L'altro filone riguarda invece la cancellazione dalla lista dei protesti, cosicchè i riabilitati avrebbero di fatto avuto nuovo accesso al credito. Secondo i quotidiani, dalle indagini emergerebbe una vera e propria organizzazione finalizzata alla riabilitazione, previo esborso di cospicue somme di danaro, dei protestati. Le presunte irregolarità, cominciate nel 2005, coinvolgerebbero ogni ramo degli uffici preposti alla riabilitazione: funzionari comunali, impiegati della Camera di Commercio fino ad arrivare all'ex Presidente della sezione Fallimentare. Tra l'altro, in questa intricata vicenda, ciò che più colpisce dando adito a facili illazioni è che ancora non si sia provveduto a designare il successore di De Fiore, lasciando così il Tribunale di Roma "scoperto" in un momento così delicato. Certo è che ci si potrebbe interrogare sul fatto che si tratti di una pura fatalità viceversa di un attacco premeditato? Non sta a questa Testata sciogliere il dubbio!

Massimo Reboa


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La pistola fumante della Confindustria

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLONell’autunno appena terminato ho avuto modo di illustrare in quattro convegni, con relazioni titolate: “la manovra economica ed i suoi risvolti sull’Avvocatura” e, prima, nel convegno del 14 luglio 2011 organizzato dall’Associazione degli Avvocati Romani  al Teatro Manzoni in Roma (con il Presidente della Cassa Nazionale Forense Avv. Alberto Bagnoli e il Presidente dell’O.U.A. Avv. Maurizio De Tilla, oltre il Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Roma e delegato alla Cassa, Avv. Mauro Vaglio), la relazione strettissima che esiste tra la posizione della Confindustria e l’emanazione di disposizioni di legge pesantemente punitive per l’Avvocatura e per i diritti dei cittadini. La prova oggettiva, la “pistola fumante”, che indica senza tema di errore la grande industria come la mandante delle norme che hanno reso agonizzante la professione forense e vorrebbero rendere di fatto inattuabile in molti casi l’osservanza degli articoli 3 e 24 Costituzione, è la relazione del Centro Studi di Confindustria del giugno 2011 nella quale è indicato un vero proprio programma di interventi legislativi tesi a destrutturare la professione forense e la giustizia civile. La relazione, titolata: “Ripresa Globale - dallo slancio al consolidamento: Italia in ritardo”, composta di 103 pagine, si occupa addirittura da pagina 73 al termine, cioè per 30 pagine, del tema Giustizia, includendo pesanti considerazioni sugli Avvocati e sulla professione forense. Ma sarà bene andare sullo specifico della relazione, senza alcuna necessità di esaminare le ben conosciute norme di legge seguite dal luglio 2011, sino al decreto di ieri. Prima di ogni altra considerazione, traspare in questa relazione il totale disinteresse degli autori per i diritti dei cittadini. Infatti la relazione svolge argomentazioni e propone soluzioni con l’obiettivo (dichiarato) di diminuire il contenzioso e sveltire i procedimenti civili, in totale spregio del dettato costituzionale che assicura l’uguaglianza tra i cittadini (art. 3) e il libero accesso alla Giustizia della Stato Italiano (art. 24). La Confindustria, di conseguenza, ritiene utile qualsiasi intervento del legislatore teso a disincentivare il ricorso al processo da parte del cittadino e pone quale principale, se non esclusivo, metodo, la leva economica, dichiarando apertamente di essere favorevole all’imposizione del contributo unificato per tutti i tipi di procedimento ed all’aumento di quelli esistenti (pag 98: Di fronte alla crescita esponenziale registrata nell’ultimo decennio (+200%), dal 1 gennaio 2010 è stato introdotto il pagamento di un contributo di 30 euro per l’avvio dei procedimenti di opposizione a sanzioni amministrative fino a 1.500 euro. I risultati sono stati consistenti: in appena un semestre si è registrata una riduzione pari, in media, al 52%). Anche la mediazione per la Confindustria deve esistere e, ancor di più deve essere obbligatoria (pag. 102. “principio dell’obbligatorietà, l’unico in grado di assicurare alla mediazione adeguata diffusione, soprattutto nella fase iniziale, e quindi di deflazionare il contenzioso giudiziario”). Lo zampino c’è anche nella riduzione dei Giudici di Pace (pag. 100: “È dunque urgente mettere in cantiere una riforma dell’ordinamento dei giudici di pace che punti a migliorare la qualità delle loro decisioni, riducendone il numero, e a eliminare comportamenti opportunistici”). Non interessa alla Confindustria se il cittadino eviterà di opporsi ad una contravvenzione ingiusta perché il ricorso gli costerebbe più della sanzione che vorrebbe impugnare, così come non interessa che lo stesso debba perdere tempo e denaro essendo obbligato a rivolgersi ad una società privata di mediazione composta magari da periti, psicologi ed estetisti (con tutto il rispetto per le categorie) che dovrebbe amministrare la Giustizia prima di poter adire il Giudice (e controllata da chi? Vogliamo domandarcelo?). L’importante è “deflazionare” il contenzioso! Ma è nelle varie parti in cui si parla degli Avvocati che si disvela il vero intento della relazione confindustriale e degli interventi nei nostri confronti: ridurre il costo dei professionisti per la grande industria facendo divenire sostanzialmente questi ultimi dipendenti a basso costo. Una sorta di Co.Co.Co. nuovo conio. Ecco cosa si legge nella relazione: - esaminando la questione della cd. “litigiosità eccessiva” esiste un apposito capitolo a pag. 81, titolato: “Più avvocati, più cause”; in esso si legge: “Alcuni ricercatori, però, suggeriscono, anche con analisi empiriche convincenti, che la direzione del nesso causale vada dal numero degli avvocati alla litigiosità: in presenza di alte asimmetrie informative sulla qualità delle prestazioni professionali e di vere e proprie restrizioni alla concorrenza, gli avvocati possono indurre più di un cliente a intentare cause non completamente necessarie. La situazione è aggravata dal fatto che gli avvocati in genere sono pagati sulla base del tempo e del numero degli atti dedicati a ciascun procedimento e a prescindere dall’esito della causa”. E’ chiaro come l’autore, a prescindere da ogni considerazione sulla potenzialità offensiva di alcune frasi, sia totalmente privo (o voglia esserlo) delle pur minime cognizioni di diritto in relazione allo svolgimento dell’attività professionale forense intesa come obbligazione di mezzi e non di risultato e in ordine al principio della dignità del lavoro (qualità e quantità dell’attività svolta), concetto che probabilmente vorrebbe fosse dimenticato in assoluto; - (pag. 102: “È necessario, in particolare, garantire la libertà nella scelta dei professionisti, confermando la facoltà di derogare ai minimi tariffari ed eliminando gli incentivi a prolungare la durata del processo. Va cioè evitato che la remunerazione dei legali sia collegata principalmente al numero e alla complessità delle attività svolte e, quindi, alla durata delle cause stesse. Un classico esempio di circolo vizioso. La possibilità di negoziare i compensi al di là dei minimi imposti dall’Ordine costituisce uno strumento efficace per realizzare l’ulteriore obiettivo di consentire al cliente di conoscere preventivamente i costi del giudizio. Perciò occorre rimuovere i vincoli normativi e deontologici ancora esistenti alla pubblicità e imporre espressamente all’avvocato di informare il cliente sul prevedibile ammontare complessivo delle spese necessarie per la gestione della controversia, assicurando così trasparenza al compenso per la sua prestazione”). Sembra di leggere il testo del decreto di ieri che ha abolito totalmente le tariffe professionali. Lascio ai lettori la possibilità di esaminare in tutti i punti la relazione dove si potrà trovare, ad esempio, anche “l’istanza di prelievo” (pag. 95) per le cause pendenti in appello e Cassazione, la “motivazione breve” (pag. 96) e altre piacevoli indicazioni tutte tese ad indirizzare il cittadino verso la più totale sfiducia per il professionista Avvocato. Insomma, le norme che sono state emesse nei confronti degli Avvocati e sui costi della Giustizia a partire dal luglio 2011 ci sono proprio tutte in questo libello. E non dimentichiamo le società di professionisti per le quali è prevista la possibilità che la maggioranza del capitale sia nelle mani di soci esterni con buona pace dell’autonomia professionale e le relative conseguenze in tema di ingresso della criminalità organizzata negli studi. Negli Stati Uniti per gli Avvocati tale possibilità è stata tassativamente esclusa. Battiamoci con forza per proteggere i diritti dei cittadini, gravemente lesi da questa deriva, e contro la gravissima mistificazione della realtà che spaccia le norme appena approvate sulle professioni come utili per i cittadini, quando in realtà esse servono a chi detiene i mezzi finanziari ed il potere economico per uscire da un momento difficile a spese di alcune categorie di lavoratori. Ora tocca a noi: chi sarà il prossimo?

Fabrizio Bruni*

Avvocato del Foro di Roma e Presidente dell’Associazione degli Avvocati Romani 

 

LA RELAZIONE DELLA CONFINDUSTRIA E’ DISPONIBILE SUI SEGUENTI LINK:

http://www.associazionedegliavvocatiromani.it/wordpress/corsi-e-convegni/relazione-confindustria-giugno-2011/1011/%20

http://www.avvocatofabriziobruni.it/162/articoli-2/relazione-confindustria-giugno-2011/


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Nolo acerbam sumere...

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLODalle email scatenate dalla campagna elettorale, il mondo forense è stato informato che il sito del Consigliere Segretario dell'Ordine degli Avvocati di Roma, Rodolfo Murra, è stato sequestrato dal Magistrato penale. Il motivo, la denuncia proposta da un altro Consigliere ritenutosi offeso da un articolo dal titolo "La volpe e l'uva", il cui contenuto non ci è dato conoscere, atteso il provvedimento giudiziario. Dai ben informati si è appreso che l'articolo criticava un'affermazione di un Consigliere, sentitosi offeso dalla nota critica di quanto era successo nel corso di una seduta del Consiglio del 7 luglio scorso, reperibile sul sito ufficiale dell'Ordine forense. Conoscendo la correttezza e l'ironia del titolare del sito sequestrato, riesce veramente difficile a questa testata ritenere che nelle parole dell'avv. Murra vi fosse un intento diffamatorio: ma, si sa, la suscettibilità è un sentimento personale! A chi si ritiene «avvocato sino al midollo» appare difficile accettare lo strumento scelto per difendere il proprio onore. Gli avvocati si sono sempre posti in un rapporto di confronto istituzionale con i magistrati e, per le differenti posizioni, spesso contrapposte, non hanno mai gradito che la Magistratura fosse chiamata a dirimere questioni interne fra i professionisti. Giulio Andreotti, che nessuno può negare che sia stato un grande uomo politico del '900, ha sempre evitato di querelare i giornalisti, ritenendo che il diritto di critica ex art. 21 Cost. e, sostanzialmente, la democrazia dovessero essere interpretati in senso estensivo e non restrittivo. Lo spettacolo che si dà all'esterno è quello di due consiglieri dell'Ordine che si affrontano davanti ai giudici perché questi ultimi decidano sulle loro polemiche interne. Polemiche che, nella sostanza, non sono relative a questa o a quella iniziativa in difesa della professione, ma a chi si senta un avvocato più bravo dell'altro. Né si dica che, con tale presa di posizione, questa testata si appiattisce su posizioni istituzionali che, in questi giorni di campagna elettorale, sono viste come di sostegno ad una lista. Il Consiglio dell'Ordine è una istituzione e come tale va tutelata, ma ciò non impedisce di criticarla quando si ritiene che commetta degli errori. E, recentemente, un errore riteniamo sia stato commesso. Infatti non piace a chi scrive l'iniziativa del COA di affiggere un manifesto in cui si propaganda la richiesta degli Enti territoriali di Roma e del Lazio di affidare incarichi a dei giovani avvocati, rappresentando così che il momento di crisi ha creato sostanzialmente la figura dell'avvocato disoccupato. Queste iniziative sono lodevoli allorchè rimangano iniziativa di mutua assistenza, ma se pubblicizzate, magari sulla spinta del momento preelettorale, possono avere un effetto boomerang, cioè quello di confessare al mondo che la dignità della toga non esiste più. È infatti difficile sostenere che elemosinare una difesa sia atto di dignità. A non meno che non si voglia parlare della dignità della toga come dell'uva nella favola censurata da un GIP attento alle vicende forensi: nolo acerbam sumere...


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Distruzione della giustizia

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOA partire dal d. lgs. 28/2010 che ha introdotto la cd. “mediazione obbligatoria”, sono stati emessi numerosi provvedimenti legislativi indirizzati ad un unico fine: impedire o, comunque, rendere sempre più difficile e/o oneroso per il cittadino accedere alla giustizia civile e, prima ancora, impedire che lo stesso possa rivolgersi ad un avvocato per la necessaria informazione circa la tutela dei propri diritti.
L’operazione di cui si parla è stata preceduta ed accompagnata da una ben meditata campagna mediatica, ancora in corso, lanciata con lo scopo di convincere il cittadino dell’errore che farebbe rivolgendosi ad un avvocato (descritto come una sorta di vampiro) per la risoluzione delle controversie, essendo altresì preferibile adire organismi alternativi (come le società private di mediazione - o conciliazione, termine quest’ultimo ora usato in preferenza, ad esempio, nelle pubblicità radiofoniche o televisive), descritti come più rapidi ed efficienti, ancorché, falsamente, meno costosi.
Contestualmente, l’operazione medesima ha comportato l’emanazione di provvedimenti legislativi severamente punitivi per chi volesse adire il Giudice naturale (quello previsto dalla Costituzione Italiana). In termini tecnici si chiamano “disincentivi” e sono costituiti, oltre che dalla previsione della mediazione obbligatoria per la maggior parte delle liti (costosa e pregiudizievole), dagli aumenti esponenziali dei costi occorrenti per il contributo unificato, necessario per iscrivere le cause a ruolo.
Di recente, con la giustificazione pretestuosa di problemi di bilancio, per l’evidente marginalità in termini di costi per lo Stato, il D.L. 6/7/2011,n. 98, oltre ad aver aumentato il contributo unificato per tutti i giudizi, ha introdotto un perverso meccanismo “annuale” di adeguamento del contributo unificato: l’art. 37, ai commi 16 e 17 stabilisce infatti che, a decorrere dall'anno 2012, il Ministro della giustizia debba presentare alle Camere, entro il mese di giugno, una relazione sullo stato delle spese di giustizia, che comprende anche un monitoraggio delle spese relative al semestre precedente. Se dalla relazione dovesse emergere che siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alle risorse stanziate annualmente dalla legge di bilancio per le spese di giustizia, lo stesso Ministro, con proprio decreto, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, dovrà (non è discrezionale) disporre l'incremento del contributo unificato in misura tale da garantire l'integrale copertura delle spese dell'anno di riferimento e in misura comunque non superiore al cinquanta per cento.
E’ evidente come, con provvedimenti arbitrari e privi di verifica e comparazione con le altre voci di bilancio, si rischi di vedere aumentato il contributo unificato del 50% all’anno. Non è forse questo il meccanismo per predisporre la fine della tutela giudiziaria? Non è forse questa l’arma finale per impedire al cittadino di accedere alla Giustizia ordinaria, con palese violazione dell’art. 24 Costituzione?
Altro punto da evidenziare: con la giustificazione di ridurre il contenzioso e velocizzare i giudizi, numerosi e disorganici sono stati gli interventi negli ultimi anni sulla procedura civile, con conseguenze pesantemente negative per la tutela dei diritti anche in sede di legittimità.
Grave problema, sottaciuto da tutti, ma connaturato alle pesanti pressioni della politica, è quello costituito dal fenomeno che definirei (mi sia permesso) “la magistratura impiegatizia”: Giudici togati che in primo grado, nell’intento di raggiungere gli obiettivi di “produttività” imposti dal Ministero, definiscono i giudizi sovente omettendo l’attività istruttoria richiesta dalle parti e “sfornano” sentenze scarsamente o malamente motivate, provocando, con efficienza causale diretta ed esclusiva, l’intasamento delle Corti di grado superiore alle quali la parte soccombente deve rivolgersi. Neppure si può immaginare cosa accadrebbe, in tema di tutela dei diritti, se dovesse passare l’ipotesi di riforma sulla cd. “motivazione breve”.
Il cittadino-utente è disarmato di fronte alla macchina mediatica dispiegata e non può rendersi conto, nell’immediato, che l’impedimento frapposto all’accesso alla Giustizia dal legislatore comporterà la perdita progressiva della possibilità di vedere tutelati i propri diritti, in primo luogo di fronte alle controparti “forti” che sempre di più si avvantaggeranno della situazione.
Illuminante al riguardo rilevare il rapporto tra le indicazioni della Confindustria e l’agire del Governo della Repubblica in questi ultimi due anni, che si sostanzia nell’attività di studio e programmazione (da parte della Confindustria) e nella pedissequa esecuzione da parte del Governo.
Per motivi di spazio, richiamo semplicemente alcune pagine della relazione di giugno 2011 del centro studi di Confindustria titolata “Ripresa globale: dallo slancio al consolidamento. Italia in ritardo” nella quale si passa (pag. 79) dall’approvazione della progressione dei magistrati per il numero di cause definite (riforma del 2007), all’affermazione (pag. 81) che esiste un rapporto diretto tra l’aumento del numero di avvocati e l’aumento della litigiosità perché “gli avvocati possono indurre più di un cliente a intentare cause non completamente necessarie”. Si suggeriscono poi i rimedi per migliorare la situazione della Giustizia (pagg. 94 e segg.): smaltimento dell’arretrato con misure straordinarie; rinvio delle cause già pendenti davanti ai (sic!!) mediatori; obbligo di estensione della motivazione breve delle sentenze, impulso alla trattazione orale con l’ovvia esclusione della redazione delle comparse conclusionali. Per finire si dichiara espressamente il proprio favore sia per l’aumento del contributo unificato che per l’obbligatorietà della mediazione.
Di fronte alla destrutturazione della giustizia civile e al totale svilimento della professione forense, concepita da tutte le principali forze politiche alla stregua di una attività commerciale con il richiamo malaccorto alla legislazione europea, risultano assolutamente inattivi i nostri enti istituzionali di categoria (CNF e Consigli dell’Ordine), che non sembrano neppure rendersi conto che la situazione in divenire comporterà a breve termine la perdita di gran parte o di tutte le loro funzioni, mentre l’azione della magistratura in sede civile diverrà sempre più irrilevante con evidente impoverimento della sua funzione costituzionale e con grave vulnus al bilanciamento dei poteri a tutela dei cittadini.
Il vuoto di potere che una politica inefficiente e corrotta sta creando, ha oggettivamente favorito la compressione dei diritti della generalità a favore di pochi.
L’operazione in atto costituisce il trionfo del relativismo culturale introdotto dalla teoria filosofica del “pensiero debole”  che, nella sua variante “politica” consente al detentore di questo potere di modificare e costruire la realtà a suo piacimento (celeberrima la frase di Donald Rumsfeld – ministro della difesa USA - dopo la caduta del comunismo: “ora il mondo lo facciamo noi”).
Dobbiamo opporci a questa deriva, facendo leva sulla realtà (i fatti ed il diritto) con gli strumenti propri della nostra professione e con la nostra autorità morale che ci deriva dalla difesa quotidiana dei diritti e degli interessi dei cittadini. Non dimentichiamo gli insegnamenti dell’Avv. Piero Calamandrei.
Sursum corda.

Fabrizio Bruni*
Avvocato del Foro di Roma e Presidente dell’Associazione degli Avvocati Romani


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