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Inchieste

Nunc est, bibendum, nunc pede libero pulsanda...

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl Senato ha approvato in terza lettura la Legge Professionale attesa per decenni dall'Avvocatura, il Congresso di Bari ne ha approvato il testo, addirittura prima della lettura finale, terrorizzato dal DPR 137/12 normazione totalmente punitiva figlia di una dichiarata deriva ideologica, come illustrato nel precedente articolo (nel n. 7 anno XXXVIII di questa rivista). Che dire della nuova legge? Se non ci si accontenta di proclami senza sostanza, quali l'enfatica definizione di "ordinamento" ed il giuramento avanti il CdO; occorre prender atto che il Ddl in gestazione non contiene colpi d'ala, anzi! La potestà normativa sia di autoregolamentazione anche disciplinare è attratta al di fuori dell'Ordine cui residua poco più di un diritto di tribuna e questo sugli argomenti più rilevanti (art. 1, 3° e più volte nel testo). La consulenza ed assistenza anche quelle connesse all'attività giurisdizionale sono di competenza degli Avvocati solo "se svolta in modo continuativa, sistematico ed organizzato", dal che si deduce che altri possano prestarla purché in maniera saltuaria. Si attendono le SS.UU. o la Corte di Giustizia per definire ad esempio se i tre requisiti debbano concorrere tutti insieme o quando si abbia continuità. Tre volte a settimana, una al mese boh!? Quanto vi è connessione con la giurisdizione? Quel che è certo è che si è aperta una falla (Art. 2, 6°). Una frase contorta segnale di una mediazione assai stirata. Il principio di concorrenza poi irrompe formalmente nell'ordinamento professionale (3, 2°), ma non è chiaro in che ambito. Trattasi di concorrenza sleale tra avvocati o verso i clienti, il codice deontologico era sufficiente. Di concorrenza con altri professionisti nell'area delle attività non strettamente giurisdizionali e cioè quella che può essere esercitata da chiunque e in condizioni più favorevole rispetto agli avvocati? Il Ddl però sancisce anche in modo (art. 5, 2° lett. l)) inequivoco l'irriducibilità della professione forense all'impresa. Ma come Laocoonte: timeo Danaos et dona ferentes! (Eneide, II, 49). Quanto ai compensi infatti (art. 13): nulla di sconvolgente, nulla che già non fosse nella prassi e nelle norme. Le tariffe sono sempre stati di fatto e per legge (art. 2233, 1° c.c.) un "parametro". Inquieta non tanto la grossolanità del metodo, quanto la mancanza di norme di tutela. Gli avvocati saranno pure non imprenditori, ma nella pattuizione libera, con enti collettori di domanda di giustizia, o seriale o imprenditori sono il manzoniano vaso di coccio. Ma egual tutela, i minimi obbligatori erano infatti ancipiti, spetta al cliente nei confronti di comportamenti non etici del professionista. L'aver adottato i "parametri" è un'ulteriore conferma della irrefrenabile deriva verso la società degli standard; quel che conta è "l'unitarietà" e la semplicità nella determinazione dei compensi": il che può essere compatibile con l'attività stragiudiziale; ma indeclinabile assolutamente con l'imprevedibilità delle dinamiche del processo. Va ascritto nella parte attiva la sistematizzazione del procedimento disciplinare. Se infatti il Ddl recepisce l'elaborazione della giurisprudenza e del CNF e delle SS.UU.; tuttavia scioglie alcuni nodi essenziali assai dibattuti; quali i rapporti con il processo penale (art. 55) basati sul principio di autonomia del processo disciplinare; la prescrizione (Art. 57) il cui termine è ampliato a 6 anni, ma con il limite totale di 7 anni e mezzo secondo il modello dell'art. 161 c.p.. E soprattutto la definizione e regolamentazione della sospensione cautelare (Art. 61) limitata nella durata e strettamente connessa alla fase di merito; così impedendone abuso, spesso per fini non propriamente nobili. Resta però irrisolto il conflitto tra la forma "amministrativa" dell'impugnazione al CNF ed alle SS.UU. la sostanza di una vera e propria giurisdizione di diritti (cfr: P. Sandulli op. cit.). Il Ddl 3900 cristallizza la fruizione pubblicistica dell'ordine (art. 24) vocata al processo (brutto il sostantivo "utenza" più idoneo all'Enel che alla Giustizia, ma tant'è il consumerismo avanza); ma tace sull'attività stragiudiziale a vocazione privata. Ne consegue logicamente che agli Ordini ed al CNF pertiene "in via esclusiva" la sola rappresentanza istituzionale dell'avvocatura. Si è piuttosto persa l'occasione per strutturare le Unioni regionali in un ottica glocal o federale o di recupero delle potestà territoriali; rimettendo invece (art. 24, I, lett. p) la costituzione ed i poteri alla mera volontà dei consigli circondariali. La vera novità è costituita dalla istituzione del Congresso Nazionale Forense e dalla previsione di un organismo attuativo; finiranno le non disinteressate diatribe sulla natura associativa dell'OUA, e quelle sulla sua rappresentatività. Quanto alle associazioni professionali (l'art. 4) non si prevede nulla che già non sia nell'ordinamento vigente, ma si precisa (art. 4, 10) che le associazioni aventi ad oggetto "esclusivamente" l'attività professionale non sono soggette alla procedura fallimentare. L'avverbio esclusivamente apre un thema di dibattito che meriterà la massima attenzione nell'ottica del tertium genus. Quanto alle società professionali aspettiamo la legge delegata. Per chiudere sul punto rispetto al Dpr 137/12 la norma approvanda realizza un significativo riequilibrio soprattutto nel mantenere all'interno dell'ordine il procedimento disciplinare in ogni sua fase, codificando, anche con condivisibili modifiche, quanto la giurisprudenza aveva già normato. Al nostro Presidente, cui va comunque riconosciuto il merito di aver ottenuto una legge chiesta per 50anni; nella sua circolare 8/11/12 offre una lettura della legge non enfatica, ma certo benevola; molte delle cose che indica come novità in realtà già erano nell'ordinamento o sono inessenziali. E ciò ben si comprende avendo il CNF ha ottenuto il potere normativo disciplinare, sia pure in condominio; mantenuto in vita un meccanismo elettorale sinedriale allargando un po' la platea dei Consiglieri, ma non modificando in maniera sostanziale la sua rappresentatività (sono assai curioso di vedere il concreto funzionamento della rappresentanza di genere!), mantenuto la giurisdizione domestica senza modifica alcuna. Molto altro, ci aspetta, leggi delegate, DM e testo unico (art. 65) e tutto con la filosofia del "non disturbate il manovratore"; poteva andarci peggio!. Ma siamo proprio certi che una legge sull'Ordine come organizzazione o ordinamento; una legge che appresta solo qualche strumento operativo in più. Sia centro degli interessi dell'85% degli iscritti agli albi, che sia una panacea universale? Sarà necessario spiegar bene alla platea congressuale, che temi come il riequilibrio dei rapporti tra Avvocatura, Magistratura e processo, anche come organizzazione non potevano essere normati in quella sede; altro che supplire ancora una volta con gli sportelli del cittadino, che sono un servizio pubblico generale (art. 30, 1); alle carenze dell'Amministrazione; almeno si evitasse l'apertura di troppi sportelli non qualitativamente garantiti, nè controllati e soprattutto "strumentali" od altro; l'Avvocatura ne avrebbe del buono, ma per etero genesi dei fini. Sarà necessario spiegar bene soprattutto da quale stamperia clandestina usciranno i fondi per una formazione continua di qualità. Sarà necessario indicare come elevare a dignità i redditi professionali. Rispetto ai modelli sociologici di professionalizzazione, la formazione e l'accesso sono momenti essenziali. Senza risorse si può immaginare come probabile questo scenario. Costituzione di associazione/fondazione, che i "terzi" di cui scrive l'art. 11, 3, che, all'esito di corsi di alta qualità, rilasceranno titoli "dichiarativi", ma alla lunga pesanti nella captazione del cliente; chi non sceglierebbe, magari con un po' più di spesa, un avvocato pluricertificato da scuole di rango; rispetto ad altri con la scheda punti? La selezione non può avvenire a posteriori, non può essere determinata da condizioni economiche o sociali; non può portare avvocati, processo e magistrati in formula binaria. La saldatura tra Consigli dell'Ordine e Università se è nel DNA sinedriale del CNF, non sembra aver dato nel passato buoni frutti e dal punto di vista organizzativo e finanziario: se Sparta piange, Messene non ride; non sarebbe male pensare che in Cassazione si arriverà in pochi, e molti avranno bisogno di buona pratica. Quale la conclusione! La legge è certo di stampo sinedriale, avulsa dalle dinamiche socio economiche reali; nella quale la rappresentanza politica del ceto forense è negletta se non altro per difetto di una procedura democratica per la rappresentanza in capo al CNF, che però lucra posizioni di prepotere sulle collettività di base - gli Ordini - e minimizza le articolazioni territoriali complesse - le Unioni regionali. L'aver però previsto il Congresso Nazionale costituisce una ormai ineludibile base dialettica; ma occorrerà riscrivere lo statuto e riarticolare l'organismo permanente di rappresentanza. In breve ricomincia la lotta, ma retrodatati di 20 anni, e con una avvocatura provata nel fisico e nel morale e con le associazioni generaliste sempre più in crisi di autoreferente incomunicabilità. Una legge in breve che ritrae il presente ritoccando la foto con colori di dagherrotipo; del futuro neppure una traccia. Una legge infine, ma questa non era la sua ontologia; che in nulla aiuta l'Avvocatura nel recupero del suo ruolo socio economico: Baroni e contadini e così sia!

Roberto Zazza*

Avvocato del Foro di Roma


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Canzona sospeso dall'Ordine

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOCi eravamo già occupati di Giacinto Canzona, il legale molisano divenuto famoso in Italia per la diffusione di notizie paradossali, che nel tempo si sono rivelate assolutamente prive di fondamento. Ora però per l'avvocato di San Polo Matese è il momento di pagare il conto. L'Ordine degli avvocati di Tivoli, presso il quale il legale delle "bufale" è iscritto, ha chiuso, infatti, il procedimento disciplinare, aperto la primavera scorsa nei suoi confronti, ordinando per Canzona la sospensione di un anno dall'attività di legale. La pena in questione è stata considerata, dai molti che avrebbero optato per la radiazione, piuttosto lieve, ma era anche l'unica possibile, ha spiegato il presidente del Consiglio dell'Ordine, Simone Ariano: "La sospensione di un anno è il massimo che il nostro codice prevede in casi come questo. Per la radiazione devono esserci procedimenti penali con reati specifici o sentenze di condanna che al momento non ci risultano. Ci sono, certo, dei procedimenti in corso e qualora dovessero verificarsi fatti nuovi potremmo tornare ad occuparci di questa vicenda". Canzona, prima del verdetto si è difeso davanti al Consiglio dell'Ordine di Tivoli con l'aiuto della moglie Anna Orecchioni (i due si sono sposati questa estate). "Con noi è stato molto collaborativo - ha riferito il presidente Ariano - ci ha anche scritto una lettera con la quale ammette le sue responsabilità deontologiche e si scusa con la categoria e i soggetti coinvolti nella vicenda del naufragio della Concordia." Ricordiamo, infatti, che il caso Canzona era esploso proprio quando il programma Striscia la Notizia aveva scoperto che non era mai esistita la coppia che aveva subito una interruzione di gravidanza in seguito al naufragio della nave da crociera. Forse questa sua collaborazione dimostra che l'avvocato delle cause perse-anzi fasulle-ha finalmente imparato la lezione e dunque una sospensione di un anno dalla carriera forense basta e avanza; sta di fatto che solo il mese scorso Canzona ha di nuovo fatto parlare di se a causa di una falsa comunicazione della sua morte: una fantomatica agenzia di pompe funebri di Campobasso avrebbe fatto sapere che Canzona aveva avuto un ictus mentre si trovava a Napoli. Si è scoperto, tuttavia, che era invece tranquillamente in viaggio di nozze in Sardegna.

Vanessa Pinato


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Giustizia: costa meno tornare al Far West

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOPerché sopprimere i "Tribunali di prossimità"? C'è una riforma più semplice che realizza economie maggiori, anzi assolute, che porterebbe a zero i costi della giustizia. Possibile che nessuno dei tanti esperti l'abbia suggerita? Si tratta di istituire i "Giudici itineranti" quelli che operavano nel Far West raggiungendo di volta i volta i paesi dove c'era bisogno di loro. Non avevano bisogno di sedi, di personale amministrativo, di strumentazioni, nemmeno di aule severe. Bastava un saloon, poche sedie, una bottiglia di Wisky e, per i casi più gravi, un albero nelle vicinanze dove impiccare il condannato. Oggi i giudici itineranti non avrebbero bisogno nemmeno di inchiostro e di materiale cartaceo. Si potrebbe a ognuno assegnare un computer, ben inteso in affitto, i cui costi graverebbero di volta in volta sugli utenti del servizio attraverso la istituzione di un apposito contributo "digitale". Potrebbero essere pagati a prestazione ma solo e sempre dagli utenti, come peraltro sta già accadendo con il "contributo unificato" che cresce senza sosta in misura inversamente proporzionale alla qualità del servizio. Del resto anche nell'antica Roma erano i litiganti che pagavano i costi della giustizia. Il contributo unificato: un'avventura, una storia!!! Pensate: gli avvocati si agitarono tanti anni fa per ridurre i costi della giustizia civile. Si trattava di sopprimere il Cicerone: era una marca che si applicava sugli atti e si utilizzava, mi pare, anche per le iscrizioni a ruolo; aveva la faccia autorevole e rassicurante del nostro Collega Marco Tullio. Un indimenticato e valoroso avvocato che sedeva in parlamento si attivò per la soppressione del Cicerone (all'epoca e fino a poco tempo fa c'era anche la carta bollata). Non l'avesse mai fatto. Il Cicerone morì ma fu subito sostituito e peggiorato da nuovi balzelli; poi nacque il glorioso Contributo Unificato che con strategica gradualità cresce senza interruzione come un OGM. Si sperava forse in un effetto deflattivo che avrebbe ridotto il contenzioso senza aumentare i costi; non fu così. Allora cominciò la guerra agli utenti e ovviamente agli avvocati, in particolare ai civilisti che, a differenza dei penalisti, sono fragili, associativamente, e politicamente indifesi. Cominciò l'epoca delle riforme rivolte a ridurre la presenza di giudici e di avvocati nei conflitti. Si istituì la media-conciliazione che ha avuto l'effetto di aumentare i costi per i litiganti, di escludere la presenza dell'avvocato come necessario interlocutore, di prolungare i tempi delle liti nel caso di mancato accordo. Si elaborarono raffinate strategie per la decimazione del contenzioso come l'invenzione dell'autosufficienza del ricorso che ha fatto migliaia di vittime. Sono però in vita e in buona salute le perenzioni nel processo amministrativo che costringono gli avvocati, per evitare responsabilità, a custodire fascicoli e clienti per venti-trenta anni. L'ultima trovata è il filtro di ammissibilità dell'appello che però, se negativo, consentirebbe di proporre ricorso per cassazione contro la sentenza di primo grado. Intanto, per non perdere tempo, si riducono i Tribunali e il personale. Basta così: I tempi sono maturi per ricorrere ai giudici itineranti. Per saperne di più basterà cliccare Hollywood – Los Angeles - California USA. In alternativa, per ridurre i tempi e i costi della giustizia e ottenere alla svelta e con poca spesa sentenze al 50% giuste basterebbe prendere esempio "dal Turco" che il Collega Guicciardini apprezzava qualche secolo fa: "Non biasimo interamente la giustizia civile del Turco, che è piú presto precipitosa che sommaria; perché chi giudica a occhi serrati espedisce verisimilmente la metá delle cause giustamente, e libera le parte della spesa e perdita di tempo; ma e' nostri giudici procedono in modo, che spesso farebbe piú, per chi ha ragione, avere avuto el primo dí la sentenzia contro, che conseguirla doppo tanto dispendio e tanti travagli; senza che, per la malignitá o ignoranzia de' giudici, e ancora la oscuritá delle legge, si fa anche a noi troppo spesso del bianco nero". (Francesco Guicciardini – Ricordi – Parte prima- 67).

Giorgio Della Valle

* AVVOCATO DEL FORO DI ROMA


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Inchiesta sul carcere italiano

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIn Italia le brutte storie sono destinate a ripetersi. Così con il problema del debito pubblico, di cui tutti ad un tratto sembriamo diventati esperti conoscitori tanto da proporre le nostre "medicine" economiche, o rispetto ai fenomeni sismici che da qualche anno coinvolgono l'Italia, allo stesso modo una questione antica quanto la storia della Repubblica riguarda le carceri italiane, che pure non hanno il privilegio di salire quotidianamente agli onori della cronaca. Basti pensare che, nonostante i vari decreti per mitigare il sistema detentivo come la messa in prova e l'introduzione del regime ordinario aperto, i detenuti nelle nostre carceri sono all'incirca 68.000 compressi in spazi progettati per ospitarne 45.000. Logica conseguenza è stata che i 28 provvedimenti tra amnistia e indulto della nostra storia repubblicana non sono stati risolutivi della condizione carceraria ma solo un palliativo per tirare avanti fino alla successiva pronosticata emergenza. Le condizioni indignitose di detenzione, unite all'assenza di seri programmi riabilitativi, rendono di fatto lettera morta la previsione del 3° comma dell'articolo 27 della Costituzione, che al contrario prescriverebbe trattamenti conformi al senso di umanità e finalizzati alla riabilitazione e al reinserimento sociale del condannato. Una violazione latente della nostra carta fondamentale che però non è passata inosservata a livello europeo, dove la Corte della CEDU ha ormai un'ampia raccolta di casi anche per l'Italia. Infatti la giurisprudenza CEDU, richiamandosi a quanto detto dal Comitato per la prevenzione della tortura che raccomanda uno spazio minimo di 7 mq a detenuto, riconosce ai detenuti italiani, i quali hanno in media 3 mq a persona, il risarcimento del danno per trattamenti inumani e degradanti in violazione dell'art. 3 della Convenzione stessa. In questo quadro tragico a livello umano e costoso a livello economico uno dei problemi maggiori in Italia, unitamente all'eccesso di penalità, è sicuramente quello della carcerazione preventiva. Il 42% dei detenuti in Italia, la metà dei quali verrà dichiarata innocente, è infatti in carcere in attesa di giudizio, contro una media europea che si aggira intorno al pur alto 25%. La necessità dei magistrati di dare una risposta all'esigenza di pena percepita dalla popolazione è sicuramente aggravata dalla cronica lentezza ed inefficienza del nostro sistema giudiziario, che da la percezione che "i criminali veri sono sempre fuori". Troppe volte ciò si è risolto nella violazione dei casi previsti dalla legge per la custodia cautelare, tanto che anche su questo punto l'Italia è stata condannata in sede CEDU per il suo uso eccessivo. Tale misura dovrebbe avere il carattere dell'eccezionalità e le ipotesi previste dalla legge di inquinamento di prove, pericolo di fuga o di reiterazione del reato dovrebbero essere puntualmente riferite al caso concreto e non, come in concreto avviene, genericamente richiamate.

Massimo Reboa

 

Dal Regno Unito la proposta del carcere privato

Mentre sul continente si discute di come sopperire alla cronica mancanza di fondi, oltremanica nascono proposte forse deplorevoli dal punto di vista morale ma di certo innovative. L'idea di introdurre le imprese private nel settore delle prigioni infatti apre sicuramente a molti rischi, primi fra tutti la possibilità che per massimizzare i profitti il privato incida sui diritti dei detenuti, che sicuramente non hanno né i mezzi né la forza mediatica di far sentire la loro voce, e un possibile interesse di questo nell'aumentare il numero dei criminali e quindi della "clientela." Nonostante il ristretto campione in esame e la brevità del tempo preso in considerazione, i dati dimostrano come a dispetto di strutture generalmente buone la larghissima maggioranza delle multe per inadempimento contrattuale non sono correlate agli insuccessi nel fornire condizioni di vita favorevoli al reinserimento dei detenuti, evidenziando così una difficoltà nel controllare questa fattispecie della situazione. Pur se con risultati migliori dell'esperimento statunitense, il progetto ha prodotto nel complesso risultati altalenanti, anche se ha stimolato al miglioramento anche del sistema carcerario pubblico.

 

Francia: la via delle misure alternative

Se in Italia le cose vanno male, Oltralpe per una volta almeno non si ride. I cugini francesi infatti sono alle prese con gli stessi nostri problemi, anche se ridimensionati, primo tra tutti il sovraffollamento con i trattamenti disumani e degradanti e le questioni di salute annesse. A questi vanno sicuramente aggiunti i problemi legati alla cronica mancanza di risorse e di personale, nonostante le paghe rimangano ad un livello piuttosto basso. Inoltre le iniziative per l'assunzione del personale si presentano nel complesso scoraggianti e la figura del funzionario dell'amministrazione penitenziaria rimane tutto sommato poco conosciuta, a fronte di un lavoro difficile e poco considerato. Le condizioni dei detenuti sono tali che hanno portato al suicidio diversi detenuti. Una nota positiva però è che sono in corso di studio diverse misure alternative alla detenzione, tra cui l'uso del braccialetto elettronico che consente l'estensione degli arresti domiciliari ad ampio raggio. Nonostante il riconoscimento dei progressi da parte del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, la Francia è stata condannata più volte per le condizioni inumane del suo sistema carcerario.


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L'avvocatura tra Don Ferrante e Ned Ludd

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl Congresso di Milano, facile previsione, ha avuto di straordinario solo l'inutilità per la totale mancanza di analisi approfondite e soprattutto di proposte innovative; l'assenza dei politici ha poi certificato l'irrilevanza sociale dell'Avvocatura. Non interessa qui fare processi, per qualcuno ingenerosi, per altri inutili; ma piuttosto tentare di tracciare la rotta per dialogare con la realtà. Il CNF, come il povero Don Ferrante di manzoniana memoria perso nella sua biblioteca, ha "strologato" negando la peste ed è morto nella strenua difesa del "Mugnai"; l'OUA ha invece cavalcato, un ribellismo "luddista" privo di visione. Il movimento, nato in Inghilterra a cavallo del 18°/19° secolo contro l'introduzione delle macchine utensili; prese nome da Ned Ludd che ruppe per protesta contro la disoccupazione ed i bassi salari un telaio meccanico; (la famosa Giannetta filatrice); la storia ha mostrato, ma evidentemente non insegnato a molti; come fosse Ludd ad avere torto, nell'opporsi al cambiamento. Dal dilemma di Amleto tra "il sopportare nell'animo le frombole ed i dardi dell'oltraggiosa fortuna" (CNF) e "l'opponendosi ad essi perire" (OUA) si può uscire; cavalcando la tigre! Ma come? Innanzitutto con sano realismo, prendendo atto che il dogma vincente è la sussunzione dell'Avvocatura nel concetto di impresa; con le "specialità" di svolgere una funzione sussidiaria nell'amministrazione della giustizia e quella ontologico della difesa; che però resta fatto individuale. Le soluzioni possibili vanno trovate iniziando dalla rappresentanza. Il reticolo ordinistico ridisegnato come un mero ufficio del sistema giustizia, nella linea di out-sourcing di funzioni pubbliche imposte ai privati ed a loro spese; sopravvive perché la costituzione prevedere l'obbligo di difesa tecnica e l'esame di stato. Con l'esame unico nazionale però i "giochi" saranno finiti. Il CNF co-gestirà il concorso e l'albo dei Cassazionisti, gli ordini locali gli albi locali per l'organizzazione a nostro carico del patrocinio dei non abbienti e delle difese d'ufficio. La giurisdizione domestica è ormai compromessa, le norme deontologiche sono ormai etero-normate; il prevalere del principio di concorrenza, la libertà assoluta di pubblicità, le tariffe ridotte a parametro deciso dalla sola P.A. senza neppure la previsione di "mero concerto"; la ridefinizione delle circoscrizioni: sono questi gli elementi normativi che ridisegnano, privandolo di significato prima che di funzione, il sistema ordinistico. La stessa residua attribuzione agli ordine della formazione è una trappola che scarica ancora una volta sull'Avvocatura oneri gravanti in gran parte sulle istituzioni, e che gli Ordini non potranno sopportare, salvo poi essere censurati per l'inadempienza. Chi vuole la prova del nove rifletta sull'irrilevanza dell'Avvocatura nei consigli giudiziari ed il contentino dell'accesso ai Confidi. Ben si comprende come l'Ordine nazionale o locale non ha alcuna, possibilità di assumere la rappresentanza socio-politica dell'Avvocatura; a prescindere dalle valutazioni sulla classe dirigente e la sua selezione, che definire inadeguata è carità di patria. Anche se occorre per onestà dire che "...rari nantes apparent in gurgite vasto...". In questa situazione il vagheggiato Consiglio Superiore dell'Avvocatura è un orpello, una duplicazione utile solo all'inesausta sete di poltrone di qualcuno. I maestri del liberalismo insegnano che in democrazia è legittima la dinamica degli interessi; questi altrettanto legittimamente si porranno in termini collettivi così producendo strutture stabili di rappresentanza. Facendo perno sugli artt. 2, 3,2° e 18 Cost.; rivendichiamo dunque con orgoglio la natura corporativa del ceto forense; che nessuno potrà tacciare di "casta" dal momento che svolge, a propria cura e spese, funzioni sussidiarie essenziali nel sistema giustizia e non partecipa alla determinazione coattiva dei propri compensi. Applicando preveggente con analogia l'art. 39, 2° Cost. avremo la forza che deriva dalla centralità del Congresso democraticamente eletto. Conosco le obbiezioni: la funzione difensiva, il decoro, la tradizione (quale?), ecc..: argomenti da "noblesse oblige", ma vestiti sdruciti dal mondo cambiato: dall'alluvione degli albi, dalla disorganizzazione/costi della giustizia, dalla crisi economica, dal deficit di formazione. Ricordate Wordsworth... Se niente può far che ritorni all'erba il suo splendore...! L'agire invece come corpo sociale portatore di interessi anche economici consentirà di porci con libertà di azione di fronte agli interessi collettivi antagonisti; le istituzioni statali e locali pasticcione ed inadempienti; i sindacati dei lavoratori e quelli degli imprenditori, il sistema bancario, ecc..Solo se si riconosce come specie del genere impresa, l'Avvocatura potrà ottimizzare la sua "specialità" chiedendo per il resto "parità di trattamento" e/o equo contemperamento o stipulare alleanze; in virtù della necessaria tutela anche collettiva del diritto di difesa. Restare chiusi in Forte Alamo regalerà gloria e beaux gestes, ma ci condannerà all'irrilevanza trasformando in peso insostenibile il nostro dovere di difesa ridotto a mero munus individuale. Il vero antagonista del futuro sarà però il consumismo che già assedia la cittadella; con l'accesso agli atti disciplinari, le norme sull'astensione, la formalizzazione esasperata del contratto d'opera professionale. Un sistema basato sulla difesa para-pubblica e su A.E.C. è all'orizzonte. Questo argomentare vale a maggior ragione per le altre professioni; tra le quali il raccordo verticistico si è dimostrato inadeguato, mentre è essenziale la ricostruzione della classe media oggi riassorbita nel sistema sociale binario. La ricostruzione può avvenire solo dal basso, dal consenso ed anche per questo i Congressi, e perché no! il Congresso dei Congressi; appare l'unica via percorribile. Come i marinai di Tennyson "...molto perdemmo, ma molto ci resta... tempio d'eroici cuori".

Roberto Zazza*

Avvocato del Foro di Roma

Presidente Forum delle Professioni


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