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Editoriali

L’illegalità diffusa

Vaprio D'Adda: un pensionato si sveglia, trova i ladri in casa, prende la pistola sul comodino e spara, uccidendo il malvivente. Indagato per omicidio volontario.

Catania: la Corte d'Assise condanna un pensionato di 71 anni a 17 anni di carcere ed al risarcimento del danno. Motivo: ha ucciso con quattro colpi di pistola un uomo che si era introdotto di notte nel podere della sua casa di campagna.

Milano: Tabaccaio uccide rapinatore: condannato a un anno e otto mesi per omicidio colposo.

Arzago d'Adda: imprenditore spara e uccide con un fucile da caccia regolarmente detenuto un albanese che con altri complici stava cercando di rubargli la Mercedes. La Corte di Cassazione conferma la sentenza della Corte di Appello di Brescia di condanna a due anni ed otto mesi per eccesso colposo di legittima difesa. Dovrà andare in carcere e risarcire la famiglia del ladro.

Ponte di Nano: benzinaio spara per salvare la commessa di una gioielleria che sta subendo una rapina. Indagato per eccesso colposo.

Basta scorrere le pagine dei giornali o internet per trovare centinaia di casi similari, che giudizialmente andranno valutati caso per caso e nei quali sicuramente vi saranno (o vi saranno state) condanne nei confronti di vittime di furti o rapine che sono persone violente, cui l'evento ha stimolato tale istinto.

Il problema non è giudiziario, in quanto i magistrati applicano la legge, anche se non può essere sottaciuto che, in simili vicende, è fondamentale l'interpretazione della legge e della ricostruzione del fatto che viene data dall'uomo / giudice, intellettualmente condizionata dalla sua opinione su come ci si debba comportare in situazioni analoghe.

L'esperienza giudiziaria insegna che il garantismo riferito ai diritti del bandito ucciso è molte volte superiore a quella che socialmente è la vera vittima della vicenda, chi si è trovato involontariamente di fronte ad un evento che lo ha indotto a sparare.

Allora parlare di politica giudiziaria da rivedere non significa voler far superare alla magistratura il muro divisorio della separazione dei poteri, ma chiederle di prendere atto che il suo ruolo di supplenza all'inefficienza del Parlamento non può essere limitato alle grandi inchieste quali Mafia Capitale, atteso che la vita delle persone per bene è condizionata irrimediabilmente da simili episodi.

La massa di coloro che sono chiamati a giudicare, nella camera di consiglio di un tribunale, quale dovrebbe essere il comportamento di un essere umano di fronte ad un tentativo di rapina, ha una fortuna personale: non essere stato vittima di eventi similari. La massa dei giudici, quindi, può solo teorizzare, sulla base della propria sensibilità umana e dei propri studi anche in materia psicologica, quello che dovrebbe essere il comportamento della vittima che reagisce. E lo fa non nell'immediatezza dell'evento, ma molto tempo dopo.

E' facile giudicare se un fallo è avvenuto fuori dell'area o sulla linea riguardando l'azione alla moviola che propone le immagini riprese da diverse angolazioni. Sfido chiunque a non sbagliare se si trovasse sul campo al posto dell'arbitro. Gli arbitri, anche di serie A, sbagliano, malgrado si allenino tutti i giorni, perché sono persone umane che devono assumere decisioni in velocità.

Orbene, se sbagliano dei professionisti in situazioni alle quali sono abituate, come deve essere valutato il comportamento di un essere umano il quale, improvvisamente, magari in piena notte mentre si trova a letto nella propria casa, si trova aggredito?

Lo Stato, attraverso la legge penale, esercita la propria pretesa punitiva con riferimento a comportamenti dei singoli ritenuti disdicevoli perché rendono difficile la convivenza tra i singoli cittadini e, quale corrispettivo di tale pretesa, ha l'onere di assicurare alcuni servizi essenziali, ivi inclusa la sicurezza ed il rispetto della legge.

Se si escludono pochi violenti, può dirsi che la maggioranza degli Italiani non ha alcuna voglia di sparare ai ladri in casa propria, o nel giardino del proprio villino, o di inseguire armato chi lo sta derubando.

Ove ciò avvenga è perché lo stato non è riuscito a garantirgli quel minimo di sicurezza che ogni soggetto ha la pretesa di attendersi da uno stato, democratico o dittatoriale, cioè la sicurezza della propria abitazione, del proprio negozio o ufficio e delle strade.

E' palese che il difendersi da chi entra abusivamente nella propria abitazione non è un comportamento percepito dalla massa dei cittadini come lesivo della convivenza civile e tale percezione che sia giusto reagire, anche con le armi, aumenta allorché lo stato si mostra, all'esterno, incapace di svolgere il suo ruolo.

Orbene, un uomo che si trova costretto a sparare o che, a causa di un'aggressione ingiusta, non ha la freddezza di fermare il dito sul grilletto allorché impugna un'arma che ha comprato solo per paura e che non in realtà ben usare, subirà dall'evento <aggressione alla propria pace domestica> una punizione solo per dover ricordare quel giorno e vivere nella paura che si ripeta. E' giusto costringerlo a pagare un avvocato perché lo difenda da quello stesso stato che, in luogo di difenderlo, lo mette sotto processo e, forse, lo condannerà?

Una cosa è certa, egli sommerà allo shock dell'aggressione domestica anche quello dello stato che lo processa.

Il tutto in un clima d'illegalità diffusa che induce il cittadino a pensare che l'unica scelta che ha per sopravvivere è l'autodifesa.

L'illegalità diffusa si respira non solo pensando alla sicurezza nelle abitazioni o nelle strade o a macro fenomeni, quali <Mafia capitale>, camminando per le strade comunali, specie da Roma in giù.

Automobili parcheggiate sistematicamente in divieto di parcheggio, su strisce pedonali o davanti ai cassonetti, con i VV.UU. che intervengono solo se specificamente chiamati, fanno comprendere al cittadino che in città la legge non c'è, tutto è possibile, è la prepotenza a governare.

Allora, la domanda politica è: può lo stato inerme essere duro solo con le persone oneste che, forse, sbagliano quando reagiscono ad un'aggressione criminale?

Romolo Reboa 

* Avvocato del Foro di Roma


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Matite e rispetto

Subito dopo i fatti di Parigi scrissi sul mio profilo Facebook  che il mio cuore era una matita, spezzata per l'attentato di Charlie Hebdo e per il dolore di chi stava soffrendo e non riusciva a scrivere ed a portare con il propria sorriso la luce nella nostra comunità.

Non pensavo solo ai giornalisti assassinati, ma anche ai tanti sconosciuti, fari per le vite altrui e, che, in quanto tali, le rendono ogni giorno più leggere, senza magari avere la forza per sostenere la propria e sentendosi in colpa per tale debolezza.

Osservavo che bisogna reagire, mostrando un cuore multicolore, perché sono il sorriso e l'amore per la vita e per la costruzione anche solo di un sogno a darci quel pepe che ci costringe ad alzarci dal letto quando saremmo lì, inerti, a vedere in televisione lo scorrere degli eventi.

E senza un sogno o un ideale è difficile disegnare il futuro nostro e dei nostri figli, ogni movimento è pesante, le lacrime induriscono i muscoli, è difficile anche camminare.

Concludevo invitando a serrare i ranghi, a porre in alto i cuori, così come le matite, per impedire che il dolore, la disfatta di un momento potessero abbattere quel bellissimo disegno che è la gioia per la vita.

Papa Francesco, con la saggezza di chi è chiamato ad assicurare la pace, osservava che i giornalisti di Charlie Hebdo erano delle vittime e non degli eroi, mandando un segnale di comprensione per chi si era sentito offeso dai loro disegni e, quindi, non riusciva in cuor proprio a soffrire per l'evento terroristico ed oscurantista.

La guida dell'Illuminismo, Voltaire, era solito dire "Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo" e Martin Luther King ne riprese il pensiero affermando che "la mia libertà finisce dove comincia la vostra".

Uccidere una matita, anche se insolente e blasfema, è un crimine contro la libertà, ma ciò non impedisce di rendersi conto che anche una matita libera può uccidere la libertà, perché, andando a colpire sentimenti tanto profondi da confondersi con l'intimità dell'essere umano, sostanzialmente ferisce persone che vivono di ideali o di sogni. La maggior parte di esse si limitano a sentirsi offese ed incapaci di reagire, voltandosi dall'altra parte: altri ritengono la non violenza sottomissione e, purtroppo, la storia e le vittorie hanno spesso trasformato terroristi in eroi.

La rete internet, pur respingendo i velleitarismi che periodicamente la vorrebbero assoggettata a cappi o, almeno, cappiole, si è interrogata in maniera così potente su quale debba essere il limite della libertà di parola: non è un caso che il suo lato più oscuro, Anonymous, cioè la sigla della principale comunità degli hacker di tutto il mondo, abbia deciso di venire alla ribalta in grande stile, con una operazione di oscuramento della gran parte dei siti e degli account Facebook e Twitter degli jihadisti dell'Isis.

Gli hacktivisti, attraverso il loro blog, hanno lanciato un messaggio al mondo intero (e non solo a quello islamico) ricordando che "Internet è per la libertà di parola, non per l'odio".

In sintesi, i pirati informatici hanno scelto di uscire dal guscio individualista delle loro tastiere che si esaltano violando le difese altrui e, con una azione da far invidia al più sofisticato dei servizi segreti mondiali, sono diventati comunità a difesa della libertà, negando ad altri la possibilità di esprimersi liberamente, infestando il web di odio.

La comunità dei pirati ha messo in atto le parole di King, ha innalzato una barriera tra la propria libertà e quella degli assassini che, in suo nome, negano l'altrui libertà.

Una matita non può uccidere, ma il suo scritto ed il suo disegno possono essere letti come un'offesa e provocare azioni anche criminali a ritorsione dell'offesa.

Spesso si parla di libertà, ma quante volte si parla di rispetto per il pensiero ed i sentimenti altrui?

In una sorta di legalitarismo benpensante si è gridato allo scandalo perché i giocatori della Roma sono andati sotto la Curva Sud a giustificarsi con i tifosi per delle prestazioni sportive incolori ed indegne per degli atleti che ricevono in un anno compensi che molti degli spettatori contestatori non incasseranno mai in una vita di onesto lavoro manuale che, magari, gli consente un unico svago: il non economico biglietto per accedere allo stadio.

E' vero che, tra i tifosi, vi sono persone che utilizzano il tifo per dare sfogo ai loro istinti violenti, ma è analogamente vero che esistono molte teorie psicologiche sulla funzione cosidetta catartica del tifo (quello fatto di urla di incitamento ed insulti ad arbitro, avversari e beniamini scarsamente combattivi), cioè che, attraverso di esso, viene scaricato il surplus adrenalinico di aggressività conseguente le frustrazioni quotidiane.

Non è questa la sede per disquisire su fondamento o limiti di tali teorie, ma il lancio della frutta contro i "cantanti lirici cani".

nasce nei teatri dell'opera, a dimostrazione che ad ogni passione tradita corrisponde una reazione, anche in ambienti culturalmente ed economicamente più elevati di quelli degli usuali frequentatori di una curva.

E' giusto reprimere ogni forma di violenza, ma bisogna fare attenzione al perbenismo intellettuale che produce l'effetto opposto.

E' giusto non picchiare i figli, ma deve essere chiaro che il divieto è quello di sfogare sulla prole i propri istinti violenti, non quello della madre che da un "sano ceffone" al figlio per indurlo a mantenere un comportamento corretto che gli consentirà di avere una vita sociale.

Viceversa qualche benpensante della non violenza ha persino criticato la mamma nera a Baltimora che, vedendo il figlio in strada, impegnato a lanciare sassi contro la polizia nell'ambito delle proteste dopo i funerali del ragazzo afro americano Freddy Gray, ha reagito prendendolo a schiaffi davanti alle telecamere di tutto il mondo.

La maggioranza della popolazione mondiale ha applaudito quella mamma, così come la maggioranza dei laici contesta le offese agli altrui sentimenti religiosi, perché essere il principio fondamentale del libero pensiero è il rispetto.

"Chi è senza peccato, scagli la prima pietra", lo disse Gesù, difendendo l'adultera, senza con ciò assolvere l'adulterio, che è ancora censurato in una società moderna che espone il sesso in TV non per l'atto fisico, ma per i pericolosi riflessi sociali sulla psiche del partner, che vive l'evento come una offesa.

E allora, difendiamo le libere matite, ma ricordiamo sempre che le ragioni altrui meritano lo stesso rispetto di chi le vuole criticare.

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* Avvocato del Foro di Roma


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Porcellum resistente

Sulla carta stampata la notizia non è sostanzialmente apparsa e, quindi, InGiustizia la PAROLA al POPOLO ha la primogenitura di una notizia vecchia che è nuova solo per il silenzio cui è stata condannata.

Eppure in qualunque nazione democratica sarebbe finita in prima pagina, in quanto è la prima volta che la Suprema Corte di uno stato emette una pronuncia di cotanta portata politica.

Ecco la notizia: la Corte di Cassazione, con sentenza n° 8878/2014 del 4/16 Aprile 2014 ha stabilito che gli Italiani non hanno "potuto esercitare il diritto di voto nelle elezioni per la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, svoltesi successivamente all'entrata in vigore della legge n. 270/2005 e sino alla data di pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014, secondo le modalità, previste dalla Costituzione, del voto personale, eguale, libero e diretto".

E' una sentenza storica, non solo per ciò che ha scritto il Supremo Collegio, ma anche perché apre la strada alla richiesta di risarcimento danni da parte dei singoli cittadini nei confronti di uno stato sostanzialmente incapace di tutelarne (quantomeno in termini temporali ragionevoli) il diritto fondamentale al rispetto della democrazia, che dovrebbe essere garantito dalla Costituzione Repubblicana e che è condizione dell'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea ai sensi del coordinato disposto degli artt. 2 e 49 del Trattato su cui si basa tale Unione.

Ignorata dalla grande stampa, ma sostanzialmente oscurata anche sul web, ove di essa è reperibile non già nei blog o nei siti di carattere giornalistico, ma è relegata ai siti riservati agli studiosi, cioè a quelli di giurisprudenza o istituzionali, per i quali 8878/2014 è solo il numero di una delle migliaia di sentenze civili che la Suprema Corte pronuncia ogni anno e che vengono massimate al fine di essere utilizzate negli scritti giudiziari.

Considerato che il contenzioso in materia di diritti civile ha numeri insignificanti, dato che gli Italiani non hanno molta voglia di spendere il loro denaro per lunghe querelle giudiziarie dalle quali è difficile prevedere risultati concreti per la loro libertà o, anche, solo per il loro portafoglio, è facile comprendere perché sia più facile leggere nella prima pagina di un quotidiano la love story di qualche personaggio noto che una notizia di questo genere.

Anche perché, se essa finisse veramente sulle prime pagine, si disturberebbe il manovratore, dato che potrebbe risvegliare nelle coscienze risorgimentali ardori e voglia di far piazza pulita con un sistema che si regge sulla propria melmosa debolezza, ove è più facile affondare che misurarsi in uno scontro cavalleresco con un vincente ed un perdente.

Della sentenza ha scritto sul proprio blog Beppe Grillo il 30 Aprile 2014 per attaccare il Presidente Napolitano che, dopo tale pronuncia, non ha assunto la decisione di sciogliere le Camere: la notizia dopo un paio di giorni è passata di fatto all'archivio, non si sa se il motivo siano state la scarsa adesione sul blog (solo poche decine di interventi) o perché qualcuno ha telefonato al comico genovese per avvertirlo che non si deve scherzare sulle cose serie e lui, diligentemente, ha capito che vi sono limiti che non devono essere superati.

Perché una cosa è fare ridere o conquistare qualche centinaio di posti in parlamento per porsi quale interlocutore dei poteri forti ed un'altra è tentare di farli piangere sul serio.

Solo InSieme Consumatori sta dando vita ad una class action, attraverso un'azione giudiziaria collettiva, ma è chiaro che, quand'anche questa lotta di Davide contro Golia si rivelasse vincente, rimarrebbe lo squallore di una grande stampa e di una classe politica acquiescenti a poteri tanto forti da condizionarli al silenzio, quanto ignoti nel loro volto.

Sicché parlare di poteri forti diviene come parlare di fantasmi: tutti li temono affermandone così implicitamente l'esistenza, ma poi deridono come un esaltato chi ne parla troppo a lungo o con convinzione, arrivando a dire di averli visti.

Perché i poteri forti sono il sinonimo dell'ignoto o di un qualcosa che sta troppo in alto per essere raggiunto: così come è troppo forte, in Italia, la concezione che chi entra nel portone di Palazzo Chigi ha raggiunto il potere e non solo ricevuto l'incarico da parte del Presidente della Repubblica di realizzare un programma di governo nel rispetto delle regole democratiche.

E, così, le regole democratiche si cambiano per preservare alla casta ed ai suoi capi la leadership in pericolo, per evitare che attraverso il voto gli elettori possano effettivamente cambiare le regole del gioco.

Ma perché cambiare uno strumento che consente di controllare il potere? Solo perché la Corte Costituzionale, con la sentenza 1/2014, ha ripristinato la legalità violata da una legge elettorale, comunemente definita Porcellum, che ha sottratto al popolo la possibilità di scegliere i propri rappresentati e violato uno dei principi fondamentali della Costituzione Repubblicana?

Ai politici basta trincerarsi dietro il corretto principio giuridico ribadito dalla Corte Costituzionale, cioè che, per preservare la continuità dello stato di diritto, la decisione non incide giuridicamente sulla validità degli organi eletti che possono quindi continuare a funzionare.

E' un principio giusto, come quello della presunzione di innocenza sino a sentenza definitiva, che però, quotidianamente la stampa viola, sbattendo in prima pagina persone che sono in quel momento accusati di corruzione o di gravi delitti di sangue, affidandoli alla giustizia popolare che li condanna inappellabilmente, lasciando ai giudici solo il compito di determinare la pena, ove non vogliano essere anch'essi ritenuti complici dei "presunti colpevoli".

Nel Porcellum gli illegittimi in prorogatio continuano a comandare e vorrebbero riscrivere le regole del gioco, interpretando così il termine Resistenza, che viceversa è un periodo storico idealmente ispirato a ben altri valori.

Romolo Reboa 

* Avvocato del Foro di Roma


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Il furbetto in Panda

Leggendo le squallide vicende della Fiat Panda del Sindaco di Roma, Ignazio Marino, ho sentito il dovere di riaprire le pagine della Costituzione della Repubblica Romana approvata il 9 Febbraio 1949. Pensavo all'esilio subito dal mio bisnonno, Alfonso Reboa, ad opera del restaurato Papa Re per aver creduto in quegli ideali, immaginando come egli, i suoi genitori ed i suoi figli e nipoti si stiano rivoltando nella tomba al solo pensiero che tanti sacrifici sono serviti solo per permettere all'auto del Sindaco di Roma di parcheggiare al sicuro presso il Senato della Repubblica e per entrare gratis al centro storico. Art. 2 dei principi fondamentali della Repubblica Romana: <Il regime democratico ha per regola l'eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta>.

Ho appreso dai giornali che Ignazio Marino ha ricordato ai giornalisti che il Sindaco di Roma ha diritto all'accesso gratuito in zona ZTL per tre auto private, gridando al complotto perché la stampa ha scoperto che si è fatto togliere delle contravvenzioni, così come tentano tutti i  che incappano in una multa e che sono giustamente additati, anche dai politici, come una delle cause del terzomondismo in cui è caduta la capitale d'Italia.

Certamente il Sindaco è più raffinato: non si fa togliere le contravvenzioni, attraverso il sistema un po' casereccio della sparizione del documento cartaceo in seguito all'intervento   di un impiegato disonesto. Egli è un'autorità, così si rivolge agli uffici di cui è il capo politico, chiedendo l'annullamento in autotutela del relativo verbale...

E poi, per cercare di mettere giornalisticamente a tacere l'accusa di illegalità, si comporta come fece il Sindaco Veltroni nella vicenda della scoperta delle firme false in danno dell'allora Presidente della Regione Lazio, Francesco Storace: parla di una incursione informatica al sistema elettronico del Comune di Roma.

Strano modo di fare, quello dei sindaci del Comune di Roma, ribattezzato pomposamente Roma Capitale, auspice un Alemanno che avrebbe fatto meglio ad occuparsi dei problemi seri della città, piuttosto che a dedicarsi anch'egli a specchietti mediatici per le allodole.

Ogni volta che dai terminali cittadini escono le prove di abusi o reati non graditi ai sindaci, essi parlano di pirateria informatica, come fanno i bambini quando vengono rimproverati per una loro manchevolezza che pensavano non venisse scoperta, che, per prima cosa, invece di giustificarsi chiedono:  .

Poveri sindaci di Roma, nella loro foga di difendersi si dimenticano persino che un sistema informatico come quello di Roma Capitale deve essere gestito in maniera da prevenire ogni accesso abusivo ed il primo responsabile politico dell'eventuale successo dei pirati informatici sono proprio loro, i primi cittadini, per aver omesso di vigilare sull'adeguatezza dei sistemi e procedure di difesa elettronica.

Probabilmente non tutti sanno che, nel caso della presunta intrusione giornalisticamente chiamatoLaziogate, in cui purtroppo mi sono trovato coinvolto per aver fatto il mio dovere di avvocato, depositando alla Procura della Repubblica di Roma le prove di un grave reato contro le istituzioni, non vi è stata solo l'assoluzione di Francesco Storace e di tutti i coimputati per , ma vi era stata prima la condanna del Comune di Roma da parte dell'Autorità Garante della Privacy perché le difese informatiche del sistema anagrafico capitolino erano un colabrodo.

In sintesi, un'indagine giudiziaria, sgradita al Sindaco e poi dichiarata legittima con sentenza definitiva, ha fatto scoprire che chiunque, con facilità, avrebbe potuto alterare dati anagrafici: purtroppo i fumogeni mediatici impedirono che Veltroni pagasse il dazio di tale grave omissione, di cui era l'unico responsabile politico.

Il sindaco, per difendersi dalle accuse di abuso, rivendica quei privilegi di casta che i costituenti della gloriosa Repubblica Romana abolirono: e non importa se di quei privilegio godeva anche Alemanno, egli è già stato sconfitto e con lui la speranza dei suoi elettori, che credevano che i valori di ordine e legalità che erano stati i cardini della sua campagna elettorale, oltre che della sua giovinezza, avrebbero prevalso nella città.

Un sindaco gode dell'auto di servizio per fare il proprio mestiere di sindaco: che bisogno ha il dr. Marino di parcheggiare l'auto in spazi riservati ai senatori (ai quali il sindaco dovrebbe invece chiedere di pagare l'occupazione del suolo pubblico che sottraggono ai Romani) o di avere un accesso gratuito alla ZTL?

O vogliamo parlare della pessima figura fatta con l'apertura del Metro C e la sceneggiata dell'irruzione ad Ottobre al Ministero dei Trasporti perché non era stato concesso il permesso di operare ad una linea che qualche problema di funzionalità lo doveva pur avere, se il primo treno partito un mese dopo si è subito fermato?

E, poi, per tornare alla Panda Rossa parcheggiata al Senato, quello che è agghiacciante è pensare che la stessa è stata evidentemente portata a sostare lì per far arrivare il sindaco in bicicletta al Campidoglio, cioè per fargli fare ogni giorno qualche centinaio di metri di sgambatura propagandistica in bicicletta in una città che dopo oltre un anno che è stato eletto sindaco ha visto moltiplicarsi le buche nelle strade e non le piste ciclabili o i bike sharing municipali.

A proposito di bike sharing, basta andare sul relativo sito municipale (www.bikesharing.roma.it) per scoprire che non vi sono aggiornamenti dal 2010 e che, nelle 24 stazioni, si registra la presenza di solo 9 biciclette sulle 293 che, secondo il sito dovrebbero essere a disposizione dei cittadini, con tre stazioni (Arenula, Flaminio 21 e Roma III Torlonia) nelle quali si dichiara misteriosamente che dovrebbe esserci il posto per zero biciclette. Ma anche che vi sarebbe un numero (06 57003) che sarebbe attivo > per . Provato a chiamare in piena notte: ha risposto un operatore, che non ha informazioni sul bike sharinga dimostrazione che, su due ruote, dal Campidoglio, arriva solo la presa in giro dei Romani.

Romolo Reboa*

Avvocato del Foro di Roma


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I 12.000 della Procura

La circolare del Procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, con la quale si limitano a 12.000 il numero dei processi da portare a dibattimento ogni anno è una di quelle iniziative sulle quali si discuterà per molto tempo, anche perché tutte le tesi, sia quelle favorevoli che quelle contrarie, hanno un loro fondamento.

Indipendentemente dalla posizione che ognuno voglia assumere, bisogna dare atto al dr. Pignatone di avere avuto coraggio e di essere un uomo che non teme di esporsi per tentare di assicurare funzionalità all'ufficio alla cui guida è preposto.

Infatti la portata della decisione che coinvolge il Tribunale più grande d'Europa esporrà il Magistrato ad una marea di critiche che potrebbero persino travolgerlo. Critiche che troveranno anche cassa di risonanza da parte di quelle forze occulte, ma non troppo, che inquinano la politica laziale e che sono lese nei loro interessi criminali dalla lotta serrata che la Procura di Roma sta facendo al riciclaggio del denaro sporco in imprese apparentemente pulite.

Proprio sulle pagine di questo numero di InGIUSTIZIA la PAROLA al POPOLO un altro Magistrato noto per la propria serietà e rettitudine, il Presidente Mario Bresciano, ha lanciato un grido di allarme per la carenza di personale nel Tribunale di Roma, insufficiente per celebrare i processi e, quindi, non appare condivisibile l'affermazione dell'Unione delle Camere Penali che la circolare della Procura si innesti nel tentativo della Magistratura di "conquistare spazi di discrezionalità politica senza sopportare la relativa responsabilità".

Il problema della carenza di personale e del numero eccessivo dei processi esiste e viene denunciato periodicamente da tutte le forze coinvolte nel meccanismo giustizia (sindacati degli operatori, avvocati, magistrati). Sicché non si può bollare come una iniziativa di potere il tentativo di non far affondare una barca di fatto abbandonata a se stessa dalla politica, senza mettere in dubbio l'onestà e la correttezza istituzionale di un uomo che cerca di utilizzare il proprio potere per dare un senso all'incarico ricevuto.

Le Camere Penali non volevano certo dire ciò, ma vi sono parole che rischiano di essere mediaticamente così virulente da offuscare le considerazioni in punto di diritto costituzionale che portano alla conclusione che la circolare è comprensibile e degna di rispetto per i motivi che l'hanno ispirata, ma non può essere né accettata né presa a modello. Se la giustizia, di fronte all'emergenza, rinnega i propri principi fondamentali, di fatto nega se stessa e potrebbe portare a quegli abusi che si imputavano al Fascismo e che il legislatore costituente ha voluto impedire, approvando il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale di cui all'art. 112 Cost.

Le Camere Penali non hanno rilevato come la norma richiamata sia dal dr. Pignatone sia dalla Presidente della Commissione Giustizia della Camera, on. Ferranti, per sostenere la bontà dell'iniziativa, cioè l'art. 227 del Decr. L.vo 51/1998, in luogo di conferire tale potere, sembra escluderlo.

Infatti tale norma è una disposizione transitoria nel contesto della riforma che portò all'abolizione delle Preture ed all'introduzione del giudice unico, limitata a quel contesto storico e, finalizzata esclusivamente, per volontà del legislatore, ad "assicurare la rapida definizione dei processi pendenti alla data di efficacia del presente decreto". In sintesi, una norma speciale che si è sottratta alla censura di violazione dell'art. 112 Cost. proprio perché relativa ad una organizzazione dei ruoli di udienza per un periodo riconosciuto dal Parlamento come emergenziale, ove non si poneva però un limite numerico, ma si dettava un criterio di priorità organizzative per le quali si doveva smaltire l'arretrato penale, tenendo "conto della gravità e della concreta offensività del reato, del pregiudizio che può derivare dal ritardo per la formazione della prova e per l'accertamento dei fatti, nonché dell'interesse della persona offesa".

Non potendosi attribuire ad una norma speciale transitoria, in contrasto con un principio fondamentale della Costituzione, un effetto estensivo al fine di ottenere il risultato di rendere in concreto funzionali gli uffici, la soluzione non può essere demandata a soggetto diverso dal legislatore e, comunque, l'emergenza non dovrebbe essere gestita con atti unilaterali di una componente del percorso processuale.

Infatti il C.S.M., approvando nella seduta del 20 ottobre 1999 la "risoluzione sul decentramento dei Consigli giudiziari", ne ha affermato la centralità nel sistema dell'autogoverno territoriale e quindi gli stessi appaiono l'unico organo che potrebbe dare disposizioni organizzative in situazioni emergenziali, considerate le attribuzioni organizzative che hanno con riferimento alla formazione dei ruoli dei giudici ex art. 7 bis R.D. 12/1941 ed il fatto che vedono nel loro seno anche le componenti dell'avvocatura e dell'università.

Hanno viceversa sicuramente ragione le Camere Penali allorché attribuiscono la responsabilità della situazione ad "una politica sempre più debole", così come è indubbio che, a volte, da parte di alcuni Magistrati e/o della stampa si utilizza l'emergenza per avallare "prassi distorte", che poi si trasformano in norme in seguito a modifiche legislative sull'onda di emozioni mediatiche per singoli eventi a volte in contrasto con le statistiche scientifiche relative al numero di fatti analoghi.

Si citano fatti veri e considerazioni corrette, quali che "l'attribuzione di un successo investigativo esclusivamente alle intercettazioni" ha anche il fine far ritenere all'opinione pubblica legittimo il "forzare i limiti fissati dall'art. 15 della Costituzione", o che "la mostrificazione dell'arrestato di turno, ritratto in manette all'uscita di casa" avviene perché i giornalisti sono lì su impulso del Magistrato inquirente che li utilizza come uno strumento di pressione e di condanna mediatica ancor prima che giudiziaria. Essi non possono però essere associati ad eventi di dubbia correttezza tecnica, il cui fine è la funzionalità della giustizia.

Per recuperare il proprio ruolo centrale a tutela della difesa, all'Avvocatura non occorre un Beppe Grillo in toga, ma azioni anche forti mediaticamente e politicamente che facciano comprendere che solo attraverso la collaborazione delle varie componenti del processo si realizza la pretesa di uno stato di dare giustizia.

di Romolo Reboa 

* Avvocato del Foro di Roma


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Ricadute sugli uffici e sul personale giudiziario della riforma

La parola a Paola Saraceni, Segretario nazionale UGL Ministeri.   Le modifiche apportate dalla riforma del processo civile a detta di molti determinerà un eccezionale aggravio per l’attività giudiziaria in generale ed Leggi tutto

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Il sistema giustizia per Santacroce

Incontro con il Presidente della Corte di Appello di Roma   Questo doveva essere il resoconto di un’intervista a tu per tu con il Presidente della Corte d’Appello di Roma, Dott. Leggi tutto

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Convegno: Magistrati scrittori

Il 2 ottobre 2011 si è tenuta presso la Pinacoteca Palacultura di Latina la quarta edizione del Convegno dei magistrati-scrittori,realizzato da Eugius, Unione Giudici Scrittori d’Europa, nell’ambito della kermesse “Giallolatino”, Leggi tutto

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35 anni tra i protagonisti al "Canottieri Roma"

Festeggiato il compleanno della fondazione del giornale con la presentazione del libro "Da Piazzale Appio a Piazzale Clodio" Martedì 14 dicembre 2010, presso il “Circolo Canottieri di Roma”, si è svolta Leggi tutto

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"Per i diritti degli ultimi"

La tradizionale serata di fine anno della rivista Venerdì 16 dicembre 2011 la nostra Capitale ha cambiato aspetto, o almeno così è stato in via Flaminia 213 dove, presso lo Studio Leggi tutto