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Cinema

La nota giusta e la nota ingiusta

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOLa nota giusta
La dolce vita, L’avventura, Io la conoscevo bene, C’era una volta in America…titoli di film, che sintetizzano e rivelano il pensiero, la scelta del regista (quasi sempre co-sceneggiatore) di dire “cosa” e “in che modo” (forma del contenuto). Nel titolo quindi, c’è una dichiarazione di autorialità, responsabilità e originalità che i grandi autori-registi sentono necessaria e irrinunciabile.

La nota ingiusta
C’è una tendenza ad usare titoli di canzoni note, come titoli di film La Bambola  Notte prima degli esami, Nessuno mi può giudicare …il richiamo è efficace ed evocativo, perché gioca su una memoria musicale collettiva, ma toglie il gusto di un titolo nuovo, come dichiarazione ufficiale di intenti che vorremmo vedere sui grandi schermi, da parte del regista.

Claudia Cotti Zelati


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Intervista con Giulio Manfredonia

Legge Basaglia: "Si può fare".

Ultimamente ho avuto l’occasione di vedere un film delizioso che si intitola “Si può fare”, del regista Giulio Manfredonia. L’ambientazione è Milano, primi anni Ottanta. Nello, un sindacalista interpretato magistralmente da Claudio Bisio, sostenitore troppo acceso di modernità, terziario e mercato, viene allontanato dal sindacato. Assegnato ad una cooperativa di pazienti dimessi dal manicomio per effetto della legge Basaglia, riesce a vedere in loro oltre agli evidenti disagi, anche delle qualità e capacità e comincia a trattarli come pari. Questo comporterà dei problemi a volte irreparabili, ma i risultati positivi, il meccanismo virtuoso innescato, la voglia di vivere e di credere nel valore dell’uomo avranno la meglio. Da qui il desiderio di conoscere il regista del film che è riuscito a parlare in maniera così delicata, ispirata ma anche comica di un argomento difficile, quale l’inserimento nella vita “normale” di persone con problemi mentali. Tanto da avere fatto ridere il pubblico del Festival del cinema di Roma per buona parte della durata del film e raccolto cinque minuti e più ininterrotti di applausi a fine film, oltre a quelli durante la proiezione.

D. Qual è il motivo per cui hai scelto di fare un film su questo argomento?

R. Il motivo accidentale è che ho letto questo soggetto e mi è piaciuto, quello profondo per cui uno fa una scelta piuttosto che un’altra è sempre misterioso.

L’argomento tocca delle cose che hanno sempre fatto parte dei miei lavori, più o meno c’è sempre qualcosa che ha a che fare con l’identità, con le persone come sono e come sono percepite.

D. Questo film oltre che a parlare della legge 180, su cosa si focalizza di più a tuo parere?

 R. Come dice sempre Fabio Bonifaci, lo sceneggiatore , questo è un film sullo sguardo, sulla capacità di trovare attraverso lo sguardo di un altro, la propria posizione. Che in quanto tale non è mai neutro, perché attraverso lo sguardo più positivo uno riesce a trovare delle risorse che non crede di avere. E’ proprio il tramite per rientrare nella vita… E nel contesto della malattia mentale ciò è determinante e in questo film c’è un piccolo personaggio che fa trasparire l’origine della malattia di uno dei ragazzi, è la mamma di Gigio. Anche lei è portatrice di una sua verità, ma si capisce che è lo sguardo opposto a quello di Nello, perché è protettiva al limite del repressivo e della svalutazione , le sue frasi sono: -“ Ma lui non è capace”, “Ma lui è debole”- Dice tutte cose molto sensate, ma si intuisce che il problema di “Gigio” nasce dal suo rapporto con la madre.

D. Che poi è il problema di tanti ragazzi che vivono in queste famiglie apparentemente perfette ma dove in realtà si inviano messaggi sottostanti di svalutazione?

R. Molti giovani di oggi patiscono questo senso di sfiducia della “sicurezza”. C’è una frase che dice lo psichiatra a cui ci siamo ispirati :-“Noi abbiamo scambiato la libertà con la sicurezza”-.

E io lo trovo un fatto bellissimo perché è così, è chiaro che bisogna rischiare per essere liberi no?

D. Questo film oltre che riflettere fa anche divertire. La trovo una cosa piacevolissima e difficile da realizzare, tu ci sei riuscito..

R. Questa è un po’ la sfida, fare una cinematografia, un tipo di commedia che si situa nel mezzo tra il cinema super impegnato e quello di pura evasione, che poi tra l’altro se vuoi si colloca in una tradizione lunghissima del cinema italiano e non solo.

E’ un tipo di cinema che sfugge un po’ al marketing , quando va bene piace allo studente di ragioneria del piccolo centro come all’intellettuale di Milano, quando non va bene non piace né all’uno né all’altro.

Il cinema è una strana alchimia..

D. Un aspetto particolarmente curato è stato quello della scelta degli attori, che trovo tutti bravissimi.

R. Anche lì c’entra un po’ la fortuna perché fai una amalgama, metti insieme un gruppo che è formato da undici persone ma che è anche un corpo unico. Noi siamo stati molto fortunati e forse anche bravi a creare un gruppo che funzionava sia da un punto di vista narrativo che della sinergia tra di loro. In questo ci ha aiutati molto fare tante prove.

Abbiamo trovato una linea comune, quella del realismo leggermente commedia, ma appena un filo. Sono un po’ più simpatici dei personaggi veri, ma molto simili perché il lavoro è stato quello della identità.

D. Che tipo di preparazione hanno? Hanno studiato il metodo?

R. Gli attori hanno tutti una formazione diversa, chi viene dal cabaret , chi viene dal metodo o altro, noi abbiamo lavorato coi principi del metodo sul personaggio, sulla immedesimazione, sulla improvvisazione.

I primi incontri con gli attori sono iniziati un anno e mezzo prima delle riprese e abbiamo fatto letture, visitato il museo di Santa Maria della Pietà, creato una piccola videoteca di film e documentari per l’avvicinamento al provino.

Poi è iniziata la selezione degli attori e le vere prove a Santa Maria della pietà, dove stavamo dalla mattina alla sera.

D. Hai valorizzato molto gli attori e anche se il gruppo era formato da attori già bravissimi, credo che in questa maniera abbiano potuto dare ancora di più. Tu stesso credi nei principi che muovono il personaggio “Nello “ ad agire?

Il risultato è eccezionale.

R. Una volta tanto tutta questa teoria ha trovato una collocazione e credo che non farò più un film senza fare questo tipo di preparazione prima. L’intervista è finita, la sensazione che mi rimane è di una persona deliziosa, tanto quanto il suo film.

 

Anna Gorrieri*

Avvocato del Foro di Roma

 


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Sospetti 2, ignoranza tanta

Una serie televisiva che è un’offesa al diritto e ai suoi operatori.

 

«Che peccato! Questa domenica non c’è “SOSPETTI 2” in TV».

«Bella fiction, il magistrato, un bellissimo attore.

Certo, alla fine è tornato con la sua ex fidanzata.

Comunque ora capisco perché molti innocenti stanno dietro le sbarre. Il dott. Luca Bartoli, è solo perché era un magistrato, aveva una storia con la commissaria ed aveva la fidanzata che lavorava nell’archivio del Tribunale che è riuscito a sfuggire alle grinfie di quell’antipatico del Pubblico Ministero!! ».

«Un povero impiegato come me, con quell’avvocato lì, sarebbe andato in carcere dopo essere stato seviziato di insulti da quel PM di fronte all’inerzia del Giudice. Che “IN Giustizia!!!” ».

Ecco uno stralcio di discorso fra due amici al bar, che commentano “SOSPETTI 2”, ultimo degli sceneggiati andati in onda di recente in RAI, improntato sul tema del giustizia italiana, ed in particolare sul processo penale.

Orbene, è vero che era solo una fiction e che, pertanto, ogni riferimento a persone e cose era puramente causale e frutto della fantasia, sennonché, l’immagine che l’autore ha dato del sistema processuale italiano è davvero surreale e soprattutto dovrebbe far inorridire ogni operatore giudiziario.

Ciò che è emerso dalla visione dello sceneggiato è una giustizia corrotta, senza regole processuali, ove tutto il sistema è manipolabile in ogni suo aspetto dai suoi stessi addetti.

Il PM è apparso come colui che deve accusare, anche di fronte all’evidente innocenza, senza porsi il problema di andare alla ricerca della verità dei fatti.

Il difensore dell’indagato viene mostrato come colui che, invece di improntare una difesa volta a tutelare il proprio assistito, si limita ad arginare la sete di vendetta della pubblica accusa.

Le prove non sono altro che strumenti nelle mani della giustizia che le manipola a seconda dei propri interessi.

Alla luce di ciò, quale è il messaggio che trapela dalle immagini trasmesse?

Non può che essere il “sospetto” che la giustizia ruoti intorno alla corruzione, all’inganno ed alla falsità.

L’avvocatura e la magistratura dovrebbero sentirsi offese di fronte a queste pubblicazioni visive.

Invero, nonostante il processo italiano presenti diverse lacune sia procedurali che sostanziali, nulla di ciò che è apparso in TV corrisponde alla realtà.

Nei Tribunali vigono regole e tempi inderogabili che impongono il compimento di atti posti a tutela dell’indagato.

L’ordine di carcerazione non viene spiccato dal PM bensì dal GIP. Le udienze si svolgono in maniera totalmente diversa da quanto descritto nella sceneggiatura.

Insomma, dal punto di vista giuridico non ci sono uno, due ma plurimi e circostanziati sospetti che sia stata realizzata senza l’ausilio di alcune consulenza legale.

L’Ordine degli Avvocati e l’Associazione Nazionale Magistrati ben avrebbero potuto fornirgliene una gratuitamente a tutela del buon nome degli operatori del diritto.

 

Giovanna Ranieri*

Avvocato del Foro di Roma


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La parola al regista Daniele Vicari

Il passato è una terra straniera.

 

Il tema della giustizia e delle pulsioni umane è ciò che sta dietro al film “Il passato è una terra straniera” del regista Daniele Vicari, tratto dal romanzo di Enrico Carofiglio. Con protagonisti Elio Germano, Michele Riondino e con Chiara Caselli e Valentina Lodovini, il film è ambientato a Bari e narra la storia di Giorgio, ragazzo di famiglia borghese con l’obiettivo di diventare magistrato e Francesco, coetaneo affascinante di estrazione sociale disagiata, che per vivere fa il baro nelle bische. Giorgio subirà l’influenza di Francesco e verrà trascinato in un vortice di losche vicende. La storia dei due si intreccerà in maniera indissolubile anche se le loro strade saranno destinate a dividersi. Giorgio diventerà magistrato, mentre Francesco, come si intuisce, probabilmente non troverà l’opportunità di riscattarsi.

D. Colpisce molto la tensione psicologica presente nel film. Il discorso del doppio, della personalità apparentemente lineare ma capace di cambiare all’improvviso, come lo hai risolto?

R. Banalmente noi passiamo tutta la nostra esistenza a mettere sotto controllo le nostre pulsioni, anche quelle più tremende e radicali. La civilizzazione e l’educazione degli individui sostanzialmente sono questo. Però per quanto facciamo sforzi, dentro di noi resta l’istinto dell’aggressività e sopraffazione e nella società organizzata questa si declina in tanti modi.

Ci sono dei momenti in cui collettivamente è addirittura lecito che venga fuori l’aggressività, in guerra addirittura la favoriamo. I soldati vengono sottoposti ad un addestramento che fa sì che tirino fuori ciò che invece per tutta la vita hanno sopito. Un certo tipo di perbenismo che in qualche modo è insito nella società impedisce che questa cosa venga nominata e allora quando succedono degli eventi tragici, che so, un bravo ragazzo studente universitario che uccide selvaggiamente la propria ragazza, si ricorre a spiegazioni sociologiche che però spesso lasciano il tempo che trovano. E’ quel lato oscuro di noi stessi che invece attraverso questo film io ho tentato comunque di interrogare. E’ inconoscibile, per cui nemmeno il narratore più esperto e intelligente può riuscire a tirarlo fuori e ad illuminarlo in pieno. Ma siccome sono un essere umano anch’io e faccio cinema, anche interrogando me stesso attraverso il linguaggio cinematografico e attraverso il racconto, ho pensato di prendere alcune cose e di portarle alle estreme conseguenze per guardarle in faccia.

D. Cos’ hai voluto comunicare con questo film?

 R. Non ho voluto comunicare nulla tranne che se noi lasciamo cadere i nostri freni inibitori, dobbiamo anche tenere presente le conseguenze che a volte, sono imprevedibili. Nel momento in cui si intraprende una strada così bisogna essere sempre vigili. Questa imprevedibilità è una ricchezza ma è anche un pericolo. Non guardando fino in fondo noi stessi non conoscendoci, non sapremo mai come potremo reagire in una situazione di pressione, in situazioni particolari. Questa è una mia battaglia personale. Secondo me solamente attraverso il racconto, la narrazione, non la psicologia e non la sociologia, ma la letteratura e il cinema possono condurci senza danni, laddove nella realtà si rischia di farsi del male o di fare del male.

D. Quesiti rimasti aperti?

R. Chi è veramente la persona che mi giudica..

D. Si può dire che è un film su “conosci te stesso”?

R. Beh, “conosci te stesso” non è un cattivo slogan.

D. Pensi che sperimentando, ci conosciamo diversi da come pensavamo?

R. Assolutamente sì, se non vivi, se non fai esperienza non progredisci, puoi solo regredire. D. Da dove è nata l’idea del film?

Quando ho letto il libro di Carofiglio ho capito che quella vicenda mi avrebbe permesso di mettere meglio a fuoco la mia ricerca sulle pulsioni umane e alcuni aspetti che ho portato avanti nei due film precedenti e anche di chiudere un cerchio su un periodo della vita, la post adolescenza.

D. Progetti futuri?

R. Adesso sento veramente chiusa una stagione della mia attività cinematografica e desidero cambiare canale. Ho bisogno di ricominciare tornando alla mia passione per la politica. Con queste storie mi ci sono allontanato moltissimo e ho proprio bisogno di tornarci. Sempre con il tatto che mi ha insegnato questo tipo di percorso. raccontando però alcune vicende che sono successe nel nostro Paese e che hanno ancora bisogno di essere messe a fuoco.

 

Anna Gorrieri


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L' aria salata

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLO“Rebibbia: “Una vera e propria comunità - racconta il regista Alessandro Angelini - dove accadono cose straordinarie ma ci sono esseri umani, con relativi odi e dissapori”.

 

"L'aria salata" (2006) è il suggestivo titolo (avanti spiegheremo il suo significato) del film di esordio del giovane e promettente Alessandro Angelini, cineasta romano 36enne cresciuto alla palestra del “Sacher Festival” di Nanni Moretti, dopo essersi fatto le ossa con diversi documentari.

Volevamo intervistare qualcuno che avesse fatto volontariato dentro un carcere, e abbiamo scelto lui perchè ha lavorato per un anno con il gruppo “V.I.C. Volontari in Carcere” fondato da Don Sandro Spriano, cappellano presso il carcere romano di Rebibbia, e perché, sulla base di quella stessa esperienza ha scritto (assieme ad Angelo Carbone) e diretto la sua opera prima cinematografica.

La trama de “L’aria salata” è incentrata su Fabio (interpretato da Giorgio Pasotti), giovane educatore carcerario animato da grande passione per il suo lavoro, il quale incontra un detenuto condannato per omicidio, tale Sparti, uomo difficile, indurito da una lunga detenzione continuata.

Ben presto Fabio capisce che si tratta proprio del padre che non vede da tanti anni, e di colpo si trova costretto a fare i conti con un passato doloroso, di cui la sorella Cristina non vuole neanche sentire parlare…

Non raccontiamo di più sulla trama per chi non avesse visto il film, ma piuttosto chiediamo al regista come gli è venuta l’idea del soggetto.

Alessandro ci conferma che è stato ispirato dalla sua esperienza di volontario in carcere, vero e proprio «contenitore di storie», ci spiega, e dove si incontrano persone diverse con storie diverse, dopo aver scartato l’idea di realizzare un documentario ambientato a Rebibbia.

“L’attività di volontariato” - continua Alessandro Angelini – “ha lo scopo precipuo di occuparsi dei detenuti e di creare un «ponte» fra loro e tutto quello che c’è fuori dal carcere; i volontari interagiscono con gli educatori e gli assistenti sociali, segnalando, ad esempio, quei detenuti che hanno problemi nel mettersi in contatto con il loro avvocato o che non ricevono più visite dai familiari”.

Ma tutti gli educatori che Alessandro ha incontrato (anche per preparare il film, oltre ad ex-detenuti, guardie carcerarie e assistenti sociali) sono davvero come Fabio, il protagonista del suo film, che fa il suo mestiere «dettato non dalla necessità economica ma da un’esigenza interiore» come lo stesso regista ha dichiarato? «Certamente ci siamo ispirati ad educatori simili a Fabio, una persona che lavora infaticabilmente, che ha a cuore il suo lavoro, che sa che fa un lavoro poco remunerativo ma molto importante» risponde il regista, il quale aggiunge che comunque non ha voluto dare un immagine idealizzata e “perfetta” di questa categoria di operatori nel carcere; non a caso nel film sono rappresentati altri colleghi di Fabio che svolgono il loro ruolo in maniera più “burocratica” e meno sentita.

E chiediamo ancora ad Alessandro se per tratteggiare il personaggio di Sparti (il padre di Fabio nel film, interpretato dal bravissimo Giorgio Colangeli) si sia ispirato a qualche ex-detenuto che ha conosciuto nella fase preparatoria.

Ci risponde che insieme al co-sceneggiatore Carbone non volevano tratteggiare il personaggio come un «carattere cinematografico », ma come «una persona », e questo li ha fatto sentire liberi di costruirlo come meglio credevano, con il contribuito dello stesso attore che avrebbe dovuto interpretarlo (a Colangeli si deve l’idea di trasmettere allo spettatore la sensazione di un uomo imprigionato da tanti anni la cui vita è fatta di «echi» di quello che succedeva fuori nel mondo).

Il risultato è stato una interpretazione davvero convincente che ha valso allo stesso Colangeli il prestigioso David di Donatello (il mini-Oscar italiano, tanto per intenderci).

Il film è ambientato in un vero carcere, seppur dismesso (quello di Veneri, in provincia di Pistoia) che il regista ha tentato di far assomigliare il più possibile a quello di Rebibbia, dove non è stato possibile girare (nonostante il permesso favorevole del Direttore Cantoni, da noi intervistato qualche numero fa). Chiediamo ad Alessandro, che ha dichiarato in proposito che forse la sceneggiatura non è stata ritenuta idonea per l’immagine che voleva dare di sé il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, se forse una scena in cui Sparti viene malmenato ad opera di due agenti di polizia penitenziaria non sia stata gradita a Via Arenula (il D.A.P. dipende dal Ministero della Giustizia).

«Semplicemente ci hanno detto che il film non corrispondeva all’esigenza dell’immagine che il Ministero di voleva dare del suo operato» replica il regista, che evidentemente non ha voglia di polemizzare.

E il film a Rebibbia come è stato accolto dagli agenti di polizia penitenziaria?

«Quando hanno visto il film mi hanno fatto i complimenti… il gesto più “pacificatore” che ci possa essere…» risponde Alessandro, spiegando che ritiene che in carcere ci siano tante persone costrette a convivere fra di loro, non solo i detenuti ma anche agenti di custodia, assistenti sociali, educatori ecc., anzi «quando si parla di sovraffollamento delle carceri bisogna pensare anche a loro, che vanno lì a lavorare e che la situazione diventa difficile anche per tutti.. ed è molto semplice, quando ci sono delle situazioni difficili, che si creino delle antipatie personali».

Nel film, infatti si rappresenta il rapporto difficile fra Sparti e Lodi (interpretato da Sergio Solli, sottovalutato attore caratterista napoletano) guardia carceraria di lungo corso che diffida del padre di Fabio (e lo fa anche picchiare dai suoi uomini, come si diceva sopra).

Angelini ci conferma della grande umanità che ha lasciato a Rebibbia, raccontandoci l’aneddoto di un agente di polizia penitenziaria che è costretto ad interrompere il colloquio, ormai terminato, di un detenuto con il figlio minore ma si appella così all’internato:

«Direttore, mi scusi, ma senza di Lei non sappiamo come fare…»; una vera e propria comunità, racconta Alessandro, dove accadono cose straordinarie ma ci sono esseri umani, con relativi odi e dissapori.

Chiediamo ad Alessandro di un altro personaggio del suo film, ovvero della fidanzata di Fabio (Emma) che sembra rappresentare una borghesia comprensiva e solidale ma incapace di capire il mondo del carcere. Che cosa si sente di dire, allora, a tutti coloro che il carcere lo vedono, di sfuggita, qualche volta in televisione, magari a “Porta a Porta”?

«Che dovrebbero andarci almeno un giorno, anche un solo giorno per vedere che cos’è un carcere e cosa succede lì…» risponde pronto, aggiungendo che il carcere rappresenta, in fondo, tutta la nostra società, dato che ci sono le stesse tipologie di persone, «bisogna avvicinare la società ai detenuti e non solo i detenuti alla società», aggiunge, spiegandoci il suo personale concetto di «giustizia conciliativa » che vuole essere il vero motivo sociale del film.

“Giustizia conciliativa”, ovvero obbligare una persona che ha commesso un crimine non tanto a stare in galera, ma a restituire qualcosa alla stessa società da lui derubata di qualcosa… principio per cui bisognerebbe, secondo Alessandro, allargare l’ambito applicativo delle pene alternative, eccezion fatta per i reati più gravi puniti con pene più severe.

Per chiudere l’intervista, e non deludere i nostri attenti lettori, gli chiediamo il significato del titolo.

«L’aria è riferito all’ora d’aria» ci spiega «ed è salata perché il film inizia e finisce al mare, il mare che corrompe i lucchetti, i cancelli e le serrature…salata perché dà l’idea di un respiro non sano, che non si può respirare a pieni polmoni, dunque aria salata perchè malsana…».

 

Rodolfo Capozzi


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