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Ricordando Marcuse

"Il posto fisso non c'è più e poi...che monotonia il posto fisso"; "i giovani vogliono il posto di lavoro vicino alla mamma; chi non è laureato a ventotto anni è uno sfigato; certi giovani sono bamboccioni". Sono frasi che ricorrono ai giorni nostri, pronunciate non da sprovveduti imbecilli ma da autorevoli esponenti della società contemporanea, gratificati dei massimi incarichi pubblici, paludati nella più sgradevole albagia accademica e istituzionale. Quelle frasi esprimono il disprezzo dell'uomo di successo, favorito dalla nascita e dal DNA, nei confronti degli sfortunati e dei meno dotati. Ma, quel che è peggio, esse sono nella sostanza la fotografia dell'attualità, la sintesi crudele del fallimento del sogno di tanti giovani, quel sogno affascinante offerto loro fin dagli anni sessanta da Herbert Marcuse. Il filosofo di Berlino, noto da noi come il padre spirituale dei "sessantottini", lanciò con la sua opera un messaggio premonitore e oggi ancora attualissimo a una società ormai unificata dalla corsa alla competizione globale fondata sulla produzione e sul consumo. Le vicende dell'economia, dal 2008 ai giorni nostri, hanno dato l'ennesima conferma dell'analisi drammatica della società occidentale fatta dal filosofo tedesco. La società industriale avanzata controlla, con la complicità del sistema bancario, non solo la produzione ma i bisogni così da sottrarre all'autonomia delle coscienze ogni modello o aspirazione alternativa. Produrre e consumare sempre di più sono gli imperativi dai quali sta nascendo il collasso del capitalismo senza regole, collasso che investe l'intero occidente e al quale appare vano porre rimedio con misure tampone quali quelle che America ed Europa vanno sperimentando con sicure prospettive di insuccesso che discendono inevitabilmente da un modello economico impraticabile che pretende di incrementare senza sosta i bisogni attraverso le raffinate tecniche della comunicazione di massa allo scopo di moltiplicare senza fine i consumi e la produzione imponendo nel contempo agli Stati di sanare i bilanci attraverso prelievi fiscali sempre più aggressivi. La condizione della società occidentale è stata, per di più, aggravata dalla caduta dell'alternativa marxista alla quale pure Marcuse non risparmiava critiche in ragione del suo intollerabile autoritarismo. E tuttavia essa proponeva un modello di organizzazione più rispettosa di regole elementari di giustizia sociale e costituiva, in qualche modo, una remora allo strapotere del capitale. Questa analisi l'aveva compiuta, con grande e profonda umanità, Herbert Marcuse. Essa è ancora drammaticamente attuale e sta nelle proteste, pur censurabili per la cieca violenza, dei no-global, degli indignados e di tanti giovani perfino inconsapevoli del lontano messaggio del filosofo tedesco. Ma chi, come me, è avanti negli anni non può aver dimenticato le opere affascinanti che racchiudono l'insegnamento di Herbert Marcuse, tra le altre "L'uomo a una dimensione" "Eros e civiltà" "La fine dell'utopia". L'uomo a una dimensione era l'uomo costretto dai raffinati metodi della persuasione a ubbidire alle necessità e agli imperativi della società industrializzata. L'uomo di allora è l'uomo di oggi. In "Eros e civiltà" c'era il messaggio e la speranza,allora e oggi condivisa, di un modello di vita più umano e civile che il progresso tecnologico e una nuova politica, finalmente pensosa dell'interesse dei cittadini e non solo di quello dei gruppi di potere, avrebbero reso possibile affrancando l'individuo dai comandamenti spietati della competizione economica, oggi globale, e di una politica asservita all'economia, assegnandogli più tempo e più spazio per vivere umanamente con se stesso e con gli altri, per scegliere liberamente e consapevolmente il proprio modello di vita. Marcuse celebrava come realtà prossima l'utopia che la specie umana ha coltivato fin dalla nascita della civiltà. In questo senso egli affermava la fine e dunque la realizzazione dell'utopia. Si, è vero, quella utopia non si realizzata ancora, ma di utopie prima o poi realizzate è fatta la storia dell'uomo. Questa utopia, questa speranza, non è tramontata; è quella che anima noi e i nostri figli, quella che animerà la coscienza di ogni uomo a venire a dispetto delle spietate affermazioni di professori pieni di boria che si ostinano a considerare gli uomini e, quel che è peggio, i giovani come minuscoli insetti imprigionati nella implacabile ragnatela del ...Prodotto Interno Lordo.

Giorgio Della Valle*

Avvocato del Foro di Roma

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