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Il moralizzatore e gli avvocati

L’On.le Antonio Di Pietro, che anni fa gettò alle ortiche la sua toga di magistrato per entrare in politica fondando un partito con intento da moralizzatore, ha rilasciato sull’ultimo numero di Top Legal (n. 6 – giugno 2011, pag. 12) un’intervista per diffondere una notizia bomba: egli avrebbe presentato una proposta di legge per rendere incompatibile l’esercizio della professione forense con lo status di parlamentare. “I parlamentari che svolgono la professione forense devono scegliere tra il seggio e lo studio” ha dichiarato. I 136 avvocati che siedono attualmente tra i banchi di Camera e Senato, se la norma proposta diventasse legge, dovrebbero optare, entro un mese, tra l’una e l’altra attività.
La vita è non solo bella, come diceva Benigni, ma anche strana.
Infatti, tra i parlamentari del partito di Di Pietro ben 9 sono iscritti all’Albo degli avvocati, tra cui (udite udite) lo stesso ex magistrato (che, in quanto tale, grazie ad una benevola disposizione della legge generale sulla professione forense del 1933, non ha dovuto sostenere alcun esame di abilitazione per ottenere l’iscrizione). Ma Di Pietro, che vuole moralizzare questo nostro Paese allo sbando, se ne frega se otto suoi colleghi dovessero subire gli effetti penalizzanti della sua stessa proposta di legge. Una legge siffatta, a ben vedere, un effetto benefico lo avrebbe: impedirebbe cioè ai molti avvocati che vanno a rappresentare il popolo in Parlamento di dimenticarsi della loro categoria di provenienza, come avviene in modo sistematico, e votare così in Aula provvedimenti normativi che quella categoria bistrattano ed insultano di continuo.
Il problema, però, è un altro. In quella stessa intervista il nostro Di Pietro, in modo candido, ammette di essersi anche lui iscritto all’Albo (quello di Roma, grazie alla finta concessione di una stanza di uno studio di un avvocato romano che aderisce al suo partito politico), ma “di non esercitare”.
Oh, bella!! Di Pietro confessa di far parte di quella corposa schiera di chi si fregia del titolo di “Avvocato” senza svolgere attività professionale, ma al contempo intende impedire a chi, pur eletto democraticamente dal Popolo, in Tribunale ci si reca a difendere i diritti dei propri assistiti.
Forse l’On.le Di Pietro non sa che, impantanata alla Camera, giace una proposta di legge (già approvata dal Senato nel 2010 tra mille difficoltà) il cui testo imporrebbe a chi è iscritto ad un Albo professionale forense di esercitare davvero, pena la cancellazione d’ufficio. Si tratta di una disposizione che attribuirebbe agli Ordini di sottoporre a rigoroso controllo il requisito della “effettività e costanza” nell’esercizio professionale. E’ una norma inserita nella proposta di riforma della legge che regola la professione di Avvocato e che andrebbe a sostituire quella legge del 1933 che oramai è diventata giurassica. Basterebbe una regola di questo genere per costringere Di Pietro (e chi, come lui, è iscritto solo per scherzo all’Albo) a fare soltanto il parlamentare, senza dover giungere ad introdurre una disposizione (di dubbia coerenza costituzionale) tale da obbligare ad un’opzione come quella da lui agognata.
Ma Di Pietro, che avvocato in realtà non è, non ha alcun desiderio di far sì che quella proposta venga estratta dal cassetto dove è andata a finire e sia calendarizzata, in modo tale da far sperare all’Avvocatura italiana di poter avere in breve tempo una legge di riforma della professione forense moderna ed in linea con quelle degli altri Paesi civili. Egli finge di farsi dare una stanza in comodato da un collega compiacente per chiedere (ed ottenere, vista la normativa attuale) di iscriversi all’Albo, dichiarando pubblicamente che lui l’avvocato in realtà non lo fa. Ma vuole impedire che altri (i quali, pur frequentando come lui la Camera ed il Senato, esercitano davvero) lo facciano.
Appunto: un bell’esempio di moralizzatore.

Rodolfo Murra*
Consigliere Segretario dell’Ordine degli Avvocati di Roma

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