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Le crisi del terzo millennio

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl mondo si trova ad un bivio. Il disastro di Fukushima, in Giappone, ha portato nuovamente alla ribalta i pericoli delle radiazioni nucleari. In concomitanza con l’inizio della crisi nucleare, un nuovo teatro di guerra regionale si è aperto in Nord Africa, dietro la scusa di una “operazione umanitaria” sponsorizzata dall’ONU, con il compito di “proteggere la vita dei civili”. Questi due eventi, apparentemente non collegati, sono di importanza cruciale per comprendere sia la questione nucleare sia i progetti bellici della NATO – che ora ha esteso le sue pretesa alla Libia.
Le potenziali conseguenze della crisi in Giappone, ancora da valutare pienamente, sono di gran lunga più gravi del disastro di Chernobyl (1986), come riconosciuto da diversi scienziati. I media dicono che la crisi Fukushima è stata “contenuta”; ma il governo giapponese stesso ha dovuto ammettere che “il livello di gravità del disastro nucleare ... corrisponde a quello di Chernobyl”. Inoltre, lo scarico di acque altamente radioattive nell’Oceano Pacifico costituisce un potenziale innesco di un processo globale di contaminazione radioattiva. Elementi radioattivi non solo sono stati rilevati nella catena alimentare in Giappone; acqua radioattiva è stata rilevata nelle piogge della California.
La guerra in Libia è stata lanciata nei giorni del disastro di Fukushima. Mentre leggete queste righe, un pericoloso processo di escalation militare è in corso. Aerei della NATO stanno colpendo obiettivi civili in Libia, incluse aree residenziali ed edifici governativi – in violazione palese del diritto internazionale. La guerra in Libia è parte integrante della più ampia agenda militare in Medio Oriente e nell’Asia centrale, che fino a poco tempo consisteva di tre distinte aree di conflitto: Afghanistan, Pakistan e Iraq. Un quarto teatro guerra si è ora aperto in Nord Africa. Questi quattro teatri di guerra sono interconnessi. Essi fanno parte di un conflitto esteso su di un’ampia regione, dal Nord Africa al Medio Oriente, inghiottendo gran parte del bacino del Mediterraneo.
Gli Stati Uniti si sono imbarcati in un’avventura militare che minaccia il futuro dell’umanità. La guerra globale al terrorismo, presentata come uno “scontro di civiltà”, è in realtà una vera e propria guerra di conquista, mossa da obiettivi “strategici” ed economici. Le bugie raccontate dal governo americano sui fatti dell’11 settembre 2001 sono noti e documentati. L’intervento militare viene giustificato come parte di una campagna internazionale contro i “terroristi islamici”, ma il popolo americano è sempre meno propenso ad accettare questa “crociata” contro il male, il cui scopo ultimo, che non è mai menzionato nei giornali, è la conquista territoriale ed il controllo sulle risorse energetiche. I piani di conquista prevedono anche un sostegno nascosto a gruppi para-militari, che vengono poi utilizzati per destabilizzare i governi non-allineati agli interessi americani e per imporre gli standard occidentali di “governance” e di “democrazia”.
Washington e i suoi alleati hanno scelto di dichiarare guerra ai Paesi con minore capacità militari: questo fattore è stato cruciale nella decisione degli Stati Uniti di mettere in attesa l’operazione Iran, preferendo l’avventura di una “guerra umanitaria” alla Libia.
L’opinione pubblica è tratta in errore dai media: “Dobbiamo lottare contro il male in tutte le sue forme come  mezzo per preservare il modo di vita occidentale”, è il mantra ripetuto ovunque. Rompere la grande bugia che sostiene la guerra come un impegno umanitario significa rompere un progetto criminale di distruzione globale, in cui la ricerca del profitto è la forza principale.
Questa guerra può essere evitata se la gente saprà confrontarsi con i loro governi, mettendo pressione ai loro rappresentanti eletti, organizzando manifestazioni a livello locale, in città, villaggi e comuni di ogni grandezza, diffondendo la parola, informando i cittadini sulle implicazioni di una guerra che rischia di diventare “nucleare” e “mondiale”.


Gabriele Sabetta

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