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La disastrosa situazione della Giustizia

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOLa causa principale della disastrosa situazione della Giustizia italiana, in particolare quella della Giustizia civile, è dovuta al numero troppo elevato degli avvocati e delle loro parcelle…
La replica ai Professori Giavazzi ed Alesina. 
La causa principale della disastrosa situazione della Giustizia italiana, in particolare quella della Giustizia civile, è dovuta al numero troppo elevato degli avvocati e delle loro parcelle. L’8 giugno sul Corriere della Sera, Francesco Giavazzi (laureato in Ingegneria elettronica presso il Politecnico di Milano. PhD in Economia, MIT - Professore ordinario di Economia politica)  e Alberto Alesina (Harvard University, professore di economia ed editorialista del Sole 24 Ore, si è laureato alla Bocconi di Milano)  hanno analizzato i perché della lentezza della giustizia civile in Italia. Per i due economisti le cause principali sono l'elevato numero di avvocati, che sono un incentivo alla proliferazione di cause, e il modo in cui sono strutturate le loro parcelle, con il conseguente prolungamento della durata delle stesse. Le soluzioni proposte da Giavazzi e Alesina sono due: introdurre il numero chiuso alla Facoltà di Giurisprudenza e liberalizzare le tariffe delle parcelle.  L’ennesima sciocchezza, ormai consolidata nell’immaginario collettivo. Una coazione a ripetere di luoghi comuni, alimentati da una informazione superficiale e ontologicamente analfabeta. La prima replica fu all’articolo del Prof. Pietro Ichino pubblicato sul Corriere della Sera del 12 luglio 2006. Una vera offesa gratuita a tutta la categoria degli avvocati: “uno sciopero che fa danno soltanto a soggetti terzi e al corso della giustizia” “l’avvocato in sciopero continua a lavorare e a guadagnare nel chiuso del suo studio, con la possibilità straordinaria di scegliere le udienze dalle quali astenersi, cioè quelle in cui ha interesse alla dilazione, dove invece l’interesse non c’è l’avvocato può sospendere lo sciopero per la durata della singola udienza”.  Poi il Prof. aggiunse che il divieto alla pubblicità “impedisce la circolazione di informazioni necessarie agli utenti per orientarsi tra le numerose specializzazioni ormai indispensabili per una assistenza legale efficace e favorisce i professionisti anziani rispetto ai giovani”. Osservai che per informare sulle specializzazioni bastano le pagine gialle, come ricercare un ortopedico, un cardiologo, un elettricista o un idraulico. La pubblicità è un’altra cosa, serve a reclamizzare un prodotto, ad esaltare il fenomeno del consumismo. L’avvocato, con notevoli disponibilità economiche, affronterà una campagna pubblicitaria (la pubblicità costa cara) per orientare il cittadino-consumatore verso il proprio studio legale. Aggiunsi, professore, non ci faccia ridere! Lei lamenta nell’articolo la perdita di prestigio del ceto forense e la moltiplicazione di avvocati “che badano principalmente al proprio tornaconto, considerando ogni pratica occasione per tosare il malcapitato cliente”. Dica che il provvedimento contro gli avvocati non farà diminuire il costo del servizio, che i mercati non saranno meglio liberalizzati, che non ci sarà maggiore concorrenza e che i giovani non  troveranno migliori occasioni di lavoro. Dica agli italiani che saranno di nuovo gabbati, che ci sono 10 milioni di processi da decidere (con almeno due parti, 20 milioni di cittadini in attesa di giudizio). Con sentenze che giungono fuori tempo massimo. Costi sociali, economici e morali incalcolabili. Poi fu la volta del Prof.  Antonio Catricalà (l’unico che correttamente ha risposto). Una lettera aperta:
Carissimo Presidente Catricalà, sarà pure figlio di un avvocato e nipote di un notaio, ma questo non gli ha vietato di lanciare dalla TV di Ballarò un messaggio sulla condizione degli avvocati, come si dice, infondato e privo di pregio. Ma di quali corporazioni parla, di quali rendite di posizione, di quale difficoltà di accesso alla professione, di quale casta. L’accesso alla professione è avvenuto sino ad oggi senza penalizzare alcuno, tanto meno i giovani. L’abolizione delle tariffe minime ha generato un dumping della manodopera intellettuale, con benefici per le banche, assicurazioni, grandi imprese, sindacati, associazione dei consumatori. E’ facile ingannare i cittadini-consumatori. Basta far credere che ci saranno dei risparmi, che si potrà pagare di meno. La difesa del cittadino che è indagato di un reato, che vanta un diritto disatteso, che vuol far eseguire un titolo esecutivo, che chiede una tutela, non è una merce o un servizio che si colloca sul mercato per essere scambiato con l’incontro della domanda e dell’offerta, la fissazione di un prezzo di equilibrio e l’allocazione ottimale delle risorse. Bisogna garantire al cliente-consumatore uno standard minimo di prestazione per eseguire un delicato lavoro, che in ogni caso viene giudicato non dal cliente, ma da un soggetto terzo, il Magistrato.  Inoltre, l’acquisizione dei clienti, per il 60 % dei casi, avviene fuori dai meccanismi del mercato, grazie ad amicizie e legami con banche, assicurazioni, sindacati, unioni industriali, grandi imprese, enti pubblici. Sostenere che gli avvocati sono una corporazione, una casta è francamente una sciocchezza. Pensi non hanno neppure un sindacato che li possa un minimo tutelare: camere penali, camere civili, una pletora di associazioni forensi, sparse in tutta Italia, solo a Roma sono circa 40, l’OUA (organismo unitario della avvocatura), costituito nel 1994. Caro professore, ma quale casta, qui lottiamo per la sopravvivenza, ci siamo inventati il servizio legale su strada, le parcelle low cost, subiamo la concorrenza di agenti immobiliari, amministratori di condominio, i cugini commercialisti, geometri e periti vari, per non parlare dei notai. Ma Lei penserebbe seriamente di affrontare una causa in Italia, per vedersi riconosciuto un diritto dopo 12 anni, quando il debitore è morto?
La replica ai Professori è più facile, loro dovrebbero sapere che il fenomeno Giustizia deve essere studiato e affrontato secondo la Teoria dei Sistemi ed che il problema dei giovani avvocati si risolve ampliando le aree di lavoro, come più volte ho proposto inascoltato. La scelta di un insieme di metodi che potremmo chiamare empirico-analitici o di inferenza induttiva, equazioni e modelli matematici, possono risultare utili per affrontare il grande fenomeno sociale conosciuto come malfunzionamento dell’Amministrazione della Giustizia. Un metodo che introduca in una cultura giuridica prevalentemente logico deduttiva coefficienti, equazioni, modelli matematici, e soprattutto metodi di tipo induttivo alla ricerca di inferenze e soluzioni fornite dai dati oggettivi acquisiti sul campo, in breve affrontando il come è  e non il come dovrebbe essere, viziato dalla lontananza dai dati. Ovviamente per una indagine di tipo sociale non c’è un solo paradigma, ma ce ne sono tanti. Va quindi individuato quello o quelli più utili per raggiungere l’obiettivo prefigurato.  Si tratta di utilizzare un metodo empirico-analitico;  un paradigma di inferenza induttiva; una  analisi: costi benefici. Assumere come variabili indipendenti: Legislazione in vigore, Risorse impiegate, Organizzazione servizi amministrativi giudiziari, Riti processuali, Requisiti e condizioni per la decisione finale  e come  variabili dipendenti 10 milioni di processi pendenti, Decadenze e prescrizioni, Effetti della durata del processo, Diseconomie della variabile tempo, Disaffezione nei confronti del servizio giustizia.
                                                                                                                                                                Carlo Priolo*

Avvocato del Foro di Roma

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