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Società professionali: occorre equilibrio

avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOConsiderazioni sulla struttura capitalistica delle società professionali.
E’ ormai indispensabile, nell’interesse del mondo professionale italiano e dell’intero sistema Italia, che si sciolga il nodo delle società professionali. Ancora di recente tornano a  profilarsi due tendenze opposte: l’Associazione studi legali associati reclama l’interdisciplinarietà e chiede di consentire l’ingresso nelle strutture professionali dal socio di puro capitale, mentre il Consiglio Nazionale Forense sembrerebbe essere contrario a ogni forma di struttura capitalistica delle società professionali. Si riapre così una questione che era stata composta e superata.  
Sin dalla Conferenza Nazionale di Napoli 2005, infatti, l’Avvocatura si è dichiarata favorevole a che l’attività professionale potesse essere svolta in forma associata o societaria, con pluralità di tipi, purché tra professionisti, anche appartenenti a diverse discipline, ma con l’esclusione di soci di puro capitale, e col mantenimento del controllo deontologico. Tale indicazione è stata recepita anche dal XXVIII  Congresso Nazionale Forense.
Per questo l’O.U.A. non ha mai condiviso l’impostazione di chi ipotizza società di persone con partecipazione di capitale da parte di soci non professionisti (tale essendo la traduzione nel diritto continentale del progetto inglese cui si fa riferimento nell’articolo del 9.10.2008), né quella di chi intende escludere tout court la possibilità di un’organizzazione delle società professionali su base capitalistica e interdisciplinare.
Se infatti i valori costituzionalmente rilevanti che giustificano l’istituzione in ordine professionale non possono essere insidiati da potenziali condizionamenti di tipo economicistico provenienti da soggetti estranei alla professione, o peggio, dall’esercizio surrettizio della professione per il tramite della partecipazione societaria, sarebbe un grave errore, nel XXI secolo, impedire ai professionisti di valorizzare e capitalizzare le proprie capacità professionali e sinergie organizzative attraverso una forma societaria che, facilitando fusioni e concentrazioni, consente una rapida crescita dimensionale degli studi.
Qualcosa che sinora è del tutto mancato nell’orizzonte professionale italiano, ove il 65,8% degli avvocati si colloca nella fascia di reddito tra 0 e 39.200,00 € (lordi) mentre solo il 6,8% ha un reddito lordo superiore a 250.000,00 € (rilevazione del Censis riferita al 2007, fonte Avv. Roberto Zazza, in Italia Oggi 15.05.08).
Sono questi i numeri della polverizzazione della professione, ed è questa polverizzazione, e non le società professionali di capitale, che dovrebbe preoccupare; con la patologia della concorrenza che essa comporta e con l’oggettiva impossibilità di conseguire e mantenere adeguati standards qualitativi oggi sempre più necessari nell’esercizio della professione. Ridurre il numero degli studi attraverso strumenti di grande aggregazione come le società di capitali non significa solo riduzione dei costi, significa soprattutto creare le condizioni per un lavoro professionale di miglior qualità diffusa e meglio remunerato, a tutto vantaggio della committenza e del sistema paese.  
Ciò è richiesto dai fenomeni di globalizzazione del diritto, dalla crescente domanda di giustizia, dall’incremento delle liti seriali e dall’informatizzazione degli studi professionali, fattori questi che hanno accresciuto notevolmente l’importanza  e l’incidenza del fattore organizzazione nella capacità di rispondere alla domanda di servizi professionali, tanto più se integrati e multidisciplinari.
Si ritiene quindi opportuno prevedere che le società vengano articolate su almeno due modelli speciali: la società semplice tra professionisti (su base personale), ad uso degli studi di minor dimensione, e la società professionale a responsabilità limitata, costituita solo ed esclusivamente da soci professionisti, destinata ad organizzazioni più strutturate e complesse.
E’ ovvio che ciò presuppone una specifica disciplina di dettaglio oltre una compiuta e ragionata disciplina fiscale e previdenziale, come per esempio quella prevista dal DDL quadro sulle professioni presentata dall’on. Siliquini nella scorsa legislatura, dove i modelli societari di diritto comune venivano adeguati alle peculiarità dell’agire professionale, individuandole come tipi specifici. Ciò ci avvicinerebbe al modello francese della società diritto civile.

Avv. Giuseppe Valenti e Roberto Zazza*     

*Avvocati del Foro di Roma

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