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Magistratura e politica, una storia infinita

Giorgio Della Valle Quarant’anni fa ! Correva l’anno millenovecentosettanta! Un vivace manipolo di avvocati trentenni costituì a Roma un’ associazione forense che aveva tra gli scopi sociali, non secondario, quello di combattere la politicizzazione della magistratura. Alla associazione aderirono anche magistrati di alta reputazione e di intemerato servizio. Si chiamava Associazione Giuristi Liberi; col nome si voleva affermare l’indipendenza del Diritto e della Giustizia da ogni ipoteca di partito e di potere. Era infatti cominciato da tempo, tra la costernazione degli operatori della giustizia, lo scontro tra magistratura e politica.

Gli assetti associativi della magistratura erano duplici: l’U.M.I. - Unione Magistrati Italiani – e l’A.N.M. - Associazione Nazionale Magistrati - si contendevano il consenso dei giudici. La prima raccoglieva quelli di più alto grado e di più consolidata tradizione. All’altra aderivano magistrati di anagrafe e cultura più vivaci decisi a incidere sul quotidiano divenire del diritto e della giustizia.

Già allora Anm raggruppava gli iscritti in correnti: l’una, Magistratura Indipendente, di vocazione moderata e conservatrice (imperava al governo del Paese la D.C. saldamente collocata al centro del centro dello schieramento politico); l’altra, Magistratura Democratica, schierata decisamente a sinistra, impegnata a combattere, in difesa delle classi e dei soggetti più deboli, un ordinamento e un potere che affermava autoritari e borghesi. Tra i due sodalizi fu guerra breve. I giovani di Anm gratificavano la sigla Umi, con pesante ironia, della lettura “Unione Mandarini Italiani” volendo evidenziarne le posizioni di potere consolidato. L’attivismo di Anm era sostenuto da vibranti e sincere pulsioni ideologiche. L’elogio funebre di un esponente di magistratura democratica, prematuramente scomparso – non ne ricordo il nome - fu, tra lo scandalo degli addetti ai lavori, che “aveva saputo al bisogno disapplicare la legge”.

Ideologo di Magistratura Democratica era il compianto Marco Ramat magistrato di alta cultura e di piena e convinta formazione socialista. che, in risposta a un mio intervento critico su Giustizia- Oggi, foglio della Associazione Giuristi Liberi, replicò affermando che nella interpretazione e nella applicazione della norma giuridica non gli era possibile prescindere dal suo “amore socialista”.

Perfino l’abbigliamento di alcuni combattivi magistrati in udienza risentiva della vocazione ideale; un magistrato destò scandalo perché si presentò in udienza indossando un agile maglioncino in luogo del tradizionale completo borghese fatto di giacca camicia e cravatta.

Tempi lontani !!!

L’UMI, priva di vocazione ideologica e sindacale, rapidamente si estinse e il campo restò interamente presidiato da Anm che, in corrispondenza con la progressiva frammentazione del quadro politico, si andò articolando nel tempo in numerose correnti, ciascuna politicamente orientata, così da raccogliere la partecipazione dell’intera categoria.

Ma alle battaglie ideali gradualmente si sostituirono gli obiettivi sindacali e quelli del potere.

Da una parte i privilegi stipendiali e di carriera; dall’altra il trasferimento sempre più frequente di magistrati dall’agone giudiziario a quello parlamentare (e inevitabilmente la connessa quotidiana caccia alla visibilità televisiva e giornalistica), come pure l‘esodo frequente verso incarichi di collaborazione ministeriale o verso il CSM col traino della collocazione correntizia.

Di qui per un verso la impraticabilità di qualunque riforma rivolta a ridurre i privilegi e accrescere le responsabilità; per altro verso la diffidenza e il timore del mondo politico verso un potere non amico in grado di svolgere un duro e costante controllo di legalità; di qui la viva e costante riluttanza della classe politica a potenziare le risorse umane e finanziarie della giustizia.

Il conflitto è divenuto da ultimo senza tregua aggravato dalla condizione di una classe politica che ha preso da tempo ad avanzare proposte di riforma gravate del sospetto costante, anzi talvolta della certezza, di interesse di parte o addirittura privato. L’avvocatura italiana è apparsa complessivamente estranea al conflitto e alle istanze riformatrici o comunque incapace di svolgere un ruolo di protagonista del dibattito, anche perché priva, a mio avviso, di una guida lato sensu “politica”, in grado, come quella della magistratura, di colloquiare con l’opinione pubblica e di esercitare l’arte della comunicazione.

 

Giorgio Della Valle

 

 

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