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Le priorità della riforma forense

Aspettando Godot.

 

La riforma dell’ordinamento forense sta molto a cuore al ministro della giustizia che se ne fa in questi giorni attivo protagonista.

Non per caso se ne parla in consessi autorevoli che dibattono in generale sul futuro delle professioni ma con la comune premessa che la riforma della professione di avvocato ha carattere prioritario rispetto alle altre, in ragione del ruolo assegnato dalla Costituzione al sistema di garanzia dei diritti. Gli strumenti della comunicazione di massa anch’essi stanno dando eco e spazio ai problemi dell’avvocatura.

Molto bene ! Era ora ! Per di più il taglio della riforma partorita dal C.N.F. fa apparire addirittura sacrileghe le iniziative non dimenticate dell’On. Bersani.

Senonchè la concomitanza con altre attualità della giustizia quali, ad esempio, la riforma della magistratura, il tormentone delle intercettazioni, tradisce un particolare e insolito interesse dell’esecutivo alla classe forense che, pur largamente rappresentata in Parlamento, ha finora svolto il ruolo di Cenerentola nel dibattito civile. Le ragioni di un così vivo interesse agli operatori della giustizia appartengono all’attualità, sono ben note e non serve su di esse intrattenersi se non per raccomandare ai rappresentanti dell’avvocatura che di questo interesse, di questa attenzione inconsueta si faccia attenta verifica.

I problemi della avvocatura italiana sono molti e gravi; a risolverli non bastano il ripristino dei minimi tariffari, le apparenti strettoie del praticantato e dell’esame di abilitazione, la pretesa - impraticabile - di riserva della consulenza legale.

Ho già detto, in occasione di altra cortese ospitalità di InGiustizia, che la riforma caldeggiata da Alpa non risolve nessuno dei problemi dell’avvocatura italiana.

A una visione strettamente corporativa che è quella della riforma in fieri va sostituita una strategia di qualità e di informazione che comincia dalla scuola e dall’università e coinvolge i mezzi di comunicazione e l’opinione pubblica.

Le riforme non si improvvisano ma si preparano. Innanzitutto è all’università che va chiesto il compito della formazione e della selezione dei migliori o più semplicemente di quelli che si accingono all’esercizio di una professione; ma, si sa, questo compito le università non lo svolgono pur moltiplicando le prestazioni e le offerte: da quella informatica a quella per corrispondenza a quella “riparatoria: se bocciati riprepararsi” e via dicendo.

Né la crisi della giustizia italiana si risolve moltiplicando le A.D.R.: dalla conciliazione all’arbitrato, alla mediazione. Che anzi dietro la ricerca e le modalità codificate di soluzioni alternative delle controversie si nasconde talvolta l’inconfessato e grave sospetto che gli avvocati non abbiano interesse a risolvere il contenzioso dei clienti. Di qui la incredibile previsione dell’ art. 4 del D.Lvo n. 28/2010 sulla mediazione che commina addirittura la annullabilità del contratto di prestazione d’opera professionale nel caso l’avvocato non abbia informato il cliente “chiaramente e per iscritto” della possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione.

Mi chiedo come l’avvocatura italiana, o chi per essa, abbia potuto tollerare un simile affronto che esprime senza mezzi termini il sospetto inammissibile e gravemente ingiurioso che l’avvocato possa tacere al cliente i suoi diritti per cavare dal silenzio propri vantaggi commettendo per di più un illecito che è direttamente e duramente sanzionato dal codice deontologico. La verità è che dietro il silenzio e la rassegnazione dei nostri rappresentanti c’è la rassegnazione e il senso di colpa d’una categoria incapace di fare opinione e di gridare a voce alta e ferma che della crisi della giustizia l’avvocatura italiana non ha alcuna colpa anzi nè la prima vittima; che la crisi della giustizia nasce dal costante rifiuto della classe politica di approntare alla giustizia gli strumenti necessari, dal rifiuto di tanta parte della magistratura di porsi con umiltà e laboriosità al servizio dei cittadini rinunciando a troppi privilegi e prerogative.

 

 

Giorgio Della Valle* Avvocato del Foro di Roma

 

 

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