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Handicap e ambiente di lavoro: questione di norme

L’esigenza di affrontare questo argomento nasce dalla rilevata difficoltà di identificare quelli che sono gli «obblighi» del datore di lavoro, sia pubblico che privato, nei riguardi del lavoratore portatore di handicap. È corretto precisare che si tratta di una difficoltà tra virgolette poiché, probabilmente, ci si nasconde spesso dietro la mancanza di disposizioni espresse.

 

L’esigenza di affrontare questo argomento nasce dalla rilevata difficoltà di identificare quelli che sono gli «obblighi» del datore di lavoro, sia pubblico che privato, nei riguardi del lavoratore portatore di handicap. È corretto precisare che si tratta di una difficoltà tra virgolette poiché, probabilmente, ci si nasconde spesso dietro la mancanza di disposizioni espresse. E’ ovvio per tutti i giuristi, ma deve esserlo anche per chiunque abbia il potere di incidere nella sfera soggettiva di altre persone, che le norme vigenti non sono soltanto quelle che trovano puntuale formulazione in specifiche disposizioni di legge, essendo altrettanto vincolanti i principi desumibili attraverso l’interpretazione o il riferimento alla disciplina posta in materie analoghe. Non si tratta di risorse utilizzabili a discrezione, ma di tappe obbligatorie per definire il complesso di norme che disciplina una data materia.

In materia di sicurezza negli ambienti di lavoro, il riferimento normativo principale è indubbiamente il Decreto Legislativo 626/1994, che individua una serie di misure generali da adottare per garantire la protezione e la sicurezza dei lavoratori. In alcuni articoli (gli articoli 30 e 33) si fa espresso riferimento alla necessità di tener conto di eventuali lavoratori portatori di handicap, soprattutto in determinate unità ambientali (ad esempio: scale, porte, vie di circolazione, docce, gabinetti e posti di lavoro).

Così in tema di barriere architettoniche, sia la legge 13/1989 che il D.P.R. numero 503 del 1996 insistono sulla necessità di garantire l’accessibilità negli spazi, interni ed esterni, alle persone con ridotta capacità motoria o sensoriale, adottando ogni accorgimento utile a migliorarne la fruibilità e la sicurezza, soprattutto in situazioni di pericolo improvviso. Al di là delle prescrizioni citate, il nucleo forte di principi da cui ricavare le norme concrete di tutela è nella Costituzione, agli articoli 2, 3, 4 e 38. Il più importante è indubbiamente il principio di eguaglianza, presupposto fondamentale di ogni altra disposizione in materia. Il concetto di eguaglianza va inteso correttamente come principio sostanziale, non formale.

Non garantisce, cioè, un piatto egualitarismo ma, nel rispetto delle reciproche diversità, assicura un trattamento uguale in situazioni uguali e diverso in situazioni diverse. L’articolo 10 della legge 68/1999 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili) ha fatto propria la sostanza di questo principio, estendendo espressamente ai lavoratori disabili lo stesso trattamento normativo ed economico degli altri lavoratori. Proclamare l’eguaglianza è certamente più facile che realizzarla concretamente.

Eppure, si tratta di un obbligo, non di una scelta. In materia di sicurezza il datore di lavoro non potrà opporre l’assenza di specifiche prescrizioni a tutela dei disabili se queste sono desumibili attraverso un’interpretazione sistematica delle norme che tutelano la sicurezza degli altri lavoratori. Affermare che il lavoratore disabile è uguale a tutti gli altri lavoratori significa metterlo in condizioni di esercitare concretamente gli stessi diritti e godere delle stesse opportunità. Ciò comporta che l’ambiente di lavoro debba essere concepito e strutturato in modo tale da consentire a tutti gli stessi margini di libertà ed autonomia.

Nella valutazione dei rischi di cui parla l’articolo 3 del Decreto Legislativo 626/1994, il datore di lavoro dovrà considerare, dunque, le esigenze specifiche dei lavoratori disabili alle sue dipendenze, adottando eventuali misure ad hoc che reputi idonee per una tutela effettiva.

Si ricorda, a tal fine, che il concetto di «idoneità» nel diritto civile è ampio e comprende tanto le misure espressamente imposte dalla legge quanto quelle «ulteriori» che si ritengano necessarie nel caso concreto.

 

Daniela Zavaglia*

Avvocato del Foro di Roma

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