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L'omicidio di Gabriele Sandri

Gabriele Sandri, avv. Romolo Reboa, avv. Reboa, Romolo Reboa, Reboa, Romolo, Ingiustizia la PAROLA al POPOLO, la PAROLA al POPOLOIl silenzio degli innocenti ed il lanciatore di coltelli.

L’11 novembre 2007 in una area di servizio sulla Autostrada del Sole all’altezza di Civitella di Val di Chiana, un proiettile Beretta calibro 9 “Parabellum” «attingeva alla base del collo … cagionandone la morte» Gabriele Sandri, un ragazzo (classe 1981) che «amava la musica in tutte le sue sfaccettature» e la propria squadra del cuore, la S.S. Lazio.
Il colpo mortale proveniva dalla pistola di ordinanza dell’Agente Assistente di P.S. Luigi Spaccarotella, il quale è stato condannato il 14 luglio 2009 dalla Corte di Assise di Arezzo a sei anni di reclusione per omicidio colposo aggravato. Arduo sintetizzare i fatti, anche estrapolandoli dalla motivazione della sentenza di primo grado. Quel giorno c’erano le partite di calcio, e nell’area di servizio “Badia al Pino Est” un gruppo di tifosi della Juventus viene notato e poi attaccato da una altra decina di ragazzi dall’«accento marcatamente romano», distribuiti su due autoveicoli (su uno, a bordo, c’è Gabriele).
Le due fazioni entrano in contatto: si profila una rissa violenta. La scena viene notata dagli appartenenti di due pattuglie della Polstrada (tra cui Spaccarotella) che sono dall’altra parte dell’autostrada, nell’area di servizio speculare e intervengono. L’Agente Spaccarotella, nel parapiglia generale, dopo aver sparato un primo colpo in aria a scopo intimidatorio, fa nuovamente fuoco verso l’automobile dove si trova Gabriele, e lo uccide. L’Agente sul posto ripeterà, più volte, di aver sparato anche la seconda volta in aria. La Corte di Assise di Arezzo è di diverso avviso, e conclude che «l’ipotesi ricostruttiva che vede Spaccarotella puntare [l’arma, NdR] verso l’auto ferma, a lui visibile nella pressoché totale integralità, appare senz’altro ragionevolmente accettabile». Il poliziotto ha sparato, dunque, ad altezza uomo. Gabriele muore quasi subito: lascia i genitori e un fratello, Cristiano, di professione avvocato penalista. Il collega Sandri ha accettato gentilmente di rispondere alle nostre domande.

D: Luigi Spaccarotella è stato condannato alla pena di sei anni di reclusione per omicidio colposo aggravato dalla c.d. “colpa cosciente”. Il P.M. aveva chiesto 14 anni di reclusione per omicidio volontario. Come commenti oggi la sentenza a distanza di due anni dalla morte di Tuo fratello?

 R: «Rispondere è per me difficile perché oltre ad essere il fratello di Gabriele sono anche un avvocato penalista. Posso dire che, avendo vissuto l'intero processo di primo grado e conoscendo a memoria gli atti, considero la sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Arezzo un provvedimento pavido. Sin dall'inizio del procedimento eravamo consapevoli che tutto sarebbe ruotato intorno al riconoscimento da parte della Corte del dolo eventuale o della colpa con previsione nell'azione posta in essere dall'imputato. A mio avviso siamo di fronte ad un caso di scuola di dolo eventuale, senza andare a scomodare la dottrina tedesca. A tal proposito viene in soccorso di questa convinzione l'esempio che la stessa Corte ha citato nella motivazione ovvero quello del lanciatore di coltelli tanto caro ai manuali di diritto penale. Infatti, al contrario del lanciatore di coltelli che confida nella sua abilità per non colpire la propria collaboratrice, Spaccarotella nelle sue quattro differenti versioni dei fatti dice di non aver sparato intenzionalmente. Questa linea difensiva è stata completamente demolita dai testi che hanno riferito di averlo visto mirare e sparare verso l'autovettura dove viaggiava Gabriele. Un simile comportamento è sintomatico nel contesto in cui si trovava l'imputato di chi spara assumendosi unicamente il rischio di ciò che può accadere».

D: E’ iniziata e prosegue una campagna stampa “nuova” nel suo genere per tenere viva la memoria di Gabriele; c’è un sito web, manifesti, è stato pubblicato un libro, addirittura compaiono periodicamente “stickers” sui lampioni e semafori. E’ stata una iniziativa della Tua famiglia o di altri? Nel secondo caso, condividete in ogni suo aspetto questa campagna (ad esempio gli adesivi con frasi molto dure contro Spaccarotella hanno lasciato taluni un po’ perplessi …)?

 

R: «Questa “nuova” campagna stampa è stata ideata da chi, non solo a Roma ma in tutta Italia, ha avuto la forte sensazione che si volessero annacquare le responsabilità per un omicidio inaccettabile distorcendo la realtà dei fatti o peggio ancora nascondendo la polvere sotto il tappeto...».

 

D: Tuo padre ha più volte sottolineato che questo è un processo contro un singolo individuo e non contro la Polizia nel suo complesso, e che non c’entrano il calcio, le curve e il tifo. Quali provvedimenti disciplinari sono stati presi nei confronti di Spaccarotella? E, soprattutto, cosa pensi dell’atteggiamento tenuto da parte dei vertici della Polizia di Stato.  

 

R: «E' vero, l'omicidio di mio fratello con il calcio non ha nulla a che vedere, è stato comodo accostarlo ad altri episodi per confondere la vittima con il carnefice tirando in ballo la contrapposizione tra “ultras” e forze dell'ordine, questa operazione non è certamente partita da noi che abbiamo sempre condannato il singolo, riconoscendo al Capo della Polizia, dott. Manganelli, la massima onestà intellettuale nell'assunzione di responsabilità immediata e senza reticenze».

 

D: Vogliamo chiederTi anche un giudizio su quella che è stata definita “guerriglia urbana” da parte di gruppi di sedicenti “ultras” che assaltarono – l’11 novembre 2007 - diverse stazioni della Polizia nella Capitale; ricorderai che la Procura di Roma chiese per loro l’aggravante della finalità di terrorismo, e che comunque quegli episodi impressionarono molti …
 

R: «Le azioni violente sono sempre deprecabili e non ammissibili però, a tal proposito, non sapremo mai se un'informazione distorta, voluta o meno, ha influito sull'innesco della miccia. Tutti ricordiamo che dopo due giorni dall'accaduto ancora non si sapeva una versione ufficiale e si parlava di colpi sparati in aria, quando dopo mezz'ora dalla morte di mio fratello già era chiara la dinamica (ci sono le registrazioni del 118) …».

 

D: Dopo la sentenza di primo grado la sezione italiana di “Amnesty International” ha chiesto alle Autorità italiane di prendere opportuni provvedimenti sulla formazione degli agenti di polizia e sul loro comportamento, lamentando che manca in Italia un organismo indipendente di monitoraggio sull’operato degli appartenenti alle Forze dell’Ordine. Cosa pensi a riguardo?
 

R: «A mio avviso quella di Amnesty è una posizione corretta, e questo sia nell'interesse dei cittadini che nell'interesse delle stesse forze dell'ordine. Non dobbiamo mai dimenticare che chi utilizza un'arma deve essere psichicamente idoneo a farlo, ad esempio quanti casi di cronaca sentiamo nei quali viene utilizzata l'arma di ordinanza per commettere un omicidio-suicidio?»

 

D: I sindacati di Polizia dal canto loro, seppur con modi e accenti diversi, hanno denunciato nel corso del tempo nella vicenda di Gabriele un clima di “gogna mediatica” e una criminalizzazione strumentale dell’intero corpo. Qual è il tuo pensiero in proposito?
 

R: «Nel caso di Gabriele non c'è stata alcuna gogna mediatica, anzi se ne è parlato quasi esclusivamente per condannare gli incidenti scaturiti a Roma, e l'omicidio assurdo di un ragazzo di 26 anni innocente di questa Repubblica è passato in secondo piano».

 

D: Cucchi, Aldovrandi, Gabriele e altri ancora … si tratta di casi isolati, per quanto drammatici, o segnali inquietanti ma inequivocabili che le Forze dell’Ordine in Italia non siano più in grado di gestire - con il necessario equilibrio e la correlata professionalità -situazioni di ordine pubblico che pure dovrebbero essere - per degli operatori di pubblica sicurezza - all’ordine del giorno?
 

R: «Mi auguro che siano casi isolati ma un principio deve essere sempre ribadito con forza ovvero: l'impunità innanzi alla legge non è prevista per nessun cittadino, se così non fosse la giustizia diverrebbe solo un concetto filosofico …».
Gabriele non conoscerà mai il nipotino che porta il suo nome, ovvero il figlioletto di Cristiano. Ad oggi la sentenza di primo grado è stata impugnata dal difensore della famiglia Sandri e dalla Procura della Repubblica di Arezzo e dalla Procura Generale presso la Corte di Appello di Firenze.

 

Rodolfo Capozzi*

Avvocato del Foro di Roma

 

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