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Il prezzo della libertà

La politica e la stampa non stanno rendendo un buon servizio al cittadino, in quanto non gli consentono di comprendere esattamente quali siano i termini delle questioni in materie sulle quali, in questi giorni, sono piene le prime pagine dei quotidiani e dei telegiornali.
La notizia che tutti sappiamo è che la Magistratura ha organizzato un giorno di sciopero per il 1 Luglio 2010 contro la manovra economica approvata dal Governo con il D.L. 78/2010.
I Magistrati si dolgono dei tagli ai loro stipendi e qualcuno parla di ennesimo attacco di Berlusconi ai Giudici.
In realtà la norma sulla manovra economica nulla di specifico ha stabilito in tal senso, dato che l’unico riferimento ai Magistrati si ha all’art. 5, 3° co., ove si stabilisce che .
Analoga disposizione si rinviene, all’articolo precedente, per i componenti del Governo. Non a caso, sul sito dell’A.N.M., non si fa riferimento a tale disposizione per motivare le ragioni della protesta, ma si sostiene, dopo aver affermato che sarebbe inaccettabile essere considerati , che la manovra svilirebbe la dignità della funzione giudiziaria e minerebbe l'indipendenza e l'autonomia della magistratura, mentre nello specifico l’unica osservazione meno generica riguarda una presunta sperequazione, atteso che vi sarebbe una incidenza che subiscono una riduzione di stipendio fino al 30 per cento.
I termini sostanziali della questione sono quindi i seguenti: la manovra economica colpisce anche gli interessi della Magistratura, la quale ritiene di difendere tali interessi, deducendo una sorta di persecuzione politica da parte del Governo Berlusconi.
In sintesi, il reale tema politico è: vi è una casta che difende sindacalmente e con ogni strumento, anche mediatico, il proprio potere o vi è un Presidente del Consiglio che tenta di colpire che difende la giustizia per poter fare impunemente i propri affari?
Lascio alla sensibilità ed alle opinioni politiche del lettore la risposta, ricordando solo che, non trattandosi di un quiz ove si deve barrare una casella, la verità potrebbe essere ricercata anche al di fuori di una di queste due risposte predeterminate…
Così come, nella nuova legge sulle intercettazioni vi sono tante verità e tanti numeri che girano. Sembra, ad esempio, che siano effettivamente 100.000 l’anno i decreti con i quali i gip autorizzano le intercettazioni chieste dai pm, mentre in Francia 20.000, in Gran Bretagna 5.500, in Olanda 3.700, in Svizzera 2.300, in USA 1.705 e che la sproporzione sarebbe ancora maggiore se si tiene conto del numero di abitanti delle varie nazioni. Poi, però, si contesta l’esattezza del numero provvedimenti, affermando che sono ivi incluse le proroghe e pochi paesi occidentali avrebbero una criminalità mafiosa sviluppata come l'Italia.
Si contestano anche i dati dei paesi esteri, ricordando che lì vi sono altri soggetti pubblici che le dipongono in un numero che resta sconosciuto, ma si esaminano dati relativi all'FBI ed alla CIA, dimenticando di porsi il quesito se analogo comportamento sia tenuto anche dai servizi segreti italiani.
Anche l’accusa dei che le intercettazioni costerebbero oltre € 300mln l’anno non resta immune da censure, visto che si sostiene che i risultati varrebbero la spesa, atteso che, nell'inchiesta Antonveneta, il costo dell'indagine sarebbe stato € 8mln, mentre i soldi recuperati con i patteggiamenti di 64 indagati ammonterebbero a ben € 340mln, cioè più del costo annuo delle intercettazioni in tutta Italia.
Nessuno, di fronte a tale balletto di cifre, ci dice in quale misura i patteggiamenti degli indagati siano dovuti anche alla capacità di indagine della Guardia di Finanza ed ai riscontri oggettivi derivanti dall’esame di migliaia di documenti, né che il vero criminale è ben cosciente che il suo telefono può essere intercettato ed usa strumenti alternativi (magari i pizzini…) molto più sicuri.
Perché, quando si sa che si può essere intercettati con facilità, l’attenzione del malvivente sale in una sorta di partita a scacchi con la PG, e il telefono può essere usato anche al fine di indure in errore chi ascolta.
Né si ha il coraggio di affrontare quello che sono i veri nodi della questione.
Ad esempio, con riferimento ai costi elevati, perché non si pubblicano sui giornali le tariffe del noleggio delle apparecchiature necessarie per le intercettazioni presso società private (che varia sensibilmente da tribunale a tribunale) e dell'esborso dello Stato verso le compagnie telefoniche per acquisire i tabulati e intercettare le conversazioni?
Qual è business dietro questi appalti tra Stato e/o Procure da un lato e società private dall’altro, e quali sono le garanzie di sicurezza sulle informazioni registrate e/o ascoltate che offrono tali società?
Leggendo le considerazioni che precedono si potrebbe ritenere che chi scrive è uno strenuo difensore del testo del disegno di legge appena approvato dal Senato della Repubblica: non è così, non desidero entrare nel tecnicismo di una norma che, nel suo complesso, ha sicuramente degli aspetti positivi, quello di aumentare il potere del GIP, cioè del giudice terzo rispetto alle parti, rispetto a quello attuale del PM. Fatto che rispetta pienamente il disposto dell’art. 111 della Costituzione.
Il fatto è che l’alzare il livello politico della polemica diventa ostativo per l’accoglimento di emendamenti migliorativi dei testi, costringendo la maggioranza a blindarsi attraverso il voto di fiducia, mentre vi erano temi di fondo che andavano discussi.
La Santa Inquisizione insegna che la tortura porta a confessare reati e, quindi, a diminuire il numero dei reati impuniti: il mondo occidentale, con in testa i giustizialisti pro intercettazioni, si è rivoltato contro i metodi di Bush nel campo prigionia di Guantanamo, affermando che al terrorismo si doveva contrapporre la civiltà.
Ogni strumento che limita la libertà è atto a ridurre la criminalità: i tassi di criminalità del periodo fascista erano di gran lunga inferiori a quelli attuali, ma l’Italia ha scelto la libertà.
E’ difficile trovare il punto di equilibrio tra poteri di polizia e libertà, ma questo è il tema di fondo sul quale si dovrebbe discutere: se ciò non avviene e, in nome di un antiberlusconismo di maniera e di un giustizialismo opportunista, si vuole continuare ad ascoltare tutti e, poi, sbattere il presunto mostro in prima pagina, allora è obbligatorio schierarsi senza pensare e dire, no, grazie, preferisco la libertà. Ma fermarsi a pensare ed a parlare più serenamente su temi così rilevanti sarebbe culturalmente e socialmente molto più positivo.

Romolo Reboa
Avvocato del Foro di Roma

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