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Liberare il vento

Quando ho ricevuto la telefonata con la quale mi si chiedeva di candidarmi per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma la prima reazione istintiva è stata di declinare l’invito, avendo da tempo perduto fiducia sulla capacità di tale istituzione di fare qualcosa di diverso dalla tenuta dell’elenco degli iscritti.
L’autorevolezza della persona da cui proveniva la richiesta, il Presidente dell’Ordine, e l’assicurazione che la mia candidatura trovava origine nella volontà di costruire qualcosa di nuovo mi hanno indotto a subordinare la mia risposta alla verifica della esistenza di convergenze su una pregiudiziale e su un programma elettorale diverso da quelli che giungono nei vari studi, tanto ammiccanti quanto eguali negli anni.
Anche perché, non avendo interesse o ambizione personale ad un incarico pubblico non retribuito che sottrae molto tempo alla professione, l’accettazione non poteva che essere condizionata dalla possibilità di combattere una battaglia ideale per assicurare la sopravvivenza ad una categoria in crisi e, quindi, un futuro ai nostri figli.
La pregiudiziale è stata accolta sin dal primo colloquio telefonico: il fatto che degli avvocati si uniscano intorno ad un programma, formando una lista, non doveva trasformare questo apparentamento elettorale in una sorta di falange armata contro i colleghi riuniti in altre liste perché ogni avvocato che manifesti la disponibilità di mettere a disposizione il proprio tempo in favore della propria comunità è in primis un collega meritevole di ringraziamento.
Il fatto che, anacronisticamente, il Consiglio di un Ordine con oltre 20.000 iscritti sia formato da soli 15 componenti rende fisiologico che vi siano alcune centinaia di persone che aspirano a dare il proprio contributo decisionale. Ciò è una ricchezza dell’avvocatura, è l’humus vitale da cui ricominciare a costruire.
L’esperienza degli ultimi 20 anni insegna che il Consiglio viene sempre formato da colleghi che si erano apparentati in liste diverse: dopo la competizione essi dovranno quindi collaborare per il bene di tutti.
I Consigli degli Ordini che sono autorevoli nei loro circondari sono quelli che eleggono il proprio Presidente all’unanimità.
A Roma, viceversa, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da contrapposizioni e liti che hanno trasformato l’Ordine in una sorta di babele urlante: le elezioni alla Cassa Forense hanno dimostrato che, così facendo, gli Ordini della provincia, con molti meno iscritti complessivi, hanno ottenuto risultati impensabili a danno della Capitale. Nello spirito pluralista che anima la testata che dirigo, la pregiudiziale (subito accolta dal Presidente Cassiani) era che la campagna elettorale degli avvocati apparentati nella abbia un alto profilo istituzionale e che, quindi, eviterà di trasformare la inevitabile dialettica elettorale in polemiche e risse indegne di chi vuole che all’Avvocatura sia riconosciuto un ruolo costituzionale nell’amministrazione della giustizia.
Nella riunione di presentazione dei colleghi cui il Presidente ha proposto di apparentarsi ho quindi esposto le voci del programma elettorale che ritenevo essenziali per accettare di partecipare alla competizione.
Ho chiesto discorsi nuovi rispetto al passato, sapendo che, ove fossero stati recepiti in una lista che presenta due delle tre cariche istituzionali uscenti (oltre al Presidente Cassiani ad essa ha dato vita anche il Tesoriere, Rosa Ierardi,), ciò avrebbe comunque provocato un cambio di marcia del Consiglio dell’Ordine.
Infatti molti amici e colleghi che si presentano apparentati in altre liste mi hanno più volte confidato che la litigiosità è la causa principale della staticità dell’Ordine forense romano e che essi sarebbero personalmente favorevoli ad una politica istituzionalmente più forte, ove ve ne fossero i presupposti interni.
Il che significa che il vento della novità è una energia costruttiva in fieri, ma ha necessità che qualcuno abbia il coraggio di liberarlo.
Ho lanciato questa sfida: liberare il vento. La sfida che è stata accolta e candidarmi è diventato un dovere, quasi una missione per portare al centro del dibattito elettorale temi importanti e scottanti, ma sinora affrontati solo nei corridoi.
Perché da oggi non sarà più solo la rivista InGIUSTIZIA a battersi perché l’Avvocatura Romana pretenda che il Tribunale e la Corte di Appello istituiscano un registro degli incarichi giudiziari consultabile via internet ed un regolamento per il loro accesso, con conseguente possibilità a tutti gli iscritti di accedervi.
Né si dica che è una battaglia di basso profilo, in quanto è in gioco la libertà del difensore: senza trasparenza e regole precise l’avvocato che accetta incarichi dalla Magistratura si sottomette al suo potere economico e rinuncia così alla propria indipendenza nei confronti del Giudicante.
E, ancora, in questa campagna elettorale sarà l’Avvocatura a decidere se premiare o bocciare chi resta silente di fronte al fatto che in Tribunale si trovano gli spazi per camere di conciliazione, cioè per organismi forse utili, ma potenzialmente atti ad indirizzare i clienti a questo o a quello studio, ma non per sale avvocati degne di questo nome, dove le transazioni si potrebbero veramente concludere. Né la questione dell’accesso ai parcheggi esistenti all’interno degli uffici giudiziari potrà più rimanere a livello di brontolii di corridoio…
La campagna elettorale dovrà avere al centro del dibattito non le solite belle parole sulla dignità della toga, ma cosa ha fatto e cosa intende fare l’Ordine degli Avvocati per ottenere il trasferimento degli uffici del Giudice di Pace penale in zona Prati e l’apertura di sportelli dell’Agenzia delle Entrate per la registrazione delle sentenze all’interno degli uffici giudiziari.
Si dovrà parlare della possibilità per l’Ordine degli Avvocati di Roma, quale ente pubblico, di concludere rapidamente delle convenzioni con il Ministero della Giustizia per gestire i servizi che non funzionano, quali quelli dell’iscrizione a ruolo e di privatizzazione degli Ufficiali Giudiziari, facendo cessare l’ignobile fenomeno delle code che favoriscono le agenzie private.
E, ancora, di modifica del sistema tariffario e del ruolo dell’avvocato nei consigli giudiziari. Se civilmente e costruttivamente riusciremo a discutere di questi temi in campagna elettorale, senza ripetere sterili formule acchiappa - voti, la mia candidatura avrà avuto un senso e la mia missione sarà stata compiuta, indipendentemente dal raggiungimento o meno del numero dei consensi necessari per la elezione.  

Romolo Reboa*

Avvocato del Foro di Roma

 

 

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