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Magistratura e gabinetti

Barak Obama è stato eletto presidente degli Stati Uniti d’America: è la notizia di questo inizio di millennio che tutti commentano, come è giusto che sia, ma della quale vogliono anche tutti disquisire, anche in sedi e non conferenti, quali i consigli municipali.
L’elezione del nuovo presidente USA non è certo un fatto estraneo al tema giustizia / ingiustizia che costituisce il fondamento editoriale di questa testata: tuttavia la mia voce è da sempre troppo stonata per consentirmi di unirmi a qualsiasi coro.
Così ho deciso di dedicare queste righe ad una battaglia di civiltà giuridica che l’orchestra rumoroso di questi giorni nasconde alle orecchie di molti, ma che le Camere Penali hanno intrapreso, trovando i riflettori della stampa solo perché un problema generale è stato affrontato criticando la scelta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, di nominare proprio capo di gabinetto uno stimato magistrato, il dr. Sergio Gallo.
Il fatto è avvenuto il 15 Ottobre 2008 con la delibera n. 323 della Giunta Comunale, che ha fissato in € 298.324,63 l'anno il compenso del magistrato, con l’erogazione di una indennità ad personam pari ad € 70.000,00, motivata dalla specifica qualificazione professionale e culturale da lui posseduta per l’incarico da ricoprire.
Invero le Camere Penali hanno subito chiarito che il problema non è la legittimità della scelta del Sindaco o la validità della persona nominata, che sono fuori discussione, ma l’opportunità di sottrarre una risorsa al sistema giurisdizionale lì ove ciò non sia strettamente necessario ed il fatto che iniziative di tal genere si pongono in contrasto con il principio di indipendenza della Magistratura.
Quello dei magistrati fuori ruolo nei gabinetti dei ministri, dei sottosegretari e dei sindaci dei grandi comuni è un tema che è stato trattato anche nel noto libro di Antonio Stella, “la casta”, che mediaticamente ha sconvolto il sistema politico, ma in realtà non ha prodotto alcun cambiamento, anzi sembra che sia stato istruttivo, nel senso che ha insegnato a qualcuno i trucchi che ancora non conosceva.
Il Presidente dell’UCPI, avv. Oreste Dominioni, nel proprio comunicato, ha sinteticamente reso chiaro il nocciolo della questione: quella dei penalisti non è una battaglia contro i Giudici in quanto “ad essere difesa è l’indipendenza della magistratura, che da questa contiguità con la politica ne esce minacciata e, al tempo stesso minaccia l’integrità delle prerogative della politica”.
Non si può negare che la corresponsione di una indennità ad personam pari ad € 70.000,00, quand’anche trovi origine nella necessità di compensare il magistrato della perdita della propria voce stipendiale denominata “indennità giudiziaria”, potrebbe essere percepita dal cittadino come una voce premiale per chissà quali oscure ragioni, magari in un intreccio politico ove un amministratore locale si potrebbe muovere su input di un collega di un’altra amministrazione o di un vertice politico.
E che, nella vicenda romana, l’alta statura morale del sindaco Alemanno e del neo nominato capo di gabinetto siano garanzie più che sufficienti per escludere in radice ogni sospetto, non significa che non sussista il problema politico di carattere generale.
Ciò per vari motivi.
In primo luogo non tutti gli amministratori hanno la caratura di Gianni Alemanno e non tutti i giudici sono persone del valore di Sergio Gallo.
E poi perché, per usare un detto popolare, la politica predica bene e razzola male: infatti l’attuale Governo aveva promesso di voler restituire alla funzione giudicante i magistrati fuori ruolo (i quali, come visto, in questa posizione hanno retribuzioni superiori a quelle che ricevono nell’esercizio del magistero) al fine di sanare tale criticità e di migliorare il funzionamento della giustizia, ma ha approvato un emendamento che ha introdotto, in sede di conversione del D.L. 143/2008, l'articolo 1 bis che ha fissato in 200 il numero dei magistrati destinati a funzioni diverse da quelle giudiziarie.
Così facendo i giudici fuori ruolo, invece di diminuire, aumentano in quanto attualmente essi sono 239, ivi comprendendo i 3 applicati alla Presidenza della Repubblica, i 33 al Csm (compresi gli eletti) ed i 28 alla Corte Costituzionale che restano comunque esclusi dal numero di 200 previsto dalla nuova norma.
Insomma, secondo i dati forniti dall'Ucpi, a fronte degli attuali 175 magistrati destinati a funzioni diverse da quelle giudiziarie, la nuova legge ne consentirebbe 200 in dispregio degli impegni elettorali.
Il fenomeno ha, in realtà, dimensioni più vaste, perché i penalisti hanno esaminato i soli numeri riferiti alla sola magistratura ordinaria, mentre il fenomeno dei fuori ruolo investe anche (ed in particolar modo) la magistratura amministrativa, cioè l’organo più direttamente chiamato a valutare la legittimità degli atti della pubblica amministrazione.
In questo caso può succedere (e succede) che la legittimità di un atto proveniente da un capo di gabinetto magistrato venga giudicata dal collegio del TAR o del Consiglio di Stato cui egli apparteneva sino a pochi mesi prima e tornerà a fine distacco.
Alcuni ritengono che tali discrasie del sistema democratico siano da attribuirsi a quella che viene definita la lobby dei magistrati parlamentari (i quali, in dipendenza del loro incarico, vanno fuori ruolo, riducendo ulteriormente gli organici addetti alla funzione giudicante) e parlano di una sorta di ricatto alla classe politica, la quale con i fondi pubblici è costretta a trovarsi una sorta di garante di legittimità.
La questione è complessa e sulla stessa, evitando speculazioni mediatiche di singoli casi, tutta l’avvocatura dovrà farsi portabandiera, chiedendo l’introduzione non già della limitazione al numero dei fuori ruolo, ma del divieto di tale pratica a tutti i giudici, salvo (al massimo) che per il CSM, la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale, attesa la funzione di tali organi anche a tutela della loro indipendenza.
E’ una svolta necessaria per la vera separazione dei poteri dello Stato voluta dalla Costituzione Repubblicana ed una battaglia indispensabile per ridare un ruolo politico all’avvocatura.

 Romolo Reboa
Avvocato del foro di Roma

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