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La fine dell'unità dell'avvocatura

Repubblica il 17 giugno scorso ha dedicato un paio di pagine alla ormai conclamata crisi del ceto professionale; crisi reddituale e generazionale; correttamente inquadrata nella liquefazione delle classi medie. I dati reddituali riportati, assunti a parametro prevalente riguardano però il periodo 2007/2015. Milano & Finanza del 19/06/15 rilancia la nota querelle tra l'antitrust ed il CNF risalente ai lontani anni della presidenza Amato (... da chi??). Al fondo c'è la rimeditazione sulla natura imprenditoriale o meno della professione di avvocato; apparentemente risolta dall'art. 5, 2° c., lett. e) della Lg 247/12, che resta però un'astratta dichiarazione di principio se non si declina in positivo; se cioè non si definisce nel concreto rapporto tra attività e normazione il "tertinum genus". Temi non nuovi. Ancora prima il Corrierone del 14/06/13 rilevava il rischio incombente di una crisi tra generazioni e sottolineava la gravità di un sistema di formazione inidoneo e l'assenza di qualunque sistema di Welfare. Su Economy del 12/10/11, presentando un libro sul sistema pensionistico, si sottolineava l'oggettiva contrazione dei redditi degli Avvocati per molti al limite della soglia di povertà e la mancanza di qualunque ammortizzatore sociale. Questo il titolo dell'articolo: "Il paradosso dell'Avvocato (proletario)". Le domande retoriche sono: ma questi non erano gli stessi che riempivano nel 2006 paginate di osanna alle lenzuolate di Bersani? Perché oggi questa riviviscenza di interesse? Sono veramente scomparse le presunzioni socio-ideologiche di allora; di fronte alla realtà c'è un leale ripensamento? Purtroppo è carità pelosa!! Non erano però mancate in anni antecedenti le riflessioni più articolate di De Vico (Piccoli... Marsilio 2010); o i ripensamenti di Galgano su Contratto e Impresa o i tentativi di Prandstraller (da ultimo "La Rinascita del Ceto Medio" Angeli 2011). Esiti pratici? Nulla! Splendide le pagine sulla libertà dell'avvocatura, di quel galantuomo e gran giurista di Giorgio Orsoni, ma chi le ha lette? E l'Avvocatura? Tanti i mugugni della base, verrebbe da dire la pletora; che frequenta quotidianamente le aule; velati per molto tempo da comprensibile pudore per il personale disagio economico; irritati (eufemismo) per le condizioni e gli strumenti di lavoro - compresi i Codici e le Novelle. L'associazionismo, che aveva vissuto momenti di gloria, si è spento negli anni chiuso in una improduttiva autoreferenza e peggio a volte aperto allo scodinzolio prono di fronte al Masaniello od al Ministro di turno. A riprova: la crisi di adesioni specie giovanili si è ormai estesa anche alle Camere Penali (cfr Avv. Comi in il Garantista 13/06/15): queste almeno salde nella difesa del ruolo dell'Avvocatura e dei diritti del cittadino nel processo. Il CNF arroccato a difesa della giurisdizione domestica e del concetto di "non impresa" ha comunque portato a casa una legge professionale che pur dal forte profumo d'antan, ha evitato la nefandezza del DL 183/12. Certo la sua composizione non lo ha favorito nel trovare la soluzione ai fenomeni emergenti; nessuno dei suoi membri infatti pare essere un "non formato" a basso reddito, ma con la nuova presidenza "eppur si muove". Dell'OUA desidero non parlare perché le questioni di famiglia si risolvano in casa. Mi limiterò ad indicare nel 2008 l'anno di cesura tra due modi di intenderla ed a richiamarne l'attenzione alla novelle vague del CNF. La Cassa infine sconta la sindrome Equitalia; è l'Ente esattore! Tuttavia è proprio alla Cassa che dobbiamo l'unico tempestivo studio scientifico sulle mutazioni dell'Avvocatura. Mi riferisco allo studio commissionato al Censis nel 1997, ispiratore di un metodo seguito subito in ambito OUA dall'Ufficio Studi e nei contro rapporti di Marco Ubertini. La scelta, carità pelosa dicevamo! La scelta di Repubblica di datare al 2007 il punto di crisi dell'Avvocatura non è condivisibile, perché lega l'origine un complesso fenomeno sociale, ed oggi antropologico; all'inizio dell'ultima grande crisi economica mondiale; mentre questa lo ha solo acclarato e ne ha rivelato in maniera ineludibile l'esistenza. Nel citato Corrierone poi il parametro di riferimento, indicato come un miraggio irraggiungibile resta la casta produttrice di "posizioni di rendita categorie privilegiate, casta di patenti e benestanti". È vero che c'è una questione generazionale, ma la casta di cui si parla, ammesso che sia sempre esistita nella sua versione agiografica, non esiste più almeno dagli anni 80'. E propalare queste baggianate è solo funzionale da un lato alla definitiva frantumazione del ceto e dall'altro a significare la loro incapacità di comprendere. Come scrive De Vico: "i professionisti non hanno mai goduto di buona stampa non sono mai stati troppo simpatici ed anzi a lungo sono stati percepiti, come portatori di una rendita di posizione" (op. cit. pag. 160). E Giuliano Amato: "certo è che il lavoro autonomo non è entrato né nell'anima né nella cultura di sinistra e dei progressisti in genere..." (in editoriale 3/2009 Il Lavoro 2009). La verità è che: "i professionisti... hanno pagato il sistema di relazioni imperniato sulla grande politica, la grande impresa ed il grande sindacato" (Di Vico op. cit. pag. 162). Eppure a ben leggere il citato rapporto Censis del 1997 le tendenze apparivano evidenti. Solo il 16,4% dei giovani iniziavano la professione nello studio legale di famiglia; mentre soltanto il 28,4% dichiarava che l'avvocatura consentiva di realizzare una vocazione; l'11% riteneva di concorrere al corretto funzionamento della giustizia; mentre il 48,9% privilegiava l'autonomia e l'indipendenza. Tra gli elementi negativi il 6,8% riteneva che non consentisse l'accumulo di risparmi personali; l'11,2% che fosse meno redditizia di altre occupazioni e l'8% che avesse perso la sua tradizionale rilevanza sociale. Quanto all'opinione che gli Avvocati avevano di se il 42,6% riteneva di essere un professionista come un altro e solo il 3,9% di essere membro di una comunità professionale selezionata. Alla domanda quale fosse il limite reddituale per abbandonare la professione il 59,4% professava amore eterno "a prescindere", ma un buon 14,1% poneva la propria soglia tra i 15.000 ed i 30.000 euro. Quanto alle cause del sovradimensionamento degli Avvocati solo il 5,5% riteneva che vi fosse un incremento delle aspettative di mercato; mentre il 47,9% riteneva la professione come una scelta residuale in mancanza di meglio. Si potrebbe proseguire, ma già così ce n'è abbastanza. Un rapido sguardo agli studi sulle classi sociali di Sylos e Labini, mostra come negli studi del 1960 non venisse dato alcun rilievo all'esistenza delle classi medie in conformità all'impostazione classista dell'autore; mentre nel testo degli anni 80' si dava atto di questa ormai ineludibile componente sociale. Sotto altro profilo gli studi di Sergio Cotta (La sfida tecnologica - Mulino 1968) indicava con chiarezza come il mercatismo moderno fondato sulla globalizzazione e gli standard portasse alla costruzione di una società bipolare. Già quindi ben prima del 2007 era ipotizzabile con sufficiente precisione la situazione attuale le cui cause non sono riconducibili ad una casta che ha resistito alla concorrenza, né a crisi economiche recenti, ma alle "correnti di quota" rappresentate, anche nel mondo post ideologico, dal permanere di analisi classiste o iperliberiste e da fenomeni socio economici certamente non condizionabili dal nostro modello di avvocatura. Non ultimo il processo di integrazione europea che assume il servizio giustizia in termini efficientistico-economici funzionali alle imprese e ridisegna l'avvocatura sui modelli anglosassoni accentuatamente privatistici, mentre il modello italiano ha in se l'irrisolto contrasto tra funzione pubblica e attività privata. State sereni! A chiudere il cerchio ed a predisporre la zattera di salvataggio (... è quella della Medusa però) ci pensa la Camusso (da il Garantista 14/04/15): "Quella di oggi è una giornata storica per la CGIL: quella dell'apertura della configurazione al mondo degli autonomi: partite iva, collaboratori e professionisti"; "Già da qualche anno la prima confederazione italiana ha cambiato approccio sul lavoro autonomo"; "Se un tempo era da abolire tutto quello che era fuori dal perimetro del contratto nazione di lavoro, adesso proprio le principali confederazioni inseriscono nelle intese di categoria enti bilaterali per gli autonomi". In quest'ottica sta nascendo lo Statuto dei lavoratori alternativo, al quale si sta lavorando... Ora è tutto chiaro! Grazie all'ospitalità del Direttore nel prossimo numero esporremo come tutto quanto accaduto fosse stato previsto; e come il cronicizzarsi della crisi abbia non solo spezzato l'unità dell'avvocatura sotto il profilo economico ma ne abbia anche modificato la coscienza di se ed addirittura modificato l'antropologia.

Avvocato del Foro di Roma

Roberto Zazza

Dirigente UIF

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